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sábado, 24 de febrero de 2007

Alessandro Manzoni"Tutte le Poesie"


Alessandro Manzoni
Tutte le Poesie

Sommario:
AVANTI LA CONVERSIONE 3
TRADUZIONI 4
[UNA GARA DI CORSA] 4
[INDULGENZA NELL'AMICIZIA] 6
EPIGRAMMI 8
CONTRO UN FRATE 8
[PER L'INIZIO DELLA “MASCHERONIANA”] 8
CONTRO IL MONTI 8
LIRICHE GIOVANILI 9
[RITRATTO DI SE STESSO] 9
A FRANCESCO LOMONACO 9
[ALLA MUSA] 10
[ALLA SUA DONNA] 10
ODE [AMOROSA] 11
FRAMMENTO 12
D'UN'ODE ALLE MUSE 12
ADDA 13
IN MORTE DI CARLO IMBONATI 15
A PARTENEIDE 20
SERMONI 23
I – AMORE A DELIA 23
II – [CONTRO I POETASTRI] 26
III – A GIO. BATTISTA PAGANI 30
IV – PANEGIRICO A TRIMALCIONE 32
POEMETTI 37
DEL TRIONFO DELLA LIBERTÀ 37
CANTO PRIMO 37
CANTO SECONDO 41
CANTO TERZO 46
CANTO QUARTO 53
URANIA 57
[IL MIO GENIO] 65
I 65
II 65
III 65
IV 65
V 65
VI 66
VII 66
VIII 66
IX 66
DOPO LA CONVERSIONE 67
CANZONI E ODI CIVILI 68
[APRILE 1814] 68
IL PROCLAMA DI RIMINI 70
MARZO 1821 71
IL CINQUE MAGGIO 74
INNI SACRI 77
LA RISURREZIONE 77
IL NOME DI MARIA 79
IL NATALE 81
LA PASSIONE 83
LA PENTECOSTE 86
[OGNISSANTI] 89
[DIO NELLA NATURA] 90
RIME DI DEVOZIONE 91
SUL NOME DI MARIA 91
IL NATALE DEL 1833 92
STROFE PER UNA PRIMA COMUNIONE 93
PRIMA DELLA MESSA 93
ALL'OFFERTORIO 93
ALLA CONSACRAZIONE 94
PRIMA DELLA COMUNIONE 94
ALLA COMUNIONE 94
DOPO LA COMUNIONE 95
PER LA PRIMA COMUNIONE 95
EPIGRAMMI, SCHERZI E COMPLIMENTI 96
[PARODIA D'ARIETTA MELODRAMMATICA 96
METASTASIANA] 96
[I VERSI DEL CONTE GIOVIO] 96
L'IRA D'APOLLO 96
[A GIULIO, LODATORE DI “PAZZI SONETTANTI”, O CLASSICISTI] 99
IL CANTO XVI DEL TASSO 100
ATTO PRIMO 100
ATTO SECONDO 104
A CARLO PORTA 109
[POSTILLA AL PRECEDENTE SONETTO] 109
AL SIGNOR FRANCESCO HAYEZ 110
AD ANGELICA PALLI 110
PER VINCENZO MONTI 110
DISTICI LATINI 111
VOLUCRES 111
AD MICHAËLEM FERRUCIUM 111
POESIE D'INCERTA ATTRIBUZIONE 112
[PER UN PRELATO] 112
[ANACREONTICA] 112
L'APPARIZION DEL TASS 112




AVANTI LA CONVERSIONE




TRADUZIONI

I
[UNA GARA DI CORSA]
Da Virgilio, “Eneide”, V, vv. 286-361
[1799-1800?]

Questa gara finita, il pio Trojano
Avviasi in verde campo, a cui fan cerchio
Selvosi colli, e ne la valle è un circo,
Dove l'Eroe di molti mila in mezzo
5 S'addusse, ed alto in un sedil si pose.
Qui se alcun voglia gareggiar nel corso
Con doni i cori alletta, e i premj pone.
Concorron Teucri d'ogni parte e Siculi:
Niso ed Eurialo primi; Eurialo insigne
10 Di fresca giovinezza e di beltade,
Niso di santo amor pel giovanetto.
Cui vien dietro Dior, regio rampollo
Del Priamide ceppo, e dietro a lui
Salio insieme e Patron; l'uno Acarnane,
15 Arcadio sangue e Teagete è l'altro.
Poi due giovin Trojani Elimo e Panope,
Usi in selve e compagni al vecchio Aceste.
Molti di poi che fama oscura involve.
In mezzo ai quali così favella Enea:
20 Nessun di voi senza miei doni andrassi.
Duo Gnossj strali di polito ferro,
E di scolpito argento una bipenne,
Saran fregio comune; i tre primieri
Tra i vincitor più raro premio avranno,
25 E andran di bionda oliva incoronati.
Corsier di ricca bardatura al primo:
Colma di Tracj dardi una faretra
Amazonia al secondo, intorno a cui
Larga e cospersa d'or fascia s'avvolge,
30 E levigata gemma ha per fermaglio.
D'esto elmo Argivo il terzo s'accontenti.
Ciò detto prendon loco, e il segno udito,
Già divoran lo spazio e di repente
Fuggon la sbarra tutti, al par di nembo
35 Sparpagliati, e gli sguardi hanno a la meta.
Primo si slancia, e di gran tratto brilla
Innanzi ai corpi de' volanti Niso
Lieve qual vento o quale alata folgore.
Addietro a lui, ma di gran pezza addietro
40 Salio s'affanna, e dopo voto spazio
Eurialo è terzo, ed Elimo l'insegue,
Sotto cui già già vola, e il pie' col piede
Dior gl'incalza, ed a le spalle il preme;
E se più spazio rimanea del corso,
45 Gli avria tolta la palma, o messa in forse.
E già sul corso estremo affaticati
Toccavano a la meta, allor che Niso
Su l'erba sdrucciolò, che il sangue avea
Di scannati giovenchi inumidita.
50 Misero giovanetto, in cor già baldo
De la vittoria, in sul terren calcato
Mal fermò l'orma vacillante, e prono
Tra il sozzo fimo e il sacro sangue el giacque.
Ma non già l'amor suo pose in oblio;
55 Poi che appuntossi in sul fuggevol suolo,
E stette a Salio incontro; ei riversato
Si rotolò ne la minuta arena.
Eurialo balza, e già la meta il primo
Tien per l'ufficio de l'amico, e vola
60 Tra il favorevol fremito ed il plauso.
Elimo poscia, ed or Diore è il terzo.
Ma l'adunanza del gran circo tutta,
E le file de' Padri più vicine,
Di schiamazzo empie Salio, e restituto
65 Chiede l'onor che gli rapia l'inganno.
Sta il favor per Eurialo, e il bel pianto,
E il valor che in bel corpo è più gradito.
Lo seconda Diore, ed a gran grida
Lo proclama, Dior che a la seconda
70 Palma or pervenne, e il minor premio avrassi,
Se l'onor primo a Salio è devoluto.
Allora Enea: Fisso ad ognun rimane,
O giovanetti, il premio suo, né puote
L'ordin turbar de la vittoria alcuno.
75 A me concesso or sia de la sventura
De l'incolpato amico esser pietoso.
Disse, e un gran tergo di leon Getulo
Grave di folta giubba, e d'unghia d'ora
A Salio dona. Allor Niso: Se tanto
80 È il guiderdon de' vinti, e dei caduti
Ti duol, qual degno darai premio a Niso,
Che l'onor meritai del primo serto,
Che sorte avversa, al par che a lui, mi tolse?
E ponea in mostra, favellando, il volto,
85 E la persona d'atro fimo intrisa.
Sorrise a lui l'ottimo padre, e fatto
Uno scudo venir, Greco lavoro,
Strappato ai Greci dal Nettunio tempio,
Inclito dono al giovin chiaro il diede.

II
[INDULGENZA NELL'AMICIZIA]
Da Orazio, “Sermoni”, I, 3, vv. 1-56
[1799-1800?]

Comune vizio de' cantori è questo,
Che di cantar pregati, infra gli amici,
Non vi s'inducon mai; non dimandati
Non fan più fine. Quel Tigellio Sardo
5 Fu tale. Augusto, che potea forzarlo,
Se il chiedea per l'amor del padre e il suo,
Nulla ottenea; se gli venia talento,
Da l'uova ai frutti ripetuto avria
“Evoè Bacco”, ora sul tono acuto,
10 Or sul più basso delle quattro corde.
Non mai tenne quest'uomo un egual modo.
Or correa per le vie siccome quello
Che fugge dal nemico, or come quello
Che di Giunone i sacri arredi porta.
15 Ora avea dieci servi, ora dugento:
Talor regi e tetrarchi, alte parole,
Risonava; talor: Non più che un desco
A tre piedi e di sal puro una conca
Ed una toga che m'escluda il freddo,
20 Sia pur succida, io vo'. Se dieci cento
Mila sesterzi avessi dati a questo
Frugal di poche voglie, in cinque giorni
Il borsello era vuoto; infino a l'alba
Vegliar soleva, e tutto il dì russava.
25 Nessun fu mai più da se stesso impari.
Ma qui dirammi alcuno: E tu? Non hai
Vizio nessuno? Ho i miei, più gravi forse.
Mentre un dì Menio cardeggiando stava
L'assente Novio: Ehi, l'interruppe un tale,
30 Non conosci te stesso? O a nova gente
Pensi dar ciance? A me fo grazia, ei disse.
Matta iniqua indulgenza e da biasmarsi:
Ne le magagne tue lippo e con gli occhi
Impiastricciati, perché mai sì acuto
35 Hai ne' difetti de gli amici il guardo,
Come l'aquila o il serpe d'Epidauro?
Indi è che i vizj tuoi spiano anch'essi.
È un po' stizzoso, e il naso fino offende
Di questi amici; rider fa quel tonso
40 Capo e la toga in fogge un po' villane
Cascante e il pie' che nel calzar tentenna.
Ma è buono a segno che un miglior non trovi,
Ma amico ei t'è, ma una divina mente
Sta sotto il vel di quella spoglia irsuta.
45 Infine a te rivedi il pel, se forse
T'abbia innestato alcun vizio Natura,
O pur l'abito rio; ché ne gli incolti
Campi la felce sciagurata alligna.
Or vengo a ciò, che de l'amante al guardo
50 Sfugge il difetto de l'amata, o piace,
Siccome d'Agna il polipo a Balbino.
Così vorrei che in amistà si errasse,
E a tal error nome onorevol dato
Virtute avesse. Qual del figlio al padre,
55 Tal de l'amico il vizio, ov'ei pur n'abbia,
Non fastidir dobbiam. Strabone il padre
Chiama il guercio, e piccin chi il figlio ha nano,
Come già fu quel Sisifo abortivo.
Varo appella quest'altro che a sghimbescio
60 Volge le gambe, e quel balbetta Scauro,
Che mal s'appoggia sul tallon viziato.
È un po' gretto costui, frugal si dica:
È inetto e alquanto vantator, leggiadro
Vuol parere a gli amici: oh ma feroce,
65 Libero egli è più del dover, per dritto
E per forte si tenga. È un po' focoso,
S'ascriva ai forti. Questo modo, estimo,
Gli amici unisce, e li conserva uniti.
Ma le stesse virtù noi stravolgiamo,
70 E diamo la vernice a schietto vaso.


EPIGRAMMI

III
CONTRO UN FRATE
[1799?]

Il padre fra' Volpino
Che pien di santo zelo
Suda sui libri ascetici
E veglia sul Vangelo,
5 E quando alcun s'aspetta
Di Bayle e di Calvino
I dogmi iniqui e pazzi,
Il seme giacobino, ecc.

IV
[PER L'INIZIO DELLA “MASCHERONIANA”]
[1801?]

Al dir del Monti, Mascheron che muore
È fiamma, pesce, augello, anima e fiore.

V
CONTRO IL MONTI
per la sua ode “Fior di gioventute”
[1803]

Un vate di gran lode
Sul principio d'un'ode
Piange il suo fior gentile
E il suo vigor virile,
5 E quando alcun s'aspetta
Ch'egli invochi il Paletta
Od altro di tal arte,
Invoca Bonaparte.



LIRICHE GIOVANILI

VI
[RITRATTO DI SE STESSO]
[l801]

Capel bruno: alta fronte; occhio loquace:
Naso non grande e non soverchio umile:
Tonda la gota e di color vivace:
Stretto labbro e vermiglio: e bocca esile:

5 Lingua or spedita or tarda, e non mai vile,
Che il ver favella apertamente, o tace.
Giovin d'anni e di senno; non audace:
Duro di modi, ma di cor gentile.

La gloria amo e le selve e il biondo iddio:
10 Spregio, non odio mai: m'attristo spesso:
Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.

A l'ira presto, e più presto al perdono:
Poco noto ad altrui, poco a me stesso:
Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.

VII
A FRANCESCO LOMONACO
[Per la “Vita di Dante”]
[1802]

Come il divo Alighier l'ingrata Flora
Errar fea, per civil rabbia sanguigna,
Pel suol, cui liberal natura infiora,
Ove spesso il buon nasce e rado alligna,

5 Esule egregio, narri: e Tu pur ora
Duro esempio ne dài, Tu, cui maligna
Sorte sospinse, e tiene incerto ancora
In questa di gentili alme madrigna.

Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi
10 Che pro se piangi, e il cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?

Sì da' barbari oppressa opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre, e non cangiata mai.


VIII
[ALLA MUSA]
[1802]

Novo intatto sentier segnami, o Musa,
Onde non stia tua fiamma in me sepolta.
È forse a somma gloria ogni via chiusa,
Che ancor non sia d'altri vestigj folta?

5 Dante ha la tromba, e il cigno di Valchiusa
La dolce lira; e dietro han turba molta.
Flora ad Ascre agguagliosse; e Orobia incolta
Emulò Smirna, e vinse Siracusa.

Primo signor de l'italo coturno,
10 Te vanta il secol nostro, e te cui dièo
Venosa il plettro, e chi il flagello audace?

Clio, che tratti la tromba e il plettro eburno,
Deh! fa’ che, s'io cadrò sul calle Ascreo,
Dicasi almen: su l'orma propria ei giace.

IX
[ALLA SUA DONNA]
[1802]

Se pien d'alto disdegno e in me securo
Alteramente io parlo e penso e scrivo
Oltre l'etate e il vil tempo in ch'io vivo,
E piacer sozzo e vano onor non curo;

Opra è tua, Donna, e del celeste e puro
5 Foco che nel mio petto accese il vivo
Lume de gli occhi tuoi, che mi fa schivo
Di quanto parmi, al tuo paraggio, impuro.

Piacerti io voglio; né piacer ti posso,
10 Fin ch'io non sia, ne gli atti e pensier miei,
Mondo così ch'io ti somigli in parte.

Così per la via alpestra io mi son mosso:
Né, volendo ritrarmene, il potrei;
Perché non posso intralasciar d'amarte.


X
ODE [AMOROSA]
[1802-1803]


Qual su le Cinzie cime
Alta sovrasta a le minori Oreadi
Col volto, e col sublime
D'auree frecce sonante omero Delia,
5 E appar movendo per la sacra riva
Veracemente Diva;
Tal prima a gli occhi miei
Non ancor dotti d'amorose lagrime
Appariva costei,
10 Vincendo di splendor l'emule Vergini
Per mover d'occhi dolcemente grave
E per voce soave.
Da gl'innocenti sguardi
Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,
15 Escono accesi dardi,
Non certi men, né di più leve incendio,
Se dal fronte scendendo il crine avaro
Dolce fa lor riparo.
Non altrimenti in Cielo
20 Febo sorgendo, di dorata nuvola
A suoi splendor fa velo,
Che vincitor superbi indi sfavillano;
E la terra soggetta in suo viaggio
Tinge di dubbio raggio.
25 Oh qual tutta di nove
Fatali grazie ride allor che l'invido
Crin col dito rimove,
E doppio appresta di beltà spettacolo
Sul picciol fronte trascorrendo lieve
30 Con la destra di neve.
Né tacerò la bella
Bocca gentile, ove s'asconde il candido
Riso, e l'alma favella,
E in cui prepara, ahi per chi dunque? Venere
35 Gli accesi baci e le punture ardite
E le dolci ferite.
Me con queste possenti
Armi assaliva il fanciulletto Idalio
Mentr'io per le fiorenti
40 Ascree piagge scorrea lungo le Aonie
Secrete acque, onde a me l'adito schiuse
Il favor de le Muse.
Ahi! né valido usbergo
Gli aspri precetti di Zenon mi furono,
45 Né dar fuggendo il tergo
Al lui mi valse, ché trionfo nobile
Me in suo regno ponea, fatto possente
Del core e della mente.
Né vuol ch'io canti rossa
50 Di sangue Italia, onde ancor pochi godono,
Né di plebe commossa
Le feroci vendette ed i terribili
Brevi furori e i rovesciati scanni
De’ tremanti Tiranni.
55 Ma a dir m'insegna, come
Trasse da’ gorghi del paterno Oceano
Le rugiadose chiome,
Sul mar girando i rai lucenti, Venere,
A la mirante di Nereo famiglia
60 Invidia e meraviglia:
E il Zeffiro lascivo,
Che ne le zone de le incaute vergini
Scherzar gode furtivo,
Onde audaci i pastor maligni ridono;
65 E a lor la guancia bella e vergognosa
Tinge virginea rosa.


XI
FRAMMENTO
D'UN'ODE ALLE MUSE
[1803?]

Nove fanciulle d'immortal bellezza,
Vergini tutte e d'un sol padre nate,
Di diversa vaghezza
M'han preso il cor, che fra lor dubbio stassi,
5 Né sa qual segua o lassi;
Ché varia è in lor, non disugual, beltate:
Io chiamato le seguo e con lor vivo,
Di lor sol penso ed ho tutt'altro a schivo.
Una sorge tra lor quasi primiera,
10 Signoreggiando con la regia chioma;
E su la fronte altera
Si legge ben che suo valor l'è conto;
E dal passo e dal pronto
Sguardo e da gli occhi belli, onde si noma,
15 Manda virtù che doppio effetto figlia,
E amore insieme e reverir consiglia.
Ma il crin disciolto e più negletto il manto
Un'altra porta, e un duolo in fronte ha scolto.
Ed ha su gli occhi un pianto
20 Tal che letizia fa parer men bella.
Ma ben di Lei sorella
L'accusan gli atti e il portamento e il volto
Che par che dica: io de' miei tristi e negri
Pensier mi godo; alcun non mi rallegri.
25 Ecco saltante per la sacra riva,
Con pie' securo e con allegra faccia,
Venir la terza Diva,
Bruna la chioma e bruna la pupilla,
Dal cui mover scintilla
30 L'ira faceta e il riso e la minaccia,
Che del vile nel cor mette paura,
Ed il miglior conforta e rassecura.


XII
ADDA
Idillio a Vincenzo Monti
[15 settembre 1803]

Diva di fonte umil, non d'altro ricca
Che di pura onda e di minuto gregge,
Te, come piacque al ciel, nato a le grandi
De l'Eridano sponde, a questi ameni
5 Cheti recessi e a tacit'ombre invito.
Non feroci portenti o scogli immani
Né pompa io vanto d'infinito flutto
O di abitati pin; né imperioso
Innalzo il corno, a le città soggette
10 Signoreggiando le torrite fronti;
Ma verdi colli e biancheggianti ville
E lieti colti in mio cammin saluto
E tenaci boscaglie, a cui commisi
Contro i villani d'Aquilone insulti
15 Servar la pace del mio picciol regno
e con Febo alternar l'ombre salubri.
Né al piangente colono è mio diletto
Rapir l'ostello e i lavorati campi,
Ad arricchir l'opposta avida sponda,
20 Novo censo al vicin; né udir le preci
Inesaudite e gl'imprecanti voti
De le madri, che seguono da lunge
Con l'umid'occhio e con le strida il caro
Pan destinato a la fame de' figli,
25 E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l'innocua mano
Piegar l'erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti, per ornarmi il seno
E le treccie stillanti. Né gelosa
30 Tolgo a gli occhi profani il mio soggiorno,
Ma dai tersi cristalli altrui rivelo
La monda arena; anzi sovente, scesi
Dai monti Orobj, i Satiri securi
Tempran nel fresco mio la siria fiamma,
35 Col pie' caprigno intorbidando l'onda.
Forse, al par d'Aretusa e d'Acheloo,
Natal divin non vanto e sede arcana,
Sacra ai congressi de le Aonie suore;
Pur soave ed umil vassi Aganippe
40 Su la Libetride erba mormorando.
Ben so che d'altro vanto aver corona
Pretende il Re de' fiumi, e presso al Mincio,
Del primo onor geloso, ancor s'ascolta
Fremer l'onda sdegnosa arme ed amori;
45 E so ch'egli n'andò poi de la molle
Guarinia corda, or de la tua superbo;
Ma non vedi con l'irta alga natia
Splendermi il lauro in su la fronte? Salve,
Vocal colle Eupilino: a te mai sempre
50 Sul pian felice e sul sacrato clivo
Rida Bacco vermiglio e Cerer bionda;
Salve onor di mia riva: a te sovente
Scendean Febo e le Muse Eliconiadi,
Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana.
55 Quivi sovente il buon Cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello;
O traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
60 Erato bella, che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno;
Seguialo alfine, e su le tempia antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udillo rammentar piangendo,
65 Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade;
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il Genio natio movealo al canto,
E l'indomata gioventù de l'alma.
70 Or tace il plettro arguto, e ne' miei boschi
È silenzio ed orror; Te dunque invito,
Canoro spirto, a risvegliarmi intorno
Novo romor Cirreo. A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
75 E le immagini e l'estro e il furor sacro
E l'estasi soave e l'auree voci
Già di sua man rinchiuse. A te venturo
Fiorisce il dorso Brianteo; le poma
Mostra Vertunno, e con la man ti chiama.
80 Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga,
Già m'apparecchio a salutar da lunge
L'alto Eridano tuo, che al novo suono
Trarrà maravigliando il capo algoso,
E fra gl'invidi plausi de le Ninfe,
85 Bella d'un inno tuo, corrergli in seno.

XIII
IN MORTE DI CARLO IMBONATI
VERSI DI ALESSANDRO MANZONI
A GIULIA BECCARIA SUA MADRE

Ch'ambo i vestigi tuoi cerchiam piangendo.
CASA
[Gennaio 1806]

Se mai più che d'Euterpe il furor santo
E d'Erato il sospiro, o dolce madre,
L'amaro ghigno di Talia mi piacque
Non è consiglio di maligno petto.
5 Né del mio secol sozzo io già vorrei
Rimescolar la fetida belletta,
Se un raggio in terra di virtù vedessi,
Cui sacrar la mia rima. A te sovente
Così diss'io: ma poi che sospirando,
10 Come si fa di cosa amata e tolta,
Narrar t'udia di che virtù fu tempio
Il casto petto di colui che piangi;
Sarà, dicea, che di tal merto pera
Ogni memoria? E da cotanto esemplo
15 Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
Vergogna il tristo? Era la notte; e questo
Pensiero i sensi m'avea presi; quando,
Le ciglia aprendo, mi parea vederlo
Dentro limpida luce a me venire,
20 A tacit'orma. Qual mentita in tela,
Per far con gli occhi a l'egra mente inganno,
Quasi a culto, la miri, era la faccia.
Come d'infermo, cui feroce e lungo
Malor discarna, se dal sonno è vinto,
25 Che sotto i solchi del dolor, nel volto
Mostra la calma, era l'aspetto. Aperta
La fronte, e quale anco gl'ignoti affida:
Ma ricetto parea d'alti pensieri.
Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso
30 Non difficile il labbro. A me dappresso
Poi ch'e' fu fatto, placido del letto
Su la sponda si pose. Io d'abbracciarlo,
Di favellare ardea; ma irrigidita
Da timor da stupor da reverenza
35 Stette la lingua; e mi tremò la palma,
Che a l'amplesso correva. Ei dolcemente
Incominciò: Quella virtù, che crea
Di due boni l'amor, che sian tra loro
Conosciuti di cor, se non di volto,
40 A vederti mi tragge. E sai se, quando
Il mio cor ne le membra ancor battea,
Di te fu pieno; e quanta parte avesti
De gli estremi suoi moti. Or poi che dato
Non m'è, com'io bramava, a passo a passo
45 Per man guidarti su la via scoscesa,
Che anelando ho fornita, e tu cominci,
Volli almeno una volta confortarti
Di mia presenza. Io, con sommessa voce,
Com'uom, che parla al suo maggiore, e pensa
50 Ciò che dir debba, e pur dubbiando dice,
Risposi: Allor ch'io l'amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime furo; e la dolcezza
De l'esser teco presentia, chi detto
55 M'avria che tolto m'eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.
60 E come il pellegrin, che d'amor preso
Di non vista città, ver quella move;
E quando spera che la meta il paghi
Del cammin duro e lungo, e fiso osserva
Se le torri bramate apparir veggia;
65 E mira più da presso i fondamenti
Per crollo di tremuoto in su rivolti,
E le porte abbattute, e fòri e case
Tutto in ruina inospital converso;
E i meschini rimasti interrogando,
70 Con pianto ascolta raccontar dei pregi
E disegnar dei siti; a questo modo
Io sentia le tue lodi; e qual tu fosti
Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
75 Non vantator di probità, ma probo:
Com'oggi al mondo al par di te nessuno
Gusti il sapor del beneficio, e senta
Dolor de l'altrui danno. Egli ascoltava
Con volto né superbo né modesto.
80 Io rincorato proseguia: Se cura,
Se pensier di quaggiù vince l'avello
Certo so ben che il duol t'aggiunge e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto. E se possanza
85 Di pietoso desio t'avrà condotto
Fra i tuoi cari un istante, avrai veduto
Grondar la stilla del dolor sul primo
Bacio materno. Io favellava ancora,
Quand'ei l'umido ciglio e le man giunte
90 Alzando inver lo loco onde a me venne,
Mestamente sorrise, e: Se non fosse
Ch'io t'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor de le membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
95 Di Quei, ch'eterna ciò che a Lui somiglia.
Ché finch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso. A questi accenti
Chinammo il volto, e taciti ristemmo:
100 Ma per gli occhi d'entrambi il cor parlava.
Poi che il pianto e i singulti a le parole
Dieder la via, ripresi: A le sue piaghe
Sarà dittamo e latte il raccontarle
Che del tuo dolce aspetto io fui beato,
105 E ridirle i tuoi detti. Ora, per lei
Ten prego, dammi che d'un dubbio fero
Toglierla io possa. Allor che de la vita
Fosti al fin presso, o spasimo, o difetto
Di possanza vital feceti a gli occhi
110 Il dardo balenar che ti percosse?
O pur ti giunse impreveduto e mite?
Come da sonno, rispondea, si solve
Uom, che né brama né timor governa,
Dolcemente così dal mortal carco
115 Mi sentii sviluppato; e volto indietro,
Per cercar lei, che al fianco mio mi stava,
Più non la vidi. E s'anco avessi innanzi
Saputo il mio morir, per lei soltanto
Avrei pianto, e per te: se ciò non era,
120 Che dolermi dovea? Forse il partirmi
Da questa terra, ov'è il ben far portento,
E somma lode il non aver peccato?
Dove il pensier da la parola è sempre
Altro, e virtù per ogni labbro ad alta
125 Voce lodata, ma nei cor derisa;
Dov'è spento il pudor; dove sagace
Usura è fatto il beneficio, e brutta
Lussuria amor; dove sol reo si stima
Chi non compie il delitto; ove il delitto
130 Turpe non è, se fortunato; dove
Sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.
Dura è pel giusto solitario, il credi,
Dura, e pur troppo disegual, la guerra
Contra i perversi affratellati e molti.
135 Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E a l'onor vano e al lucro; e de le sale
Al gracchiar voto, e del censito volgo
Al petulante cinquettio, d'amici
140 Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,
Segui tua strada; e dal viril proposto
Non ti partir, se sai. Questa, risposi,
145 Qualsia favilla, che mia mente alluma,
Custodii, com'io valgo, e tenni viva
Finor. Né ti dirò com'io, nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo e il pasto
150 De l'insipida stoppia, il viso torsi
Da la fetente mangiatoia; e franco
M'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.
Come talor, discepolo di tale,
Cui mi saria vergogna esser maestro,
155 Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente, e ragionar con loro.
Né l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili, che oziosi sempre,
160 Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
L'operosa calunnia. A le lor grida
Silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo.
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita,
165 Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,
Se di te vero udii che la divina
De le Muse armonia poco curasti.
Sorrise alquanto, e rispondea: Qualunque
Di chiaro esempio, o di veraci carte
170 Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
In onor sommo. E venerando il nome
Fummi di lui, che ne le reggie primo
l'orma stampò de l'italo coturno:
E l'aureo manto lacerato ai grandi,
175 Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;
E di quel, che sul plettro immacolato
Cantò per me: Torna a fiorir la rosa.
Cui, di maestro a me poi fatto amico,
Con reverente affetto ammirai sempre
180 Scola e palestra di virtù. Ma sdegno
Mi fero i mille, che tu vedi un tanto
Nome usurparsi, e portar seco in Pindo
L'immondizia del trivio e l'arroganza
E i vizj lor; che di perduta fama
185 Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso
Far di lodi mercato e di strapazzi.
Stolti! Non ombra di possente amico,
Né lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco, e divin raggio di mente,
190 Che per la Grecia mendicò cantando.
Solo d'Ascra venian le fide amiche
Esulando con esso, e la mal certa
Con le destre vocali orma reggendo:
Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,
195 E Rodi a Smirna cittadin contende:
E patria ei non conosce altra che il cielo.
Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravissuti, oscura e disonesta
Canizie attende. E tacque; e scosso il capo,
200 E sporto il labbro, amaramente il torse,
Com'uom cui cosa appare ond'egli ha schifo.
Gioja il suo dir mi porse, e non ignota
Bile destommi; e replicai: Deh! vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
205 Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: su l'orma propria ei giace.
Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi: conservar la mano
210 Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir: né proferir mai verbo,
215 Che plauda al vizio, o la virtù derida.
O maestro, o, gridai, scorta amorosa,
Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio
Non mi sia spento; a governar rimani
Me, cui natura e gioventù fa cieco
220 L'ingegno, e serva la ragion del core.
Così parlava e lagrimava: al mio
Pianto ei compianse, e: Non è questa, disse,
Quella città, dove sarem compagni
Eternamente. Ora colei, cui figlio
225 Se' per natura, e per eletta amico,
Ama ed ascolta, e di filial dolcezza
L'intensa amaritudine le molci.
Dille ch'io so, ch'ella sol cerca il piede
Metter su l'orme mie; dille che i fiori,
230 Che sul mio cener spande, io gli raccolgo
E gli rendo immortali; e tal ne tesso
Serto, che sol non temerà né bruma,
Ch'io stesso in fronte riporrolle, ancora
De le sue belle lagrime irrorato.
235 Dolce tristezza, amor, d'affetti mille
Turba m'assalse; e da seder levato,
Ambo le braccia con voler tendea
A la cara cervice. A quella scossa,
Quasi al partir di sonno io mi rimasi;
240 E con l'acume del veder tentando
E con la man, solo mi vidi; e calda
Mi ritrovai la lacrima sul ciglio.

XIV
A PARTENEIDE
[1809-1810]

E tu credesti che la vista sola
Di tua casta bellezza innamorarmi
Potente non saria, che anco del suono
Di tua dolce parola il cor mi tenti,
5 Vergine Dea? Col tuo secondo Duca
Te vidi io prima, e de le sacre danze
O dimentica o schiva; e pur sì franco,
Sì numeroso il portamento e tanto
Di rosea luce ti fioriva il volto,
10 Che Diva io ti conobbi, e t'adorai.
Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta
D'amor primiero ti porgea la destra,
Di sì fidata compagnia, che primo
Giurato avrei che per trovarti ei l'erta
15 Superasse de l'Alpe, ei le tempeste
Affrontasse del Tuna, e tremebondo
Da la mobil Vertigo, e da l'ardente
Confusion battuto, in sul petroso
Orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite
20 Quegli avversarj che van sempre insieme,
Riverenza ed Amor: ma pur sì pio
Aprivi il riso, e non so che di noto
Mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,
E m'appressai securo. E quel cortese,
25 Di cui cara l'immago ed onorata
Sarammi infin che la purpurea vita
M'irrigherà le vene, a me rivolto,
Con gentil piglio la tua man levando,
Fea d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo
30 La man ti stesi; ma tremò la mano
E il cor: ché tutto in su la fronte allora
Vidi il dio sfolgorarti e tosto in mente
Chi sei mi corse, ed in che pura ed alta
Aria nutrita, ed a che scorte avvezza.
35 Mesto allor la tua vista abbandonai;
Ma l'inquieto immaginar, che sempre
Benché d'alto caduto in alto aspira,
Sovra l'aspro sentiero a vol si mosse
Del tuo viaggio, e a te fidato, al sommo
40 Stette de l'Alpe, e si librò securo
Sovra i vestigj e i desiderj umani.
Poi riverito il tuo celeste nido,
Di pensiero in pensier, di monte in monte,
Seguitando il desio, ver la mia sacra
45 Terra drizzai le penne, ed i cognati
Reti giganti valicando, alfine
Vidi l'Orobia valle. Ivi un portento
Al mio guardar s'offerse: una indistinta
Aeria forma or si movea qual pura
50 Nuvoletta d'argento, ed or di neve
Fiocco parea che un bel cespuglio vesta.
Ma pur l'immagin bella e fuggitiva
Tanto con l'occhio seguitai, che vera
Alfin m'apparve, a te simile alquanto,
55 Vergin né tocca né veduta ancora,
E d'immortal concepimento anch'ella.
Non tenea scettro, non cingea corona
Se non di fiori; e sol di questi vaga,
Fra i color mille, onde splendea distinta
60 La verdissima piaggia, or la viola,
Or la rosa sceglieva, or l'amaranto,
Tal che Matelda rimembrar mi feo,
Qual la vide il divin nostro Poeta
Ne l'alta selva da lui sol calcata.
65 Ed ecco alfin, del mio venire accorta,
Volger le luci al pellegrin parea
Piene di maraviglia, e la rosata
Faccia levando, mi parea guardarlo,
E sorridere a lui come si suole
70 Ad aspettato. E quando io, de la diva
Bellezza innebriato e del gentile
Atto, con l'ali de la mente a lei
Appressarmi tentai, se udir potessi
Come in cielo si parla, affaticate
75 Caddero l'ali de la mente, e al guardo
Tacque la bella vision. Ma sempre
Da quel momento la memoria al core
Di lei ragiona. E quando in sul mattino
Leve lo spirto dal sopor si scioglie
80 (Allor per l'aria de' pensier celesti
Libero ei vola, e da le basse voglie
De la vita mortal quasi il divide
Un deserto d'oblio), sempre in quell'ora,
Più che mai bella, quella eterea Virgo
85 Mi vien dinnanzi. Or d'oro e d'onor vani
Nessun mi parli; un solo amor mi regge,
Sola una cura: degli Orobj dorsi
Rivisitar l'asprezza, e questa Diva,
Deh mel consenta!, accompagnar primiero
90 Per le italiche ville pellegrina.
Che se l'evento il mio sperar pareggia,
Se né la vita né l'ardir mi falla,
Forse, più ardito condottier già fatto,
Te piglierò per mano; e come io valgo,
95 Maraviglia gentile a la mia sacra
Italia io mostrerotti, a quell’augusta
D'uomini Madre e d'intelletti, augusta
Di memorie nutrice e di speranze.


SERMONI
[1803-1804]

XV
I – AMORE A DELIA
SCIOLTI DI ALESSANDRO MANZONI

Amore a Delia. A te non noto ancora,
Se non di nome, io vengo, io quel di Cipri
Fra gli uomini e gli Dei fanciul famoso;
Dubbio innoltrando il pie’, che già due lustri
5 Da queste stanze ad altre sedi io trassi,
Quando la Madre tua savia divenne,
E cessò d'esser bella. Or riconosco
De' miei trionfi i monumenti; or veggio
Il fido letto, ch'io nel dì lucente,
10 La notte il sonno coniugal calcava,
E or sola, dopo il sibilar di molte
Preci e molto sbadiglio, in su la sera
L'accoglie. Imen vuol che dapprima i suoi
Seguaci il sonno abbian comune e il cibo
15 Indi fuor che la mensa a parte il tutto.
Qui gli sdegni, le tregue, indi le paci,
Indi novelli sdegni e nove paci
Lungo tempo alternati ad arte usai.
Su questa sedia or per età vetusta
20 Cader lasciossi da gelosa rabbia
Oppressa a un tratto, i languidi chiudendo
Occhi, scomposta il crin, madido il fronte
Di sudor freddo; il natural rossore
Abbandonolle il volto, e sol restovvi
25 L'imposta rosa; l'innocente lino
Provò le ingiurie de l'acuto dente.
Qui l'immaturo Giovane inesperto
Modesta accolse in pria, che dopo lungo
Conversar con Minerva e con le Muse
30 A me pur venne alfin, piena la mente
Di sermon Lazio e di raccolti Dommi.
Qui si sdegnò de l'ardir suo, qui ruppe
Un nascente sorriso, qui compose
A matronal severitade il guardo;
35 E con la dotta man compose il velo
In modo tal che ne apparisse il seno.
Placossi alfin: più debolmente alfine
L'audace man respinse; l'ostinata
Garrula voce infievolissi, e tacque;
40 E con un guardo di sdegno, e d'amore
Parea dicesse: a te do in sacrificio
Mia virtù novilustre; e stanca ormai
Di sonanti virili ispidi nèi,
Anco sentì sollicitarsi il volto
45 Da la molle lanuggine cedente
Che ancor la mano del tonsor non seppe.
Ma quali veggio a le pareti appese
Nove immagini, tetri simulacri
D'occhi incavati, e di compunti visi?
50 Oh strano cangiamento! or finta in tela
La penitente grotta di Marsiglia
Sostiene il chiodo, onde pendea dipinto
Il Latmio bosco e la Vulcania rete.
Addio pertanto, o meste stanze! A voi
55 Ritornerò quando novella Nuora
Venga a mutar le imagini e gli arredi;
E dato esiglio a le canute chierche,
I bei tumulti e i giochi e me richiami
E la letizia, di giocondi amici
60 Popolando la casa del marito.
. . . . . . . . . . . . . . .
Già i Parenti e i Congiunti e i fidi Amici
Van disegnando ne lo stuol crescente
Di te degno e di lor Genero, cui
Nuova cura di pubbliche faccende
65 E veste di pretorio oro insignita
Faccia illustre, o i non ben dimenticati,
Con l'arse pergamene e con le rase
Da l'alte porte e dai lucenti cocchi
Mistiche insegne, titoli vetusti.
70 Ben nel mio Regno inviolata io serbo
Equalitade; io spesso anche al sublime
Talamo esalto del Signor beato
Il rude Servo, a lui per indomata
Fedeltade e destrezza e pronto ingegno,
75 E a la sposa di lui per giovanili
Membra caro e per inguine possente.
Anco avran caro, a cui rivestan molti
Le Briantee colline arsi racemi,
Onor d'Insubri mense: e molti buoi
80 Rompan le pingui Lodigiane glebe
E chiomate cavalle, e quel che il latte
Dona armento minor pascan gli acquosi
Immensi prati, onde lo sguardo è vinto.
Perché tai cure oggi al giurato altare
85 Conducano i garzoni e le nolenti
Donzelle, ascolta. Acerba lite un giorno
Ebbi con Pluto; ei per vendetta Imene
D'una catena d’or tutto ricinse
E lo trasse con seco e sel fe' schiavo.
90 Ma il favor de l'eterne ali avea tolto
A sue ricerche. Egli al sacrato patto
Solo presieder volle. Io con la stessa
Catena ambo gli avvinsi, e donno e servo
Sottoposi a mia legge. Indi ei sovente
95 A viso aperto e con mentite forme
In mio favor combatte. Ei ne le ricche
Officine s'innoltra, e di lucente
Crisolito o di limpido adamante
In aureo anello o di gemmata cifra,
100 Quasi Proteo novel, prende l'aspetto.
Come talor quel che non fecer preghi
E sospiri e bellezza, egli m'ottenne!
E spesso ne' tuguri anco il condussi
Col villeggiante Cittadin, che sazio
105 Di profumate mogli, ebbe disio
Di Venere silvestre; ivi la dura
Per più Lune ad un sol serbata fede
Ruppe il fulgor del magico metallo.
Così dopo gran pugna il buon Atlante
110 A lo scudo fatal toglieva il velo,
Ricorso estremo ne le dubbie cose;
E abbagliati i Cavalli e i Cavallieri,
Facendo agli occhi de la destra schermo,
Lasciate l'arme al suol, cadean prostesi,
115 Abbandonando l'ostinato arcione.
Già intorno a te molta oziosa turba
Di Giovani s'aggira, e parte, e torna,
Come a rosa sbucciante in sul mattino
Ronzanti pecchie. Altri agli esperti inchini
120 E a le accorte parole assai più grato
Ti fia degli altri tutti; a cui matura
Gioventude le gote orna di folta
Gemina striscia, che il cammin del mento
Segna a l'orecchio. Ah fuggi, incauta, il troppo
125 Dolce periglio. Egli ne' miei misteri
Già troppo è dotto, ei sa l'ore diverse,
Che al Castaldo ed al Tempio ed a Licori
Sacre ha più d'un Marito; ei le secrete,
Non da profano pie' trite, conosce
130 Anguste scale, onde ai beati vassi
Aditi de le mogli mattutine.
Ivi è Signor, fin che di nuovo giunto
Seguace di Gradivo indi nol cacci,
Che da l'Alpi a bear venne la ricca
135 Di messi Insubria e d'uomini sinceri;
Senza cura o timor, che il mal mentito
Guascone inviso accento, onde cotanto
In fine orecchio Parigin s'offende,
I titoli smentisca, e l'ampie case,
140 Che in Lutezia ei possiede, e le cagioni
Ond'ei di Marte le abborrite insegne
Prima seguì, per evitar la cieca
Famosa falce, che trovò l'acuto
Gallico ingegno, onde accorciar con arte
145 La troppo lunga in pria strada di Lete,
E la curva strisciante in su le selci
Stridula scimitarra in rilucente
Breve spadina, ed il calzar ferrato
In nitida calzetta, che il colore
150 Agguaglia de le perle, onde Amfitrite
Il sen s'adorna e la stillante treccia,
Cangiò, come a me piacque e a l'alma Pace.
Quei de' mutati sguardi e del rivolto
Viso intende il linguaggio, e si ritira
155 Quasi Marito, ma nel cor fremendo.
E cangiato sentier, giù per le late
Scale vien saltellando, e per le vie
Cercando va col curioso sguardo
Qual fra le case abbandonata Moglie
160 Rinchiuda; ed anco da maligno Genio
Spinto, a le incaute Vergini s'appiglia,
A lor tentando il cor, non senza qualche
Sguardo a la madre e a la fedele Ancella.


XVI
II – [CONTRO I POETASTRI]

Se alcun da furia d'irritato nervo
O da grave Ciprigna o da loquace
Tosse dannato a l'odiosa coltre
Me sanator volesse, il poverello,
5 Cred'io, n'andrebbe a giudicar se vera
D'Aristippo o di Plato è la sentenza.
Venga un altro e mi dica: Il mal vicino
Deviò l'acqua dal mio fondo: a lui
Vo' mover piato e mio legal t'eleggo.
10 Fingi che, posto il trito Flacco, io tenti
Con l'inesperta man scotere il dritto
Fuor de la polve de l'enorme Baldo.
Che fia? Con danno il misero cliente,
Io con vergogna fuggirem dal Fòro,
15 Molto ridendo l'avversario e Temi.
Or d'onde è mai che il medico e il perito
Di legge osin far versi? Anzi non sia
Chi, dotto appena ad allogare un tempo
Le sparse membra di Maron, che a lui
20 Disgiunse ad arte il precettor, non creda
Poter, quando che voglia, esser poeta.
Nulla di questo appar più lieve: eppure
Tal vinse acri nemici e tenne il morso
A genti ardite, che domar non seppe
25 I numeri ritrosi: ed io conosco
Di questa plebe indocile i tumulti.
Tu, di cui su quel carme io leggo il nome,
Se onesto interrogar non è conteso,
Dimmi, sei tu poeta? — Il ciel mi guardi.
30 — Perché dunque far versi? — A le preghiere
E a lo sponsal solenne di un amico
Quattro versi negar come potea?
E sai che a figlia d'incolpato padre
Non è minor vergogna al santo giuro
35 Senza un sonetto andar, che se indotata
Porti a l'avaro conjugal piattello
La man rapace e l'affamato ventre.
Amico tal non credere che possa
Vantar l'antica età; poi che se Oreste,
40 Quando le Dire aveangli guasto il senno,
A quel suo fido d'amicizia specchio
Detto avesse: Fa’ versi, io non saprei
Se quel Pilade saggio avria potuto
Al matto amico compiacer. Ma dimmi:
45 Se per nuovo pensier questo marito
Sì t'avesse parlato: Io bramo, o caro,
Che la mia Betta o Maddalena o quale
Ch'ella si sia, come conviensi a sposa,
Esca in publico ornata; ond'io ti prego
50 Che tu con le tue man, se non ti grava,
A lei la vesta nuzial lavori:
Che detto avresti? — A le lattughe, ai bagni
Io mandato l'avrei con tanta fune,
Quanta al più pingue figlio di Francesco
55 Cinger potria l'incastigato addome.
Che se avessi obbedito, a me tal pena
Non converrebbe? Un che sartor non sia,
Se la rapace forbice e le spille
Osa trattar con le profane dita,
60 Stolto nol dici? — E chi non è poeta,
Se mai fa versi, con che nome il chiami?
O cucir drappi è più difficil opra
Che concluder poemi? A te vergogna
Sarà, se donna in publico apparisca
65 Abbigliata da te, sì che i fanciulli
Petulanti del trivio a lei d'intorno
Scaglin, gridando, i mezzi pomi e l'altre
Tante reliquie de la samia cena:
Ma onor sarà, quando a l'udir tue rime
70 Vanno in fuga le Muse, e al casto orecchio
De l'indice vocal si fanno scudo?
Io non dirò, come vantar da molti
Con riso udii, che l'arte del poeta
Sia necessaria e sacra. A l'arte prima,
75 Che dal sen de la terra a trarre insegna
Onde il mondo si nutra; a quella ond'hanno
Freno i ribaldi e sicurezza i buoni,
Tanto nome si dia. Ciò solo affermo,
Che un'arte ell'è, qual ch'ella siasi un'arte.
80 Or quale è mai scienza o disciplina
Tanto volgar, che da se stessa informi
Non sudato cerebro? Eppur non manca
Chi fogli empia di versi, onde la mente
Riposar da le pubbliche faccende
85 E dai privati affari, e per sollievo
Canti amori o battaglie, o lei che meglio
Suol gorgheggiar da l'alta scena, o quella
Che sa dir con le gambe: idolo mio.
Quando su l'orme de l'immenso Flacco
90 Con italico pie' correr volevi,
E de' potenti maledir l'orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio. Indi è che, dopo cento
95 E cento lustri, il postero fanciullo
Con balba cantilena al pedagogo
Reciterà: Torna a fiorir la rosa.
Ma Labeone al truce pedagogo
Trattar la verga non farà, né Codro
100 Al putto ignaro ruberà la cena.
La ruota, i serpi e la forata secchia,
O Pluto, a quel che col dannoso acume
Primo il tipo scoverse. A lui, di quanti
Versi in onta d'Apollo uscir da quella
105 Sua macchina infernal, rogo si faccia
D'eterne fiamme; o per maggior tormento,
Stretto a leggerli sia. Ché asciutto ancora
Su le carte febee non è l'inchiostro,
Che al torchio illustrator vanno. Ed omai
110 Tante fronde l'Aprile, e tanti sofi
L'Europa oggi non ha, né tante leggi
Già in venti lune partorì l'invitto
Senno e polmon degl'Insubri Licurghi,
115 Quanti ogni dì veggo apparir poeti.
Quando poi da lo scrigno e da le miti
Orecchie degli amici al banco aperto
De l'avaro librar passano i versi
E a le mani del volgo, a cui non lice
Dannar Flacco e Maron, laudar Pantilio,
120 E al crin di Mevio decretar corona?
Che dirò dei teatri? O sii tu servo
O duro fabbro, o venda in sui quadrivi
Castagne al volgo, un quarto di Filippo
Ti fa Visco e Quintilio. Entra e decidi.
125 Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, o la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l'armata
Destra l'infame reggia e il cielo accenna,
Odi sclamar dai palchi: Oh duri versi!
130 Oh duro amante! Dal suo fero labbro
Un ben mio! non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megacle ed Aristea, Clelia ad Orazio!
Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima,
Primo signor de l'Italo coturno?
135 Te ad imparar come si faccia il verso
De gl’Itali Aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le Ausonie scene
Or giganteggia. Al destro pie' si calza
L'alto coturno, e l'umil socco al manco;
140 Quindi va zoppicando. Informe al volto
Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso
Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
Di voci e palme un suon, che, per le cave
145 Volte romoreggiando, i lati fianchi
Scote al teatro, e fa restar per via
Maravigliato il passaggier notturno.
Io, perché de la plebe il grido insano
Non mi fieda l'orecchio, in questa cella
150 Mi chiudo, e meco i miei pensieri e libri,
Quanti con l'occhio annoverar tu possa.
Ché se alcuno è tra lor che ponga in mostra
Maldigesta dottrina o versi inetti,
Nel vimine ibernal presso al camino
155 O in loco va, che nel purgato verso
Nega pudica rammentar Talia.


XVII
III – A GIO. BATTISTA PAGANI

Saepe stylum vertas

Venezia, 25 marzo 1804

Perché, Pagani, de l'assente amico
Non immemore vivi, il ciel ti serbi
Sano e celibe sempre: or breve al tuo
Di me benigno interrogar rispondo.
5 Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra
Non chiegga di Galen; men sano alquanto
Il frammento di Giove; e non è rado
Che a purgar quei due morbi, ira ed amore,
O la smania d'onor mi giovin l'erbe
10 De l'orto Epicureo. Che se mi chiedi
A che l'ingegno giovanetto educhi:
Non a cercar come si possa in campo
Mandar più vivi a Dite, o con la forza
Nel robusto cerebro ad un volere
15 Ridur le mille volontà del volgo;
Ma misurar parole, e i miei pensieri
Chiuder con certo pie', questa è la febre,
Da cui virtù di Farmaco o di voto
Non ho speranza che sanar mi possa.
20 Pensier null'altro io m'ebbi in fin d'allora
Che a me tremante il precettor severo
Segnava l'arte, onde in parole molte
Poco senso si chiuda; ed io, vestita
La gonna di Vetturia, al figlio irato
25 Persuadea coi gonfi sillogismi
Che, posto il ferro parricida, amico
E umil tornasse e ripentito a Roma,
Allor sol degno del materno amplesso.
Me da la palla spesso e da le noci
30 Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte; né giammai di verga
Mi rosseggiò la man perché di Flacco
Recitar non sapessi i molli scherzi
O le gare di Mopso, o quel dolente:
35 “Voi che ascoltate in rime sparse il suono”.
Ed or, di pel già asperso il volto e quasi
Fra i coscritti censito, in quella mente
Vivo; e quant'ozio il fato e i tempi iniqui
A me concederanno ho stabilito
40 Consecrarlo a le Muse. Or come il mio
Furor difenda, o dolce amico, ascolta.
“Il Savio è re, libero, bello e Giove”,
Zenon barbato insegna; or, perché pari
Temeaci a lui, quel buon Figliuol di Rea
45 Temprò di molta insania il divo foco,
Onde il Deucalioneo selce s'informa.
Quindi brama talun che dal suo muro
pendan avi dipinti; altri che a lui
Ridan da l'arca impenetrabil molti
50 Cesari fulvi; altri a l'avita Pale
Nato in capanna umil vorria la veste
Sparger d'oro pretorio. Odi quest'altro:
Oh s'io posso il mio tetto alzar sul fumo
De l'umile vicino, e nel palagio
55 Entrar da quattro porte! E quei che tenta
Eccelsi fatti, onde del figlio il figlio
Di lui favelli; e seminar s'affanna
Ciò che raccolga ne la tomba? E sano
Direm colui, che di precetti spera
60 Far sano il mondo? A me più mite forse
Giove impose il far versi; a che la mente
Di sì bella follia purgar mi curo,
Onde ad altra nocente, o men soave
Dare il voto cerebro e il docil petto?
65 Or ti dirò perché piuttosto io scelga
Notar la plebe con sermon pedestre,
Che far soggetto ai numeri sonanti
Opre d’antichi eroi. Fatti e costumi
Altri da quel ch'io veggio a me ritrosa
70 Nega esprimer Talia. Che se propongo
Dir Penelope fida e il letto intatto
De l'aspettato Ulisse, ecco a la mente
Lidia m'occorre, che di frutti estrani
Feconda l'orto del marito, cui
75 Non Ilio pertinace o il vento avverso,
Ma il prego mattutino o l'affrettata
Visita de l'amico, o il diligente
Mercurio tiene ad ingrassare il censo
De l'erede non suo. L'imprese appena
80 Tento di Cincinnato e il glorioso
Ferro alternato alla callosa destra
O i Legati di Pirro innanzi al duro
Mangiator del magnanimo Legume,
Tosto Fulvio rammento, il qual pur jeri
85 Villano, oggi pretor, poco si stima
Minor di Giove, e spaventarmi crede
Con la forzata maestà del guardo.
Che se dirai, che di famose gesta
Non men che al tempo di quei prischi grandi
90 Abbonda il secol nostro, io lo confesso:
Ma non ho voce onde a cantare io vaglia
Le battaglie, le Leggi, e i rinnovati
Fra noi Greci e Quiriti, e quella cieca
Famosa falce, che trovò l'acuto
95 Gallico ingegno, onde accorciar con arte
La troppo lunga in pria strada di Lete.


XVIII
IV – PANEGIRICO A TRIMALCIONE

Poi che sdegnato dai patrizi deschi
Partissi Como, ed a la sua nemica
Temperanza diè loco, a nove mense
Bacco recando e la seguace Gioja
5 E i rari augelli e i preziosi parti
De la greggia di Proteo e i macri servi
Del biondo nume, io, del bel numer uno,
A la tua ricca mensa, o generoso
Trimalcione, lo seguo, e a l'affollata
10 Cena il mio ventre e la mia lira aggiungo.
Ma che dirò che dal tuo divo ingegno
Merti plauso indulgente? Ed al conviva
Faccia dal caro piatto ergere il grifo,
E strappi un bravo, al qual confuso e rotto
15 Contenda il varco l'occupata bocca?
Cui di tuo cuor l'altezza, e di tua mente
Non è noto l'acume? E l'infinito
Favor di Pluto e i greggi e i lati campi,
Che apprestavano un tempo al cocollato
20 Figliuol di Benedetto e di Bernardo
Gli squisiti digiuni? Io de' tuoi pregi
Il men noto finor, forse il più grande,
Farò soggetto al canto. Io di tua stirpe
Porrò in luce i gran fatti, e torrò il velo
25 A le origini auguste, a cui non giunse
Occhio profano mai; siccome un tempo
Negava il Nil le mistiche sorgenti
Al curioso adorator d'Osiri.
L'origin, dunque, gl'incrementi e i casi
30 Dimmi, immortal Camena, onde l'egregio
Trimalcion da l'occupata mente
Di Giove e da l'inglorio ozio del caos
Venne a l'onor de la beata mensa.
A quel che primo a me rammenta Euterpe
35 Piacquer l'armi eleusine e la divina
Gloria del campo: come un tempo è fama
Che profugo dal ciel di Giove il padre
Col ferro il grembo conjugal fendesse
De la gran madre de gli Dei Tellure.
40 Ma il pacifico solco e le modeste
Arti del padre fastidì l'ardente
Spirto del figlio, e salutato il tetto
Ed il natal suo regno, andò cercando
Novo campo d'onor sott'altro cielo.
45 Quei che da Troja fuggitivo e spinto
Da l'iniqua Giunon tanti anni corse
Ver la fuggente Italia, ov'ebbe alfine
L'impero e il tempio e di Maron la tromba,
Taccio innanzi a costui ch'esule, inerme,
50 Sempre in guerra con Pluto, in terre estrane
Portò su le pie spalle i Lari algenti.
Taccio Creusa e l'infelice Elissa;
Né a sue gran genti aggiungerò l'immenso
Stuol de’ piccioli Ascanii, ond'egli accrebbe
55 Le discorse città. Te sol rammento,
Vergin bella e pudica, unico frutto
Di stabile Imeneo, te che sdegnasti
Giunger tua destra a mortal destra, e il Divo
Nome sacro de' tuoi cedere al nome
60 Di terrestre marito. Ohimè! recisa
Dunque è l'augusta pianta! Or dove sono
Gli sperati nipoti ed il promesso
Trimalcione? E tu il comporti, o Giove?
Ma che favello io stolto? Ecco, oh stupore!
65 Sotto la zona verginal, che appesa
Al profano sacello Amor non vide,
Crescer l'intatto grembo; e viva e vera
Uscirne al mondo l'insperata prole.
Di qual semenza, di qual gente assai
70 Fu contesa fra il volgo. A me, dal volgo
Tratto in disparte, la fatal cortina
Rimove Apollo, ove i gran fatti ei cela.
E m'accenna col dito il ferreo Marte
Che in remota selvetta il santo rito
75 d'Ilia rinnova, e l'atterrita virgo
Che per fuggir s'affanna, rispingendo
L'istante Nume, e fassi invano usbergo
Le inviolate bende, e scuoter tenta
Il futuro Quirin, che il destinato
80 Alvo ricerca, e il puro seggio occupa;
E Amor che sorridendo i rami affolta,
Ed intricando i pronubi virgulti
Fa siepe intorno, e la facella ammorza,
Perché maligno non penetri il guardo!
85 Tanta agli Dei di sì gran gente è cura!
Né il sangue avito ed il natal divino
Smentì il marzio fanciullo; anzi l'antico
Padre emulando dei rettor del mondo
Sparse il fraterno sangue, e quanti e quali
90 Entro il solco fatal Romolo accolse
Volle compagni al fianco. Oh! qual s'avanza
D'amore esemplo e di gentili studj
Nobilissima coppia? Io vi saluto,
Chiari gemelli, onde la fama è vinta
95 Del prisco ovo di Leda: e te cui piacque
Impor cavalli al cocchio: e te che amasti
Nei fori e ne le vie sacre a Diana
Scagliar pietre volanti, ed incombente
Corpo atterrar di poderoso atleta.
100 Che più vi resta? Alti nel ciel locarvi
Fra il Cancro ardente e il rapitor d'Europa.
Raggio invocato ai pallidi nocchieri,
E accoglier miti con sereno volto
Da le salvate prore inni votivi.
105 Spesso Saturnio e il popol suo degnaro,
Velato intorno di mortal sembianza
L'inostensibil Dio, scender dal cielo
A popolar la terra. Il sa di Acrisio
La invan triplice torre: il sa la bella
110 Sicula piaggia che mirò presente
L'amante Pluto e vide il puro cielo
Contaminato d'infernal tenebra
Ed immonda favilla, e allividite
L'erbe e i fior pesti da l'ugne fuggenti
115 Dei corsieri d'Averno, e i chiari fonti
Arsi al passar de le roventi rote.
Né pochi eroi di sempiterno seme
Creati o di divin concepimento
Vanta l'evo primier; ma poi che mista,
120 E adulterata di mortal semenza
Cresce la stirpe, ne la turba immensa
Dei morituri si confonde, e accusa
La comun pasta del Giapezio loto.
Non così l'alta stirpe, onde cantiamo,
125 Muse figlie di Giove; anzi dal suolo
Poggia a le sfere, e per sublimi gradi
De' semidei terrestri ascende ai Numi.
Ché un Dio ben è colui che segue, al pari
Del facondo Cillenio abil messaggio
130 Di nunzi arcani e con giocoso furto
Al par destro a celar quanto gli piacque.
Quale stupor se a tanto senno, a tanta
Virtù mercede infami ceppi e dira
Croce donar di Pirra i ciechi figli!
135 O degnato abitar l'ingrata terra,
Perché, divo immortal, perché patisti
Sì ratto esserci tolto? Oh se a la nostra
Età più saggia eri servato, allora
Che i primi fasci a noi recò Sofia,
140 Te gran lator di legge e del comune
Dritto tutor sui clamorosi scanni
Mirato avria lo stupefatto volgo.
Or m'aprite Elicona, o Dee sorelle,
Abitatrici dell'Olimpia rocca
145 Che alta la cima infra le nubi asconde,
Ov'io poeta or salgo. E qual di voi
Tant'alto il canto mio sciorrà, ch'io vaglia
Con degno verso celebrar, se tanto
Lice a lingua mortal, de l'arbor sacro
150 L'estreme frondi, onde il gran frutto è nato
Ch'io qui presente adoro? Ei l'arti vostre
Seguir degnossi, e il nome suo risplende
Negli annali di Pindo. Ei sol potea
Cantar se stesso; io le famose gesta
155 Di tenue Musa adombrerò qual posso.
E certo al nascer suo l'acuto ingegno
Invase auspice Febo. Ospite muro
Né certa patria a lui concesse il fato,
Né d’altro avea del suo fuor che la lira.
160 Tal che il sommo poeta, ohimè! vergogna!
Fu costretto a varcar le iberne cime;
E in man recando la frassinea cetra
Ed il Dircio turcasso, andò gli orecchi
A lusingar de gli unguentati eroi
165 E del Mavorzio mercator britanno.
Poi che la sorte e l'onorate prove
Di Guerrino ei cantava, e i detti alteri,
Gl'incantati palagi e l'aste infrante,
Gli arcion vuotati e le guerriere vergini
170 Dei convivi d'Artur. Né tu, ch'io creda,
A contesa verrai, benché ti vanti
Secondo ad Alighier, primo ad ogni altro,
Eridanio cantore. I merti e l'opre
Di quella tacerò che a lui fu sposa,
175 Madre a Trimalcion. Che non, se cento
Bocche a voce di bronzo in petto avessi,
Potrei dir tanto che il soggetto adegui.
Sol questo io canterò, ch'ella fu prima
Di Venere ministra e dei suoi doni
180 Larga dispensatrice: e se null'altra
Luce di padri e nobiltà di sangue
Ell'avesse quaggiù, ciò fora assai
Per collocarla infra l'eccelse dame.
Or chi m'apre il futuro? Oh qual vegg'io
185 Schiera d'eroi non nati! Ecco togati
Vindici de le leggi e d'oro aspersi
Correttori di popoli. Tremate,
Barbare madri: ecco i guerrier di Marte.
Oh quanto sangue a voi sovrasta! Oh quanto
190 Pianger pe' figli in stranio suol sepolti!
Ma dove siamo, o Febo? Io te sì ratto
Seguia con l'ale del pensier su l'alte
Cime di Pindo, che sul desco adorno
Il fagian si raffredda, ed il valletto
195 Toglier l'onor già de la mensa anela;
E me a l'usato uffizio e al lavor dolce
Chiama il rinato lamentar del ventre.


POEMETTI

XIX
DEL TRIONFO DELLA LIBERTÀ
[1801]

CANTO PRIMO

Coronata di rose e di viole
Scendea di Giano a rinserrar le porte
La bella Pace pel cammin del sole,
E le spade stringea d'aspre ritorte,
5 E cancellava con l'orme divine
I luridi vestigi de la morte;
E la canizie de le pigre brine
Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
Si rivestian le valli e le colline;
10 Quand'io fui tratto in parte, io non so come,
Io non so con qual possa o con quai piume,
Quasi sgravato da le terree some.
E mi ferì le luci un vivo lume [ ],
Ove non potea l'occhio essere inteso,
15 E vinto fu del mio veder l'acume,
Com'uom che da profondo sonno è preso,
Se una vivida luce lo percote,
Onde subitamente è l'occhio offeso,
Le confuse palpebre agita e scote,
20 Né può serrarle, né fissarle in lei,
Che sua virtute sostener non puote;
Così vinti cadevan gli occhi miei,
Ma il Ciel forze lor diè più che mortali,
Da sostener la vista de gli Dei.
25 Non cred'io già che fosser questi frali
Occhi deboli e corti e spesso infidi,
Cui non lice fissar cose immortali.
Forse fu, s'egli è ver che in noi s'annidi,
Parte miglior che de le membra è donna;
30 Onde come io non so, so ben ch'io vidi.
Vidi una Dea; nulla era in lei di donna,
Non era l'andar suo cosa mortale [ ],
Né mai fu tale che vestisse gonna.
Di portamento altera [ ], e quanta e quale
35 Su gli astri incede quella al maggior Dio
Del talamo consorte e del natale.
Nobile, umano, maestoso e pio
Era lo sguardo, e l'armonia celeste
Comprenderla non può chi non l'udio.
40 Sovra l'uso mortal fulgida veste
Copre le sante immacolate membra,
E svela in parte le fattezze oneste.
Tessuta è in Paradiso, e un velo sembra;
Ma a tanto già non giunge uman lavoro;
45 Oh con quanto stupor me ne rimembra!
Siede su cocchio di finissim'oro
Umilemente altera, ed il decenne
Berretto il crine affrena, aureo decoro.
Stringe la manca la fatal bipenne,
50 E l'altra il brando scotitor de' troni,
Onde a cotanta altezza e poter venne
La gran madre de' Fabj e de' Scipioni;
Sotto cui vide i Regi incatenati
Curvar l'alte cervici umili e proni.
55 Pronte a' suoi cenni stanle d'ambo i lati
Due Dive, dal cui sdegno e dal cui riso
Pendon de l'universo incerti i fati.
L'una è soave e mansueta in viso,
E stringe con la destra il santo ulivo,
60 E il mondo rasserena d'un sorriso.
E l'altra è la ministra di Gradivo,
Che si pasce di gemiti e d'affanni,
E tinge il lauro in sanguinoso rivo.
Due bandiere scotean de l'aure i vanni;
65 Su l'una scritto sta: Pace a le genti,
Su l'altra si leggea: Guerra ai Tiranni.
Taceano al lor passar l'ire de' venti,
Che, survolando intorno al sacro scritto,
Lo baciavano umili e reverenti.
70 Quinci è Colei, che del comun diritto
Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
Sol diseguai per merto o per delitto;
E se vede che un capo in alto saglia,
E sdegni assoggettarsi a la sua libra,
75 Alza la scure adeguatrice, e taglia.
E con la destra alto sospende e libra
L'intatta inesorabile bilancia,
Ove merto e virtù si pesa e libra.
Non del sangue il valor, ch'è lieve ciancia,
80 E tanto nocque alle cittadi, e nuoce;
E sal Lamagna, e 'l seppe Italia e Francia.
Dolce in vista ed umano e in un feroce
Quindi era il patrio Amor, che ai figli suoi
Il cor con l'alma face infiamma e cuoce;
85 E i servi trasformar puote in Eroi,
E non teme il fragor di tue ritorte,
O Tirannia, né de' metalli tuoi;
Non quella cieca che si chiama sorte,
Che i vili in Ciel locaro, e fecer Diva;
90 E scritto ha in petto: O Libertate o morte.
D'ogn'intorno commosso il suol fioriva,
L'aura si fea più pura e più serena,
E sorridea la fortunata riva.
E a color che fuggir l'aspra catena,
95 Prorompeva su gli occhi e su le labbia
Impetuosa del piacer la piena;
Come augel, che fuggì l'antica gabbia,
Or vola irrequieto tra le frondi,
Rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia.
100 Quindi s'udian romor cupi e profondi,
Un franger di corone e di catene,
Un fremer di Tiranni moribondi.
Impugnando un flagel d'anfesibene
La Tirannia giacevasi da canto,
105 E si graffiava le villose gene.
E i torbid'occhi si copria col manto;
Ché la luce vincea l'atre palpebre,
E le spremea da le pupille il pianto;
Come notturno augel, che le latebre
110 Ospiti cerca allor che il Sole incalza
Ne' buj recinti l'orride tenebre.
Èvvi una cruda, che uno stile innalza,
E 'l caccia in mano a l'uomo e dice: Scanna,
E forsennata va di balza in balza.
115 Nera coppa di sangue ella tracanna,
E lacerando umane membra a brani,
Le spinge dentro a l'insaziabil canna.
E con tabe-grondanti orride mani
I sacrileghi don su l'ara pone,
120 E osa tendere al Ciel gli occhi profani.
Che più? Sue crudeltati ai Numi appone,
E fa ministro il Ciel di sue vendette;
E il volgo la chiamò Religione.
Si scolorar le faccie maledette,
125 E l'una a l'altra larva s'avviticchia,
E stan fra lor sì avviluppate e strette,
Che il cor de l'una al sen de l'altra picchia,
Ansando in petto, e trabalzando, e poscia
La coppia abbominosa si rannicchia.
130 Qual'è lo can che tremando s'accoscia,
Se il signor con la verga alto il minaccia,
Tal ristrinsersi i mostri per l'angoscia.
Ma poi che di quell'altra in su la faccia
Vide languir la moribonda speme,
135 Colei che in sacri ceppi il volgo allaccia,
Incorolla dicendo: E mute insieme
Morremo e inoperose? e il nostro lutto
Fia di letizia a chi 'l procaccia seme?
Tutto si tenti e si ritenti tutto;
140 E se morire è forza pur, si moja [ ],
Ma acerbo il mondo ne raccolga frutto.
Qualunque aspira a Libertate moja,
Né onor di tomba o pianto abbia il ribaldo.
E l'altra surse e gorgogliava: Moja.
145 Moja, sì moja, e temerario e baldo
Cerchi in Inferno Libertade; il fio
Paghi col sangue fumeggiante e caldo.
Acuto allor s'intese un sibilio
Via per le chiome ed un divincolarsi
150 E di morsi e percosse un mormorio.
Poscia terribilmente sollevarsi
E un barlume di speme fu veduto
Brillar sui ceffi lividi e riarsi;
Come allor che nel fosco aer sparuto
155 In fra 'l notturno vel si mostra e fugge
Un focherello passeggiero e muto.
L'infame coppia si rosicchia e sugge
Di preda ingorda la terribil ugna,
Si picchia i lombi risonanti e rugge.
160 Contra miglior voler voler mal pugna [ ];
E fra la vil perfidia e la virtute
Secura è sempre e disegual la pugna.
Ma stavan l'aure pensierose e mute,
E il Ciel di brama e di timor conquiso,
165 E pendevan le rive irresolute.
La Dea mirolle, e rise un cotal riso [ ]
Di scherno e di disdegno, che dipinge
Di gioja al giusto, al rio di tema il viso.
E immobile in suo seggio il cocchio spinge
170 Su le attonite larve, e le fracassa,
E l'auree rote del lor sangue tinge.
Né per timore o per desio s'abbassa,
Ma disdegnosa e nobile in sua possa
Alteramente le sogguarda, e passa.
175 Fumò la terra di quel sangue rossa,
Ond'esalava abbominoso lezzo,
E da l'ime radici ne fu scossa.
Ondeggia, crolla, e alfin si spacca, il mezzo
Apre del sen tenebricoso, e ingoja
180 Quei vituperj, e parne aver ribrezzo.
Quinci acuto s'udì grido di gioja,
E quindi un fioco rimbombar di duolo,
Simile a rugghio di Leon che moja.
S'alzò tre volte, e tre ricadde al suolo
185 Spossata e vinta l'Aquila grifagna,
Ché l'arse penne ricusaro il volo.
Alfin, strisciando dietro a la campagna,
Le mozze ali e le tronche ugne, fuggio
A gl'intimi recessi di Lamagna.
190 Allor prese i Tiranni un brividio,
Che gli fe' paventar de la lor sorte,
E mal frenato in su le gote uscio,
E gliele tinse d'un color di morte.


CANTO SECONDO

Col pensier, con gli orecchi e con le ciglia
I' era immerso in quell'altera vista,
Come colui che tace e maraviglia;
Qual dicon che de' Spirti in fra la lista,
5 Stette mirando le magiche note
Il furente [ ] di Patmo Evangelista.
Quand'io vidi la Dea, che su l'immote
Maladette sorelle il cocchio spinse,
E su le infami cigolar le rote,
10 Primamente un terror freddo mi strinse,
Poi surse in petto con subita forza
La letizia, che l'altro affetto estinse.
Qual se fiamma divora arida scorza
Avidamente, e d'improvviso d'acque
15 Talun l'inonda, subito s'ammorza,
Così sotto la gioja il timor giacque;
Poi surse un novo di stupore affetto,
E l'uno e l'altro moto in sen mi tacque.
Però ch'io vidi un bel drappello eletto
20 Di Lor che sordi furo al proprio danno,
Caldi d'amor di Libertade il petto.
Vidi colui che contro al rio Tiranno
Fe' la vendetta del superbo strupo [ ],
Poi che s'avvide del lascivo inganno,
25 E corse furioso, come lupo,
Se mai rapace cacciator gli fura
I cari figli dal natio dirupo.
E seco è Lei, che d'alma intatta e pura,
Benché polluta ne la spoglia in vita,
30 Lavò col sangue la non sua lordura.
Quei che ritolse ai figli suoi la vita,
Poi che ne fero uso malvagio e rio,
Immolando a la Patria, ostia gradita,
L'affetto di parente, e dir s'udio:
35 Quei che di fede a la sua patria manca
Non è figlio di Roma, e non è mio.
Siegue Quei che la destra ardita e franca
Cacciò fremendo ne le fiamme pie,
E fe' tremar Porsenna colla manca.
40 Ve' la Vergin che corse a le natie
Piaggie, fuggendo del Tiranno l'onte,
Per le amiche del Tebro ospite vie.
Ecco quel forte, che al famoso ponte
Contra l'Etruria congiurata tenne
45 Ferme le piante e immobile la fronte.
E l'urto d'un esercito sostenne,
E contra mille e mille lancie stette,
Onde immortale a' posteri divenne.
Ma ben poria le più sottili erbette
50 Annoverar nel prato e 'n ciel le stelle
E le arene nel mar minute e strette
Chi noverar volesse l'alme belle
Ch'ivi eran, di valore inclito speglio,
Sol de la Patria e di Virtute ancelle.
55 Sorgea fra gli altri il generoso Veglio,
Che involò del Tiranno ai sozzi orgogli
La figlia intatta, e ben fu morte il meglio.
Fu la figlia che disse al padre: Cogli
Questo immaturo fior: tu mi donasti
60 Queste misere membra, e tu le togli,
Pria che impudico ardir le incesti e guasti;
E in quello cadde il colpo, e impallidiro
Le guancie e i membri intemerati e casti,
E uscì dal puro sen l'ultimo spiro,
65 Ed a la vista orribile fremea
Il superbo e deluso Decemviro,
Cui stimolava la digiuna e rea
Libidine, e struggea l'insana rabbia,
Che i già protesi invan nervi rodea;
70 Qual lupo, che la preda perdut'abbia,
Batte per fame l'avida mascella,
Rugge, e s'addenta le digiune labbia.
Quindi segue una coppia rara e bella,
Che ria di ben oprar mercede colse
75 Ahi! da la Patria troppo ingrata e fella.
V'è quel grande che Roma ai ceppi tolse,
Indi de l'Afro le superbe mine
E le audaci speranze in lui rivolse:
Per cui sovra le libiche ruine
80 Vide Roma discesa al gran tragitto
Il fulgor de le fiaccole Latine.
E quei che Magno detto era ed invitto,
Che, insiem con Libertà, spoglia schernita
Giacque su l'infedel sabbia d'Egitto.
85 V'era la non mai doma Alma, che ardita
Temé la servitù più de la morte,
Amò la Libertà più de la vita;
Dicendo: Poi che la nimica sorte
Tanto è contraria a Libertate, e invano
90 La terribile armò destra quel forte,
Alzisi omai la generosa mano,
E l'alma fugga pria che servir l'empio,
Ch'io nacqui e vissi e vo' morir Romano.
E seco è Lei, che con novello scempio
95 Dietro la fuggitiva Libertate
Corse animata dal paterno esempio.
Quindi un drappel venia d'ombre onorate
Sacre a la patria, che di sangue diro
Ne spruzzar le ruine inonorate.
100 Bruto primo sorgea, che torvi in giro
Pria torse i lumi, indi a Roma gli volse,
E da l'imo del cor trasse un sospiro.
E a l'ombre circostanti si rivolse,
In cui non fu la virtù patria doma,
105 Indi la lingua in tai parole sciolse:
Ahi cara Patria! Ahi Roma! ah! non più Roma,
Or che strappotti il glorioso lauro
Invida man da la vittrice chioma.
Ov'è l'antico di virtù tesauro?
110 Ove, ove una verace alma Latina?
Ove un Curio, un Fabricio, ove uno Scauro?
Ahi! de la Libertà l'ampia ruina
Tutto si trasse ne la notte eterna,
Ed or serva sei fatta di reina;
115 Ché il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.
E i Druidi porporati: oh casta, oh santa
Turba di Lupi mansueti in mostra,
120 Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta!
E il popol reverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dii
Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!
Che valse a me di sacri ferri e pii
125 Armar le destre, e franger la catena?
Lasso! e per chi la grande impresa ardii?
Spento un Tiranno, un altro surse, piena
Di schiavi de la terra era la Donna,
Infin che strinse la temuta abena
130 Quei che la Galilea dimessa donna
Trasse dal fango, e i membri sozzi e nudi
Vestì di tolta altrui fulgida gonna;
E maritolla a’ suoi nefandi Drudi [ ]
Incestamente, e al vecchio Sacerdote
135 A la canna scappato e a le paludi,
Che infallibil divino a le devote
Genti s'infinse, che a la Putta astuta
Prestaro omaggio e le fornir la dote.
E nel Roman bordello prostituta,
140 Vile, superba, sozza e scellerata
Al maggior offerente era venduta.
Ivi un postribol fece, ove sfacciata
Facea di sé mercato, ed a' suoi Proci
Dispensava ora un detto, ora un'occhiata.
145 Ma poi che ferma in trono fu, feroci
Sensi vestì, l'armi si cinse, e infece
D'innocuo sangue le mal compre croci.
E sue ministre ira e vendetta fece,
L'inganno, la viltà, la scelleranza,
150 E fe' sua legge: Quel che giova lece.
Quindi la maladetta Intolleranza
Del detto e del pensier, quindi Sofia
Stretta in catene, e in trono l'Ignoranza.
O ditel voi, che di saver sì ria
155 Mercede aveste di sospiri e pianto
Da l'empia de l'ingegno tirannia.
O ditel voi, ch'io già non son da tanto;
Gridino l'ossa inonorate, e il suono
A l'Indo ne pervenga e al Garamanto.
160 Questi i diletti de l'Eterno sono?
Questi i ministri del divin volere?
E questi è un Dio di pace e di perdono?
Dillo, o gran Tosco, tu, che de le spere
Librasti il moto, e a’ tuoi nepoti un varco
165 Di veritate apristi e di sapere.
Contra te i dardi dal diabolic'arco
Sfrenò l'invidia, e contra i tuoi sistemi
Indarno trasse in campo e Luca e Marco.
Empj! che di ragione i divi semi
170 Spegner tentaro ne gli umani petti,
E colpirono il ver con gli anatemi.
Van predicando un Nume, e a' suoi precetti
Fan fronte apertamente, e a chi gl'imita
Fulminan le censure e gl'interdetti.
175 Povera, disprezzata, umil la vita
Quel che tu adori in Galilea menava,
E tu suo servo in Roma un Sibarita.
O greggia stolta, temeraria e prava,
Che col suo Nume e con se stessa pugna;
180 Di Dio non già, ma di sue voglie schiava.
Altri nemico di se stesso impugna
Crudo flagello, e il sangue fonde, e 'l fura,
A la Patria, e de' suoi dritti a la pugna,
Devoto suicida, ed a la dura
185 Verginità consacrasi, i desiri
Soffocando e le voci di natura.
Stolto crudel, che fai? de' tuoi martiri
Forse l'amante comun Padre frue?
O si pasce di sangue e di sospiri?
190 Oh stolto! Ei nel tuo core, Ei con le sue
Dita divine la diversa brama
Pose Colui, che disse “sia”, e fue.
Ei con la voce di natura chiama
Tutti ad amarsi, e gli uomini accompagna,
195 E va d'ognuno al cor ripetendo: Ama.
E tu fuggi colei che per compagna
Ei ti diede, e i fratei credi nemici,
E invan natura, invan grida e si lagna.
E tal sotto i flagelli ed i cilici
200 Cela i pugnali, e vassi a capo chino
Meditando veleni e malefici.
O degenere figlia di Quirino,
Che i tuoi prodi obliando, al Galileo
Cedesti i fasci del valor Latino,
205 Questi sono i tuoi Cati, e in sul Tarpeo
Dei nostri figli si fan scherno e gioco...
Ma qui si tacque, e dir più non poteo;
Ché tal la carità del natio loco
Lo strinse, e sì l'oppresse, che morio
210 La voce in un sospir languido e fioco.
Quindi tra le commosse ombre s'udio
Sorgere un roco ed indistinto gemito,
Poscia un cupo e profondo mormorio;
Sì come allor che con interno tremito
215 Quassano i venti il suol che ne rimbomba,
S'ode sonar da lunge un sordo fremito,
Che tra le foglie via mormora e romba.


CANTO TERZO

I tronchi detti e il lagrimoso volto
Di quella generosa Anima bella
Avean là tutto il mio pensier raccolto,
Quando tutto a sé 'l trasse una novella
5 Turba, che di rincontro a me venia,
D'abito più recente e di favella.
Confuso e irresoluto io me ne gìa,
Com'uom che in terra sconosciuta mova,
Che lento lento dubbiando s'avvia.
10 Ed erano color che per la nova
Libertade s'alzar fra l'alme prime,
Di sé lasciando memoranda prova.
Grandeggiava fra queste una sublime
Alma, come fra 'l salcio umile e l'orno [ ]
15 Torreggian de' cipressi alto le cime.
Avea di belle piaghe il seno adorno,
Che vibravan di luce accesa lampa,
E fean più chiaro quel sereno giorno;
Ché men rifulge il sol quando più avvampa,
20 E sovra noi da lo stellato arringo
L'orme fiammanti più diritte stampa.
Allor ch'egli me vide il pie' ramingo
Traggere incerto per l'ignota riva,
Meditabondo, tacito e solingo,
25 A me corse, gridando: Anima viva,
Che qua se' giunta, u' solo per virtute,
E per amor di Libertà s'arriva;
Italia mia che fa? di sue ferute
È sana alfine? è in Libertate? è in calma?
30 O guerra ancor la strazia e servitute?
Io prodigo le fui di non vil alma,
E nel cruento suo grembo ospitale
Giacqui barbaro pondo, estrania salma.
35 Né m'accolse nel seno il suol natale,
Né dolce in su le ceneri agghiacciate
Il suon discese del materno vale.
Barbaro estranio tu? non son sì ingrate
L'anime Italiane, e non è spento
L'antico senso in lor de la pietate.
40 Oh qual non fece Insubria mia lamento
Più sul tuo fato, che sul suo periglio!
Ahi! con lagrime ancor me ne rammento.
E te, discinta e scarmigliata, figlio
Chiamò, baciando il tronco amato e santo,
45 E con la destra ti compose il ciglio.
E adorò 'l tuo cipresso al quale accanto
Il caro germogliò lauro e l'ulivo,
Che i rai le terse del bilustre pianto.
Li terse? Ahi no! ché a lei costonne un rivo,
50 Che inondò i membri inanimati e rubri
Di te, che 'n cielo e ne' bei cor se' vivo.
Deh! resti a noi, dicean le rive Insubri,
Deh! resti a noi, ma l'onorata spoglia
Trasse Francia gelosa a' suoi delubri.
55 Ma de l'itala sorte, onde t'invoglia
Tanto desio, come farò parola?
Ché un seme di Tiranni vi germoglia.
E sotto al giogo de la greve stola
La gran Donna del Lazio il collo spinse,
60 E guata le catene, e si consola.
E Partenope serve a lei, che vinse
In crudeltà la Maga empia di Colco,
E de' più disumani il grido estinse.
Ed il Siculo e 'l Calabro bifolco
65 Frange a crudo signor le dure glebe,
E riga di sudore il non suo solco.
Al mio dir disiosa urtò la plebe
Un'ombra, sì com'irco spinge e cozza
In su l'uscita le ammucchiate zebe.
70 Avea i luridi solchi in su la strozza
Del capestro, e la guancia scarna e smunta,
E la chioma di polve e sangue sozza.
E' surse de le piante in su la punta,
Come chi brama violenta tocca,
75 E uno sciame d'affetti in sen gli spunta,
Ed il cor sopraffatto ne trabocca
Inondato e sommerso, e l'alma fugge [ ]
Su la fronte, su gli occhi e su la bocca.
Poi gridò: L'empia vive, e non l'adugge
80 Il telo, che temuto è sì là giue?
E 'l dolce lume ancor per gli occhi sugge? [ ]
Né pur la pena di sue colpe lue,
Ma vive, e vive trionfante, e regna:
Regna, e del frutto di sue colpe frue.
85 O tu, diss'io, che sì contra l'indegna
Ardi, che in crudeltate al mondo è sola,
Spiegami il duol che sì l'alma t'impregna.
Più volte egli tentò formar parola,
Ma sul cor ripiombò tronca la voce;
90 Che 'l duol la sospingeva ne la gola;
Sì come arretra il suo corso veloce,
E spumeggia e gorgoglia onda restia,
Se impedimento incontra in su la foce.
Ma poi che vinse il duol la cortesia,
95 E per le secche fauci il varco aperse,
E fu spianata al ragionar la via,
Gridò: Tu vuoi ch'io fuor dal seno verse
Il duol, che tanto già mi punse e punge,
Se pur si puote anco qua su dolerse.
100 Ma in quale arena mai grido non giunge [ ]
Di sua nequizia e de' fatti empi e rei?
E sia pur, quanto esser si voglia, lunge.
Io di sua crudeltà la prova fei,
E giacqui ostia innocente in su l'arena,
105 Per amor de la Patria e di Costei,
Di ciò l'alma e la bocca ebbi ognor piena,
Che a me fu sempre fida stella e duce,
Ed or mi paga la sofferta pena.
Poi che apparve un'incerta e dubbia luce
110 Sovra l'Italia addormentata, e sparve,
Onde la notte nereggiò più truce,
E una benigna Libertade apparve,
Che al duro appena ci rapì servaggio,
Indi sparì come notturne larve,
115 Io corsi là, com'a un lontano raggio
Correndo e ansando il pellegrin s'affretta,
Smarrito fra 'l notturno ermo viaggio.
Ahi breve umana gioja ed imperfetta!
Venne, con l'armi no, con le catene
120 Una ciurma di schiavi maladetta.
E gli abeti secati a le Rutene
Canute selve del Cumeo Nettuno
Gravaro il dorso, e ne radean le arene.
Corse fremendo ed ululando il bruno
125 Tartaro antropofàgo, che per fame
Spalanca l'atro gorgozzul digiuno.
E l'Anglo avaro, che mercato infame
Fa de le umane vite, e in quella sciarra
Lo spinsero de l'or le ingorde brame.
130 Né più i solchi radea sicula marra,
Né più la falce, ma le verdi biade
Mieteva la cosacca scimitarra.
E non bastar le peregrine spade;
Ché la Patria ancor essa, ahi danno estremo!
135 Vomitò contra sé fiere masnade.
Ahi che in pensando ancor ne scoppio e fremo!
Qual dal carcer sboccato e qual dal chiostro,
Qual tolto al pastorale e quale al remo.
Oh ciurma infame! e un porporato mostro
140 Duce si fe' de le ribelli squadre,
Celando i ferri sotto al fulgid'ostro.
Costor le mani violente e ladre
Commiser ne la Patria, e tutta quanta
D'empie ferite ricovrir la madre.
145 Di Libertà la tenerella pianta
Crollar, sì come d'Eolo irato il figlio
L'aereo pin da le radici schianta.
Poscia un confuso regnava bisbiglio,
Un sordo mormorar fra denti ed una
150 Paura, un cupo sovvolger di ciglio;
Come allor che da lunge il ciel s'imbruna,
Siede sul mar, che a poco a poco s'ange,
Una calma che annunzia la fortuna;
Mentre cigola il vento, che si frange
155 Tra le canne palustri, e cupo e fioco
Rotto dai duri massi il fiotto piange.
Ma surse irata la procella, poco
Durò la calma e quel servir tranquillo;
Sangue al pianto successe e ferro e foco.
160 E l'aer muto ruppe acuto squillo
Annunziator di stragi, e sulla torre
L'atro di morte sventolò vessillo.
Il furor per le vie rabido scorre,
E con grida i satelliti, e con cenni
165 Incora e sprona, e a nova strage corre.
Allor s'ode uno strider di bipenni,
Un cupo scroscio di mannaje. Ahi come
Oltre veder con questi occhi sostenni!
Chi solo amò di Libertate il nome,
170 O appena il proferì, dai sacri lari
Strappato e strascinato è per le chiome.
Ai casti letti venian que' sicari,
Qual di lupi digiuni atro drappello,
D'oro e di sangue e di null'altro avari.
175 E invan le spose al violato ostello,
Di lagrime bagnando il sen discinto,
Fean con la debil man vano puntello;
Ché fin fu il ferro, ahimè! cacciato e spinto
Entro il seno pregnante: oh scelleranza!
180 E il ferro, il ferro da l'orror fu vinto.
Gli empj no, che con fiera dilettanza
Pascean gli sguardi disiosi e cupi,
E fean periglio di crudel costanza.
E i pargoletti a que' feroci lupi
185 Con un sorriso protendean le mani,
Con un sorriso da spetrar le rupi.
Ed essi, oh snaturati! oh in volti umani
Tigri! col ferro rimovean l'amplesso,
E fean le membra tenerelle a brani.
190 Non era il grido ed il sospir concesso;
Era delitto il lagrimar, delitto
Un detto, un guardo ed il silenzio istesso.
Morte gridava irrevocando editto.
La coronata e la mitrata stizza
195 L'avean col sangue d'innocenti scritto.
Intanto a mille eroi l'anima schizza
Dal gorgozzule oppresso, e brancolando
Il tronco informe su l'arena guizza.
Anelando, fremendo, mugolando
200 Gli spirti uscien da' straziati tronchi,
Non il lor danno, ma il comun plorando.
Ivi sorgean due smisurati tronchi,
Cui l'adunato sangue era lavacro,
E d'intorno eran membri e capi cionchi.
205 Quinci era il tronco infame a morte sacro,
Irto e spumoso di sanguigna gruma,
Quindi stava di Cristo il simulacro;
E il percotea la fluttuante schiuma,
Che fea del sangue e de la tabe il lago,
210 Che ferve e bolle e orrendamente fuma.
Fiero portento allor si vide, un vago
Spettro spinto da voglia empia ed infame
Lieto aggirarsi intorno al tristo brago.
Avidamente pria fiutò il carname,
215 E rallegrossi, e poi con un sogghigno
Guatò de' semivivi il bulicame.
Quindi il muso tuffò smilzo ed arcigno,
E il diguazzò per entro a la fiumana,
E il labbro si lambì gonfio e sanguigno.
220 Come rabido lupo si distana,
Se a le nari gli vien di sangue puzza,
E ringhia e arrota la digiuna scana,
E guata intorno sospicando, e aguzza
Gli orecchi e ognor s'arretra in su i vestigi,
225 Così colei, che di sua salma appuzza
Le viscere cruente di Parigi,
Rigurgitando velenosa bava,
La barbara consorte di Luigi,
Venia gridando: Insana ciurma e prava,
230 Che noi di crudi e di Tiranni incolpe,
E al regno agogni, nata ad esser schiava,
Godi or tuoi dritti, e de le nostre colpe
Il fio tu paga, e sì dicendo morse
Le membra, e rosicchiò l'ossa e le polpe.
235 Indi da l'atro desco il grifo torse
Gonfia di sangue già, ma non satolla,
Quando novo spettacolo si scorse.
Venia uno stuolo di Leviti, colla
Faccia di rabbia e di furor bollente,
240 E inzuppata di sangue la cocolla.
Ciascun reca una coppa, e d'innocente
Sangue l'empiero, e le posar su l'ara.
E lo vide e 'l soffrì l'Onnipossente!
E disser: Bevi, e fean quegli empj a gara.
245 Danzava intorno oscenamente Erinni,
E scoteva la cappa e la tiara.
E i profani s'udian rochi tintinni
De' bronzi, e l'aria, con le negre penne,
Gl'infernali scotean diabolic'inni.
250 Bramata alfine ed aspettata venne
A me la morte, ed il supremo sfogo
Compì su la mia spoglia la bipenne.
Allora scossi l'abborrito giogo,
E, l'ali aprendo a la seconda vita,
255 Rinacqui alfin, come fenice in rogo.
Ed ancor tace il mondo? ed impunita
È la Tigre inumana, anzi felice,
E temuta dal mondo e riverita?
Deh! vomiti l'accesa Etna [ ] l'ultrice
260 Fiamma, che la città fetente copra,
E la penetri fino a la radice.
Ma no: sol pera il delinquente, sopra
Lei cada il divo sdegno e sui diademi,
Autori infami de l'orribil'opra.
265 E fin da lunge ne' recessi estremi,
Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti
L'oda l'empia Tiranna, odalo e tremi.
E disperata mora, e ai suoi singulti
Non sia che cor s'intenerisca e pieghi,
270 E agli strazj perdoni ed a gli insulti,
O dal Ciel pace a l'empia spoglia preghi;
Ma l'universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l'ossa infami neghi.
E l'alma dentro a le negre paludi
275 Piombi, e sien rabbia assenzio e fel sua dape,
E tutto Inferno a tormentarla sudi,
Se pur tanta nequizia entro vi cape.


CANTO QUARTO

Tacque ciò detto, e su l'enfiate labbia
Gorgogliava un suon muto di vendetta,
Un fremer sordo d'intestina rabbia.
E le affollate intorno ombre, “vendetta”
5 Gridar, “vendetta”, e la commossa riva
Inorridita replicò “vendetta”.
I torbid'occhi il crino a lui copriva;
Fascio parea di vepri o di gramigna,
Onde un'atra erompea luce furtiva;
10 Come veggiamo il sol, se una sanguigna
Nugola il raggio ne rinfrange, obbliqua
Vibrar l'incerta luce e ferrugigna.
Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
De gli uomini nimica e di natura,
15 Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!
Gonfia di sangue la corrente e impura
Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
Novella Tebe flagellò le mura.
Tigre inumana di pietate ignuda,
20 Tu sopravvivi a' tuoi delitti? un Bruto
Dov'è? chi 'l ferro a trucidarti snuda?
Questi sensi io volgea per entro al muto
Pensier, che tutto in quell'orror s'affisse,
Allor che venne al mio veder veduto
25 D'Insubria il Genio, che le luci fisse
In me tenendo, armoniosa e scorta
Voce disciolse, e scintillando disse:
Mortal, quello che udrai là giuso porta.
Deh! gli alti detti a la mal ferma e stanca
30 Mente richiama, o Musa, e mi sia scorta.
Tu la cadente poesia rinfranca,
Tu la rivesti d'armonia beata,
E tu sostieni la virtù, che manca;
Tu l'ali al pensier presta, o Diva nata
35 Di Mnemosine, e fa' che del mio plettro
Esca la voce ai colti orecchi grata,
E spargi i detti miei d'eterno elettro.
Già, proseguiva, del real potere
Sei sciolta, Insubria, e infranto hai l'empio scettro.
40 Ché gli ubertosi colli e le riviere,
Ove Natura a se medesma piace,
No, che non son per le Tedesche fiere.
Pace altra volta tu le desti, pace,
O Tiranno, giurasti, e udir le genti
45 Il real giuro, e lo credean verace.
Ma di Tiranno fede i sacramenti
Frange e calpesta, e la legge de' troni
Son gl'inganni, i spergiuri, i tradimenti.
Venne in fin dai settemplici trioni,
50 Da te chiamato, e da le fredde rupi
Un torrente di bruti e di ladroni.
Come in aperto ovile iberni lupi,
Tal su l'Insubria si gittar quegli empi,
Di sangue ghiotti, di rapine e strupi.
55 Fino i sacri vestibuli di scempi
Macchiaro e d'adulteri. Oh quali etati
Fur mai feconde di siffatti esempi?
Ma non fur quegli insulti invendicati,
Né il vizio trionfò: l'infame tresca
60 Franse il ferro e 'l valor: gli addormentati
Spirti destarsi alfin, e la Tedesca
Rabbia fu doma, e le fiaccò le corna
La virtù Cisalpina e la Francesca.
Torna, arrogante a questi lidi, torna;
65 Qui roco ancor di morte il telo romba,
Qui la tua morte appiattata soggiorna.
Qui il cavo suol de' sepolcri rimbomba
De la tua pube, che ancor par che gema:
Vieni in Italia, e troverai la tomba.
70 Altra volta scendesti avido, e scema
Ti fu l'audacia temeraria e sciocca:
Rammenta i campi di Marengo, e trema.
Ché la fatal misura ancor trabocca;
Non affrettar de la vendetta il die,
75 Il dì che impaziente è su la cocca.
Pace avesti pur anco, e questa fie
La novissima volta; in l'alemanno
Confin le tigri tue frena e le arpie.
Ma tu, misera Insubria, d'un Tiranno
80 Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
Ahi che d'uno passasti in altro affanno!
Gentili masnadieri in le tue ville
Succedettero ai fieri, e a genti estrane
Son le tue voglie e le tue forze ancille.
85 Langue il popol per fame, e grida: “pane”;
E in gozzoviglia stansi e in esultanza
Le Frini e i Duci, turba, che di vane
Larve di fasto gonfia e di burbanza,
Spregia il volgo, onde nacque, e a cui comanda,
90 A piena bocca sclamando: Eguaglianza;
Il volgo, che i delitti e la nefanda
Vita vedendo, le prime catene
Sospira, e 'l suo Tiranno al ciel domanda.
De l'inope e del ricco entro le vene
95 Succian l'adipe e 'l sangue, onde Parigi
Tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.
E i tuoi figli? I tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino.
E tal di risse amante e di litigi
100 D'invido morso addenta il suo vicino,
Contra il nemico timido e vigliacco,
Ma coraggioso incontro al cittadino.
Tal ne' vizj s'avvolge, come ciacco
Nel lordo loto fa; soldato esperto
105 Ne' conflitti di Venere e di Bacco.
E tal di mirto al vergognoso serto
Il lauro sanguinoso aggiunger vuole,
Ricco d'audacia, e povero di merto.
Tal pasce il volgo di sonanti fole:
110 Vile! e di patrio amor par tutto accenso,
E liberal non è che di parole.
E questi studio d'allargare il censo
Avito rode, e quel tal altro brama
Di farsi ricco di tesoro immenso.
115 Senti costui, che “morte, morte” esclama,
E le vie scorre, furibonda Erinni,
Di sangue ingordo, e dove può si sfama.
Vedi quei, che sua gloria nei concinni
Capei ripone. Oh generosi Spirti
120 Degni del giogo estranio e de' cachinni!
Odimi, Insubria. I dormigliosi spirti
Risveglia alfine, e da l'olente chioma
Getta sdegnosa gli Acidalj mirti.
Ve' come t'hanno sottomessa e doma,
125 Prima il Tedesco e Roman giogo, e poi
La Tirannia, che Libertà si noma.
Mira le membra illividite e i tuoi
Antichi lacci; l'armi, l'armi appresta,
Sorgi, ed emula in campo i Franchi Eroi.
E a l'elmo antico la dimessa cresta
130 Rimetti, e accendi i neghittosi cori,
E stringi l'asta ai regnator funesta;
Come destrier, che fra l'erbette e i fiori,
Placido, in diuturno ozio recuba,
135 Sol meditando vergognosi amori,
Scote nitrendo la nitente giuba,
Se il torpido a ferirlo orecchio giugne
Cupo clangor di bellicosa tuba,
E stimol fiero di gloria lo pugne,
140 Drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina,
E l'indegno terren scalpe con l'ugne.
Contra i Tiranni sol la cittadina
Rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso,
Che fosti serva, ed or sarai reina.
145 Disse e tacque, raggiandomi d'un riso,
Che del mio spirto superò la forza,
Così ch'io ne restai vinto e conquiso.
Mi scossi, e la rapita anima a forza,
Come chi tenta fuggire e non puote,
150 Cacciata fu ne la mortale scorza.
Io restai come quel che si riscote
Da mirabile sogno, che pon mente
Se dorme o veglia, e tien le ciglia immote.
O Pieride Dea, che 'l foco ardente
155 Ispirasti al mio petto, e i sempiterni
Vanni ponesti a la gagliarda mente,
Tu, Dea, gl'ingegni e i cor reggi e governi,
E i nomi incidi nel Pierio legno,
Che non soggiace al variar de' verni.
160 Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
Tu co' suoi divi carmi il vizio fiedi,
E volgi l'alme a glorioso segno.
Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
165 La vil ciurmaglia, che ti striscia ai piedi.
Tu il gran Cantor di Beatrice aggiungi,
E l'avanzi talor; d'invidia piene
Ti rimiran le felle alme da lungi,
Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
170 Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.
Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma Corvi da carogne.
175 Ma tu l'invida turba addietro lassi,
E le robuste penne ergendo, come
Aquila altera, li compiangi, e passi.
Invano atro velen sovra il tuo nome
Sparge l'invidia, al proprio danno industre,
180 Da le inquiete sibilanti chiome.
Ed io puranco, ed io, Vate trilustre,
Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume
A me fo scorta ne l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume
185 Ascender di Parnaso alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.
Forse, oh che spero! io la seconda vita
Vivrò, se a le mie forze inferme e frali
Le nove Suore porgeranno aita.
190 Ma dove mi trasporti, estro? mortali
Son le mie penne, e periglioso il volo,
Alta e sublime è la caduta; l'ali
Però raccogli, e riposiamci al suolo [ ].


XX
URANIA

POEMETTO
[1809]

Su le populee rive e sul bel piano
Da le insubri cavalle esercitato,
Ove di selva coronate attolle
La mia città le favolose mura,
5 Prego, suoni quest'Inno: e se pur degna
Penne comporgli di più largo volo
La nostra Musa, o sacri colli, o d'Arno
Sposa gentil, che a te gradito ei vegna
Chieggo a le Grazie. Ché dai passi primi
10 Nel terrestre viaggio, ove il desio
Crudel compagno è de la via, profondo
Mi sollecita amor che Italia un giorno
Me de' suoi vati al drappel sacro aggiunga,
Italia, ospizio de le Muse antico.
15 Né fuggitive dai laureti achei
Altrove il seggio de l'eterno esiglio
Poser le Dive; e quando a la latina
Donna si feo l'invendicato oltraggio,
Dal barbaro ululato impaurite
20 Tacquero, è ver, ma l'infelice amica
Mai non lasciar; ché ad alte cose al fine
L'itala Poesia, bella, aspettata,
Mirabil virgo, da le turpi emerse
Unniche nozze. E tu le bende e il manto
25 Primo le desti, e ad illibate fonti
La conducesti; e ne le danze sacre
Tu le insegnasti ad emular la madre,
Tu de l'ira maestro e del sorriso,
Divo Alighier, le fosti. In lunga notte
30 Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo
Su la vedova terra il sole invia,
Nol sa la valle ancora e la cortese
Vital pioggia di luce ancor non beve,
35 E già dorata il monte erge la cima.
A queste alme d'Italia abitatrici
Di lodi un serto in pria non colte or tesso;
Ché vil fra 'l volgo odo vagar parola
Che le Dive sorelle osa insultando
40 Interrogar che valga a l'infelice
Mortal del canto il dono. Onde una brama
In cor mi sorge di cantar gli antichi
Beneficj che prodighe a l'ingrato
Recar le Muse. Urania al suo diletto
45 Pindaro li cantò. Perché di tanto
Degnò la Dea l'alto poeta e come,
Dirò da prima; indi i celesti accenti
Ricorderò, se amica ella m'ispira.
Fama è che a lui ne la vocal tenzone
50 Rapisse il lauro la minor Corinna
Misero! e non sapea di quanto dio
L'ira il premea; ché a la famosa Delfo
Venendo, i poggi d'Elicona e il fonte
Del bel Permesso ei salutando ascese;
55 Ma d'Orcomene, ove le Grazie han culto,
Il cammin sacro omise. Il dévio passo
Vider da lunge e il non curar superbo
Del fatal giovanetto le Immortali,
E promiser vendetta. Al meditato
60 Inno di lode liberato il volo
Pindaro avea, quando le belle irate,
Aerie forme a mortal guardo mute,
Venner seconde di Corinna al fianco.
Aglaja in pria su la virginea gota
65 Sparse un fulgor di rosea luce, e un mite
Raggio di gioja le diffuse in fronte:
Ma la fragranza de' castalj fiori
Che fanno l'opra de l'ingegno eterna,
Eufrosine le diede; e tu pur anco,
70 Dolce qual tibia di notturno amante,
Lene Talia, le modulasti il canto.
Di tanti doni avventurata in mezzo
Corinna assurse: il portamento e il volto
Stupia la turba, e il dubitar leggiadro
75 E il bel rossor con che tremando al seno
Posò la cetra; e, sotto la palpebra
Mezza velando la pupilla bruna,
Soave incominciò. Volava intorno
La divina armonia che, con le molli
80 Ale i cupidi orecchi accarezzando,
Compungea gl'intelletti, e di giocondo
Brivido i cori percotea. Rapito
L'emulo anch'ei, non alito, non ciglio
Movea, né pria de' sensi ebbe ripresa
85 La signoria, che verdeggiar la fronda
Invidiata vide in su le nere
Trecce di lei, che fra il romor del plauso
Chinò la bella gota ove salia
Del gaudio mista e del pudor la fiamma.
90 Di dolor punto e di vergogna, al volgo
L'egregio vinto si sottrasse, e solo
Sul verde clivo, onde l'aeria fronte
Spinge il Parnaso, s'avviò. Dolente
Errar da l'alto Licoreo lo scòrse
95 Urania Dea, cui fu diletto il fato
Del giovanetto, e di blandir sua cura
Nel pio voler propose. È nei riposti
Del sacro monte avvolgimenti un bosco
Romito, opaco, ove talor le Muse,
100 Sotto il tremolo rezzo esercitando
L'ambrosio piè, ringioviniscon l'erbe
Da mortal orma non offese ancora.
A l'entrar de la selva, e sovra il lembo
Del vel che la tacente ombra distende,
105 Balza l'Estro animoso, e de le accese
Menti il Diletto, e, ne la palma alzata
Dimettendo la fronte, il Pensamento
Sta col Silenzio, che per man lo tiene.
Bella figlia del Tempo e di Minerva
110 V'è la Gloria, sospir di mille amanti:
Vede la schiva i mille, e ad un sorride.
Ivi il trasse la Diva. A l'appressarsi,
De l'aura sacra a l'aspirar, di lieto
Orror compreso in ogni vena il sangue
115 Sentia l'eletto, ed una fiamma leve
Lambir la fronte ed occupar l'ingegno.
Poi che ne l'alto de la selva il pose
Non conscio passo, abbandonò l'altezza
Del solitario trono, e nel segreto
120 Asilo Urania il prode alunno aggiunse.
Come tal volta ad uom rassembra in sogno,
Su lunga scala o per dirupo, lieve
Scorrer col piè non alternato a l'imo,
Né mai grado calcar né offender sasso;
125 Tal su gli aerei gioghi sorvolando,
Discendea la celeste. Indi la fronte
Spoglia di raggi, e d'ale il tergo, e vela
D'umana forma il dio; Mirtide fassi,
Mirtide già de' carmi e de la lira
130 A Pindaro maestra; e tal repente
A lui s'offerse. Ei di rossor dipinto,
A che, disse, ne vieni? a mirar forse
Il mio rossore? o madre, oh! perché tanta
Speme d'onor mi lusingasti in vano?
135 Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impaurito, e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
140 E blandamente gli sorride in volto
Perch'ei non pianga; un tal divino riso,
Con questi detti, a lui la Musa aperse:
A confortarti io vegno. Onde sì ratto
“L'anima tua è da viltate offesa”?
145 Non senza il nume de le Muse, o figlio,
Di te tant'alto io promettea. Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai de gl'Immortali alcuno
150 Rendesse a l'uom, chi mai d'ostie e di lodi,
Chi più di me di preci e di cor puro
Venerò le Camene? Or se del mio
Dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli
L'egro mio spirto consolar col canto.
155 Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,
Qual d'uom che d'udire arda, e fra sé tema
Di far parlando a la risposta indugio.
Allor su l'erba s'adagiaro: il plettro
Urania prese, e gli accordò quest'Inno
160 Che in minor suono il canto mio ripete.
―― Fra le tazze d'ambrosia imporporate,
Concittadine degli Eterni e gioja
De' paterni conviti eran le Muse
Ne' palagi d'Olimpo, e le terrene
165 Valli non use a visitar; ma primo,
Scola e conforto de la vita, in terra
Di Giove il cenno le inviò. Vedea
Giove da l'alto serpeggiar già folta
La vaga mortale orma, e sotto il pondo
170 Di tutti i mali andar curvata e cieca
L'umana stirpe: del rapito foco
Piena gli parve la vendetta; e a l'ira
Spuntate avea l'acri saette il tempo.
Alfin più mite ne l'eterno senno
175 Consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse,
E troppo omai le Dire empio governo
Fer de la terra; assai ne' petti umani
Commiser d'odj, e volser prone al peggio
Le mortali sentenze. Di felici
180 Genj una schiera al Dio facea corona,
Inclita schiera di Virtù (ché tale
Suona qua giù lor nome). A questi in pria
Scorrer la terra e perseguir le crude
De l'uom nemiche ed a più miti voglie
185 Ricondur l'infelice, impose il Dio.
Al basso mondo ove la luce alterna,
Sceser gli spirti obbedienti, e tutto
Ricercarlo, ma in van; ché non levossi
A tanto raggio de' mortali il guardo;
190 E di Giove il voler non s'adempìa.
Però baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà che a l'impotente è freno,
Stimolo al forte; essa al pensier di Giove
Novo propose esperimento. Al desco
195 Del Tonante le Muse una concorde
Movean d'inni esultanza; inebriate
Tacean le menti de gli Dei; fe' cenno
Ei la destra librando; e la crescente
Del volubile canto onda ristette
200 Improvviso. Raggiò pacato il guardo
A le Vergini il Padre; e questo ad elle
D'amor temprato fe' volar comando,
Figlie, a bell'opra il mio voler ministre
Elegge or voi. Non conosciute ancora
205 Errar vedete le Virtù fra i ciechi
Figli di Pirra: d'amor santo indarno
Arder tentaro i duri petti, e vinte
Farsi de l'ardue menti aprir le porte:
La forza sol de l'arti vostre il puote:
210 Là giù dunque movete: a voi seguaci
Vengan le Grazie; e senza voi men bella
Già la mia reggia il tornar vostro attende.
Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi
Detti, dal ciglio e da le labra rise
215 Blandamente. Al divino atto commossa
Balzò l'eterea vetta, e d'improvviso
Di tutta luce biondeggiò l'Olimpo.
Nel primo aspetto de la terra intanto
Il lungo duol de le Virtù neglette
220 Vider le Muse: ma di lor la prima
Chi fu che volse le propizie cure
I bei precetti ad avverar del Padre?
Calliope fu che fra i mortali accorta
Orfeo trascelse; e sì l'amò che il nome
225 A lui di figlio non negò. Vicina
A l'orecchio di lui, ma non veduta,
Stette la Diva, e de l'alunno al core
Sciolse la bella voce onde si noma.
Il bel consiglio di Calliope tutte
230 Imitar le sorelle; e d'un eletto
Mortal maestra al par fatta ciascuna,
L'alme col canto ivan tentando, e l'ira
Vincea quel canto de le ferree menti.
Così dal sangue e dal ferino istinto
235 Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo
Di lor, che a terra ancor tenea il costume
Che del passato l'avvenir fa servo,
Levar di nova forza avvalorato.
E quei gli occhi giraro, e vider tutta
240 La compagnia de gli stranier divini,
Che a le Dire fea guerra. Ove furente
Imperversar la Crudeltà solea,
Orribil mostro che ferisce e ride,
Vider Pietà che, mollemente intorno
245 Ai cor fremendo, dei veduti mali
Dolor chiedea; Pietà, de gl'infelici
Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta
Con alta fronte passeggiar l'Offesa
Vider, gl'ingegni provocando, e mite
250 Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,
Lo spontaneo Perdon che con la destra
Cancella il torto e nella manca reca
Il beneficio, e l'uno e l'altro obblia.
Blando a la Dira ei s'offeria: seguace
255 Lenta ma certa, l'orme sue ricalca
Nemesi, e quando inesaudito il vede,
Non fa motto, ed aspetta. Un giorno al fine
Ne gl'iterati giri, orba dinanzi
Le vien l'Offesa: al tacit' arco impone
260 Nemesi allor l'amata pena; aggiunge
L'aerea punta impreveduta il fianco,
E l'empio corso allenta. Inonorata
La Fatica mirar, che gli ermi intorno
Campi invano additava, a cui per anco
265 Non chiedea de la messe il pigro ferro
Gli aurei doni dovuti: a lei compagno
L'Onor si fea; se forse a la sua luce
Più cara a l'occhio del mortal venisse
L'utile Dea. Vider la Fede, immota
270 Servatrice dei giuri, e l'arridente
Ospital Genio che gl'ignoti astringe
Di fraterna catena; e tutta in fine
La schiera dia ne l'opra affaticarsi.
Videro, e novo di pietà, d'amore
275 Ne gli attoniti surse animi un senso,
Che infiammando occupolli. E già de' lieti
Principj in cor secure, il plettro e l'arte
Sacra del plettro ai figli lor le Muse
Donar, le Grazie il dilettar donaro
280 E il suader potente. Essi a la turba
Dei vaganti fratelli ivan cantando
Le vedute bellezze. Al suon che primo
Si sparse a l'aura, dispogliò l'antico
Squallor la terra, e rise: e tu qual fosti,
285 Che provasti, o mortal, quando sul core
La prima stilla d'armonia ti scese?
Quale a l'ara de' Numi allor che il sacro
Tripode ferve, e tremolando rosse
Su le brage stridenti erran le fiamme,
290 Se la man pia del sacerdote in esse
Versi copia d'incenso, ecco di bruno
Pallor vestirsi il foco, e dal placato
Ardor repente un vortice s'innalza
Tacito, e tutto d'odorata nebbia
295 Turba l'etere intorno e lo ricrea;
Tal su i cori cadea rorido, e l'ira
V'ammorzava quel canto, e dolce, in vece,
Di carità, di pace vi destava
Ignota brama. A l'uom così le prime
300 Virtù fur conosciute onde beata,
Quanto ad uom lice, e riposata e bella
Fassi la vita. Allor in cor portando
Il piacer de l'evento, e la divina
Giocondità del beneficio in fronte,
305 A l'auree torri de l'Olimpo il volo
Rialzar le Camene. Ivi le prove
De l'alma impresa e le fatiche e il fine
Dissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,
Da la bocca di lui scorrea quel dolce
310 Canto a l'orecchio dei miglior, la lode.
Ma stagion lunga ancor volta non era,
Che ne le Nove ritornate un caro
De la terra desio nacque; ché ameno
Oltre ogni loco a rivedersi è quello
315 Che un gentil fatto ti rimembri: e questa
Elesser sede che secreta intorno
Religion circonda, e, l'arti antiche
Esercitando ancor, l'aura divina
Spirano a pochi in fra i viventi, e dànno
320 Colpir le menti d'immortal parola.
E te dal nascer tuo benigna in cura
Ebbe, o Pindaro, Urania. E s'oggi, o figlio,
Tanto amor non ti valse, ell'è d'un Nume
Vendetta: incauto, che a le Grazie il culto
325 Negasti, a l'alme del favor ministre
Dee, senza cui né gl'Immortai son usi
Mover mai danza o moderar convito.
Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
È di gentile, e sol qua giù nel canto
330 Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna de le Grazie attinga;
Queste implora coi voti, ed al perdono
Facili or piega. E la rapita lode
Più non ti dolga. A giovin quercia accanto
335 Talor felce orgogliosa il suolo usurpa,
E cresce in selva, e il gentil ramo eccede
Col breve onor de le digiune frondi:
Ed ecco il verno la dissipa; e intanto
Tacitamente il solitario arbusto
340 Gran parte abbranca di terreno, e, mille
Rami nutrendo nel felice tronco,
Al grato pellegrin l'ombra prepara.
Signor così de gl'inni eterni, un giorno,
Solo in Olimpia regnerai: compagna
345 Questa lira al tuo canto, a te sovente
Il tuo destino e l'amor mio rimembri. ―
Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,
Candida luce la ricinse: aperte
Le azzurre penne s'agitar sul tergo,
350 Mentre nel folto de la selva al guardo
Del suo Poeta s'involò. La Diva
Ei riconobbe, e di terror, di lieta
Maraviglia compunto, il prezioso
Dono tenea: ne l'infiammata fronte
355 Fremean d'Urania le parole e l'alta
Promessa e il fato: e la commossa corda,
Memore ancor del pollice divino,
Con lungo mormorar gli rispondea.


XXI
[IL MIO GENIO]
Frammenti di LE VISIONI POETICHE
[1809-1810]

I
In quella età che, di veder bramoso,
Ancor l'ingegno a le cagioni è cieco,
Ascoso un Genio, anco a me stesso ascoso,
Disse improvviso al mio pensier: Son teco.
5 Ei le cose mi mostra che animoso
Primier, siccome io valgo, in luce io reco;
Sicché da lui le tenga ogni cortese
Cui non incresca de l'averle intese.
II
Qual compagno s'avesse a la sua via
10 Infin d'allora il giovinetto acerbo,
Tal savio il vide, e a lui ne presagia
Cose che or fora il rammentar superbo;
Ben di poche memorie in compagnia
Ne la custodia del mio cor le serbo;
15 Dubbio le serbo al paragon sincero
Del Tempo, certo testimon del vero.
III
Questo Genio talor de la mia mente
I freni abbandonati in man si piglia,
E volge ove a lui piaccia obbediente
20 Tutta l'alata dei pensier famiglia;
Tal che dal petto interno odo sovente
Una voce, che irata mi consiglia,
Che almen fra tanti il primo mio concetto
Torni al Fonte Divin d'ogni intelletto.
IV
25 Ei fra le piante, ove più spesso io sono
Di campi lodator non cittadino,
A visitarmi appare, e porta in dono
Le visioni ed il furor divino;
Ben talor fra le cure ed il frastuono
30 De la cittade a me vien pellegrino:
Dissimulando io nel mio cor l'accolgo:
L'alta presenza sua non sente il volgo.
V
Ma nel mistico punto allor che l'alma
Dai pigri nodi del sopor si scote,
35 Che sol di sé s'accorge, e lieve in calma,
Il soffio de la vita la percote;
Né giunta a soverchiarla ancor la salma
È de le cure e de le voglie note,
Sì che il pensier disprigionato e solo
40 Batte per aria più celeste il volo;
VI
Sempre in quell'ora il veggio, e risplendenti
Schiere ha con sè d'aerei simolacri;
Quai muovon per lo spazio i passi lenti,
E quai festivi ed in lor luce alacri;
45 E fan motti fra loro e parlamenti
Misteriosi, e balli ordiscon sacri:
Il Genio li governa; io stommi e guato
In tanta pompa di veder beato.
VII
Ma se le viste cose a narrar prendo,
50 Gran parte la memoria m'abbandona,
Ché, i terrestri pensier sopravvegnendo,
Al primo tocco di leggier s'adona;
E quel pur, che a fatica in carte io stendo,
Del concetto minor troppo mi suona,
55 Ch'io sento come il più divin s'invola,
Né può il giogo patir de la parola.
VIII
Lui che di tanto il guardo mio fe' degno
Io prego or che anco al dir siemi in aiuto,
Perch' egli è sacro e fuor del mortal regno
60 E troppo oltre il narrar quel che ho veduto.
Ei regga l'ali mie; da lui l'ingegno
Ne l'alta region sia sostenuto
Tanto che per la via novella e lunga
L'alto argomento del mio canto aggiunga.
IX
65 L'alto argomento del mio canto io dico,
Ben che tal volgo il chiamerà volgare
. . . . . . . . . . . . . .




DOPO LA CONVERSIONE




CANZONI E ODI CIVILI

XXII
[APRILE 1814]
[22 Aprile 1814]

Fin che il ver fu delitto, e la Menzogna
Corse gridando, minacciosa il ciglio:
“Io son sola che parlo, io sono il vero”,
Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna,
5 Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;
Ché non è sola lode esser sincero,
Né rischio è bello senza nobil fine.
Or che il superbo morso
Ad onesta parola è tolto alfine,
10 Ogni compresso affetto al labbro è corso;
Or s'udrà ciò che, sotto il giogo antico,
Sommesso appena esser potea discorso
Al cauto orecchio di privato amico.
Toglier lo scudo de le Leggi antique
15 E le da lor create, e il sacro patto
Mutar come si muta un vestimento;
O non mutate non serbarle, e inique
Farle serbar benché segrete, e in atto
Di chi pensa, tacendo, al tradimento;
20 E novi statuir padri alla legge,
E, perché amici ai buoni,
Sperderli a guisa di spregiato gregge:
Questi de' salvatori erano i doni;
Questo dicean fondarne a civil vita;
25 Qual se Italia, al chiamar d'esti Anfioni
Fosse dei boschi e de le tane uscita.
Anzi, fatta da lor donna e reina
La salutaro, o fosse frode o scherno:
D'armi reina, io dico, e di consigli;
30 Essa che ai piè de la imperante inchina
Stavasi, e fea di sue ricchezze eterno
Censo agli estranei, e de gli estrani al figli;
Che regger si dovea con l'altrui cenno;
Che ogni anno il suo tesoro
35 Su l'avara ponea lance di Brenno.
È ver; tributo nol dicean costoro,
Men turpe nome il vincitor foggiava.
Ma che monta, per Dio! Terra che l'oro
Porta, costretta, allo straniero, è schiava.
40 E svelti i figli al genitor dal fianco,
E aprir loro le porte, ed esser padre
Delitto, e quasi anco i sospir nocenti;
E tratti in ceppi, e noverati a branco,
Spinti ad offesa d'innocenti squadre
45 Con cui meglio starieno abbracciamenti.
Oh giorni! oh campi che nomar non oso!
Deh! per chi mai scorrea
Quel sangue onde il terren vostro è fumoso?
O madri orbate, o spose, a chi crescea
50 Nel sen custode ogni viril portato?
Era tristezza esser feconde, e rea
Novella il dirvi: un pargoletto è nato!
Né gente or voglio cagionar de' mali
Che lo stesso bevea calice d'ira,
55 Né infonder tosco ne le piaghe aperte;
Ma dico sol ch'è da pensar da quali
Strette il perdono del Signor ne tira,
Perché sien maggior grazie a Lui riferte.
Ché quando eran più l'onte aspre ed estreme,
60 E al veder nostro, estinto
Ogni raggio parea d'umana speme;
Allor fuor de la nube arduo ed accinto,
Tuonando, il braccio salvator s'è mostro;
Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;
65 Che a ragion si rallegra il popol nostro.
Bel mirar da le inospiti latebre
Giovin raminghi al sospirato tetto
Correr securi, ed a le braccia pie;
E quei che in ferri astrinse ed in tenebre
70 L'odio potente, un motto od un sospetto
Al soavi tornar colloquj e al die;
E un favellar di gioja e di speranza,
E su le fronti scolta
De' concordi pensier l'alma fidanza;
75 E il nobil fior de' generosi a scolta
Durar ne l'armi e vigilar, mostrando
Con che acceso voler la patria ascolta
Quando libero e vero è il suo dimando;
E quel che a dir le sue ragioni or chiama
80 Lunge da basso studio e da contesa,
Parlar per lei com'ella è desiosa,
E l'antica far chiara itala brama;
Che sarà, spero, a quei possenti intesa
Cui par che piaccia ogni più nobil cosa.
85 Vedi il drappello che al governo è sopra,
Animoso e guardingo,
Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;
E i ministri di Dio dal mite aringo
Nel dritto calle ragunar la greggia.
Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;
Ma qual parlar sì belle opre pareggia?


XXIII
IL PROCLAMA DI RIMINI
Frammento
[5] Aprile 1815

O delle imprese alla più degna accinto,
Signor che la parola hai proferita,
Che tante etadi indarno Italia attese;
Ah! quando un braccio le teneano avvinto
5 Genti che non vorrian toccarla unita,
E da lor scissa la pascean d'offese;
E l'ingorde udivam lunghe contese
Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;
In te sol uno un raggio
10 Di nostra speme ancor vivea, pensando
Ch'era in Italia un suol senza servaggio,
Ch'ivi slegato ancor vegliava un brando.
Sonava intanto d'ogni parte un grido,
Libertà delle genti e gloria e pace!
15 Ed aperto d'Europa era il convito,
E questa donna di cotanto lido,
Questa antica, gentil, donna pugnace
Degna non la tenean dell'alto invito:
Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
20 Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
Come siede il mendico
Alla porta del ricco in sulla via;
Alcun non passa che lo chiami amico,
E non gli far dispetto è cortesia.
25 Forse infecondo di tal madre or langue
Il glorioso fianco? o forse ch'ella
Del latte antico oggi le vene ha scarse?
O figli or nutre, a cui per essa il sangue
Donar sia grave? o tali a cui più bella
30 Pugna sembri tra loro ingiuria farse?
Stolta bestemmia! eran le forze sparse,
E non le voglie; e quasi in ogni petto
Vivea questo concetto:
Liberi non sarem se non siam uni;
35 Ai men forti di noi gregge dispetto,
Fin che non sorga un uom che ci raduni.
Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui
Che un dì trascelse il giovinetto ebreo
Che del fratello il percussor percosse;
40 E fattol duce e salvator de' sui
Degli avari ladron sul capo reo
L'ardua furia soffiò dell'onde rosse;
Per quel Dio che talora a stranie posse,
Certo in pena, il valor d'un popol trade;
45 Ma che l'inique spade
Frange una volta, e gli oppressor confonde;
E all'uom che pugne per le sue contrade
L'ira e la gioia de' perigli infonde.
Con Lui, signor, dell'Itala fortuna
50 Le sparse verghe raccorrai da terra,
E un fascio ne farai ne la tua mano
. . . . . . . . . . . . .

XXIV
MARZO 1821
ODE

Alla illustre memoria
di
TEODORO KOERNER
poeta e soldato
della indipendenza germanica
morto sul campo di Lipsia
il giorno XVIII d'Ottobre MDCCCXIII
nome caro a tutti i popoli
che combattono per difendere
o per riconquistare
una patria.

[marzo 1821]

Soffermati sull'arida sponda,
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell'antica virtù,
5 Han giurato: Non fia che quest'onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia, mai più!
L'han giurato: altri forti a quel giuro
10 Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell'ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno stretto le destre;
Già le sacre parole son porte:
15 O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell'Orba selvosa
20 Scerner l'onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell'Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell'Adda versò,
25 Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
30 O fia serva tra l'Alpe ed il mare;
Una d'arme, di lingua, d'altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
35 Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L'altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d'altrui;
40 La sua parte, servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v'è.
45 Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de' barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardi
50 Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V'accompagna all'iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
55 Ogni gente sia libera, e pera
Della spada l'iniqua ragion.
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de' vostri oppressori,
Se la faccia d'estranei signori
60 Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v'ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell'itale genti?
Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v'udì?
65 Sì, quel Dio che nell'onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio, ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
70 Che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
Spiega l'ugne; l'Italia ti do.
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
75 Dove ancor dell'umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un'alta sventura,
80 Non c'è cor che non batta per te.
Quante volte sull'Alpe spiasti
L'apparir d'un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne' deserti del duplice mar!
85 Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno a' tuoi santi colori,
Forti, armati de' propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
90 Il furor delle menti segrete:
Per l'Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de' popoli assisa,
95 O più serva, più vil, più derisa
Sotto l'orrida verga starà.
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d'altrui,
100 Come un uomo straniero, le udrà!
Che a' suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non c'era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.


XXV
IL CINQUE MAGGIO

[17-19 luglio 1821]


Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore,
Orba di tanto spiro,
5 Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,
Muta pensando all'ultima
Ora dell'uom fatale;
Né sa quando una simile
10 Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
Vide il mio genio, e tacque;
15 Quando con vece assidua
Cadde, risorse, e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Vergin di servo encomio
20 E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio;
E scioglie all'urna un cantico
Che forse non morrà.
25 Dall'Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
30 Dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
L'ardua sentenza; nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
35 Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
Gioia d'un gran disegno,
L'ansia d'un cor che indocile
40 Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch'era follia sperar;
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
45 La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
50 L'un contro l'altro armati,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe' silenzio, ed arbitro
S'assise in mezzo a lor.
55 E sparve, e i dì nell'ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d'immensa invidia
E di pietà profonda,
D'inestinguibil odio
60 E d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
L'onda s'avvolve e pesa,
L'onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
65 Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell'alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
70 Narrar sé stesso imprese,
E sull'eterne pagine
Cadde la stanca man!
Oh! quante volte, al tacito
Morir d'un giorno inerte,
75 Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
80 Tende, e i percossi valli,
E il lampo de' manipoli,
E l'onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.
85 Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò; ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
90 Pietosa il trasportò;
E l'avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desideri avanza,
95 Dov'è silenzio e tenebre
La gloria che passò.
Bella immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
100 Ché più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
105 Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.



INNI SACRI


XXVI
LA RISURREZIONE
[Aprile-23 giugno 1812]

È risorto: or come a morte
La sua preda fu ritolta?
Come ha vinto l'atre porte,
Come è salvo un'altra volta
5 Quei che giacque in forza altrui?
Io lo giuro per Colui
Che da' morti il suscitò.
È risorto: il capo santo
Più non posa nel sudario;
10 È risorto: dall'un canto
Dell'avello solitario
Sta il coperchio rovesciato:
Come un forte inebbriato
Il Signor si risvegliò.
15 Come a mezzo del cammino,
Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
20 Che, dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi risté:
Tale il marmo inoperoso,
Che premea l'arca scavata
Gittò via quel Vigoroso,
25 Quando l'anima tornata
Dalla squallida vallea,
Al Divino che tacea:
Sorgi, disse, io son con Te.
Che parola si diffuse
30 Tra i sopiti d'Israele!
Il Signor le porte ha schiuse!
Il Signor, l'Emmanuele!
O sopiti in aspettando,
È finito il vostro bando:
35 Egli è desso, il Redentor.
Pria di Lui nel regno eterno
Che mortal sarebbe asceso?
A rapirvi al muto inferno,
Vecchi padri, Egli è disceso:
40 Il sospir del tempo antico,
Il terror dell'inimico,
Il promesso Vincitor.
Ai mirabili Veggenti,
Che narrarono il futuro,
45 Come il padre ai figli intenti
Narra i casi che già furo,
Si mostrò quel sommo Sole,
Che, parlando in lor parole,
Alla terra Iddio giurò;
50 Quando Aggeo, quando Isaia
Mallevaro al mondo intero
Che il Bramato un dì verria;
Quando assorto in suo pensiero
Lesse i giorni numerati,
55 E degli anni ancor non nati
Daniel si ricordò.
Era l'alba; e, molli il viso,
Maddalena e l'altre donne
Fean lamento sull'Ucciso;
60 Ecco tutta di Sionne
Si commosse la pendice,
E la scolta insultatrice
Di spavento tramortì.
Un estranio giovinetto
65 Si posò sul monumento:
Era folgore l'aspetto,
Era neve il vestimento:
Alla mesta che 'l richiese
Diè risposta quel cortese:
70 È risorto; non è qui.
Via co' palii disadorni
Lo squallor della viola:
L'oro usato a splender torni:
Sacerdote, in bianca stola,
75 Esci ai grandi ministeri,
Tra la luce de' doppieri,
Il Risorto ad annunziar.
Dall'altar si mosse un grido:
Godi, o Donna alma del cielo;
80 Godi; il Dio, cui fosti nido
A vestirsi il nostro velo,
È risorto, come il disse:
Per noi prega: Egli prescrisse
Che sia legge il tuo pregar.
85 O fratelli, il santo rito
Sol di gaudio oggi ragiona;
Oggi è giorno di convito;
Oggi esulta ogni persona:
Non è madre che sia schiva
90 Della spoglia più festiva
I suoi bamboli vestir.
Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor, negato al fasto
95 Di superbe imbandigioni,
Scorra amico all'umil tetto,
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.
Lunge il grido e la tempesta
100 De' tripudi inverecondi:
L'allegrezza non è questa
Di che i giusti son giocondi;
Ma pacata in suo contegno,
Ma celeste, come segno
105 Della gioia che verrà.
Oh beati! a lor più bello
Spunta il sol de' giorni santi;
Ma che fia di chi rubello
Torse, ahi stolto! i passi erranti
110 Nel sentier che a morte guida?
Nel Signor chi si confida
Col Signor risorgerà.

XXVII
IL NOME DI MARIA
[9 novembre 1812-19 aprile 1813]

Tacita un giorno a non so qual pendice
Salia d'un fabbro nazaren la sposa;
Salia non vista alla magion felice
D'una pregnante annosa;
5 E detto: “Salve” a lei, che in reverenti
Accoglienze onorò l'inaspettata,
Dio lodando, sclamò: Tutte le genti
Mi chiameran beata.
Deh! con che scherno udito avria i lontani
10 Presagi allor l'età superba! Oh tardo
Nostro consiglio! oh degl'intenti umani
Antiveder bugiardo!
Noi testimoni che alla tua parola
Ubbidiente l'avvenir rispose,
15 Noi serbati all'amor, nati alla scola
Delle celesti cose,
Noi sappiamo, o Maria, ch'Ei solo attenne
L'alta promessa che da Te s'udia,
Ei che in cor la ti pose: a noi solenne
20 È il nome tuo, Maria.
A noi Madre di Dio quel nome sona:
Salve beata! che s'agguagli ad esso
Qual fu mai nome di mortal persona,
O che gli vegna appresso?
25 Salve beata! in quale età scortese
Quel sì caro a ridir nome si tacque?
In qual dal padre il figlio non l'apprese?
Quai monti mai, quali acque
Non l'udiro invocar? La terra antica
30 Non porta sola i templi tuoi, ma quella
Che il Genovese divinò, nutrica
I tuoi cultori anch'ella.
In che lande selvagge, oltre quei mari
Di sì barbaro nome fior si coglie,
35 Che non conosca de' tuoi miti altari
Le benedette soglie?
O Vergine, o Signora, o Tuttasanta,
Che bei nomi ti serba ogni loquela!
Più d'un popol superbo esser si vanta
40 In tua gentil tutela.
Te, quando sorge, e quando cade il die,
E quando il sole a mezzo corso il parte,
Saluta il bronzo, che le turbe pie
Invita ad onorarte.
45 Nelle paure della veglia bruna,
Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,
Quando ingrossa ruggendo la fortuna,
Ricorre il navigante.
La femminetta nel tuo sen regale
50 La sua spregiata lacrima depone,
E a Te beata, della sua immortale
Alma gli affanni espone;
A Te che i preghi ascolti e le querele,
Non come suole il mondo, né degl'imi
55 E de' grandi il dolor col suo crudele
Discernimento estimi.
Tu pur, beata, un dì provasti il pianto,
Né il dì verrà che d'oblianza il copra:
Anco ogni giorno se ne parla; e tanto
60 Secol vi corse sopra.
Anco ogni giorno se ne parla e plora
In mille parti; d'ogni tuo contento
Teco la terra si rallegra ancora,
Come di fresco evento.
65 Tanto d'ogni laudato esser la prima
Di Dio la Madre ancor quaggiù dovea;
Tanto piacque al Signor di porre in cima
Questa fanciulla ebrea.
O prole d'Israello, o nell'estremo
70 Caduta, o da sì lunga ira contrita,
Non è Costei, che in onor tanto avemo,
Di vostra fede uscita?
Non è Davidde il ceppo suo? Con Lei
Era il pensier de' vostri antiqui vati,
75 Quando annunziaro i verginal trofei
Sopra l'inferno alzati.
Deh! a Lei volgete finalmente i preghi,
Ch'Ella vi salvi, Ella che salva i suoi;
E non sia gente né tribù che neghi
80 Lieta cantar con noi:
Salve, o degnata del secondo nome,
O Rosa, o Stella ai periglianti scampo,
Inclita come il sol, terribil come
Oste schierata in campo.


XXVIII
IL NATALE
[13 luglio-29 settembre 1813]

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all'impeto
Di rumorosa frana,
5 Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;
Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
10 Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà:
15 Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un'ineffabile
Ira promessa all'imo
D'ogni malor gravollo,
20 Donde il superbo collo
Più non potea levar.
Qual mai tra i nati all'odio,
Quale era mai persona,
Che al Santo inaccessibile
25 Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar?
Ecco ci è nato un Pargolo,
30 Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All'uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
35 Oltre l'antico onor.
Dalle magioni eteree
Sgorga una fonte, e scende,
E nel borron de' triboli
Vivida si distende:
40 Stillano mèle i tronchi
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior.
O Figlio, o Tu cui genera
L'Eterno, eterno seco;
45 Qual ti può dir de' secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empireo
Non ti comprende il giro:
La tua parola il fe'.
50 E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
55 Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è.
Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un'alma Vergine,
60 La gloria d'Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì.
La mira Madre in poveri
65 Panni il Figliol compose,
E nell'umil presepio
Soavemente il pose;
E l'adorò: beata!
Innanzi al Dio prostrata,
70 Che il puro sen le aprì.
L'Angel del cielo, agli uomini
Nunzio di tanta sorte,
Non de' potenti volgesi
Alle vegliate porte;
75 Ma tra i pastor devoti,
Al duro mondo ignoti,
Subito in luce appar.
E intorno a Lui, per l'ampia
Notte calati a stuolo,
80 Mille celesti strinsero
Il fiammeggiante volo;
E accesi in dolce zelo,
Come si canta in cielo,
A Dio gloria cantar.
85 L'allegro inno seguirono,
Tornando al firmamento:
Tra le varcate nuvole
Allontanossi, e lento
Il suon sacrato ascese,
90 Fin che più nulla intese
La compagnia fedel.
Senza indugiar, cercarono
L'albergo poveretto
Que' fortunati, e videro,
95 Siccome a lor fu detto,
Videro in panni avvolto,
In un presepe accolto,
Vagire il Re del Ciel.
Dormi, o Fanciul; non piangere;
100 Dormi, o Fanciul celeste:
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste,
Use sull'empia terra,
Come cavalli in guerra,
105 Correr davanti a Te.
Dormi, o Celeste: i popoli
Chi nato sia non sanno;
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
110 Che in quell'umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re.


XXIX
LA PASSIONE
[3 marzo 1814-15 ottobre 1815]

O tementi dell'ira ventura,
Cheti e gravi oggi al tempio moviamo,
Come gente che pensi a sventura,
Che improvviso s'intese annunziar.
5 Non s'aspetti di squilla il richiamo;
Nol concede il mestissimo rito:
Qual di donna che piange il marito,
È la veste del vedovo altar.
Cessan gl'inni e i misteri beati,
10 Tra cui scende, per mistica via,
Sotto l'ombra de' pani mutati,
L'ostia viva di pace e d'amor.
S'ode un carme: l'intento Isaia
Proferì questo sacro lamento,
15 In quel dì che un divino spavento
Gli affannava il fatidico cor.
Di chi parli, o Veggente di Giuda?
Chi è costui che, davanti all'Eterno,
Spunterà come tallo da nuda
20 Terra, lunge da fonte vital?
Questo fiacco pasciuto di scherno,
Che la faccia si copre d'un velo,
Come fosse un percosso dal cielo,
Il novissimo d'ogni mortal?
25 Egli è il Giusto, che i vili han trafitto,
Ma tacente, ma senza tenzone;
Egli è il Giusto; e di tutti il delitto
Il Signor sul suo capo versò.
Egli è il santo, il predetto Sansone,
30 Che morendo francheggia Israele;
Che volente alla sposa infedele
La fortissima chioma lasciò.
Quei che siede sui cerchi divini,
E d'Adamo si fece figliolo;
35 Né sdegnò coi fratelli tapini
Il funesto retaggio partir:
Volle l'onte, e nell'anima il duolo,
E l'angosce di morte sentire,
E il terror che seconda il fallire,
40 Ei che mai non conobbe il fallir.
La repulsa al suo prego sommesso,
L'abbandono del Padre sostenne:
Oh spavento! l'orribile amplesso
D'un amico spergiuro soffrì.
45 Ma simìle quell'alma divenne
Alla notte dell'uomo omicida:
Di quel Sangue sol ode le grida,
E s'accorge che Sangue tradì.
Oh spavento! lo stuol de' beffardi
50 Baldo insulta a quel volto divino,
Ove intender non osan gli sguardi
Gl'incolpabili figli del ciel.
Come l'ebbro desidera il vino,
Nell'offese quell'odio s'irrita;
55 E al maggior dei delitti gl'incita
Del delitto la gioia crudel.
Ma chi fosse quel tacito reo,
Che davanti al suo seggio profano
Strascinava il protervo Giudeo,
60 Come vittima innanzi a l'altar,
Non lo seppe il superbo Romano;
Ma fe' stima il deliro potente,
Che giovasse col sangue innocente
La sua vil sicurtade comprar.
65 Su nel cielo in sua doglia raccolto
Giunse il suono d'un prego esecrato:
I Celesti copersero il volto:
Disse Iddio: Qual chiedete sarà.
E quel Sangue dai padri imprecato
70 Sulla misera prole ancor cade,
Che, mutata d'etade in etade,
Scosso ancor dal suo capo non l'ha.
Ecco appena sul letto nefando
Quell'Afflitto depose la fronte,
75 E un altissimo grido levando,
Il supremo sospiro mandò:
Gli uccisori esultanti sul monte
Di Dio l'ira già grande minaccia,
Già dall'ardue vedette s'affaccia,
80 Quasi accenni: Tra poco verrò
O gran Padre! per Lui che s'immola,
Cessi alfine quell'ira tremenda;
E de' ciechi l'insana parola
Volgi in meglio, pietoso Signor.
85 Sì, quel Sangue sovr'essi discenda;
Ma sia pioggia di mite lavacro:
Tutti errammo; di tutti quel sacro -
santo Sangue cancelli l'error.
E tu, Madre, che immota vedesti
90 Un tal Figlio morir sulla croce,
Per noi prega, o regina de' mesti,
Che il possiamo in sua gloria veder;
Che i dolori, onde il secolo atroce
Fa de' boni più tristo l'esiglio,
95 Misti al santo patir del tuo Figlio,
Ci sian pegno d'eterno goder.


XXX
LA PENTECOSTE
[21 giugno-2 ottobre 1817]


Madre de' Santi, immagine
Della città superna,
Del sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;
5 Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi,
Che le tue tende spieghi
Dall'uno all'altro mar;
Campo di quei che sperano;
10 Chiesa del Dio vivente,
Dov'eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle,
15 Imporporò le zolle
Del suo sublime altar?
E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
20 Della seconda vita;
E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;
25 Compagna del suo gemito,
Conscia de' suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov'eri?
In tuo terror sol vigile,
30 Sol nell'obblio secura,
Stavi in riposte mura,
Fino a quel sacro dì,
Quando su te lo Spirito
Rinnovator discese
35 E l'inconsunta fiaccola
Nella tua destra accese;
Quando, segnal de' popoli,
Ti collocò sul monte,
E ne' tuoi labbri il fonte
40 Della parola aprì.
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
45 Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L'Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l'udì.
Adorator degl'idoli,
50 Sparso per ogni lido,
Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido:
Stanca del vile ossequio,
La terra a Lui ritorni:
55 E voi che aprite i giorni
Di più felice età,
Spose, che desta il subito
Balzar del pondo ascoso;
Voi già vicine a sciogliere
60 Il grembo doloroso;
Alla bugiarda pronuba
Non sollevate il canto
Cresce serbato al Santo
Quel che nel sen vi sta.
65 Perché, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidiando mira?
Non sa che al regno i miseri
70 Seco il Signor solleva?
Che a tutti i figli d'Eva
Nel suo dolor pensò?
Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
75 Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
80 Ma che rapir non può.
O Spirto! supplichevoli
A' tuoi solenni altari,
Soli per selve inospite,
Vaghi in deserti mari,
85 Dall'Ande algenti al Libano,
D'Erina all'irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Uni per Te di cor,
Noi T'imploriam! Placabile
90 Spirto, discendi ancora,
A' tuoi cultor propizio,
Propizio a chi T'ignora;
Scendi e ricrea; rianima
I cor nel dubbio estinti;
95 E sia divina ai vinti
Mercede il vincitor.
Discendi Amor; negli animi
L'ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
100 Ultimo dì non muta;
I doni tuoi benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior;
105 Che lento poi sull'umili
Erbe morrà non còlto,
Né sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se fuso a lui nell'etere
110 Non tornerà quel mite
Lume, dator di vite,
E infaticato altor.
Noi T'imploriam! Ne' languidi
Pensier dell'infelice
115 Scendi piacevol alito,
Aura consolatrice:
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
120 Che insegni la pietà.
Per Te sollevi il povero
Al ciel, ch'è suo, le ciglia;
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia;
125 Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudico,
Che accetto il don ti fa.
Spira de' nostri bamboli
130 Nell'ineffabil riso;
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose;
135 Consacra delle spose
Il verecondo amor.
Tempra de' baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
140 Ad infallibil segno;
Adorna le canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.

XXXI
[OGNISSANTI]
Frammenti
...in omnibus Christus.
PAUL, Col., III, 11.
Multa quidem membra, unum autem corpus.
Cor., 1, XII, 20.
Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu.
Gal., III, 28.
[1821 (Parenti); novembre 1830 (Busetto); 1847 (Lesca)]

. . . . . . . . . .
Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena,
Quel sol che in sua limpida piena
V'avvolge or beati lassù;
5 Il secol vi sdegna, e superbo
Domanda qual merto agli altari
V'addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.
A Lui che nell'erba del campo
10 La spiga vitale ripose,
Il fil di tue vesti compose,
Del farmaco i succhi temprò;
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
15 Che il larice ai verni, e l'ontano
Durevole all'acque creò;
A Quello domanda, o sdegnoso,
Perché sull'inospite piagge,
All’alito d'aure selvagge,
20 Fa sorgere il tremulo fior,
Che spiega dinanzi a Lui solo
La pompa del candido velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.
25 E voi che, gran tempo, per ciechi
Sentier di lusinghe funeste
Correndo all'abisso, cadeste
In grembo a un'immensa pietà;
E come l'umor, che nel limo
30 Errava sotterra smarrito,
Da subita vena rapito,
Che al giorno la strada gli fa,
Si lancia, e seguendo l'amiche
Angustie con ratto gorgoglio,
35 Si vede d'in cima allo scoglio
In lucido sgorgo apparir;
Sorgeste già puri, e la vetta,
Sorgendo, toccaste, dolenti
E forti, a magnanimi intenti
40 Nutrendo nel pianto l'ardir;
Un timido ossequio non veli
Le piaghe che il fallo v'impresse:
Un segno divino sovr'esse
La man, che le chiuse, lasciò.
45 Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L'Amor che può tutto locò;
Te sola dall'angue nemico
50 Non tocca né prima né poi;
Dall'angue, che appena su noi
L'indegna vittoria compiè,
Traendo l'oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l'erba,
55 Sentì sulla testa superba
Il peso del puro tuo piè.
. . . . . . . . . . .

XXXII
[DIO NELLA NATURA]

Tu sì che a noi t'ascondi:
L'occhio ti cerca invano;
Ma l'opre di tua mano
Ti svelano, o Signor.
5 Tutto del tuo gran nome
In terra, in ciel, favella;
Risplende in ogni stella,
È scritto in ogni fior.
. . . . . . . . .


RIME DI DEVOZIONE
XXXIII
SUL NOME DI MARIA
[Settembre 1823]

Santo nome, in fra i mortali
Quale è il nome che ti avanza?
Tu sei nome di speranza,
Tu sei nome di pietà.
5 Se d'Adamo il pazzo orgoglio
Al Signor ci fa ribelli,
Per te, o Madre, siam fratelli
Di Colui che ci creò.
Per te ancora al Ciel perduto
10 Nostra mente si solleva;
Tu ci togli al fallo d'Eva,
Tu ci torni al primo onor.
Quando pesa sul cuor mio
L'ingiustizia dei mortali,
15 Quando a me verranno i mali,
Il tuo nome invocherò.
Se dei troppi falli miei
Caggio sotto all'empie some,
Ripetendo il tuo bei nome
20 Io mi sento confortar.
Egli è umìl non men che mondo,
Questo giglio delle valli;
Né perch'Ella è senza falli
Mai rigetta chi fallì.
25 Ché ben sa che s'Ella intatta
Tutto corse il tristo esigilo,
È sol grazia del suo Figlio,
Che la volle preservar.
Tu se' gioia ai cuori afflitti,
30 Tu se' guida ai passi erranti,
Tu se' stella ai naviganti,
Tu se' grazia ai regnator.
Se la vita è un tristo calle
Tutto sparso di ruine,
35 Questa rosa in fra le spine
Il cammino allegrerà.
Tu conosci 1 nostri guai:
Per noi dunque il Figliuoi prega;
Se ad ogni uom Egli si piega,
40 Per la Madre che farà?
Non ti chieggo della terra
Le delizie passeggere,
Ne lo scettro del potere
Ne la febbre degli onor;
45 Prega Lui che alle nostre alme
Verso il Ciel dia corso e lena,
E la polvere terrena
Ci dia forza a disprezzar.
Fa che sempre io mi ricordi
50 Il colpevol viver mio,
Onde alfin, placato e pio,
Lo dimentichi il Signor;
Onde possa, ancor che indegno,
Rimirarlo senza velo,
55 E udir gli angioli del Cielo
Il tuo nome risuonar.

XXXIV
IL NATALE DEL 1833
Tuam ipsius animam pertransivit gladius.
LUC, II, 35.
[14 marzo 1835]

Sì, che tu sei terribile!
Sì, che in quei lini ascoso,
In braccio a quella Vergine,
Sovra quel sen pietoso,
5 Come da sopra i turbini
Regni, o Fanciul severo!
È fato il tuo pensiero,
È legge il tuo vagir.
Vedi le nostre lagrime,
10 Intendi i nostri gridi,
Il voler nostro interroghi,
E a tuo voler decidi.
Mentre, a stornare il fulmine
Trepido il prego ascende,
15 Sordo il tuo fulmin scende
Dove tu vuoi ferir.
Ma tu pur nasci a piangere;
Ma da quel cor ferito
Sorgerà pure un gemito,
20 Un prego inesaudito;
E Questa tua fra gli uomini
Unicamente amata,
Nel guardo tuo beata,
Ebra del tuo respir,
25 Vezzi or ti fa; ti supplica
Suo pargolo, suo Dio;
Ti stringe al cor, che attonito
Va ripetendo: È mio!
Un dì con altro palpito,
30 Un dì con altra fronte,
Ti seguirà sul monte,
E ti vedrà morir.
Onnipotente . . . . .


XXXV
STROFE PER UNA PRIMA COMUNIONE
Strofe da cantarsi da un coro di giovanetti alla prima Comunione nella I[mperial] R[egia] Chiesa prepositurale di Santa Maria della Scala in S. Fedele, Milano.

PRIMA DELLA MESSA
[1832]

Sì, Tu scendi ancor dal cielo;
Sì, Tu vivi ancor tra noi;
Solo appar, non è, quel velo:
Tu l'hai detto; il credo, il so;
5 Come so che tutto puoi,
Che ami ognora i tuoi redenti,
Che s'addicono 1 portenti
A un amor che tutto può.

ALL'OFFERTORIO
[1837]

Chi dell'erbe lo stelo compose?
10 Chi ne trasse la spiga fiorita?
Chi nel tralcio fe' scorrer la vita?
Chi v'ascose dell'uve il tesor?
Tu, quel Grande, quel Santo, quel Bono,
Che or qual dono il tuo dono riprendi;
15 Tu, che in cambio, qual cambio! ci rendi
Il tuo Corpo, il tuo Sangue, o Signor.
Anche i cor che t'offriamo son tuoi:
Ah! il tuo dono fu guasto da noi;
Ma quell'alta Bontà che li fea,
20 Li riceva quali sono, a mercè;
E vi spiri, col soffio che crea,
Quella fede che passa ogni velo,
Quella speme che more nel cielo,
Quell'amor che s'eterna con Te.

ALLA CONSACRAZIONE
[1832]

25 Ostia umìl, Sangue innocente;
Dio presente, Dio nascoso;
Figlio d'Eva, eterno Re!
China il guardo, Iddio pietoso,
A una polve che Ti sente,
30 Che si perde innanzi a Te.

PRIMA DELLA COMUNIONE
[1834]

Questo terror divino,
Questo segreto ardor,
È che mi sei vicino,
È l'aura tua, Signor!
35 Sospir dell'alma mia,
Sposo, Signor, che fia
Nel tuo superno amplesso!
Quando di Te Tu stesso
Mi parlerai nel cor!

ALLA COMUNIONE
[1834]

40 Con che fidente affetto
Vengo al tuo santo trono,
M'atterro al tuo cospetto,
Mio Giudice, mio Re!
Con che ineffabil gaudio
45 Tremo dinanzi a Te!
Cenere e colpa io sono:
Ma vedi chi T'implora,
Chi vuole il tuo perdono,
Chi merita, Chi adora,
50 Chi rende grazie in me.

DOPO LA COMUNIONE
[1832]

Sei mio; con Te respiro:
Vivo di Te, gran Dio!
Confuso a Te col mio,
Offro il tuo stesso amor.
55 Empi ogni mio desiro;
Parla, ché tutto intende,
Dona, ché tutto attende,
Quando T'alberga, un cor.

XXXVI
PER LA PRIMA COMUNIONE

Vieni, o Signor: ripòsati,
Regna nei nostri petti,
Sgombra da' nostri affetti
Ciò che immortal non è.
5 Discendi: ogni tua visita
Prepari un tuo ritorno,
Fino a quell'aureo giorno
Che ci rapisca in Te.



EPIGRAMMI, SCHERZI E COMPLIMENTI

XXXVII
[PARODIA D'ARIETTA MELODRAMMATICA
METASTASIANA]

Tu vuoi saper s'io vado,
Tu vuoi saper s'io resto:
Sappi, ben mio, che questo
Non lo saprai da me.
5 Non che il pudor nativo
Metta alla lingua il morso,
O che impedisca il corso
Quel certo non so che.
Vuoi ch'io dica perché non lo dico?
10 Non lo dico, oh destino inimico!
Non lo dico, oh terribile intrico!
Non lo dico, perché non lo so.
Lo chieggo alla madre
Con pianti ed omei:
15 Risponde: Vorrei
Saperlo da te.
Se il chieggo alla sposa:
Decidi a tuo senno,
Risponde: un tuo cenno
20 È legge per me.
Se il chieggo a me stesso
. . . . . . . . .

XXXVIII
[I VERSI DEL CONTE GIOVIO]
[1814?]

Conte Giovio tanto visse
Ch' a' suoi versi sopravvisse.


XXXIX
L'IRA D'APOLLO
ODE [BURLESCA]
[Per la Lettera semiseria di Grisostomo]
[1816]

Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!)
Vidi là dove innalzasi
E nel Lario si specchia il Baradello
Il Delfico calar Nume sovrano,
5 E su la torre aerea
Ristar dell'antichissimo Castello.
Gli spirava dal volto ira divina,
E da la chioma odor d'ambrosia fina.
Sperai che, quale in su la rupe Ascrea
10 O sul giogo Parnasio,
Almo suono ei trarria da la sua cetra;
Ma il Nume che tutt'altro in testa avea.
Piegando il braccio eburneo,
Stese la man sul tergo a la faretra:
15 Tolse uno stral, su l'arco d'oro il tese;
Lungo e profondo mormorio s'intese;
Ove su l'ampio verdeggiar dei prati
Sacra a le belle Najadi,
Sorge l'alta Milan, la mira ei volse.
20 Me prese alto terror pei Lari amati,
E da le labbra tremule
La voce a stento ad implorar si sciolse:
“Ferma! che fai? Deh non ferir, perdona,
Santo figlio di Giove e di Latona!”
25 Al dardo impaziente il vol ritenne,
E a me rivolto, in placido
Sembiante, a dir mi prese il dio di Delo:
“Fino a noi da que' lidi il grido venne
D'uom che sfidare attentasi
30 Tutti gli Dei, tutte le Dee del cielo,
E l'audacia di lui resta impunita?
Pera l'empia città che il lascia in vita!”
“Deh! per Leucotoe”, io dissi, “e per Giacinto,
Per la gentil Coronide,
35 Per quella Dafne più di tutte amata,
De la cui spoglia verde il capo hai cinto,
Poni lo sdegno orribile,
Frena la furia de la destra irata;
Pensa, o signor di Delfo, almo Sminteo,
40 Che se enorme è la colpa, un solo è il reo.
Un solo ha fatto ai numi vostri insulto,
Spinto da l'atre Eumenidi;
Egli è il solo fra noi che non vi adora;
Non obliar per lui degli altri il culto:
45 Vedi l'are che fumano,
Vedi il popolo pio che a voi le infiora,
Ascolta i preghi, odi l'umil saluto,
Che il Cordusio ti manda e il Bottonuto.
Tutto è pieno di voi. Qual rio cultore,
50 Non invocata Cerere,
I semi affida a l'immortal Tellure?
Ad ardua impresa chi rivolge il core,
Se a la Cortina Delfica
Non tenta il velo de le sorti oscure?
55 Quale è il nocchier che sciolga al vento i lini,
Pria di far sacrificio ai Dei marini?
Voi, se Fortuna a noi concede il crine
O volge il calvo, amabile
E perenne argomento ai canti nostri:
60 Così le Greche genti e le Latine
Voi Signori cantavano
E degli Olimpj e dei Tartarei chiostri:
E noi, che in voi crediamo al par di loro,
Non sacreremo a voi le cetre d'oro?
65 Figlio di Rea, tu faretrato arciero,
De la donzella Sicula
Buon rapitor, che regno hai sopra l'ombre,
Tu che dal suolo uscir festi il destriero,
Marte, Giunone e Venere,
70 Tu che il virgineo crin d'ulivo adombre,
Io per me mi protesto, o Numi santi,
Umilissimo servo a tutti quanti.
Fa' luogo, o biondo Nume, al mio riclamo:
Non render risponsabile,
75 Per un sol che peccò, tutto un paese;
Lascia tranquilli noi che rei non siamo;
E le misure energiche
Sol contra l'empio schernitor sian prese”.
Tacqui, e m'accorsi dal placato aspetto
80 Che il biondo Dio gustava il mio progetto.
Lo stral ripose nel turcasso, e disse:
“Poi che quest'empio attentasi
Esercitar le nostre arti canore,
Queste orribili pene a lui sien fisse:
85 Lunge dai gioghi aonii
Sempre dimori e dalle nove suore;
Non abbia di Castalia onda ristauro,
Ne mai gli tocchi il crin fronda di lauro.
Giammai non monti il corridor che vola,
90 Ma intorno al vero aggirisi,
Viaggiando pedestre il vostro mondo.
Non spiri aura di Pindo in sua parola:
Tutto ei deggia da l'intimo
Suo petto trarre e dal pensier profondo,
95 E sia costretto lasciar sempre in pace
L'ingorda Libitina e il Veglio edace.
E perché privo d'ogni gioja e senza
Speme si roda il perfido,
Lira eburna gli tolgo e plettro aurato”.
100 Un gel mi prese alla feral sentenza;
E, sbigottito e pallido,
Esclamai: “Santi Numi, egli è spacciato!
E come vuoi che senza queste cose
Ei se la cavi?”. “Come può”, rispose.
105 Tacque, e ristette il Nume, simigliante
A la sua sacra immagine
Che per Greco scalpel nel marmo spira,
Dove negli atti e nel divin sembiante
Vedi la calma riedere,
110 E sul labbro morir la turgid'ira:
Spunta il piacer de la vittoria in viso,
Mirando il corpo del Pitone anciso.

XL
[A GIULIO, LODATORE DI “PAZZI SONETTANTI”, O CLASSICISTI]
[1816-1817]

Dunque il tuo Lesbio per l'estinta Nice
Va su' tumuli erbosi a sparger pianti
Veracemente come in versi il dice?
Oh, che mi narri di siffatti vanti
5 Sentimentali che a bandir lor nome
Spandon cotesti pazzi sonettanti?
Poi gridan che ahi! gli è indarno offrir le chiome
Alla Tartarea Giuno, e abbracciar l'are
Dell'Eumenidi pie per vincer, come
10 Pur non fu dato al Tracio Orfeo, le avare
Fauci dell'atra Dite, e all'aureo sole
Ricondur le rapite anime care.
E sentono costoro? e in lor parole
Dolor tu forse, o amor, od altro senti
15 In mezzo al ghiaccio di cotante fole?
Male il Poeta ti pingesti in mente,
Diletto Giulio, e il tuo veder fallace
S'accusa in tal subbietto anco ebbramente.
Come i versi lodar puoi del dicace
20 Spensierato Berillo, ond'è schernita
Del buon Pacomio la vista verace
Perché incerto è nell'opre, ed ogni ardita
Sentenza il punge, e fugge i crocchi, e gode
Trar taciturna e solitaria vita?
25 Poi veggo il duolo che ti cruccia e rode
Se la scola t'ingiunge altra lettura
Che poemetti, canzoncine ed ode.
. . . . . . . . . . . . .

XLI
IL CANTO XVI DEL TASSO
DRAMMA
[1817]

Interlocutori:
ARMIDA - RINALDO - UBALDO - CARLO
La scena rappresenta gli orti di Armida.

ATTO PRIMO
Scena I

RINALDO solo
(col ventaglio in mano, all'ombra).

Oh! che caldo fa in questo paese!
Un più forte giammai non m'accese;
Nemmen quello del Nume d'Amor.
E quand'ho la camicia sudata,
5 Non v'è alcun che me l'abbia cambiata;
Mi s'asciuga sul corpo il sudor.
Dacché mi trovo in questo
Non so se labirinto ovver palazzo
Rotondo, e di figura irregolare,
10 Giammai non vidi un uomo a cui parlare:
Tutto lo spasso mio
Fu il contar le colonne; e son seimila,
Ma l'architetto non le ha messe in fila.
Potessi almen sapere
15 Quel che fa Armida dentro il suo casotto!
Vi sta dalle otto del mattino alle otto
Della sera: ma zitto... appunto è dessa;
Dessa la sola fiamma del cor mio;
Ma è troppo giusto, ché son solo anch'io.

Scena II
ARMIDA e DETTO

ARMIDA
20 Che fai, bell'idol mio?

RINALDO
Il solito, o mia stella:
In questa parte e in quella
Vado portando il piè.
E tu che fai, mio bene?
25 Se la domanda è onesta.

ARMIDA
(accennando il casotto).
Da quella parte a questa
Ho già portato il piè.
Vedi, mio bel guerriero,
Quanto io feci per te? Ti addussi in questo
30 Solitario ritiro, e ne raccolsi
Quanto di bel sa far natura ed arte,
Se avvien che la natura
Co' suoi d'imitazion tratti più arditi
“L'imitatrice sua scherzando imiti”.
35 E perché nulla al sommo piacer manchi
Il popolai di bella
E scelta compagnia,
Orsi, tigri, leoni, aquile, e serpi:
E quel ch'è più di tutti, un papagallo
40 Che nel periodar non fé mai fallo.

RINALDO
Ma pur qualche vivente
Che parlasse per uso, e non per caso,
Non farebbe difetto.

ARMIDA
Quando l'esser soletto
45 Con l'adorata donna
Spiacque ad amante mai?

RINALDO
Quando s'annoja.

ARMIDA
Deh! non dir tal parola, o cara gioja.

RINALDO
Se 'l dissi, ad arte e non a caso il fei:
Se non dicessi il resto io creperei.

ARMIDA
50 Ohimè! che vuol dir questo?

RINALDO
Vuol dir: panico pesto. È tempo alfine
Ch'io parli, e tu m'ascolti; e se finora
Fui di poche parole...
Basta: so quel che dico:
55 La colpa non fu mia, ma d'un amico.
È quello il modo, insomma,
Di trattare un guerriero innamorato?
Lasciarlo sempre solo
A parlar con le belve e colle piante:
60 “Se non quando è con te romito amante”?
Cangiarlo in cacclator senza fucile?
Cangiarlo in giardinier senza badile?
So che un certo Ruggiero,
Che fu antenato mio, trovossi un giorno
65 In questo contingente, in ch'io mi trovo;
Vedete che il trovato non è nuovo!
Ma quei si stava in festa,
A caccia, a giostre, a danze, ed a conviti
In mezzo ad una bella compagnia.
70 Ed io solo così convien che stia!
Che invenzioni son queste?
Non si tratta così con casa d'Este.

ARMIDA
E vorresti, o degenere superbo,
Metterti con Ruggiero?
75 Non sei degno di fargli il cameriero.
Quello era un uom famoso in tutto il mondo,
Amato dalle donne, riverito
Dai guerrieri nell'arme più lodati:
E tu degno non sei
80 Di comandare a quattro venturieri;
Se Goffredo, quel re dei galantuomini,
Sa conoscere il merito degli uomini.
Ma... finiamola; io voglio pettinarmi,
E far cent'altre cose...

RINALDO
85 Saranno al tuo fedel sempre nascose?

ARMIDA
Solo al Tasso io le rivelo,
Al mio fido consigliere.
Quello è un uom che sa tacere,
E a nessuno le dirà.

RINALDO
90 Basta, basta... Mi rimetto.
Di saperle non m'affretto:
Se voi fate qualche cosa,
Qualche cosa si vedrà.
Ma questo estraneo arnese
95 Certo per nulla al fianco mio s'appese!
Questo cristallo netto,
Che nell'argenteo rivo
Ripete l'oro fin della tua chioma,
Guardar non lo dovresti;
100 Ma guàrdati nei specchi, almi, celesti.

ARMIDA
No, mio fedel: favellami sul sodo.

RINALDO (a parte).
Oh quanto di parlare un poco io godo!

ARMIDA
Se fosse proprio vero
Quel complimento che tu m'hai suonato,
105 Il venditor di specchi è rovinato.

RINALDO
Scusa se in geroglifico io favello,
Amabile fanciulla,
Per dire il vero, anch'io ne intendo nulla.

ARMIDA
Dunque facciamo fine.

RINALDO
110 Ahimè! che nuova è questa?
Caro mio ben, t'arresta...

ARMIDA
Non posso, in verità.

RINALDO
M'ucciderò, crudele,
Se tu mi volgi il tergo...

ARMIDA
115 Torno all'usato albergo...
(Rinaldo vuol seguirla, ma Armida,
accennandogli di star fermo, dice:)
Più innanzi non si va!

ATTO SECONDO
Scena I

RINALDO solo
(Ubaldo e Carlo in disparte).
Quanto è dolce in erma parte
Sospirar per un bel volto,
Per un crin dorato e sciolto,
120 Per li gigli di un bel sen!
Quest'è quel che fa felice
L'oziosa vita mia;
Ma un tantin di compagnia
Mi darebbe un gran piacer.
125 Quanto è dolce, allor che tenero
In me volge Armida il guardo,
Dirle: - O cara, un dolce dardo
M'ha ferito in seno il cor!
Il mio cor, che ovunque il giri,
130 Fuor di te nulla desia! -
Ma un tantin di compagnia
Mi darebbe un gran piacer.
Ed allora che allo specchio
Ella ha vòlto il suo bei viso,
135 Dirle: - Io vedo un paradiso
In un vetro piccolin.
Questi detti son del core
Vero indizio e vera spia! -
Ma un tantin di compagnia
140 Mi darebbe un gran piacer.
Dirle: - Son gl'incendi miei
Un ritratto in miniatura;
Quale è donna tanto dura
Che a tal dir resisterà!
145 Amator di me più fervido
Mai non fu, giammai non fia! -
Ma un tantin di compagnia
Mi darebbe un gran piacer.

Scena II
UBALDO, CARLO e DETTO

UBALDO (a Carlo).
Udisti?

CARLO
Udii: non sembra mal disposto.

UBALDO
150 Dunque mostriamoci...

RINALDO
Oh Dei!
Ecco esauditi alfine i vóti miei:
Che buon vento vi guida?

UBALDO
Siam mandati
Dal pio Goffredo...

RINALDO
Appunto: cosa fa?

UBALDO
Ove tu lo lasciasti ancora sta:
155 Seda sedizioni col mostrarsi;
E poi fa quel che fanno i Genovesi.

RINALDO
Mal ti spiegasti, o pure io mal t'intesi.

UBALDO
Dirò: venne un'arsura
Che diseccò ogni fonte ed ogni roggia...

RINALDO
Oh Dio! com'è finita?

UBALDO
Colla pioggia.
Il pio Goffredo la lasciò cadere,
Affrettandola un po' colle preghiere.

RINALDO
E il solitario Piero
Comandava gli eserciti frattanto?

UBALDO
165 Credo non combattessero in quel canto.
Fu bruciata una macchina stupenda,
Talché non si poté più dar l'assalto.

RINALDO
Me ne rallegro!

UBALDO
E per rifarne un'altra
Siam venuti a chiamarti.

RINALDO
170 Io sono avventuriero,
Non inventor di macchine: che parli?

UBALDO
È ver: ma è duopo per tagliare un bosco,
Che sol nell'Asia tutta
Ha legname che possa in uso porse,
175 D'un uom della tua schiena:
Ecco l'alta cagion che qui ci mena.

RINALDO
Carlo, Ubaldo, voi tutti, ospiti amici,
Guerrieri, pellegrini,
Ditemi: al campo non vi son Trentini?
180 Quando lo venni in Gerosolima,
Mi diceva il signor Padre:
“A fugar le ostili squadre
Io ti mando, o mio figliuol”.
Non mi disse: “O mio figliuolo,
185 Io ti mando a spaccar legna”.

UBALDO
Deh! pietà di noi ti vegna;
Ché ci puoi salvar tu sol.

RINALDO
Io vengo, oh giubbilo!
Son fuor d'intrico:
190 Verrei, vi dico,
Tutto quel bosco
Anche a segar.

UBALDO
Ei viene, oh giubbilo!
Che dici, oh Carlo?

CARLO
Per me, non parlo:
195 Tu déi parlar.

UBALDO
Presto, dunque, fuggiam.

RINALDO
Che fretta avete?

UBALDO
Se qualcuno ci scopre...

RINALDO
200 Eh! che non v'è nessuno...
Se per caso non fosse il pappagallo.

UBALDO
Ecco Armida che viene.

RINALDO
Or siamo in ballo.


Scena III

ARMIDA e DETTI

ARMIDA
Il musico gentile
Pria che la lingua snodi,
Sussurra in bassi modi
205 Un bel ge - sol - re - ut.
Tal l'infelice Armida
Or che pregar ti deve
Forma un concento breve
Per prepararti il cor.
210 Attenti, miei signori, ed incomincio.
“Non aspettar...”

RINALDO
Signora, altro non chiedo:
Me n'andava.

ARMIDA
Oh! ch'io preghi, volea dire:
Deh! non m'interrompete almen l'esordio.
È la metà dell'opra un bel primordio!
215 Non aspettar ch'io preghi che tu resti:
Solo ti prego, ingrato,
Che mi lasci venire ove tu vai;
Ti potrò far servigio, lo vedrai.
Io ti starò dinnanzi:
220 “Barbaro forse non sarà sì crudo,
Che ti voglia ferir per non piagarmi”.

RINALDO
Dite davvero, o fate per burlarmi?

ARMIDA
Anzi ti faccio una proposta in forma.

RINALDO
Vedete, amici cari?
225 Parla la bella donna, e par che dorma.

ARMIDA
Scudiero o scudo,
Col petto ignudo
Ti coprirò.

RINALDO
Non farem nulla:
230 Un Turco crudo,
Bella fanciulla,
Ti piglierà.
E ti dirà:
“Signore scudo,
235 Signor scudiere,
Venga al quartiere
Di Mustafà”.

ARMIDA
Tu non sei nato
In casa d'Este:
240 Nelle foreste
Ti fece il mar,
Allor che il Caucaso
(La cosa è piana)
Coll'onda insana
245 Si maritò.
Vattene pur, crudele;
Vattene, iniquo, omai:
Me ignoto spirto a tergo
Eternamente avrai.

RINALDO
250 Non me ne importa un corno,
Perché non ti vedrò.

ARMIDA
Ma cado tramortita, e mi diffondo
Di gelato sudor.

RINALDO
Poter del mondo!
Cara Armida! oimè! che fai?
255 Non mi senti e non mi vedi?
Ma pur gli ultimi congedi
Per pietade io prenderò.
Oh! crudel, tu non rispondi?
Non mi dici: “Schiavo, cane!”
260 Sta' pur lì fino a dimane;
Ch'io per me già me ne vo.



XLII
A CARLO PORTA
[Sonetto beroldinghiano]
[1° marzo 1819]

Lingua mendace che invoca gli Dei
Essendo in suo cuore ateo mitologico,
Tu credesti ingannare i sensi miei
Con stile affettatamente pedagogico.
5 Del qual giammai creduto io non avrei
Che mi stimassi tanto cacologico
Da non discerner sensi buoni e rei
Sotto il velame del linguaggio anfibologico.
Falso avvocato ne fingesti difensore
10 Per tirare in rovina il tuo cliente.
O stelle! o numi! chi vide un tale orrore?.
E per tradire ancor più impunemente
Pigliare un nome caro all'alme Suore
Come la tua inizial spergiura e mente!


XLIII
[POSTILLA AL PRECEDENTE SONETTO]
[1° marzo 1819]

On badée, che voeur fa da sapienton,
El se toeu subet via par on badée;
Ma on omm de coo, che voeur parè mincion,
El se mett anca lù in d'on bell cuntée.


XLIV
AL SIGNOR FRANCESCO HAYEZ
L'AUTORE
[1822?]

Già vivo al guardo la tua man pingea
Un che in nebbia m'apparve all'intelletto:
Altra or fugace e senza forme idea
Timida accede all'alto tuo concetto:
5 Lieto l'accoglie, e un immortal ne crea
Di maraviglia e di pietade oggetto;
Mentre aver sol potea dal verso mio
Pochi giorni di spregio, e poi l'oblio.


XLV
AD ANGELICA PALLI
[Agosto 1827]

Prole eletta dal Ciel, Saffo novella
Che la prisca Sorella
Di tanto avanzi in bei versi celesti
E in santi modi onesti,
5 Canti della infelice tua rivale,
Del Siculo sleale
Nello scoglio fatal, m'attristi; ed io
Ai numeri dolenti
T'offro il plauso migliore, il pianto mio.
10 Ma tu credilo intanto ad alma schietta,
Che d'insigne vendetta
L'ombra illustre per te placata fora,
Se il villano amator vivesse ancora.

XLVI
PER VINCENZO MONTI
[1828]

Salve, o divino, cui largì Natura
Il cor di Dante e del suo Duca il canto!
Questo fia il grido dell'età futura;
Ma l'età che fu tua tel dice in pianto.



DISTICI LATINI

XLVII
VOLUCRES
[1868]

Fortunatae anates quibus aether ridet apertus,
Libera in lato margine stagna patent!
Nos hic intexto concludunt retia ferro,
Et superum prohibent invida tecta diem.
5 Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta
Et queis misceri non datur alitibus.
Si quando immemores auris expandimus alas
Tristibus a clathris penna repulsa cadit.
Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,
10 Nulli nos nidi, garrula turba, cient.
Pro latice irriguo, laeto pro murmure fontis,
Exhibet ignavas alveus arctus aquas.
Crudeles escae, vestra dulcedine captae
Ducimus aeternis otia carceribus!


XLVIII
AD MICHAËLEM FERRUCIUM
V. CL.
ALEXANDER MANZONI
[26 dicembre 1869]

Sunt qui fidenter venia vix hercule dignis
Deposcunt laudum proemia carminibus:
Tu, pro laudandis, veniam, Vir docte, precaris:
Error utrimque; sed hic nobilis, ille miser.
Mediolani. a. d. VII calend. Januar. A. MDCCCLXX.



POESIE D'INCERTA ATTRIBUZIONE

XLIX
[PER UN PRELATO]

Non il favor de' salutati regi,
Ne il tollerato col roman Nocchiero
Mar tempestoso a te il difficil diero
Onor dell'Ostro e i pontificj fregi;
5 Ma ben maggiore di tutt'altri pregi,
Zelo dell'alme, ed incorrotto, austero
Costume in anni verdi, e in lusinghiero
Secolo, distruttor de' studj egregi.
Tali vedeva dalla greggia umile
10 Sorgere i suoi Pastor la prisca etate
A reggere di Cristo il santo Ovile.
E le gemme a que' dì meno onorate
E il fulgid'Ostro eran compenso vile
E prezzo ingiusto alla maggior pietate.


L
[ANACREONTICA]

Mi disse un pastore,
Quand'ero bambina,
Che un serpe era Amore,
Che morde se può.
5 E il core molti anni
Le insidie e gl'inganni
Del serpe schivò.
Ma quando improvviso
Apparvemi al fonte
10 Il giovane Euriso
Giurandomi fe',
Fra palpiti il core
Si accorse che Amore
Un serpe non è.


LI
L'APPARIZION DEL TASS
FRAMMENT
[1817]

Fœura de porta Ludoviga on mia,
Su la sinistra, in tra duu fontanin
E in tra dò fil de piant che ghe fa ombria,
El gh'è on sentirolin
5 Solitari, patetegh, deliziôs
Che 'l se perd a zicch zacch dent per i praa,
E ch'el par giusta faa
Per i malinconij d'on penserôs.
Là inscì, via del piss piss
10 D'on quaj sbilz d'acqua, che sbottiss di us'ciœu,
Via d'on quaj gorgheg d'on rosignœu,
O de quaj vers lontan lontan lontan
D'on manzett, o d'on can,
No se ghe sent on ett
15 Che rompa la quiett.
Tuttcoss, là inscì, l'aiutta la passion,
Ne s'à nanch faa duu pass
Tra quij acqu, tra quij piant, tra quell'ombria,
Che se sent a quattass d'on cert magon,
20 Se sent a trasportass
D'ona certa èstes de malinconia,
Che sgonfia i œucc senza savè el perchè,
E sforza a piang, d'on piang che fa piasè.
Appont in de sto stat de scoldament
25 Seva jer sol solett in sta stradella.
Gh'aveva el Tass sott sella
E i sœu disgrazi in ment:
Quand tutt'on tratt dove pù scur e fosch
E pù suturno per el folt di ramm
30 Fan i arbor on bosch,
Me senti a succudì
Da on streppet improvvis in di fojamm;
Me se scuriss el dì,
Me traballa la terra sott i pee,
35 Starluscia, donda i piant, scolti on lument
Sord sord, tegnù tegnù, come d'on vent
Che brontolla s'cincaa tra i filidur,
Come el lument di mort e di pagur.
E vedi a spôntà sù, Gesus Maria!,
40 Tra i rover e i fojasc
Longa longa on ombria
Che me varda e me slonga incontra i brasc.
Foo per scappà... foo per sgarì... no poss...
Me se instecchiss i pee, voo in convulsion,
45 E el pocch fiaa di polmon
El rantéga, el se perd dent per el goss.
I pols, i laver, i palper, i dent,
I mascell, i naris
Solten, batten, hin tucc in moviment;
50 Già brancolli... già svegni... borli giò.
E in quella che bicocchi, on ton de vôs
Affabel e pietôs
El me rinfranca con premura, e el dis:
— Spiret, Carlin! te me cognosset no?
55 Vardem... cognossem... sont on galantomm. -
Sbaratti i œucc... i fissi in quell'ombria,
E no l'è pù on'ombria, ma l'è on bell'omm
D'oss, de carna, de pell,
Che me varda in d'on att de cortesia,
60 E el sporg el volt vers mì
Come sarant a dì... — E inscì mo adess
Son quell o no sont quell? parla, di su. -
L'eva volt, compless, ben fa de la personna,
Magher puttost che grass,
65 L'ha el front quadraa, spaziôs;
Arcaa, distint i zij;
Barba, baffi, cavij
Tacaa insemm, folt e bisc, tra el scur e el biond:
Œucc viv, celest, redond,
70 Sguard poetich, penserôs,
Pell bianca, nâs grandott, laver suttil,
Bocca larga; dò fil
De dent piccol e spess, candidi, inguai,
Barbozz sporgent in fœura;
75 Manegh, corpett, goriglia alla spagnœura...
— Dio! chi vedi mì... saravel mai,
Saravel mai — dighi tremant — el Tass?... -
E lù cerôs, fasent i dò foppell
In mezz ai dò ganass
80 — Sì — el me respond — sont quell, sont propi quell!
A sto gran nomm, me butti genoggion
Per adorall de cœur, per ringraziall
De tanta degnazion...
— Lù — sclammi — on poetton de quella sort,
85 L'onor di Italian,
Tœuss st'incommed per mì, lassà i sœu mort
Per vegnì chi in personna
A parlà cont on tangher de Milan?...
Ma in dov'ela, sur Tass, quella coronna,
90 Che ghe stava inscì ben su quella front? -
— Ah! Carlo — el me respond,
Tirand su dai polmon
On sospiron patetegh e profond -
Ah! Carlo, la coronna strapazzada
95 No la ghè pù per mi... che on tal Manzon,
On tal Ermes Viscont
Me l'han tolta del coo, me l'han strasciada
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