Archivo del blog

sábado, 24 de febrero de 2007

SILVIO PELLICO:POESIE INEDITE



POESIE

INEDITE

DI

SILVIO PELLICO







VOLUME PRIMO.








TORINO

TIPOGRAFIA CHIRIO E MINA.

MDCCCXXXVII.



AI LETTORI.

Avendo alquanto coltivato la poesia sin da' giovenili anni, e trattone dolcezza, non so cessare d'amarla, e di lasciarmi talvolta da essa ispirare scrivendo i miei più intimi pensieri e sentimenti. Così son nati i versi che oggi m'avventuro di pubblicare, sebbene sia consapevole essere in questi il buon desiderio molto maggiore del merito, e sebbene soglia dirsi nell'età nostra, giovare che gli scrittori italiani gareggiano piuttosto in moltiplicare le buone prose, che in arricchire il tesoro della poesia patria, già cotanto abbondante ed egregio. Non condanno siffatta opinione a favore delle buone prose, le quali pur vorrei vedere aumentarsi ogni giorno nella nostra letteratura, ma dimando grazia anche per le poetiche produzioni. Se svolgono affetti lodevoli e verità religiose e civili, le impressioni che fanno su gli animi possono riuscire benefiche al pari d'impressioni destate da libri morali d'altro genere.
Non poca parte de' versi che do alla luce si riferisce precipuamente alle mie vicende, a' miei dolori, alle mie speranze, alle consolazioni recatemi dalla Fede. Mi sono chiesto se non era temerità il dipingere sì lungamente me stesso, e forse ell'è temerità infatti. M'è nondimeno sembrato che la pittura del mio cuore acquistasse un rilievo dagli oggetti nobilissimi che v'ho associato, e segnatamente dal più sublime di tutti - Iddio.
Sospetto che avrei fatto meglio a parlare di Lui, di Religione, di Virtù, senza tanto a me medesimo por mente, ma non ho saputo. Il benigno lettore gradirà con indulgenza questa confessione: ho argomento di sperarlo, sapendo che altra volta già m'è stato generalmente perdonato il rappresentare con tutta fiducia l'interno dell'anima mia.


AL MARCHESE

TANCREDI FALLETTI DI BAROLO

ED ALLA MARCHESA

GIULIETTA NATA COLBERT

SUA CONSORTE

OMAGGIO DELL'AUTORE.


LA MIA GIOVENTÙ.

Cor mundum crea in me, Deus.
(Ps. 50).


Lamento sui fuggiti anni primieri,
Che fecondi di speme Iddio mi dava,
E di ricchi d'amore alti pensieri!

Tra giubili ed affanni io m'agitava,
Ed incessanti studi, e bramosia
Di sollevarmi dalla turba ignava;

E spesso dentro al cor parola udìa
Che diceami dell'uom sublimi cose,
Tali che d'esser uomo insuperbìa.

Pupille aver credea sì generose
Il mio intelletto, che dovesser tutte
Schiudersi a lui le verità nascose;

E di ragion nelle più forti lutte
Io mi scagliava indomito; sognante
Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.

Quella vita arditissima ed amante
Di scïenza e di gloria e di giustizia
Alzarmi imprometteva a gioie sante.

Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,
Ma quando reo me stesso io discopriva,
L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.

Poi dal perturbamento io risalíva
A proposti elevati ed a preghiere,
Me concitando a carità più viva.

Perocchè m'avvedea ch'uom possedere
Stima non può di se medesmo e pace,
S'ei non calca del Bel le vie sincere.

Ma allor che fulger più parea la face
Di mia virtù, vi si mescea repente
D'innato orgoglio il lucicar fallace.

E allor Dio si scostava da mia mente,
E a gravi rischi mi traea baldanza,
Ed infelice er'io novellamente.

Se così vissi in lunga titubanza,
Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
Che tremenda cingeami ostil possanza!

Sfavillante d'ingegno il secol mio,
Ma da irreligiose ire insanito,
Parlava audace, ed ascoltaval'io.

E perocchè tra' suoi sofismi ordito
Pur tralucea qualche pregevol lampo,
Spesso da quelli io mi sentìa irretito.

Egli imprecando ogni maligno inciampo
Sciogliea della ragion laudi stupende,
Ma insiem menava di bestemmie vampo.

Ed io, come colui che intento pende
Da labbra eloquentissime e divine,
E ogni lor detto all'alma gli s'apprende,

Meditando del secol le dottrine,
Inclinava i miei sensi alcuna volta
Di servil riverenza entro il confine.

Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta
Era sua sapïenza, e vidi tardi
Ch'ei debaccava per superbia stolta.

Trasvolaron frattanto i dì gagliardi
Della mia giovinezza, e sovra mille
Splendide larve io posto avea gli sguardi;

E nulla oprai che d'alta luce brille!
E si sprecar fra inani desidèri
Dell'alma mia bollente le faville!

Lamento sui fuggiti anni primieri
Che d'eccelse speranze ebbi fecondi,
E di ricchi d'amore alti pensieri!

Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi
Delirii miei, pur non sorrisi io mai
Agl'inimici suoi più furibondi:

Sempre attraverso tutte nebbie, i rai
Del Vangel mi venian racconsolando;
Sempre la Croce occultamente amai.

Ed il maggior mio gaudio era allorquando
In una chiesa io stava, i dì beati
Di mia credente infanzia rammentando:

Que' dì pieni di fede, in che insegnati
Dal caro mi venian labbro materno
I portenti onde al ciel siamo appellati!

Di nuovo fean di me poscia governo
La incostanza, gli esempi, ed il timore
Dell'altrui vile e tracotante scherno;

E l'ira tua mertai per tanto errore:
Ma gl'indelebili anni che passaro
Ritesser non m'è dato, o mio Signore!

Presentarti non posso altro riparo
Che duolo e preci e fè nel divo sangue,
Di cui non fosti sulla terra avaro

Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.



A DIO.

Et anima mea illi vivet.
(Ps 21).

D'uopo ho d'amarti, e d'uopo ho che tu m'ami,
O tu che per amar mi desti un cuore!
Son mal fermi quaggiù tutti i legami,
Tu sei solo immutabile, o Signore!
S'amo creati cuor, fa ch'io rïami
In essi te che mi comandi amore:
Se d'altri il braccio mi sostiene alquanto,
Sostenga essi con me tuo braccio santo.

Ov'anco intorno a me sien petti cari,
No, mai bastar non ponno al mio conforto;
Spesso agitato da cordogli amari
Lo sguardo mio sui lor sembianti io porto;
Ma del mio mal tosto li bramo ignari,
E compongo a letizia il viso smorto,
E so che anch'essi per affetto eguale
Celan sovente del dolor lo strale.

E più volte ho provato in petti umani
D'espandere l'arcana angoscia mia,
E come a Giobbe i consiglier suoi vani,
In me quelli accrescean melanconia;
E chi i gemiti miei diceva insani,
Chi crollava la testa e non capìa,
Chi fingea compatir, mentre in secreto
Io lo scorgea de' miei tormenti lieto.

Sì ch'or per la pietà che agli uni io deggio,
Perchè tenera brama han del mio bene,
Ora per non esportili al vil dileggio
Dell'alme giubilanti alle mie pene,
Poco agli uomini parlo, e poco alleggio
Tra loro il duol che in me dominio tiene;
Ma sfogar pur sospiro i lutti miei,
E tu, Signor, mio confidente sei!

Fa ch'io ti senta sempre a me vicino:
Troppo la solitudin m'addolora!
Posar vo' il cor sovra il tuo cor divino
Voglio dirti i miei sensi a ciascun'ora!
Traggimi in qual pur sia fiero cammino,
Purchè teco io respiri, e teco io mora:
Tutti i dolori a te d'accanto accetto,
Di viverti discaro io sol rigetto.

Per aver l'amor tuo che far degg'io?
Pregar soltanto? Ah no, il pregar non basta!
Debbo immagine in terra esser di Dio,
Debbo luttar contro a natura guasta,
Debbo aver di giustizia alto desìo,
Debbo non abborrir chi mi contrasta,
Debbo amar tutti, anco i più rei nemici,
Ed, ove il possa, oprar che sien felici.

Donami quell'amor, ma il dona insieme
A chi meco vïaggia sulla terra:
Fra gl'inamanti cuori il cuor mio geme
E impicciolisce, e sua virtù s'atterra;
Fra i malignanti cuori il cuor mio freme,
E orgoglio oppone a orgoglio, e guerra a guerra
Fra gli odii altrui l'anima mia è infeconda;
D'alti esempi d'amor, deh, la circonda!

Con te, Signor, con te stringo alleanza:
Perdonerò a' mortali, a me perdona;
Amerò tutti, perchè han tua sembianza,
Perch'io son tua fattura, amor mi dona;
Amerò tutti, ma con più esultanza
Chi fra le braccia tue più s'abbandona;
Amerò tutti, ma con più fervore
Chi più simile al tuo mi mostra il core!

Amar vogl'io, di quell'amor che avvampa
In te, e ne' tuoi più nobili viventi,
Di quell'amor che da' rei lacci scampa,
Di quell'amor che regge infra i tormenti,
Di quell'amor che all'universo è lampa
Nella chiesa infallibil de' redenti,
Di quell'amor sì pio, sì ver, sì forte,
Che abbella e vita, e gioie, e strazi, e morte!



DIO AMORE.

Domine, qui amas animas.
(Sap. 11,27.)


Amo, e sovra il cor mio palpitò il core
Del mio Diletto, ed era - ah! la tremante
Lingua osa dirlo appena - era il Signore!

Il Signor che di gloria sfavillante
Regna ne' cieli, e sua delizia è pure
Il picciol uomo in questa valle errante!

Ed attonite il mirano le pure
Intelligenze scendere ammantato
A questo erede di colpe e sciagure,

Ed il povero verme lacerato
Sanar colle sue mani, e a tutti i mondi
Ridir sua gioia, se da tale è amato.

Io lo vidi per baratri profondi
Movermi incontro, e gridar dolcemente:
«Perchè cotanto al mio desìo t'ascondi?»

E più e più appressavasi, e ridente
Più e più del suo viso era il fulgore,
E n'arsi ed arderonne eternamente.

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core
Del mio Diletto, ed era - ah sì! il proclamo
All'universo in faccia - era il Signore!

Io lo vidi, il conobbi, ei m'ama, io l'amo!



MARIA.

Fac ut ardeat cor meum.
(Stab.)

Amo, e sovra il cor mio col nome santo
Sta del Signor quel d'una Donna impresso
Quel della Vergin che a Lui siede accanto!

Quel di Colei che gloria è del suo sesso!
Quel di Colei ch'anima avea sì bella,
Ch'a sue cure Dio volle esser commesso!

E bambin s'appendeva a sua mammella,
Ed ha i merti di lei co' suoi contesti,
E l'alzò dov'è a noi propizia stella!

Salve, o Maria! Tu con Gesù stringesti
Fra le tue braccia tutti noi mortali;
Tu per fratello il Redentor ne desti.

Su me pur, su me pur tue celestiali
Pupille scintillaron di materna
Pietà ineffabil, sin da' miei natali.

E a quel Figliuol che terra e ciel governa
Per me chiedesti e vai chiedendo aïta,
Sì, ch'io pur giunga alla sua pace eterna.

Ne' giorni più infelici di mia vita
L'invisibil tua man mi terse il pianto;
Ognor t'han miei rimorsi impietosita.

Amo, e sovra il cor mio porto col santo
Nome di Dio quel di Maria stampato!
Quel della Donna che a Lui siede accanto!

Della Madre che il Figlio ha per me dato!



L'UOMO.

Omia possum in eo qui me confortat.
(Philipp. 4, 13)

Capir non può l'umano spirto quale
Fosse dell'uom la prima, alta natura,
Pria che i suoi giorni avvelenasse il male.

Ma di natia grandezza un resto dura
Pur d'Adam nel nipote sventurato,
Che un Dio, piucchè una belva, in sè affigura.

Quel corrucciarsi del suo abbietto stato
È ad un tempo alterigia e sentimento
Ch'ei pel fango terren non fu creato.

Giocondo del suo pascolo è l'armento,
E se rugge il leon, rugge per fame,
E quand'è sazio, anch'ei posa contento.

Solo il mortal, benchè ogni senso sbrame,
E si sforzi a letizia, ode una voce
Che in cor gli grida: - L'ore tue son grame!

Sempre muta pensier, sempre lo cuoce
Uopo sfrenato di scïenza o possa,
Sempre una spina a sue calcagna nuoce.

Solo fra gli animali ei pur dall'ossa
De' cari estinti aspetta vita, e crede
Sovrastar gioie e danni oltre alla fossa.

In ogni secol l'uom si vanta erede
D'avito senno e cresciutissime arti,
Ed egualmente sitibondo incede.

Ambisce ragunar tutti i cosparti
Lumi dell'universo, e farsi Iddio,
E rifuggongli quei da cento parti.

Agogna fama, e lo ravvolge obblio,
Sanità cerca, e infermità l'abbatte,
Sa di peccare, e vorrebb'esser pio.

Contr'altri, contra sè freme e combatte,
Vuol parer dignitoso ed assennato,
E il premon fantasie luride e matte.

Egli è un astro smarrito ed oscurato
Che di sua prisca gloria un raggio serba,
E volge a rallumarsi ogni conato.

Egli è una cosa angelica e superba,
Egli è un Nabucodonosor del cielo,
Dannato co' giumenti a pascer l'erba.

Sull'intelletto suo s'è steso un velo,
Ch'ei maledice ed agita, e attraverso
Scorge il tesor perduto ond'è sì anelo.

Come offes'egli il Re dell'universo?
Qual fu l'arbor vietata ch'egli ha tocca?
Sin quando in mezzo a' vermi andrà disperso?

Basti che mentre di giustizia scocca
L'ineluttabil folgore sull'uomo,
Sull'uom misericordia anco trabocca.

Basti che sì da colpa ei non è domo,
Che per mano di Dio non debba pure
Frangere il giogo, e avere in ciel rinomo.

Basti ch'ei fra ignominie e fra sciagure
Sta grande e conscio di virtù divine,
E gli destan rossor vizi e lordure.

Ei molto ignora, ma le sue rovine
Attestan quella origin ch'egli avea,
E suda a restaurarle insino al fine;

E abborre l'angiol vil che il seducea,
L'angiolo vil che invano ognor gli grida:
«Nulla tu sei che argilla stolta e rea!»

Taci, bugiardo spirto! Iddio m'affida:
Ei non m'ha tolto, come a te, l'amore:
Uom si fe' perch'io 'l veda ed abbial guida.

Servo a lui son, ma sono a te signore;
Mal cangi astutamente e viso e manto,
Per trarmi fra tuoi schiavi al tuo dolore.

Mal di filosofia t'usurpi il vanto,
Per insegnarmi il tuo esecrando scherno
Sull'alte mire del tre volte Santo!

Io caddi al par di te dal regno eterno,
Ma non sì basso; e se mi curvo al suolo,
Non è per invocar fango ed inferno,

Bensì lui, che raddurmi al ciel può solo!



LA REDENZIONE.

Bibite ex eo omnes.
(Matth. 26,27.)

Uom, chi sei? Non t'inganni l'argilla
Ov'hai stigma d'obbrobrio e di morte.
In quel fral maledetto sfavilla
Una luce che a Dio somigliò.
Spaventosa e sublime parola!
Dio nell'uom crea di luce uno spirto,
Che dovunque Dio s'alzi trasvola,
Che l'abbraccia, che in lui tutto può.

Antichissima colpa ed oscura
Dal felice cospetto del Padre
Quell'altissima un dì creatura
Discacciò, preda a vermi e dolor.
Disputar colle belve la terra
L'uom fu visto, alle belve agguagliato;
Gli elementi gli mossero guerra,
Nulla il vinse: egli grande era ancor.

Ma più grande il fe' guardo d'amore
Ch'ei pentito osò volgere al cielo:
Da quel guardo fu preso il Signore,
Scese un giorno, e coll'uomo s'unì.
Non fu tolta alla colpa ogni pena
Per giudizio ineffabil del Santo,
Ma la coppa del duol fu ripiena
Di quel Dio che coll'uomo patì.

Da quel giorno s'inchina al mortale
Ogni mente che inchinisi a Dio,
Perch'entrambe con palpito eguale
Condivisero gaudio e martìr.
Da quel giorno gli spirti del cielo,
Cui straniera fu sempre sventura,
Santa invidia portaro all'anelo
Che per Dio può con gioia morir.

Dal suo abisso l'eterno perduto
Leva il capo, e con perfido ghigno
Grida: - Vieni, o tu forte caduto!
A me vieni, io de' forti son re!
E il fellon nega un Dio salvatore;
Ma il mortale a quell'empio risponde:
- Sento ignota virtù nel dolore,
Ciò mi svela che il Provvido v'è!

Sì, v'è Dio, l'adorabile, il forte!
Fatto l'uom a sua immagine avea:
Ei dell'uom meritevol di morte
Fessi immagine, e a sè il rïunì.
Oh magnanimo, a tanta bassezza
Sceso sei per restarne vicino!
Più non nuoce, no, morte, se spezza
L'incantesmo che a te ne rapì.

Oh mio Dio! più di morte, crudele
È il dolor che dividemi il core,
Ma il dolor convertì l'infedele,
Anco i giusti migliora il dolor.
Vero è il fatto, innegabil, tremendo:
Non v'è in terra virtù senza pianto.
Ecco il seno: ah! ch'io t'ami piangendo!
Ecco il lacera, il lacera ancor!

Benchè al misero umano intelletto
Sollevar non sia dato quel velo,
Onde piace a colui ch'è perfetto
Di sue vie le cagioni coprir,
Pur traspar sapïenza divina,
Tra la nube dell'alto mistero,
In quel lutto che l'anime affina,
In quel Dio che per noi vuol morir;

In quel nobile amor d'un fratello
Che patisce per empi fratelli;
In quel gran, di giustizia, modello
Che ad un tempo è increato e mortal!
In quel senno che sembra follia,
Ed è stimolo a somme virtudi,
Che qual ombra fugò idolatria,
Che fra tutti i nemici preval!



LA CROCE.

Confidite: ego vici mundum!
(Ioh. c. 16.)

E chi ingannato non sariasi quando
All'inesperto giovane intelletto
Tal si volgea drappello venerando
Per alta fama ed eloquente affetto,
Che virtù promettendo, ed appellando
A sublimanti indagini ogni petto,
Dicea: «Siam nati a illuminar la terra,
A tutte ipocrisie movendo guerra!»

Qual età vide mai zelo cotanto
D'ardenti ingegni, or concitati all'ira
Contro menzogna, or concitati al pianto
Sulle stoltezze in che il mortal delira?
Sì che spesso il lor dir quel grido santo
Parea che il cielo a' suoi profeti ispira,
Onde riscosse da letargo indegno,
Movan le genti di giustizia al regno!

Tonerà in quanti secoli fien dati;
Alla palestra degli spirti umani,
Tonerà il giusto contro i danni oprati
Da' fratelli perversi e dagl'insani;
E quel tonar perenne i cor bennati
Da ignobil opra tener può lontani,
E più li infiamma od infiammar dovria
A sacrifizi, a onore, a cortesia.

Ma sciagura sui popoli e sui regi
Quando frammisti a nobili pensieri
Potentissima scuola alza dispregi
Sovra la fonte degli eterni veri!
Sciagura sugli stessi animi egregi
Che allor di luce esser vorrian forieri!
Del vaneggiar d'illustre scuola tersi
Arduo a loro medesmi è rimanersi.

Ed in simile tempo io son vissuto!
Famosi audaci avean deriso l'are,
E affascinata dallo scherno astuto
Prendea quelli la turba a idolatrare;
Bello parve ostentar disdegno arguto
Verso chi preci a Cristo osasse alzare,
E più d'un per viltà vituperava
Quell'Evangel ch'ei pur nel cor portava,

Io dentro al cor portava l'Evangelo,
Nè bestemmie contr'esso unqua avventai;
Ma perchè s'irrideano e preci e zelo,
Non curanza di Dio spesso mostrai,
E agguagliato agli immemori del cielo,
Plausi e piaceri e vanità anelai;
E pur nell'alma ognor udia una voce,
Che dicea: «Dove vai? Riedi alla Croce!

«Riedi alla Croce! mi dicea; sì sforza
Calunnia indarno di tenerla a vile:
La Croce sol gl'indegni fochi ammorza,
La Croce sol fa l'uom grande e gentile,
La Croce sol dà all'intelletto forza
Di diventare all'Uomo Iddio simìle;
Se ipocriti talor stanno a' suoi piedi,
Non fuggirla perciò: gemine, e riedi!

«La Croce altro non è ch'alta dottrina
Di generosi e giusti sacrifici;
La forza d'affrontar doglie e rovina
Per giovare a' tuoi cari e a' tuoi nemici;
L'ardir congiunto ad amistà divina;
La virtù che nel cielo ha sue radici.
Chi per la Croce, ov'ei non sia demente,
Meraviglia ed ossequio e amor non sente?

«E se tu vedi ciò ch'ell'è, se l'ami,
Perchè di lei vilmente arrossirai?
Perchè, se il travïato empia la chiami,
All'impudente voce arriderai?
Di lui spregia e compiangi i ghigni infami,
Nè incodardir, sotto agli obbrobrii mai:
Della Croce magnanimo seguace,
Dimostra quanta in abbracciarla hai pace.

«Dimostra che la Croce a chi davvero
Suoi pregi indaghi, scema ogni amarezza;
Dimostra col tuo oprar, non esser vero
Ch'ella guidi a torpore ed a fiacchezza;
Dimostra che alto fa l'uman pensiero,
Che a tutti i grandi e forti atti lo avvezza;
Dimostra che se ride all'ignorante,
Pur del nobil sapere è sempre amante!

«Pari ad ogni miglior vantata scuola
La Croce insegna dignità ed amore;
Ma in lei sol v'è possanza di parola
Che inforzi, e persüada, e appuri il cuore;
Unica le angosciate alme consola,
Unica abbellir puote anco il dolore:
Ogni scuola miglior tituba e illude,
Dubbii ed error la Croce sola esclude».

Tal mi sonava in cor voce gagliarda,
Or è gran tempo, e s'io non l'obbedìa,
Del mio spirto esitanza era infingarda,
E di rapidi, lieti anni malìa;
La retta via scernendo, io la bugiarda
Con secreti rimorsi ognor seguìa:
Mesto or che tanto resistessi al vero,
Miro la Croce - e in sue promesse io spero!



GLI ANGELI.

Qui facis angelos tuos spiritus.
(Ps. 103).

Con un sol cenno, è ver, l'Onnipossente
Può governar gl'innumerati mondi,
Scevro d'ausilio di creata mente;

Ma più degno è di lui ch'ami e fecondi
L'universo d'angelici Intelletti,
Di cui l'opra sue grandi opre secondi.

Ei così volle, e spirti a lui soggetti
Adempion suoi decreti in ogni loco,
Quali a premiar, quali a punire eletti.

L'Angiol del Sol, da quel beante foco
Ai circostanti globi è fatto legge,
E della luce incantali col gioco.

Ed ogni astro ha uno spirito che il regge,
Od hanne molti, giusta ch'ivi è bello
Esser vario de' duci il santo gregge.

La nostra terra di sventure ostello,
Ostello è pur di squadre celestiali,
Onde scempio non facciane il rubello.

Per fraterna pietà si fean coll'ali
Agli occhi vel, lunge l'acciar rotando
Ai cacciati quaggiù primi mortali.

E d'Adamo fu l'Angiol, che allorquando
Reo lo mirò - «Non disperar! gli disse,
«L'Eterno puoi placar, te umilïando!»

Poscia ogni volta che la colpa afflisse
Cuori che si pentiano, il Signor tosto
Di consolarli ad uno spirto indisse.

Chi al fido Abramo che sul rogo ha posto
Il caro figlio ed il coltel già snuda,
La man rattiene? Un Cherubin nascosto.

E quando l'infelice Agar di cruda
Sete col figlio langue entro il deserto,
Dio fa che l'acque un Angiolo dischiuda.

De' dolci Genii ognor s'accrebbe il merto
Di quest'esule argilla a giovamento,
Per cui sapean che Cristo avria sofferto.

Noi vediam nel soave accorgimento
Di Rafael (perchè Tobia giungesse
D'ogni più cara brama al compimento)

L'amor de' nostri Genii: in lor le stesse
Ardono industri fiamme generose
Per l'alme peregrine a lor commesse.

E più lieti n'avvampan, dacchè impose
L'Eterno a Gabriello il gran messaggio,
E Maria «la tua ancella ecco!» rispose.

In quel bel dì le sfere tutte omaggio
Le prestaro, e degli Angioli reìna
Brillò una Donna di terren lignaggio!

Qual fu la gioia lor quando in meschina
Stalla videro nato il Dio lattante
Al sen della Mortal, fatta Divina!

Oh felice lo stuolo vigilante
De' pastori che l'inno udiron primi,
Nuncio alla terra del celeste Infante!

Godo in pensar che allor fra que' sublimi
Angioli avevi loco, Angiolo mio,
Tu che guidarmi or degna cura estimi.

Tu l'hai veduto quell'amante Iddio
Pender bambin fra le materne braccia,
E già per me il pregavi, e t'esaudìo!

E poi seguisti di Gesù ogni traccia
Pel cammin della vita, e poi vedesti
Sul fero legno sua languente faccia,

E di dolor sui falli miei piangesti!



II.

L'Angiolo! Oh amabil creatura! Un Ente
Tutto bellezza, e intelligenza e amore,
Che tutto legge nell'eternamente!

L'uom qual angiol saria se affrontatore
Della sconfitta sua stato non fosse,
Bandiera alzando contro al suo Fattore.

Ma il reo di sua stoltizia addolorasse,
E lagrime spargendo si sommise,
E Dio intese sue preci, e si commosse.

Del mortale a custodia un Angiol mise,
Che lo guidi e consoli, e ognor ripeta:
«Tieni a salute le pupille fise».

Dal giorno poi che nostra afflitta creta
Iddio venne a vestire ed a noi diessi,
Dolorando e morendo, esempio e meta,

Portando noi del divin sangue impressi
Sulla fronte i caratteri possenti,
Più invidia non ci fan gli Angioli istessi.

Angioli siam noi pur, benchè gementi
In questo passeggier regno di morte:
Gesù nobilitò nostri tormenti!

Perdermi ancor potrei; ma la mia sorte
Fidata venne ad un guerrier del cielo:
Ei mi regge e difende con man forte.

L'Angiol che per mio bene arde di zelo
Amo, e cerco, ed invoco, e benedico,
E pur di poco amarlo io mi querelo.

Ei fra' creati fu il mio primo amico!
Il Genio che svolgea ne' miei prim'anni
Del Bel l'amore, ond'oggi il cor nutrico!

Il confidente de' secreti affanni!
L'incanto che i pensier m'ha raddolciti!
Il braccio che strappommi a crudi inganni!

Oh tutti voi, che da dolor colpiti
Gemete in questa valle, abbiate spene
Ne' tutelari Spirti a voi largiti!

Io troppo spesso ad amistà terrene
Volli appoggiarmi, ed eran pochi i fidi
Che davver s'attristasser di mie pene.

I più m'amavan per sè stessi, e vidi
Taluni rinnegarmi, e perfid'eco
Far contra me di vil calunnia a' gridi.

Ed io, folle, piangea! - Ma quand'io meco
Sentìa il celeste amico mio verace,
L'angosciato mio core effondea seco,

Ed ei benigno v'istillava pace!



III.

Angiol mio, dove sei? Mai dal mio fianco
Non ti partir, che s'appo me non t'odo,
Tu sai quanto al ben far divenga io stanco.

Di vane inquïetudini mi rodo,
Se a me incessantemente non favelli,
E ai vili penso, e d'abborrirli godo.

Ottienmi ch'io perdonar sappia ai felli,
Ed opri ognor secondo te, secondo
L'orme de' miei più nobili fratelli.

Gareggia cogli altr'Angioli che al mondo
Offron nelle guidate anime forti
D'ardue virtù spettacolo giocondo.

Perchè ne' dì lunghissimi che assorti
Vissi in prigion, mi sfavillò sì grande
La dolce carità de' tuoi conforti?

Perchè tratto m'hai poscia infra ammirande
Anime care, ond'una al guardo mio
Raggi con te di Paradiso espande?

Perchè in me suscitasti alto desìo
D'obbedire a quell'una, e perchè festi
Ch'ella a me dir curasse: «Amiamo Iddio»?

Grazie, grazie, Angiol mio, de' manifesti
Segni di fratellanza! ah sì, tu m'ami!
Tu vuoi condurmi a giubili celesti!

Tu in guise inenarrabili mi chiami,
Per me paventi della colpa i lutti,
E mi sveli d'inferno i lacci infami.

Salve, bell'Angiol mio! salvete tutti,
Angioli tutelanti l'universo,
Perch'egli a Dio suprema gloria frutti!

Quanti siete v'imploro, a fin che immerso
Non vada alcun d'infra gli amati miei
Nella voragin dello stuol perverso!

E te precipuo invoco, Angiol, che sei
Protettor delle belle Itale rive,
Difendi il popol mio da influssi rei!

Tuoni del Campidoglio in sul declive
Sì possente la voce della Chiesa,
Che salvatrice a tutte genti arrive!

E la face crudel della contesa
Fra le varie contrade Itale spegni,
E ferva ognuna al comun bene intesa!

E dell'alma Penisola i bei regni
Di dura signoria non giaccian preda,
Ne' di plebei sovvertitori ingegni!

Ad ogni alta virtù l'Italo creda!
Ogni grazia da Dio l'Italo speri!
E credendo e sperando ami, e proceda

Alla conquista degli eterni veri.



LE CHIESE.

Altaria tua! Domine virtutum.
(Ps. 83, p. 4).


Oh di preghiera e verità e conforto
E sublimi pensieri amate case,
Case di Dio! sin da' primi anni a voi
Con rispettosa tenerezza il guardo
Io rivolger godea, come a ricovro
Di prole addolorata entro riposta
D'ottimo padre stanza, a' filïali
Lamenti sempre ascoltator benigno.

Lunghe l'infanzia mia tenner vicende
D'infermità e mestizia. A me d'intorno
Giubilavano vispi e saltellanti,
E di bellezza angelica festosi,
I pargoletti di que' giorni, ed io,
Nato robusto al par di lor, caduto
In rio languor vedeami, ed in secreti
Indicibili spasmi; e spesse volte
Morte ponea sovra il mio crin l'artiglio,
Ma per gioco ponealo, e mi sdegnava.
Così che pur ne' dì quando men egro
Io strascinava il corpicciuolo, e lieta
La voce uscìa dalle mie smorte labbra,
Tra i floridi compagni, ascosamente
Spesso mie brevi gioie interrompea
La pietà di mia fral, misera forza;
Ed impeti frequenti allor d'angoscia
Il petto mi premean, sicch'io fuggiva
A nasconder mie lagrime solinghe;
E quei che mi scopriano indi piangente
Per ignota cagion, mi dicean pazzo.
Salve, o gotici, begli archi del Tempio
Che di Saluzzo è gloria! Archi, ove m'ebbi
Alle mistiche fonti il nome caro
D'un tra i vati gentili, onde graditi
Sonaron carmi per le patrie valli.
Palpiti d'esultanza erano i miei
Quando me tenerello a quell'angusta
Chiesa portava a' dì festivi il pio
Braccio materno; e ricordanza vive
In questo cor della speranza arcana
Che molcea i mali miei, quando su quelle
Antiche, venerande are il mio ciglio
Supplicemente ricercava Iddio.
E salve, o tempio di men nobil foggia,
Ma parlante a me pur dolci memorie,
In Pinerol, città seconda, ov'io
Riposai le mie inferme ossa crescenti!
Là nelle vespertine ombre, al chiarore
Della lampada santa, io colla madre
E col fratel pregava la pietosa
Degli Angioli Regina e degli afflitti,
Ed in secreto a lei mi cordogliava
De' malefici influssi, onde a' miei nerbi
Strazio era dato, ed al mio cor tristezza,
Ed aïta io chiedeale, ovver la tomba.
Ma l'infantil querela uscìa con sensi
D'aumentata fiducia, e allevïarsi
In me sentìa l'affanno, e sentia l'alma
Di pensier fecondarmisi e d'amore.
Nelle tue, Pinerolo, aure dilette
L'adolescenza mia fu di soavi,
Religïosi gaudii confortata;
E indelebile è in me l'ora solenne,
Quando, trepido il sen, mossi all'altare
Tra drappelletto di fanciulli il grande
Atto a compir, di confermar col proprio
Conoscimento le promesse auguste,
Che di virtù magnanima al battesmo
Pronunciarono labbra altre per noi.

Oh nobil rito! oh santo olio! oh possente
Grazia del Crisma! oh simboli che tanto
A sublimi desiri alzan la mente!

Con pompa veneranda il Pastor santo
Presentasi all'altare, e a lui corona
Fan suoi pii Sacerdoti in aureo ammanto.

Celestiale armonia nel tempio suona
Di cantici divoti, e di pietate
Palpita il core a ogni gentil persona;

E più alle madri che nel vel celate
Delle viscere lor sui cari frutti
Tengono le pupille innamorate,

Scongiurando che a Dio s'elevin tutti.

«Re del ciel che noi madri volesti
Di que' giovani spirti diletti,
Nel dolore li abbiam benedetti
Pria che i cigli schiudessero al dì;
Nel dolore li abbiamo allattati,
Custoditi li abbiam nel dolore:
Ah, per essi t'offriamo, o Signore,
Tutto ciò che nostr'alma patì!

Il tuo spirto divino discenda
In que' teneri ingegni inesperti:
Li fortifichi, li alzi, li accerti
Della Croce per l'arduo cammin.
Oggi intendano e intendan per sempre
Che non nacquero a ignobile cura,
Che son enti d'eccelsa natura,
Che la palma celeste è lor fin!

Il tuo spirto divino addolcisca
Que' germogli del sesso più forte:
Non paventin perigli, nè morte,
Ma li tempri alto senso d'amor!
Il tuo spirto divino sostenga
Que' germogli del sesso più amante:
Sieno spose, o sien vergini sante,
Ma in bell'opre virile abbian cor!

E delle accolte, lagrimose madri
Col tacit'inno pe' figliuoli amati
Il secreto consuona inno de' padri;

Sebbene i maschi petti ammaestrati
Da esperïenza e fantasie più meste,
Veggan su que' fanciulli or sì beati

Minacciose adunarsi, atre tempeste.

«Giovin'alme, or v'assecura
Quella pace che gustate
E all'Altissimo giurate,
Immutabil fedeltà:
Ma non conscii voi tocca l'aurora
D'un'età di prestigi e di guerra,
Che vi chiama, vi sprona, v'afferra,
Vi strascina, a qual meta non sa!

Ah, noi pur dal Crisma santo
Confermati esultavamo,
E spogliar l'antico Adamo
Era saldo in noi desir!
Ma spuntato quel tempo tremendo
Che i mortali a cimento conduce,
Spesse volte falsissima luce
In rei lacci ne fece languir.

Più gagliardi, più assistiti
Da invisibili portenti
Voi non domino i cimenti,
Voi più traggano a virtù:
Una stirpe formate di prodi
Che agli esempi vigliacchi s'involi,
Che la Chiesa gemente consoli,
Ch'altre stirpi consacri a Gesù»!

Mentre de' genitori i voti accesi
Sorgono per la prole benedetta,
Stanno i fanciulli all'alta pompa intesi,

E ciascun d'essi palpitando aspetta
Lo Spirto Santo e la percossa, donde
L'alma a patir per nobil opre è eletta.

All'unzïone, al tocco, alle profonde
Del Vescovo parole, il giovin core
Con proposti magnanimi risponde.

Mai paventato non avea il Signore,
Come il paventa in quest'istante, e mai
Non avea per Lui tanto arso d'amore!

Nessun dica al fanciul: «Tu obblïerai
Questo gran dì»: più non possibil crede
Volgere a colpa affascinati i rai:

Trasmutato a quel rito in uom si vede;
Sdegna le vanità, sdegna i piaceri;
Più non vuol che Speranza e Amore e Fede,

E benefici, puri, alti pensieri,
E studi gravi, e faticante vita
Pe' divini del Golgota sentieri!

Ah! benchè poi dopo cotanto ardita
Dolce fidanza, a tempo non lontano
Trascorra ov'a lui d'uopo è nova aïta,

Al Crisma santo ei no, non mosse invano:
Però che in lui ritorna con possanza
Questa voce secreta: «Io son cristiano»!

E ripiglia la Croce, e al ciel s'avanza.

A me quella secreta, amabil voce
Più nella giovinezza non diè posa,
Sì che sovente alla gettata Croce
Rivolsi la pupilla timorosa;
E sebben mi paresse incarco atroce,
La riportai con esultanza ascosa,
Rammentando mia infanzia, quella Chiesa,
E quel Crisma, e la possa indi in me scesa.

E qual fu lo splendor d'un altro giorno:
Il giorno in cui di sè nutrimmi Iddio!
Ah! non in tempio di gran pompa adorno
Trarre allor mi fu dato al festin pio:
Genitori e fratei piangeanmi intorno,
E venne il Pan celeste al letto mio!
E l'accolsi agognando inclita sorte
Dopo la sovrastante ora di morte

Ma l'offerta ch'io pronto a Dio porgea,
Non fu accettata, e lunghi dì ancor vissi!
Oh! chi può dir con qual d'amore idea
Morte sperando al Salvator m'unissi?
Mille fïate poscia a me riedea
La ricordanza di quel giorno, e dissi:
«Deh, possa ancor con sì sublime amore,
Come in quel dì, ricever io il Signore!»

Quindi appena sui piè mi ressi alquanto
Dopo quel memorando atto divino,
Mossi alla chiesa, e di dolcezza ho pianto,
Ivi tornando al sovruman festino:
E mi parea che con dolor più santo
Io sopportassi l'egro mio destino,
E che tutto il mio core arder dovesse
In avvenir di quelle fiamme istesse.

L'ombra del tempio al giovinetto è invito
A pensieri gentili ed elevati:
Tacite preci, canto, augusto rito,
Tutto ivi il trae da' ciechi impeti usati;
Tutto l'inizia a pregiar l'uom, munito
Di ragione e d'affetti alti ispirati;
Santa filosofia quivi il matura
Sì che in terra egli stampi orma secura.

Che se ignobile in terra orma sovente
Stampa il mortal che pio fu giovanetto,
Non è già perchè sia guida impotente
Religïone a obbedïente petto,
Ma perchè alla celeste Conducente
Sveltosi l'uom, s'affida a novo affetto,
E segue il proprio orgoglio e i vili esempi,
E teme la beffarda ira degli empi.

Oh come lor beffarda ira scagliata
Contro gli altari l'alma mia percosse!
Ed, ahi! la prima voce scellerata,
Che da innocente fede mi rimosse,
Uscì da tal, che, dopo aver sacrata
Sua vita al tempio, il divin giogo scosse!
Quanto è alta luce pio, ver Sacerdote,
Tant'è funesto mastro ogni Iscariote!

D'inferno una smania
Tormenta quel tristo,
Che indegno consacra
La coppa di Cristo,
Che insegna il Vangelo
Con labbro infedel;
Che invidia de' laici
Le vesti e la chioma,
Che irato sogghigna
Sui cenni di Roma,
Che nutre eresia
Mal cinta da vel.

Ossesso quel petto
Quïete non gode
Se in alme innocenti
Non getta sua frode,
Se non avvelena
Lor candida fè:
Ei spera, involando
Credenti al Signore,
Estinguere il verme
Che rodegli il core,
E dirsi: «Per gli empi
«Castigo non v'è».

Tal fu lo sciagurato, onde la prima
Fïata io stupefatto e impaurito
Intesi accenti di bestemmia astuti
Contro a' misteri, dietro cui l'eterna
Maestà del Signore all'uom traluce.
Avess'io a quell'apostata strappata
L'indegna larva! L'avess'io al cospetto
De' giusti vilipeso! Io stoltamente
Tacqui, e volsi nel cor le rie parole
Dell'incarnato Sàtana, e sorrisi
Al suo ingegnoso e perfido sorriso,
E in forse stetti, fra i dettami austeri
Da verità segnatimi, e i dettami
Lieti e superbi del parlante serpe.
Da quel funesto giorno io non potei,
No, disamar le sante are paterne,
Ma a quando a quando io le mirava, incerto
Se venerar le dovess'io, siccome
Ne' miei dì d'innocenza, o se più senno
Fosse obblïarle o irriderle, e aver soli
Idoli i miei voleri e il mio ardimento.
Così varcai l'adolescenza, e gli anni
Toccai di giovinezza, ebbro di studi
E di speranza nelle forze innate
Del mio altero intelletto. E pure i templi
Secreto avean per me fascino sempre!
E sovente io gettava i baldanzosi
Libri, e fuggìa le argute, empie congreghe,
Per raddurmi solingo e sconfortato
Sotto i tuoi grandïosi archi vetusti,
Lugdunense Basilica, ove i primi
Apostoli di Gallia hanno sepolcro!
Oh bella chiesa! Quante volte prono
Colà pregando e meditando io piansi
Le natìe abbandonate Itale sponde,
E il focolar lontano, ove la madre
Ed il padre e i fratelli erano assisi,
E piansi in un mie tenebre, miei dubbi,
Mie passïoni, ed il perduto Iddio!
Perduto, no, per me non era! e il lume
Di lui mi sfolgorava alcune volte
Sì che sparìan le tenebre, e di novo
Io mandava dal core inni di gioia.
Ma tempi erano quei di non verace
Filosofia, sulle rovine sorta
Di molti altari, e sovra molto sangue;
E la Gallica terra, infra sue pesti,
Di sacerdoti rinnegati avanzo
Chiudea velenosissimo; e i più feri,
Più studïosi e scaltri eran nemici
De' sacri templi, rïaperti allora,
E dal Corso magnanimo scettrato
Arditamente in onoranza posti.
Un di que' Giudi inverecondi a' passi
Miei s'attaccò: l'ornavan lusinghieri
Eletti modi, e pronto ingegno, e il foco
De' sottili motteggi scoppiettanti,
E facile parola, e d'infiniti
Libri conoscimento, e quell'audace
Sentenzïar che sicuranza appare.
Sommessa voce ripetea d'orecchio
In orecchio: «Ei fu monaco»! E la macchia
Sciagurata d'apostata sembrava
Sedergli orrenda sulla calva fronte,
E dir: «Nessun più sulla terra l'ami!»
E nessun più l'amava, e nondimeno
Ascondean tutti l'intimo ribrezzo,
E cortesi accoglieanlo, e davan plauso
Alla dolce arte della sua favella.
Quella canizie al disonor devota
Orror metteami e in un pietà. Più giorni
L'esecrai, l'osservai, gli porsi ascolto
Come a stupendo rettile, e gli chiusi
I miei pensieri; indi scemò l'occulto
Raccapriccio, e piegai più tollerante
L'alma alle grazie di quel falso ingegno.
Oh pe' giovani cuori alta sventura
Lo scontrarsi in sagaci empi, che fama
Di lunghi studi grandeggiar fa al guardo
Dell'attonito volgo, e d'intelletti
Che pur volgo non sono! Al rinnegato,
Pur non amandol, mi parea di stima
Ir debitor per l'inclite faville
Del possente suo spirto, e palesava
Ei di mia riverenza e d'amistade
Gentil, singolar brama; e questa brama
Era al mio stolto orgoglio esca gradita.
Lunghe non fur tra noi le avvicendate
Confidenze ed indagini, e m'invase
Giusto corruccio, e da colui mi svelsi:
Ma le illudenti sue dottrine, a guisa
Di succhiante invisibile vampiro,
Stavan su me, riedean cacciate, e furmi
A tutti i giovanili anni tormento.

Più vivo in me si raccendea l'amore
Delle case di Dio, quando rividi,
Bella Italia, il tuo sole animatore,
E m'accolsero i cari Insubri lidi,
Dove gli avi mostrar quanto al Signore
Fosser devoti e a grande intento fidi;
Tal sacra ergendo maestosa mole,
Che a lodarla il mortal non ha parole.

Troppo ancora in Milan l'anima mia
Tra giochi e alteri studii vaneggiava,
E glorïosi amici e fama ambìa,
Ed ogni dì più folli ombre afferrava.
Ma pur di salutar malinconia
Frequente un'ora i gaudii miei turbava,
E al tempio allora io rivolgeva il piede,
E in me scendea consolatrice fede.

E l'amato mio Foscolo infelice,
Sebben lui fede ancor non consolasse,
Talor volea con umile cervice
Mescersi all'alme per cordoglio lasse,
Che la bella de' cieli Imperadrice
Imploravan che a lor grazia impetrasse;
E quando al tempio a sera ei mi seguiva,
Indi commosso e pensieroso usciva.

Oh quante volte insiem quella scalea
Ascendemmo del duomo inosservati!
Quante volte in quegli archi ei mi traea,
E là susurravam detti pacati
Sul beneficio d'ogni eccelsa idea,
Sui vantaggi dell'are all'uom recati,
Sulla filosofia maravigliosa
Che della Chiesa in ogni rito è ascosa!

Oh allorquando vi penso, io spero ognora
Che, pria di morte almen, quell'alto ingegno
Avrà veduta la söave aurora
Del promesso agli umani eterno regno!
Spero che quella forte anima ancora
Nodrito avrà del ciel desìo sì degno,
Che quel Dio che sol vuole essere amato
Avrà i tardi sospiri anco accettato!

Con reverenza visitava io pure
Altre in Milano vetustissim'are:
Quella ov'a Sant'Ambrogio ama sue cure
Il buon Lombardo con fiducia alzare,
Ed il sacel, dove Agostin le impure
Fiamme alfin volle in sacra onda smorzare,
E colà volgev'io nella mesta alma
Sete di verità, sete di calma.

Ed in talun di quegli alberghi santi
Una donna io vedea ch'erami stella;
E a lei movendo i guardi miei tremanti,
S'umilïava mia ragion rubella:
Mi parea ch'a me un angiolo davanti
Stesse per me pregando, e allora in quella
Amica del Signor ponendo io speme,
«Ah sì, diceva, in ciel vivremo insieme!»

Ma de' templi alla mistica dolcezza
Vinto non era appien l'orgoglio mio:
Il passo indi io traea con leggerezza,
E i gravi intenti rimettea in obblio:
Rossor prendeami appo colui che sprezza
Chi, pari al volgo, osa implorare Iddio:
Io mi volgeva a Dio, ma come Piero,
Interrogato, ahi! rinnegava il vero!

E poi non come Piero io mi pentiva
Con dïuturno, generoso pianto;
Incostante nodrìa fede mal viva,
E a guisa d'infedele oprava intanto:
Allor fu che la folgor mi colpiva,
E ogni mortal mio giubilo andò franto,
E in man mi vidi d'avversario forte,
Me condannante a duri ceppi o morte.

Oh lunghi di catene e d'infiniti
Strazi del core inenarrabili anni!
Ed oh! com'anco in giorni sì abborriti
Mia fantasia godea sciogliere i vanni,
E fingersi ogni sera entro i graditi
Templi, ed ivi esalar gli acerbi affanni!
Poche amate persone e i patrii altari
Erano allora i miei pensier più cari!

Oh quai mi parver secoli
Que' primi anni di duolo,
In che fra mura squallide
Vissi cruciato e solo!

Nè mai con altri supplici
Sorgea la prece mia,
Ed il desìo del tempio
La pace a me rapìa!

Mi si pingeano i fervidi
Religïosi incanti,
Le grazie che sfavillano
D'in sugli altari santi:

E di Davidde i gemiti,
E gli avvivanti lumi,
E le armonie dell'organo,
E i mistici profumi,

E l'ineffabil agape,
Ove il Signore istesso
Pasce e solleva ad inclite
Speranze l'uomo oppresso.

Allor la vil perfidia
Del mondo io ricordando,
Dare ai profani gioliti
Giurava eterno bando,

E con insonni pàlpebre,
E con preghiera accesa
Chiedea versar mie lagrime
Ancora entro una chiesa.

Mi sovvenian le placide,
Ombre de' monasteri,
E le velate vergini,
Ed i romiti austeri:

E tormentosa invidia
Prendeami di que' petti
Ch'appo gli altari effondere
Doglia potean e affetti.

Ma in quella mia nel carcere
Brama de' sacri ostelli,
Söavi sensi teneri
Pur si mescean novelli.

Rendeva al Cielo io grazie
Che i genitori amati
Piangere almen potessero
Anzi all'altar prostrati.

Anzi all'altar che ai miseri
Sol può istillar virtute,
Che rïalzar può l'anime
Da angoscia più abbattute!

Un giorno alfine, oh fortunato giorno!
Nunzio ne venne che sariane schiuso
Della comun preghiera ivi il soggiorno:

E tratto per brev'ora allor dal chiuso,
Rividi il tabernacolo, ove alberga
Colui che in ciel di gloria è circonfuso.

Tempio quello non è ch'ardito s'erga
Sovra eccelse colonne, e in maraviglia,
Quasi reggia celeste, i cuori immerga.

Poco più che a magione umìl somiglia,
E pur ivi m'invase quel tremore
Che per solenne ossequio all'uom s'appiglia;

E per quell'ara palpitai d'amore,
Come mai palpitato io non avea,
E in ver sentii ch'ivi sedea il Signore!

Brev'ora fu, ma pure indi io sorgea
Trasmutato in altr'uom, portando in seno
Il Salvator che i mesti accoglie e bea.

E tale in que' momenti era il baleno
Della luce divina in me raggiante,
Che il patir mi parèa di gioia pieno,

E leve il ferro mi parea alle piante.

Oh di Spielbergo semplice chiesuola,
Ove non s'alzan preci altre giammai,
Che del mortal che cingesivi la stola,
E di viventi infra catene e guai,
Ah, in te risplende pur Quei che consola!
Quei, che del fiacco non respinge i lai!
Quei, che l'amaro calice accettando,
Com'uomo il rimovea raccapricciando!

Con qual desìo la settima festiva
Aurora io nel mio carcere attendea!
Per sei giorni in mestizia illanguidiva,
O la mente pensosa egra fervea,
E talor preda sì di larve giva,
Che il lume di ragion perder temea:
In quell'ore io talvolta Iddio cercava,
E, inorridisco in dirlo! io nol trovava.

Ma il giorno del Signor rivedea alfine,
E mettea lieto suon la pia campana,
E a söavi pensier l'alme fea chine,
E a ricordanze dell'età lontana:
Potenze inespressibili, divine
Scemar parean l'orror della mia tana,
E a me, come a fanciul, batteva il petto
Di quel festivo bronzo al suon diletto.

Poi tutte disparian mie cure atroci
Quando il pietoso sgherro aprìa le porte,
E de' compagni mi giungean le voci,
E la imperante seguivam coorte;
Gli avvinti si porgean cenni veloci
Di costante amistà nell'aspra sorte;
Ma non a tutti amici ivi era dato
Incontrarsi, parlar, pregare allato.

Sempre, sempre novella, alta esultanza
Il commosso m'invase animo, quando
In quell'incolta ma pur sacra stanza
Posi il piè, mie catene strascinando,
E in simbolica vidi umil sembianza
Suoi sfolgoranti rai Gesù ammantando
Benedirci, e per noi con inesausto
Amore offrirsi al Padre in olocausto.

Colà il Signor mi favellava al core,
E la sua voce somigliava a quella
D'amorevole, ansante genitore
Che a sè un figliuolo sconsolato appella,
E «Disgombra gli dite, ogni timore
«Che mai mia tenerezza io da te svella!
«Veggio che disamar tu me non sai,
«E ciò che indi tu vuoi, tutto otterrai!»

Ei mi diceva inoltre: - «Io t'ho punito
«Non già per rabbia onde avvampar non soglio,
«Ma perchè il prego mio non era udito,
«E sì correvi per le vie d'orgoglio,
«Che obblïato me avresti, e lui seguìto
«Che l'alme adesca all'eternal cordoglio:
«Con forte piglio il correr tuo rattenni,
«Ma t'amai, t'amo, e per salvarti io venni!»

Io mi gettava allora a' piedi suoi
Con dolcezza ineffabile, e piangeva,
E sclamava: «Signor, fa ciò che vuoi
«Di questo figlio della debol Eva!»
«Sordo vissi, pur troppo, a' cenni tuoi,
«Ma tua incorante voce or mi solleva:
«Nulla sperar dovrei, ma poichè m'ami,
«Un don ti chieggo ancor - ch'io ti rïami!»

E poi prendea fiducia, e proseguìa
A lui tutti schiudendo i miei desiri:
Lo supplicava per la madre mia
Che sparso avea per me tanti sospiri!
Pel dolce padre calde preci offrìa!
Per tutti quegli amati onde i martìri
M'eran del martìr mio più dolorosi,
E ch'io tanto di me sapea bramosi!

Del Moravo castello umil tempio,
Quante grazie ti debbo soavi!
Il mio spirto pöetico alzavi
Dai terreni, opprimenti dolor.
Io sentiva entro te que' dolori,
Ma diversi, ma misti a contento:
Io chiedea raddoppiato tormento,
Purchè Dio m'addoppiasse l'amor.

Io il disprezzo acquistava de' ferri,
Ma non più quel disprezzo superbo
Che del vinto fa l'animo acerbo
Contro quei che nel lutto il gettàr.
Io sperava, io credea che i vincenti
M'assegnasser destin sì tremendo,
Non vil odio, ma sol rivolgendo
Di giustizia rigor salutar.

Io dicea che se in pugno tenuto
Uno scettro in que' giorni avess'io,
Gli avversanti dell'animo mio
Con isdegno atterrati avrei pur:
E scernea che son fremiti ingiusti
Que' dell'uom che da forti domato,
Non ripensa ch'ei forza ha sfidato,
Che d'un dritto essi i vindici fur.

Compiangea il fato mio, ma pensando
Qual dover mosse i giudici miei:
Ma pensando che in ciel li vedrei
S'io perdon ritrovava al fallir.
E di grazia per me sospiroso,
Supplicava ogni grazia per essi,
Presentendo i reciproci amplessi
Là dov'ira non puossi nodrir.

Della chiesuola de' prigioni uscito,
Io ritornava entro mia mesta cella
Col sen da mille affetti intenerito,
Con fantasia più generosa e bella:
L'ineffabil poter del santo rito
Avermi parea dato alma novella:
Ed intero quel dì lieto sciogliea
Di David gl'inni, ed inni altri tessea.

Oh facoltà di poëtar gioconda,
Ma più negli anni orribili del lutto,
Quando forza divina il core inonda
E d'eccelsi pensier lo infiamma tutto!
Quando nell'uom tal grazia sovrabbonda
Che a benedir sue croci indi è condutto!
Face di poesia! senza una chiesa,
No, non saresti in me rimasta accesa!

E se tal possa amabil dell'ingegno
In me si fosse per dolore estinta,
Languito avrei d'ira e superbia pregno,
O l'alma a vil furor sariasi spinta:
Della vita un frenetico disdegno
Spesso prendeami in tanti mali avvinta,
Poi la luce de' sacri inni tornando,
Io riponea l'empio disdegno in bando.

Il mortal che in mestizia s'inabissa,
E fero soffre ineluttabil danno,
Sempre in oggetti d'ira il guardo affissa;
Ogni umano gli par vile o tiranno;
L'altrui virtù al suo torbo occhio s'ecclissa;
In tutti sogna i benefizi inganno;
E fraterna pietà posta in obblio,
Disama e niega e maledice Iddio.

Filosofar s'immagina il fremente
Calunnïando il mondo e il Créatore;
Ma chiudendo a' pensieri alti la mente
Tutto mira a traverso empio livore,
Bugiarda estima ogni men atra lente;
Satana è il suo maestro e il suo autore;
Armi date e coraggio a quell'ossesso,
Ed eccol trucidare altri o sè stesso.

Vicino a quella infame insania giacqui
Più d'una volta a' giorni incarcerati;
Ed allor tetramente mi compiacqui
Ricordando que' libri sciagurati,
Che nell'audace secolo in cui nacqui
Plausi a ferocia e suicidio han dati,
E col velen de' rei volumi in petto,
Volvea il fin dell'apostol maladetto.

Grazie, chiesuola, a' prigionieri amica!
Da te emanava inenarrato incanto!
Da te riedea la mia fiducia antica
Nell'assistenza del tre volte Santo!
In te il perdon non mi costò fatica!
In te d'amore e di dolcezza ho pianto!
In te ne' tristi dì ripigliai lena,
E sino al termin sopportai mia pena!

Improvvisa comparve un'aurora
Che distinguer dall'altre non seppi,
E la sera ivan sciolti i miei ceppi!
Ed uscii dall'orrendo castel!
Del decennio l'angoscia mortale
Un istante, un accento avea sgombra:
Dalla fossa qual reduce un'ombra,
Mi stupìan terra ed uomini e ciel.

Traversai valli e balze straniere,
M'avvïai della patria a' bei lidi,
L'Alpe ascesi, ed oh gioia! rividi
La natíva penisola alfin.
Al dolcissimo letto del padre
Egro giunsi, ma giunsi felice:
Lui rividi e la mia genitrice;
Tra lor braccia mie pene avean fin!

Ahi! nuove, pene sempre cingon l'uomo,
Bench'ei talvolta in impeto giulivo
Tutte calamità creda aver domo!

Piansi più cuori amati onde me privo
Gli strali avean d'inesorata morte,
E più d'un ch'io lasciato avea captivo!

Allegrar mi volea della mia sorte,
Ma spesso in cupo involontario duolo
Mie deboli potenze ivano assorte.

Ciò ch'io patissi, Iddio conosce solo,
La mente rivolgendo a tanti cari
Del cui lungo martir non mi consolo!

Il mondo mi dicea! «Se ancora impari
Ad ambir le mie feste e i miei sorrisi,
Sollevati saran tuoi giorni amari».

Ma indarno sovra lui le ciglia affisi:
Ei più non mi rendea que' dì lontani
Ch'io con altre dolci alme avea divisi!

Gratitudin destavanmi gli umani
Che generosi mi plaudeano intorno,
Ma i plausi lor pur rïuscianmi vani.

In sì frequente di dolor ritorno,
Il loco ove ogni dì forza racquisto
È quel dove le sante are han soggiorno:

Ogni mattin là prono a' piè di Cristo
Breve, benefic'ora io volger amo,
Ed esco allor più dolcemente tristo,

E conformarmi al divin cenno io bramo.

«Entro i templi, pari al volgo,
Di prostrarti non vergogni?
Lascia, stolto, i vieti sogni:
Sol ne' sensi è verità.
Pari a noi, sii glorïosa
Del tuo secolo facella:
Al pensar de' forti appella
La crescente umanità».

«Al pensare de' forti l'appello;
Forti son que' che regge l'Eterno:
Molti errori nel volgo discerno,
Ma non quando umil viene all'altar;
Ma non quando suoi falli ripensa;
Ma non quando li lava col pianto;
Ma non quando de' Santi nel Santo
Alza i lumi, e lo vuol seguitar».

«D'un Iddio pur si favelli;
Ma di templi, ma di riti,
Ma di spiriti contriti
Fastidito è il pensator.
Basta a gloria delle genti
Predicar virtù civile,
Maledir ogni opra vile,
Intimar fraterno amor».

«Ch'altro grida la voce dell'Ara,
Che civili, fraterne virtuti?
Fiacchi sono del senno gli aiuti,
Se l'Eterno virtù non impon.
D'uomo il senno ch'a Dio non s'eleva
Con qual dritto imporrà sacrifici?
Senza Dio l'uom ne' giorni infelici
Ruba, insidia, trucida a ragion».

«Se adorar si vuole un Nume,
Sieno semplici omai l'are;
Vane pompe ad esecrare
Ne consiglia l'Evangel:
Volgi l'alma a culto novo;
Il vetusto s'abbandoni:
Non più incensi, effigie, suoni;
Ma qui l'uom, là il Re del ciel».

«Sventurati! v'abbagliano l'ire;
Gl'intelletti ad amore schiudete,
E virtù e verità scorgerete
Nelle pompe che innalzano il cor:
Non son vane se non pel fremente
Che lor sacra potenza dileggia,
Che il suo rigido spirto vagheggia
Non il bel, non Iddio, non l'amor!»

«Chi son quegl'iniqui
Che parlan di Dio?
Chi sei che linguaggio
Usurpi d'uom pio?
Dai ceppi in che fosti
Sol frode provien.
Da noi t'allontana
Ch'a Dio, a Sacerdoti
Vivemmo fedeli
Dagli anni remoti,
Mentr'empie covavi
Dubbianze nel sen!»

«Felici voi che al lume eterno ingrati
Non foste mai, siccome questo insano!
Ma nulla tolgo a voi, se ardisco alzati
Tener gli affetti al Salvator Sovrano.
I templi non a soli intemerati
S'apron, ma accolgon pure il pubblicano:
Di voi, di me pietà prenda il Signore,
Ed in noi colla fede istilli amore!»



LE PROCESSIONI.

Vexilla Regis prodeunt.
(Eccl. hymn.).

Dolce è l'aspetto
De' templi santi,
Dove tra faci
Sfolgoreggianti,
Dove tra incensi,
Dove tra canti
Di Dio grandeggia
La maestà;

Dove al mortale
Le sacre mura
Tolgono il resto
Della natura,
Dove ogni oggetto
Ch'ei raffigura
Gli dice: «Adora,
L'Eterno è là!»

Nondimeno allorquando dal tempio
Uscir vedesi l'Onnipotente,
Tra le mani d'un debil vivente,
Pe' sentieri che tutti calchiam,
Pare a noi che vieppiù ci sorrida,
Che vieppiù ci si faccia fratello:
Per pregarlo un impulso novello,
Una nova speranza sentiam.

Egli è il Re che diffondersi brama,
Che pacifico vien dalla reggia,
Che fra i sudditi amati passeggia,
Che lor volge parole d'amor:
Egli è il padre che visita i figli,
Che s'appressa a ciascun de' lor petti,
Che lor mostra quant'ei si diletti
Di cercarli, di starsi fra lor.

Oh nel moltiplicar tuoi benefici,
Ricca d'industrie amabili e sublimi,
Religïon che a' tuoi sinceri amici
Con sì söavi grazie amore esprimi!
Religïon, che pur ne' tuoi nemici
A lor dispetto meraviglia imprimi!
Religïon d'imperscrutati veri,
Bella in tuoi grandi lampi e in tuoi misteri!

Splendono innumerati i santi modi
Con che rammenti agli uomini il Signore,
Con che il Signor medesmo offerir godi
Alla vista de' popoli ed al core;
A te non basta in mezzo a preci e lodi
Sull'ara alzar la diva Ostia d'amore;
Fuor de' delubri, tu la traggi, e in pie
Feste l'elèvi per le dense vie.

Perchè iroso talun le venerande
Processioni con ribrezzo guata?
Perchè immagina ei tutta in miserande
Cure avvolta la turba ivi adunata?
In ogni loco, ottusa al Bello, al Grande
Langue, è ver, più d'un'alma sciagurata,
Ma gente è pur che il Grande, il Bello ancora
Sente con forza, e, quando sente, adora.
Alme sono, in cui ragione
Ed amante fantasia
Tal serbarono armonia
Che abbellisce ogni pensier:
Chi ragion vuol tutta gelo
Senza slanci, senza affetto,
Tarpa l'ali all'intelletto,
Non s'innalza fino al ver.

Tutto Ciò che santo brilla,
Che divelle dalla creta,
Che solleva ad alta meta,
Dobbiam credere ed amar:
D'infelici sprezzatori
Non confondaci lo scherno:
Vile sforzo è dell'inferno
ogni cosa dissacrar.

Quali volge a noi la Chiesa
Rimembranze in tutti riti?
Son materni, dolci inviti
A speranza ed a fervor.
Il Signor quando discende,
Quando incede in mezzo a noi,
Chiede amore a' figli suoi,
Chiede e in un largisce amor.

Indelebil mi sei, giorno lontano
Allor che in giovenili anni a me stanza
Era söave lido oltramontano:

Cessava la sacrilega burbanza
Dalla falsa republica ostentata
Contro la dolce degli altar possanza;

E l'ardito mortal che, rovesciata
La licenza volgar, lo scettro prese,
Volle che laude fosse a Dio ridata.

Da lungo tempo augusta dalle chiese
Pompa uscita non era d'alternanti
Supplici turbe a fervid'inni intese,

Ricordavano solo alcuni santi
Vecchi le amate feste, ove il Signore
Passeggiava cogli uomini preganti.

Di repente riviver lo splendore
Ecco di quelle feste a' Franchi lidi,
Ad un cenno del Corso Imperadore.

E con gara magnifica allor vidi
Il popolo esultar, che finalmente
Fosser compressi di bestemmia i gridi:
E la città del Rodano opulente
Sfoggiò tappeti e drappi ed archi e troni
Al quaggiù ridisceso Onnipotente.

Gioiva la caterva udendo i buoni
Racconti de' vegliardi, ed esclamava:
«Di novo esser del ciel vogliam campioni!»

Intanto ognun con dignità n'andava
Qua e là per le strade brulicando,
O a' pensili balconi susurrava,

Lo spettacol santissimo aspettando.

Del cannone il fragor nuncio prorompe,
E da ogni parte ecco seguir silenzio;
La procedente pompa in quell'istante
Prese le mosse avea del tempio. E oh quale
In tutta quella turba apparìa senso
Misto di gaudio, di stupor, d'ossequio,
Di terror sacro! E nel quadrivio tutti
Protendeano la testa, impazïenti
D'appagar le pupille in quel sublime
Intervenir del Re dell'universo

Tra le infelici vie che de' mortali
Cingon le case!
Il cinguettìo s'andava
A poco a poco intorno rïalzando,
Sin che ad un capo della via rifulse
La prima Croce, e la seguia drappello
Di devoti cantanti. Allor di novo
Regnò silenzio. A quella prima Croce
Ed al suo stuolo, stuoli altri seguìro,
Con altre Croci ed elevate insegne,
E varii ammanti, onde scerneansi varie
Affratellanze di civili uffici
E di sacerdotali. Inteneriva
Quell'ineffabil mistica armonia
Degli aspetti, moltiplici, e dell'inno
Da tante bocche e tanti cuor sonante,
E del brillar dell'infinite faci,
Il pio simboleggianti amor ridesto.
Bello il mirar là sovra antiche gote
Lagrime di piacer! Là, sovra gote
Di dolci verginelle e di lor madri
Lagrime d'agitate alme, ferventi
Di carità reciproca e di gioia!
E là l'ansante genitrice in alto
Il suo bimbo elevar, sì ch'egli scorga
La maestà del rito, ed insegnargli
A riportar la tenera manina
Sulla fronte e sul petto e sulle spalle,
Balbettando la trina alma parola,
Che de' cattolici è gloria e salute!
Poi tragittate le abbondanti schiere
Che annunciavan l'Altissimo, ecco un nembo
Di timïàmi, e fra quel nembo pria
Vago drappello d'angioli incensanti,
E fiori per la sacra aura spargenti;
Indi - oh spavento! oh amore! - indi Colui
Che la terra creò, che creò i cieli,
Che l'uom creò, che all'uom s'unì, e divisa
Dell'uom l'ambascia, il consolò e redense!
A cotal vista l'adorante folla
Genuflessa cadeva, ed i singhiozzi
Udii di molti che dicean: «Signore,»
Pietà di me che te cotanto offesi,
Ed ammenda desìo!»
- Stava fra i mille
Colà prostrato un giovane infelice,
Ch'empio non era stato, e sempre in core
D'amor favilla avea per Dio nodrita,
Ma pur sovente dal demòn superbo
Delle dubbiezze invaso avea lo spirto.
E certo le dubbiezze eran flagello
Da Dio permesso, perchè umìl non era
Di quel giovin lo spirto, e si credea
D'altissima natura, atto all'acquisto
D'ogni saper cui non s'aderge il volgo;
E lungh'ore ogni dì sedea solingo
Fra libri ottimi e pessimi, e scrutava
La verità - dimenticando spesso
D'invocarla dal ciel. Ma in quel gran giorno
Dell'adorabil pompa, in quel momento
Che a mille a mille si prostràr gli astanti,
Ed anch'egli prostrassi; il giovin, pieno
Poco prima di tenebre, una luce
Vide novella, e umilïò l'altero
Intelletto con gioia, e senza orgoglio
Fu per più giorni e immacolato e forte.
E quando quell'audace irrequïeto
Tornava a' suoi deliri, investigando
Con indagin profana alti misteri,
Scontento si sentiva e sen dolea;
Ed in sè di quel giorno Lugdunense
La ricordanza ridestava, in cui
S'era con fede innanzi a Dio gettato;
E tale avventurosa ricordanza
Lui consolava, e gli rendea sovente,
Od accresceagli della fede il raggio!

V'amo, o Processïoni! e v'amo tutte,
Pubbliche preci dalla Chiesa alzate
Ad inforzarci in perigliose lutte!

Io son quell'un, che da dubbiezze ingrate
Afflitto in gioventù, pur vi cercai,
Ed hovvi schiettamente indi onorate.

E non sol nelle feste, ove, i suoi rai
Nascondendo, intervien l'Ostia divina,
D'indicibil dolcezza io m'esaltai;

Ch'ovunque l'uom pregando pellegrina
Affratellato al suo simìle e canta,
Sento un poter che a Dio mi ravvicina.

Quant'amo l'adunanza umile e santa
De' confidenti nell'amor di Quello
Che di bei fiori le convalli ammanta!

Congregati alle miti aure d'un bello
Mattin di maggio, in copia anzi la chiesa
Ecco stan villanel con villanello.
Ed ecco, il piede innoltran per la scesa
Giovani donne, e nel tugurio resta
L'avola antica alle faccende intesa.

Ed il sacro Pastor move la festa,
Guidando i parrocchiani in mezzo ai prati,
E in mezzo a' campi e in mezzo alla foresta.

Mirano con dolcezza i germogliati
Frutti di quel terreno, e pel ricolto
Litanïando invocano i Bëati;

E il passegger da lunge dando ascolto
Alla rustica prece, si commove,
Ed anch'egli a pregar sentesi volto,

E forse da mal opra indi si move.

Udran certo la prece devota
I Bëati che sono appo Dio;
L'udrà l'Angel del bosco e del rio,
L'udrà l'Angel del monte e del pian;
E le debili umane parole
Commutando in concento divino,
Le alzeran fino all'Unico-Trino,
E felice la messe otterran.

Ma se pur le parole dell'uomo
In concento divin commutate
Al Signor non salissero grate,
E vibrasse tremendo flagel,
La preghiera che alzaro i credenti
Infeconda giammai non si fora,
Sempre i cor la preghiera migliora,
Sempre l'uom riconcilia col ciel.

E dopo l'anno in cui sole o procella
Di frutti la campagna han desertato,
Riedono i contadini in la novella
Stagion di maggio al supplicare usato.
Di sue peccata ognun castigo appella
L'arsura o i nembi del trist'anno andato;
Ognun con penitenza più sincera
Da Dio depreca tai sciagure, e spera.

Venga a que' giorni il vate ed il pittore
Sulla bella collina d'Eridàno,
E contempli quel quadro incantatore
Cui son limite l'alpi da lontano.
Di bellezza uno spirito e d'amore
Diffuso è là sui monti, e là sul piano,
E qui sui poggi, e sui due fiumi, donde
Accarezzan Taurin le amabil onde.

Il vate ed il pittor vedrà un incanto;
A sì bel quadro unirsi novo ancora:
Escon le forosette in bianco ammanto
Da diversi tuguri anzi all'aurora,
Ed affrettano il passo al loco santo,
Ove la campanetta suona l'or;
Passar indi tra questo albero e quello
Vedesi colla Croce il pio drappello.

Pingetemi raggiante dall'Empiro
Degli Angiol la Regina che sorride:
Dicesi che talor nel sacro giro
Delle Rogazïoni alcun lei vide;
Dicesi che commossa dal sospiro
Di quell'anime semplici a lei fide,
Col divin Figlio i campi benedisse,
Nè gragnuola per molti anni li afflisse.

E belle son le supplici
Pompe di penitenza in alto lutto,
Quando da morbo orribile
A gran terrore un popolo è condutto.

Per alcun tempo attonite
Portano le cittadi il flagel rio,
Indi, poichè ogni provvida
Arte inutile appar, volgonsi a Dio.

Ed allor sorgon uomini
Per eloquenza e santo cor sublimi,
E con ardir magnanimo
Rinfacciano lor colpe ai grandi e agl'imi.

Della rampogna ridere
Vorrìa il perverso, e già il malor lo afferra:
Jeri con vil tripudio
Opprimea l'innocenza, oggi è sotterra.

Prendon la Croce gli umili,
E più d'un già superbo anche la prende,
E il penitente cantico
Da migliaia di cuori al cielo ascende.

Religïon fortifica
Gli animi che depressi avea paura,
E quindi all'aer malefico
Più robusta resiste anco natura.

Religïon le torbide
Coscïenze deterge, indi le calma,
E più efficaci i farmachi
Opran nell'uom, qualor pacata è l'alma.

Accumular prodigii
Potria certo il Signor, ma senza questi
Pur con sue leggi solite
Sana e protegge chi a ben far si desti.

Il penitente popolo
Dopo le preci meno ismorto riede,
E più costante esercita
Sua carità, perchè doppiata ha fede.

Ed allor men sovente abbandonati
Van gli egri da' famigli e da congiunti;
E più d'un egro che di duol perito
Fora per l'abbandon, s'altri l'aiuta,
Forze ritrova, e più del morbo i dardi
A lui non son mortiferi. In tal guisa
Scema la strage a poco a poco, e cessa.

Ah! in questi miseri anni Europa invasa
Dall'indica per l'aer corrente lue,
Quanta per ogni loco alzar dee lode
A te, Religion! Dove i più ardenti
Soccorritori delle inferme turbe?
Eran color che a beneficio spinti
Venìan da fede! Eran le pie fanciulle
Vincolate da voto a farsi ovunque
Ancelle de' languenti! Eran dell'are
Degni ministri! Erano illustri o scuri
Concittadini che schernir solea
La vigliacca empietà, perchè prostesi
Sovente all'are onde traean virtude!
E te fra tanti ardimentosi egregi,
Ottogenario Vescovo, annovrava
La nostra Cuneo dianzi, a' più tremendi
Lunghi giorni di morte e di spavento!
Te col drappello de' tuoi forti amici
Cingeano indarno gli ululi codardi,
E i turpi esempli di color che aïta
Negavano a' giacenti! Impallidìa,
Ma per alta pietà, non per paura
La vostra fronte, ed al pallor gentile
Succedea sulle guance il nobil foco
Della vergogna per l'altrui fiacchezza.

E quando truce cova, e già scoppiando
Va in queste Taurinensi aure la lue,
Chi a' bisogni provvede e rischi affronta,
E sprona, e gare generose incìta?
Alme prodi son desse, a cui ben nota
Religion senno e costanza infonde!
E fra tali, io con giubilo un amico
Vidi primo scagliarsi all'ardue cure
Che salvaron la patria; e fra i gagliardi
Che il seguitavan, godo altri a me cari
Scorgere e benedire, e vieppiù amarli!

Ma il dolor pur rammentiamo
D'altre turbe supplicanti:
Stirpe misera d'Adamo,
Numerar chi può tuoi pianti?

Più d'una volta
Furon vedute
Disperar quasi
Della salute
Assedïate
Degne città.

L'oste che i muri
Ivi circonda;
Desolò questa
E quella sponda;
Scevra si vanta
D'ogni pietà.

Pubbliche preci
La Chiesa intima,
Anzi agli altari
Ciascun s'adìma,
Indi procede
Ignudo il piè.
La mescolanza
Del lor dolore,
Del loro grido
Al Salvatore,
In tutti i petti
Cresce la fè.

Dopo la pompa
Il capitano
Ripon sull'elsa
L'ardita mano,
Ed ispirato
Snuda l'acciar,
«Chi di voi sente
«Iddio con noi?
«- Tutti il sentiamo!»
Sclaman gli eroi.
Apron le porte,
Vanno a pugnar.

Scossa, atterrita
L'oste nemica,
A ripulsarli
Mal s'affatica;
Già si scompiglia,
Si dà a fuggir.
Mai non è, vinto
Chi vincer crede:
Negl'irrompenti,
Opra la fede:
Salva è la patria
Presso a perir!

Chi son que' feroci
Che d'Asia partiti,
Di tutto Occidente
Percorrono i liti?
Rapinan, devastano
Campagne e città.
Il lor capitano
È demone od uomo?
Da niuna possanza
Giammai non fu domo.
Flagello di Dio
Nomar ei si fa.

Le Slaviche terre,
Le terre Tedesche
Sopportan sue stragi,
Sue luride tresche;
Le Gallie lo veggono
Sovr'esse piombar.
Ma il barbaro in mezzo
Al sangue, alle prede
Non gode, se Roma
In polve non vede;
Ed eccol dall'Alpi
Furente calar.

Qual possa di braccio
Avria soffermato
Chi tanto al suo ferro
Già, avea soggiogato?
Qual gente dal Tevere
Incontro gli vien?
Un duce canuto,
Magnanimo, forte,
Non forte di schiere
Datrici di morte;
La sola sua fede
Il guïda, il sostien.

Quel duce vestiva
D'Apostolo il manto;
Portava in sue mani
Il Re sempre Santo;
E folto seguialo
Pregante drappel.
Ed Attila, fero
Flagello di Dio,
Innanzi agl'inermi
Tremò, impallidìo,
E disse: «Non voglio
«Pugnar contro il Ciel!»

Perchè retrocesse
Con tanto spavento?
Vid'ei nelle nubi
Un vero portento,
O tutto il prodigio
Oproglisi in cor?
Dicevano gli Unni
Con rabida voce:
«Per quale incantesmo
«Ci vinse la Croce?»
Ed Attila urlava:
«Fuggiamo il Signor!»


Ah! dolce siami ricordarmi ancora
Processïoni d'altri cuori amanti,
Volte a far sì ch'uom santamente mora;

Allorquando a' fratelli doloranti
Sovra il letto di morte vien portato
Quel Dio che si commove a' nostri pianti.

Brama la Chiesa intorno a sè adunato
Stuolo di figli allora, ed indulgenza
Materna a chi v'accorra ha pronunciato.

Per le vie con sollecita frequenza
Suona la nota squilla annunziatrice
Di quel mister d'amore e sapienza.

E già la donnicciuola, osservatrice
De' pii dettami, il suo lavor sospende,
E prega per l'incognito infelice,

E lascia l'officina, e il passo tende
Con altri umili artieri al loco santo,
E il cereo appo l'altar ciascuno accende.

Ivi ad artieri e a donnicciuole accanto
S'inginocchiano tai, che più cortese
Hanno il contegno e le sembianze e il manto.

Il vario grado qui sparisce; intese
Tutte quell'almo al Re del Ciel si stanno
Che in man dell'uom dalla sua gloria scese.

Sostegno quattro fidi ecco si fanno
Al padiglion, sotto cui l'Ostia viene
Riparatrice dell'eterno danno

Escon del tempio, e in meste cantilene
Salmeggiano il bel carme in che il Profeta
Reo si chiamava, ed estollea sua spene.

All'ansio mover della schiera è meta
Il tetto di fratello o di sorella,
Cui forse morte è già da Dio decreta.

E talor quell'afflitta anima in bella
Giace magion, che al volgo ivi stupito
Rammemoranza d'alte gioie appella.

Allor più d'un fra gl'infimi è colpito
Dal sentir ch'è pur cosa egra e mortale
Uomo a sorti sì splendide nodrito.

E tra sè dice: «Ai fortunati oh quale
«Stolta invidia portai, se tutti dee
«Involver duolo ed esterminio eguale!»

E mentre le atterrite alme plebee
Il vil livor depongono, e commosse
Pregan per lui che l'ultim'aure bee,

Con dolcezza rammentan com'ei fosse
Modesto in sua possanza, e come pure
L'altrui miseria a pietà sempre il mosse.

Ovver tristi rammentan le pressure
Ch'oprate lunghi giorni ha il vïolento,
Insultando degl'imi alle sventure.

Lagrime versa quei di pentimento,
E scorge di perdon raggio felice
Entro al cor ricevendo il Sacramento:

E a sè d'intorno mira e benedice
La carità di quella pia congrèga,
Che i torti obblìa dell'alma peccatrice,

E pel suo scampo sempiterno prega.

Chi sì fredda laudar mente potrìa
Sì del bello avversaria e del sublime,
Che la potenza non ammiri ed ami
Del gran mister? Mentre all'infermo è data
Per patire o morir forza oltr'umana,
Uno spirto di serii pensamenti
E di mutua pietà gli astanti afferra;
E ciascun dal palagio ov'oggi han regno
Le dolorose infermità e la morte,
Riede a sue ricche sale, o al suo tugurio,
Più memore del cielo e più benigno.
Nè spettacol men alto è quando tragge
Il Pan celeste al miserando letto
Dell'indigenza. Fra lo stuol seguace
Dell'adorabil visita divina,
Donna s'annovra illustre e generosa,
Ben conscia già di luride scalee
E di covili ov'han mendici albergo.
Ed ella dietro al Salvatore ascende
Alla povera stanza; e gentilmente
Del suo splendido stato si vergogna,
Ed aïtar tutti vorria gli afflitti.
Egra giace una vedova, ed intorno
Lagrimosi le stanno i figliuoletti
Della fame dimentici, e accorati
Sol perchè temon pe' materni giorni.
Della Comunïon pur non vorrebbe
Questa mirarli nel solenne istante;
Pensar vorrebbe solo a Dio; ma gli occhi,
Pensando a Dio, ricadon sovra i figli,
E s'empiono di pianto. - «Oh figli miei!
«All'infrenabil mio materno lutto
«Deh non badate, e voi consoli Iddio!
«A lui vi raccomando: ei padre ognora
«Fu de' pupilli derelitti; piena
«Fiducia abbiate in lui!» Così l'inferma
Geme ed abbraccia ad uno ad uno i cari;
Poi, vinta dall'angoscia, obblia di nuovo
La voluta fiducia, e per delirio.
Lamentosa prorompe: «Oh delle mie
Viscere amati frutti! ov'è chi prenda
Cura di voi, quand'io sarò sotterra?
- Per mezzo mio li aiuterà il Signore!»
Dice l'illustre donna ivi prostrata;
E s'alza, ed alla vedova giacente
Le braccia stende, e al sen la stringe; e questa
Effonde il core in voci alte di gioia,
Dicendo: «Io moro consolata! a' figli
«Che in terra lascio, resterà una madre!»
Io vidi, io stesso un giorno in mezzo a' campi
Avvïarsi la visita d'Iddio
A povera magion. Seguii la turba,
Per l'infermo pregando, e quell'infermo
Canuto essere intesi agricoltore
Presso al centesim'anno. Ove giacea
L'onorato vegliardo? In una stalla!
A manca erano i buoi; spazio bastante
Libero stava a destra, e un letticciuolo
Ivi il padre capìa della famiglia.
E in quella stalla il Creator del mondo
Entra a soccorrer l'uomo! ad onorarlo!
A nutrirlo di sè! tanto è il prodigio
Dell'umiltà divina, o tanto agli occhi
Del Crëator sublime cosa è l'uomo!
Ah! ben desso è quel Dio che in una stalla
Nascer degnava, e palesar che in pregio
Gli era il mortal, non per potenza ed oro,
Ma per l'umana sua nobil natura!
Oh mirabile vista quel languente
Che dal guancial la testa sollalzava,
Bella per bianche chiome, e pel sorriso
Della pace di Dio! mirabil vista
L'atto in cui della debil creatura
Cibo si fa il Signor! Chi non di dolce
Stilla bagnate aver potea le ciglia,
Ripetendo le preci? - E la pietosa,
Ond'or parlai, che della vedov'egra
L'oppresso spirto avea racconsolato,
Non è del vate invenzion. Mi stava
Quell'angelica donna appunto a fianco
Or nella stalla del canuto. E quando
Il Sacerdote retrocesse, allora
Sorse l'egregia, e avvicinossi al letto,
E favellò non so quai detti al vecchio,
E nelle antiche palpebre io vedeva
Gratitudin rifulgere e contento.

Ma non così pacifiche
Sempre si volgon l'ore
Al figlio della polvere,
Quando patisce e muore.

Colui tre volte misero
Che in suoi peccati è spento,
Di cui la gente mormora:
«Non ebbe il Sacramento!»

Assai meno, assai meno infelice
Di chi muor senza luce d'ammenda
È colui che da legge tremenda
Vien dannato a precoce morir!
Fur gravissimi forse i delitti
Che macchiaron la vita del tristo;
Ma piangendoli a' piedi di Cristo,
Spera in ciel perdonato salir.

Ed anco a tal dannato a fera morte
Religïon moltiplica sua cura:
Ella sola al gran passo il rende forte,
Che vinta da terror fora natura.
Arrivato d'un tempio appo le porte
Perchè il fermano? Oh ciel! che raffigura?
Dall'altar mossa l'Ostia avvivatrice,
Conforta ancor la vittima infelice.

E la vittima piange benedetta
L'ultima volta dal Signore in terra,
E con più vigoroso animo accetta
La fune onde il carnefice la serra:
Che è mai la morte al misero che aspetta
Grazia colà, dove non è più guerra?
Ch'è mai la morte all'uom quaggiù imprecato,
Se Iddio gli dice in cor: «T'ho perdonato!»

Le varie pompe tutte
Uopo non è che annovri il verso mio,
Onde sovente addutte
L'anime sono a rammentarsi Iddio,
E onde abbelliti vanno
Di vita il corso ed il postremo affanno.

Io tutte v'amo. quante
Istitüì la provvidente Chiesa
Processïoni sante!
Sol per la mente a basse cose intesa,
Il senno dell'altare
Non benefizio, ma stoltezza appare.

Io v'amo, o pompe! ed amo
Pur la più mesta; quella in cui giacente
Nel fèretro seguiamo
Il simil nostro, che di nobil ente
Sulla terra mutossi
In carne data a' vermi e in poveri ossi.

Oh commovente gara
Il congregarsi ad onorar per via
La sventurata bara!
L'alzare ancora in fùnebre armonia
Un voto pel fratello,
Di cui le spoglie inghiottir dee l'avello.

Soleasi a' dì lontani,
Che barbari a ragion forse son detti,
Ed in cui pur gli umani
Portavan reverenza a' begli affetti,
Soleasi da' congiunti
Pianto sacrar, solenne a' lor defunti!

Mutò la degna usanza,
E quando un genitor serrato ha il ciglio,
Più intorno non gli avanza
Nè la consorte, nè un diletto figlio:
Decenza impone a questi
Sgombrar lochi per morte oggi funesti.

Ah! ben più venerando
Era a' tempi de' barbari il compianto
Delle famiglie, quando
I figliuoli mescean lagrime e canto,
Venendo primi dietro
All'orribile e in un caro ferètro!

Fretta mi par non pia
Il fuggire un amato, appena e' muore;
Il non voler qual sia
Prova a lui dar di pubblico dolore:
Ma ben è ver, che ascoso
Pur gronda il pianto - e spesso è più doglioso!

Se quei che vincolati
Son per sangue col morto, alla gemente
Pompa non son restati,
Folta dietro la bara è pur la gente:
Misto al terror, v'è un forte
Amor nell'uom per l'alta idea di morte.

Chi vive puro, i grandi
Proponimenti inforza a quella vista,
E chi traea nefandi
I giorni suoi, sogguarda e si contrista:
D'ognuno a tal pensiero
Scossa è la mente e richiamata al vero!



Ma poichè il più giulivo e il più dolente
Fra quanti riti a noi la Chiesa espone,
Ha in sè di grazia spirto onnipossente,
Che al cor favella ed a virtù dispone,
Star giammai non si vegga ivi il credente
Col vil sorriso che a bestemmia è sprone:
Ne' templi e fuor de' templi ogni atto pio
Puote e debbe nostr'alme alzare a Dio.

V'amo, o pompe divine! e prego il Cielo
Ch'io mora in patria ove sien usi santi,
Ove alla tomba il mio corporeo velo
Dato non sia da ignoti o da sprezzanti,
Ma pochi amici con pietoso zelo
Seguano la mia bara salmeggianti,
E valga sì de' lor sospiri il merto,
Che tosto siami il sommo regno aperto!



I PARENTI.


Deus cilim honoravit patrem in filiis
(Eccli. c. 3, v. 3)


Inno di gratitudine e d'amore
Al Creator de' nostri cuori amanti,
Di tutte meraviglie Creatore!

Dacchè pel fallo prisco doloranti
Alla luce veniam, qual dolci aïta
Ne' genitorï è data a' nostri pianti!

In ogni coppia umana, onde la vita
D'altri umani si svolge, ecco una diva
Pe' figiuoletti carità infinita.


Vedi la vergin titubante e priva
D'ogni ardimento, simile a cervetta
Che intorno guata, e de' perigli è schiva.

Chi nella fievol, timida animetta
Opra mutazione inaspettata,
Quand'è fra il coro delle madri eletta?

Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,
Grave è il sen della dianzi paventosa,
E il pondo regge da dolor cruciata.

Ed il porta con forza generosa!
E dopo un figlio compro a tanto prezzo
D'orrende angosce, altri portar pur osa!

Oh di strazii mirabile disprezzo
In creatura sì gentil, che solo
Parea nata de' fiori al molle olezzo,

Onde bëasse a lei d'intorno il suolo
E le dolci aure col suo bel sorriso,
E morisse alla prima ombra di duolo,

Per destarsi felice in Paradiso.

Vedi la donna col suo piccol nato,
Che suggendole il seno a lei sorride:
Sebben abbiale tanto egli costato,
La madre da lui mai non si divide.
Insazïata il guarda, insazïato
È il provveder ch'ei non s'affanni e gride:
Animo lieto o da timore oppresso
Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.

Lo sposo benchè a lei caro cotanto,
È più caro perch'ei pur ride al figlio;
Sovente, favellando a lei d'accanto,
S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio
Tien sovra il pargol con sì forte incanto,
Che non ha udito il marital consiglio:
Allora ei tace e mira, e con dolcezza
Il lattante e la madre egli accarezza.

Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando
Giace nella sua cuna egro il bambino,
E la giovine madre sospirando
Ad ogn'istante riede a lui vicino,
E invan teneri detti prodigando
Tien sulle amate labbra il petto chino,
Ma l'offerta mammella ei bacia appena,
E non la sugge, ed a vagir si sfrena!

Oh con qual lutto miserando allora
La spaventata si rivolge a Dio!
Oh come al dubbio che il figliuol le mora
Trema se in lei fu reo qualche desìo,
E perdono dimanda, e s'infervora,
Promettendo al Signor viver più pio!
I soli Angioli ponno anzi all'Eterno
Sì ardente prego alzar, qual è il materno.

Giorno di liete voci, ora felice,
Quando sceman del pargolo i vagiti!
Quand'ei cerca la dolce genitrice
Con isguardi dal riso ingentiliti!
Quand'ei di novo il caro latte elice,
E scherzoso riprende i suoi garriti!
Tai porge allor la madre inni d'amore,
Quai mandar può de' Serafini il core!

Ov'alti rischi fervono,
Vieppiù la madre ardita
Pel frutto di sue viscere
Pronta è a donar la vita.

Ella, se fera scoppïa
Divoratrice vampa,
Verso la cuna avventasi,
E il pargoletto scampa.

Se il picciol piede illusero
Di cupo rio le sponde,
La madre piomba rapida,
E il tragge, o muor nell'onde.

Ella, se il figlio palpita
Tra infetto aere tremendo,
Tenta i suoi dì redimere,
Le piaghe a lui lambendo.

Se patria e tetto invadono
Empie, omicide squadre,
Stringe i suoi figli, e impavida
Pugna per lor la madre.


Tal è la nobil donna ingigantita
Dalla materna celestial possanza,
Che a tutte generose opre la invita.

Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza,
Ed è in lei quell'assidua ed operosa
Sulla cara progenie vigilanza.

Alma di buona madre più non posa
Finchè non ha ne' figli suoi destata
Di virtù la favilla glorïosa.

Nè puote alma di figlio esser pacata
Fra inique gioie, se ha una madre ancora
Che i vestigi di lui tremando guata,

E occultamente prega, e s'addolora.

Negli anni primieri
Del forte maschietto,
V'è mente selvaggia,
V'è indocile affetto,
Par ch'indi s'annunci
Futur masnadier.
La picciola belva
Se alcun la minaccia,
Vieppiù baldanzosa
Innalza la faccia;
Di colpi, di rischi
Non prende pensier.
Qual è quello sguardo,
Qual è quella voce
Che frena l'audacia
Del picciol feroce?
Incanto sì dolce
La donna sol ha.
Ed ella ripete,
Ripete l'incanto,
Frammesce sorriso,
Disdegno, compianto,
E amore gl'infonde,
Gl'infonde pietà.

Non bada la saggia
Se petti inumani
Diran che a domarlo
Suoi studi son vani;
In cor d'una madre
Speranza non muor.
E quei che parea
Futur masnadiero,
S'infiamma del bello,
S'infiamma del vero,
Divien della patria
Gentile decor.

La madre è il primo dell'infanzia amore!
Poi di ragione al dolce lampo i teneri
Fanciulli aman la madre e il Crëatore!
Sõave affetto sentono
Pel padre, pe' fratelli e per le suore,
Ma il lor pensier più consolante ed ìntimo
E quello ognor: la madre e il Crëatore!

E tutti quasi del Vangelo i forti,
Che con grand'opre od immortali pagine
Più ricchi di virtù sono al ciel sorti,
Dal sen materno attinsero
L'amor, l'ingegno e i nobili trasporti,
E della madre caramente memori,
Iddio amando, con lei sono al ciel sorti.

Quale stupor, se pienamente spanta
D'un diletto figliuolo entro lo spirito
Alta fiamma si sia di madre santa?
D'uomini gravi assidua
Cura in noi del sapere i germi pianta,
Ma niuna cura è guida al cor del giovine
Come riso gentil di madre santa.

In quello sguardo che posò primiero
Sovra i nostri dolori e i nostri giubili,
È un poter che strascina a pio sentiero.
Mille congiuran fàscini
A pervertir di gioventù il pensiero,
Ma in lagrime di madre, o nel suo tumulo
È un poter che ritragge a pio sentiero.

Agostin dagli errori avvincolato,
Udendo della madre i sacri gemiti,
Bramava consolar quel core amato;
Nel rimirarla, a palpiti
Religïosi si sentìa spronato;
Doppiò il desìo del ver, doppiò le indagini,
E terse il pianto di quel core amato.

Ne' giovani anni del Salesio santo,
La madre, che il dovea da sè dividere,
Un giorno mosse a lui solinga accanto:
Sotto vetusta rovere
In cima a giogo alpin fermata alquanto,
L'opre di Dio mirando, esclamò: «Figlio!
Pensa che quel gran Dio t'è sempre accanto!»

E gli parlò sì calde e generose
Ricordanze dell'alta, unica gloria,
Che Dio per meta all'uman viver pose,
Che il giovin cor rifulgere
Vide al suo sguardo le celesti cose,
E il dir materno in lui restò indelebile,
E saldo il piè pel cammin arduo pose.



Ma di veri ed opposti elementi
Vien temprata dell'uom la saggezza:
Ei bisogno ha di freno e dolcezza,
Ei bisogno ha di forza e d'ardir.
Troppo i figli addolcir prolungata
Indulgenza di madre potrìa;
Ne' lor cuori animosa energìa
Ogni padre è chiamato a nodrir.

Della madre il söave sembiante
Il bambino con gioia mirando
Brameria riprodurre quel blando
Elegante sentir femminil.
Ed insiem nel mirar si compiace
Più severi del padre gli sguardi;
In sè brama gli spirti gagliardi
Che più bella fan l'indol viril.

Grazie, amabile Ingegno divino,
Che, in donarci i duo cari parenti,
Vuoi che sorga gentil nelle menti
Armonia di contrarie virtù!
Tutti grazie a te rendano i figli
Che gustàr de' parenti l'amore!
Ed ai mesti orfanelli, o Signore,
Notte e dì padre e madre sii tu!



Quanta in un padre e in una madre splende
Luce emanata dall'Eterno Iddio!
D'affetto pari al lor niun cor s'accende.

A' genitori miei come poss'io
Render le gioie prodigate e il pianto,
E gli esempi, e i consigli, e il pregar pio?

Troppo sovente immemor fui del santo
Senno che ad essi per me il Ciel largiva,
E baldanzoso i lor dettami ho franto.

Ma se per vie superbe io mi smarriva,
Cercando il ben dove il Signor nol pose,
E di mondani sapïenza ambiva,

Quai salutari spine a me le cose
Pur rimanean, cui già m'aveano impresse
L'anime de' parenti generose;

E contento io non era nelle stesse
Più inebbrïanti glorie che il mio orgoglio
E l'altrui vanità crëato avesse.

Inestirpabil resta il buon germoglio
A que' dolci, infantili anni piantato,
In cui d'alta malizia il cuore è spoglio.

Io m'avvolgea tra dubbi, e innamorato
Pur mi sentìa secretamente ognora
Di quell'Iddio ne' primi dì invocato.

E quando il Sol gli oggetti ricolora,
Ed ammirandol poscia al suo tramonto,
E nottetempo udendo batter l'ora,

E in mille di que' casi in cui più pronto
Fassi a grave sentir l'intendimento,
Sì che in lui nasce d'alte idee confronto,

Mi sovvenìa con dolce incantamento
La carità del padre, e di colei
Dal cui seno ebbi vita ed alimento;
E allor tornava sovra i labbri miei
Irresistibil uopo di preghiera,
E i miei delirii m'appariano rei.

Nel ricordar la madre, un fascino era
Che quasi mal mio grado m'attraea
Alla credenza e all'amistà primiera,

E della madre ai templi indi io riedea!

O padri! o genitrici! il più efficace
V'è dato minister sovra la terra:
Da voi pende de' figli la verace
Intima calma, o la perpetua guerra.

Sentir non basta natural dolcezza
A' cari vezzi di crescente prole;
Non basta ch'uomo obblii truce fierezza,
Come nel suo deserto il leon suole
Quando sul leoncel ch'egli accarezza
Spiegar le insanguinate ugne non vuole;
Non basta ch'uom de' figli suoi le strida
Tolleri, aïzzi, e i giochi lor divida.

Non basta ch'ei, mentre con essi scherza,
Pur li brami al suo cenno obbedienti,
E talor pigli l'esecrata sferza
A domar le più irose audaci menti.

Uop'è che padri e madri abbian sublime
Conoscimento dell'ufficio loro,
E le impronte, che i figli accolgon prime,
Sien d'amor, d'innocenza e di decoro.
Uop'è che i genitor la prole estime,
Perchè non da piaceri o sete d'oro
O bassa invidia spinti unqua li miri,
Ma da pii, generosi, alti desiri.

Gemer che val che nostra età sia guasta?
Che abbondin tradimenti e fratricidii?
Che del dubbiar l'orribile cerasta
Strazii le menti e tragga a' suicidii?

Al torrente de' vizi argin chi pone,
Se mal la patria a' figli suoi provvede?
Se de' fanciulli il cor non si dispone
Da' genitori ad alti sensi e fede?
Se il giovine schernir religïone,
O simularla da' canuti vede?
Perchè t'onorerà, padre, il tuo figlio,
Se in te virtù mai non brillò al suo ciglio?

Sia maledetta la progenie ingrata
Ch'alza sul genitor risa di scherno!
Mal s'affanni di giubilo assetata,
E nell'alma sua vil regni l'inferno!

Ma al par de' figli iniqui e irreverenti,
Voi sommamente sciagurati e abbietti,
Che versate negli animi innocenti
Mortifero velen con opre e detti!
Vita lor deste, e por li avete spenti!
Da Dio li avete, e contro a Dio concetti!
Prodotto avete per l'età future!
Germi rei di più ree progeniture!

Bella è di colta civiltà la luce,
Che assai chimere d'ignoranza espelle!
Ma se spoglia è di fè, non altro adduce
Ch'arti affinate in basse anime felle.

Altera iva, già tempo, i suoi tesori
Di ricchezza e di fama e di possanza
Roma pregiando, e sebben tocche avesse
L'ignee quadrella di sventura, e sommo
Più sulla terra il cenno suo non fosse,
Ancor a sè dicea: «La invitta io sono!
«L'accenditrice della sacra fiamma
«Del saper nelle genti! e indarno lutta
«Contra il mio genio di barbarie il genio!»
Ma venne il dì che la città del mondo
Fremebonda languendo in crudo assedio,
Prevedea suo sterminio ed il trionfo
Della barbarie propugnata e sparsa
Dal valente Alarico.
Una Sibilla
Nel roman Foro passeggiava irata,
Cinta da cittadini; e se speranza
Fosse di gloria le chiedean coloro,
E richiedeano con affanno. - Ed ella
Con disprezzo miravali, e taceva,
E passeggiava irata, e i dardeggianti
Sguardi della divina alto terrore
Nella plebe infondeano. E poichè sempre
Insisteano le turbe a interrogarla
Sovra i destini della patria, il riso
Amaro del disprezzo in furor santo
Volse; e, strappato dalle grigie chiome
Il vel, la fronte colla destra palma
Si percosse tre volte, e a' suoi pensieri
«Uscite!» disse, - e uscirono tremendi!
«Vaticinio d'obbrobrio e di morte
«All'iniqua Regina del mondo!
«Sette giorni; e poi veggo giocondo
«Qui sue fiamme Alarico gettar!
«In tre parti ecco Roma divisa:
«Un'intera, altra mezzo abbattuta;
«La maggiore ecco fumiga muta
«Sovra l'ossa che un dì l'abitàr».

Dell'antica Sibilla al disperante
Grido colpiti di spavento, alzaro
Miserevol lagnanza i cittadini,
E a lei diceano, e al cielo: «Onde su noi,
«Onde su figli così orrendo fato?»
Guardolli la inspirata, e lungamente
Tacque fremendo, indi il silenzio ruppe:

«Onde mova sì fera condanna,
«O perversa d'eroi discendenza!
«Più da voi di virtù la credenza
«A' figliuoli trasmessa non fu!
«Non v'è popol che piombi in rovina,
«Se non dove s'innalzi tal prole
«Che non sa, che non può, che non vuole
«Fuorchè oltraggio ed obblio di virtù!»

E vinse Alarico,
E in fiamme andò Roma,
E tutti la stirpe
Latina fu doma!
E invan quegli oppressi
Dell'Itala terra
Dicean: «Fummo grandi
«In pace ed in guerra!»
Disgiunte da forza
Di mente e di cor,
Le voci orgogliose
Schernìa il vincitor.

E fama narra che la pia Sibilla
Per le italiche sponde ramingando,
Molle sovente avesse la pupilla
Sui rei trionfi dell'estranio brando:
Chiesta venìa talor se una favilla
Prevedesse di scampo, e come, e quando;
Ed allor rispondea più corrucciata:
«Stirpe forse vegg'io dal fango alzata?»

Inteneriasi poscia, ed agli afflitti
«Luce, dicea, non fulge or di speranza!
«Ma da viltà cessate e da delitti,
«E crescete ad onor la figliuolanza.
«A nulla giova favellar di dritti,
«E gli avi rammentar con gran burbanza:
«D'ammendati parenti all'opre sole
«Puote ribenedetta andar la prole».

Ma i più ascoltavan, e movean la testa,
E tenean la fatidica per pazza;
E lungh'anni durò la ria tempesta
Degl'invasori sull'iniqua razza.
Tutta convenne tracannar la infesta
Di servitù e d'obbrobrio amara tazza;
Sepolta andonne civiltà, e con pena
Dopo secoli ancor ripigliò lena.

Manda, o Signor, lo spiro tuo possente
Ne' padri che al mio tempo han la tutela
Della patria speranza adolescente!

Quanto sia gran tesoro ad essi svela
Un'affidata nova alma immortale,
Cui tanti move assalti corruttela.

In padri e genitrici un'ansia eguale
Desta sì, che ne' figli i pensier santi
La possa degli esempi non affrale!

La madre allor ne' dolci cuori pianti
Profonda e pia di bell'amor semenza
Per tutte l'opre ad alta fè guidanti;

E il genitor protegga, la innocenza,
E la scorti, e la eserciti, e la inforzi
Contr'ogni non vitale, empia, scienza.

Caldo zelo ad estinguer non si sforzi
La nobil vigoria de' giovani anni,
Ma pïamente il fidar troppo ammorzi,

Sì che delle inesperte anime i vanni
Luce, lontan dal vero Sol, cercando,
Non si perdan nel vuoto e negl'inganni.

A due falli i parenti omai dian bando:
Uno è il vano agognar che tutto a' figli
Nell'odïerna età paja esecrando.

I sempre spaventosi, irti consigli
Ispiran diffidenza, e ciechi allora
Vieppiù s'avventan quelli entro a' perigli.

E l'altro fallo è più funesto ancora:
Quello di chi, spregiando i tempi andati,
Del novo senno tutti i vanti adora,

E dall'are tue sante illuminati
Non gli cale, o Signor, che i figli sieno,
Ma li spera da orgoglio sublimati.

Lode a filosofia, ma quando in seno
Porta umiltà ed amor; quando a' suoi voli
Tuo infallibil Vangelo è guida e freno!

Altro lume non fia che mai consoli,
Ed appuri, ed innalzi umani cuori,
E per cui nelle vie de' lor figliuoli

Gloria acquistino e pace i genitori!

Non v'è patria felice, se a Dio
Consecrate non son le famiglie;
A' parenti, a' garzoni ed a figlie
Solo vincolo egregio è la Fè.
Dove cresce magnanima stirpe,
Talor anco sventura la preme,
Ma non pere, non crolla, non teme
Il Signor della forza ha con sè!



I SANTUARII.

Et induxit eos in montem
sanctificationis suae.
(Ps. 77).

Infelice colui che ignobilmente
Mira natura e le bell'opre umane,
Ed allor più s'estima alto-veggente
Che più freddo e schernevol si rimane!
Quant'evvi di sublime e d'innocente
Gli par macchiato di bruttezze strane:
Per le spine la rosa gli par truce,
E, perchè il Sole avvampa, odia la luce.

No, non è tal la verità, ma ad onta
Delle sue spine amabile è la rosa,
E l'alma luce immense gioie impronta,
Benchè talor dardeggi anco dannosa;
E il passegger che faticando monta,
Pago sovra le balze indi si posa;
E benchè abbondin gli empi in sulla terra,
Frode non è per ogni dove o guerra.

L'ipocrita, ahi! s'accosta anco all'altare,
Ma i non infinti quell'altar migliora:
Ogni spirito umano, alto o volgare,
Pervertesi dal dì che più non òra;
Ed in ogni uso della Chiesa appare
Celeste senso che a virtute incuora.
Chi d'amor sante preci insania crede,
Quai vuol foggiarle, e non quai son, le vede.

Voi pur, voi pur siete di scherno oggetto,
Famosi Santuarii, ove i credenti
Peregrinando anelan con diletto,
Sebben plebee taluni abbian le menti.
Menti han plebee, ma candido l'affetto,
E l'esempio commun li fa più ardenti.
O Santuarii, abbiatevi il mio canto:
Io ne' delùbri di Varallo ho pianto!

Tutelare di Sesia Angiol gentile,
Come nobile e vaga è tua vallea!
Qual v'ha Meandro all'acque tue simile?
Qual altra auretta i cor tanto ricrea?
E come, fuor del consüeto stile,
Qui il villanel di belle arti si bea!
Qui leggiadri pittori ebbero cuna,
E lor opre Varallo in copia aduna.

Ma più di tutti i Varallensi egregio
Di virtù per la forte orma stampata
Fu il buon Caüno ch'or sull'are ha pregio,
Ei che alla valle nova gloria ha data,
Ei che v'aggiunse così fregio a fregio,
Che da' secoli andasse indi ammirata.
Umil cappuccio lo coprìa, ma ardente
D'alti pensier gli rifulgea la mente.

Caïmo giovin mosse in Terra Santa,
Poi tornò pien di rimembranze il core,
Ed ambìa che sua terra tutta quanta
Innalzasse le brame al Crëatore;
Ed era di color, cui non va infranta
La volontà da inciampi o da timore.
Ardüissima cosa immaginossi,
La predicò, la volle, e gridò: «Puossi!»

«Puossi, gridò, glorificare Iddio,
«A questi lochi eccelso lustro dando.
«Ergasi un Santuario in un sì pio,
«E sì per inclit'opere ammirando,
«Che inviti pure il miscredente e il rio,
«I quai vengan da pria maravigliando,
«Poscia vinti si sentan dall'incanto
«Del Bel, del Ver, del sommamente Santo.

«Puossi! e tristo colui che m'opporrebbe
«Che opulenta non è questa convalle!
«Dal voler forte ognor la forza crebbe,
«E le ben chieste grazie il Signor dàlle.
«Più costante di noi popol non v'ebbe,
«Zelo non fia ch'indi all'impresa falle:
«Diam chi l'or, chi le braccia, e chi lo ingegno,
«E di Dio monumento alzerem degno».

In tal guisa ispirato predicava
Il reduce da' liti Palestini,
E col robusto dir comunicava
Negli altrui cor suoi palpiti divini.
Universale un plauso s'elevava
Primamente da' borghi più vicini,
Poi rapido quel plauso si diffonde
Pur tra fedeli di lontane sponde.

E quasi per prodigio ecco tant'oro,
E tanti chiari spirti, e tante braccia
Moltiplicarsi e gareggiar fra loro
Sì che novo Sïonne ivi si faccia.
Non manca all'alta impresa alcun decoro;
L'aspra montagna trasmutato ha faccia;
Magnifico cammin fra ombrose piante
Guida a esimii delùbri il vïandante.

Ascendendo quell'erta, evvi un mistero
Tal nel loco e nell'aer, che pria che giunga
A' consecrati muri il passeggero,
Forz'è che preghi, ed ami, e si compunga.
Vista non v'ha che noi ritragga al vero,
Che dal mondo fallace nol disgiunga,
Tanto, dovunque ei volga la pupilla,
Del Crëator la mãestà gli brilla.

Quanto più progredisci alla salita,
Tanto più ti stupiscon da ogni parte
Quel bosco là della vallea romita:
Là le fumanti capannette sparte;
Là un torrente fra scogli che s'irrìta,
E mormorando e spumeggiando parte;
E colà un altro che sue rapid'onde
Rotola verso il piano, e in lui s'infonde.

Qui il ciel sovente è limpido zaffiro,
E spande fulgidissima la luce,
Poscia improvvisa là sui gioghi io miro
Nube che tuoni e fulmini conduce,
E ne' rami degli alberi uno spiro
Freme di vento, or lusingante, or truce,
E in tutte quelle cose è un'armonia
Che scuote l'alma ed al Signor l'avvia.

Venìa meco Tancredi, ed ammutiti
Or contemplando questo, or quell'obbietto,
Più gioïvam perchè fra noi partiti
Sensi cotanti d'intimo diletto
Scorger ne fean quanto da Dio forniti
D'unanime eravam mente ed affetto:
Tacean le lingue, ma l'alterno sguardo
Il söave dicea sentir gagliardo.

Più oltre i passi producemmo, e alfine
I delùbri toccammo desïati:
Su ciascun di essi vaghe ombre son chine
D'olmi vetusti, sotto a cui posati
Già si son peregrini e peregrine,
Ora in polve dispersi ed ignorati.
Quanti, com'io, veduto han queste rive!
Tutti son morti, e quella ombra sorvive!

Il pio silenzio di tai sedi appella
A veridici e gravi pensamenti.
Scende sul cor rimorso, e lo flagella,
Ma speme santa mitiga i tormenti.
Scerne l'uom ch'ogni vita si scancella,
Quasi che gli anni suoi fosser momenti,
E invaso allor da salutar terrore,
S'umilia, e invoca, e trova il Redentore.

Oh! chi d'uopo non ha di chi il redima?
Qual adulto vivente è immacolato?
Chi non desìa tornar ciò che fu prima,
Quando non era ad empietà varcato?
E chi fia mai che irreverente imprima
In Santuario i piedi, ove adorato
Mirasi quanto, sceso in terra Iddio,
Per redimerci tutti, oprò e patìo?

No, qui nulla è volgar, nulla è concetto
Di scempi ingegni! tutto è sapïenza!
Rider vorrìa l'incredulo intelletto,
E falla qui a lui stesso la impudenza:
Qui riconoscer debbe ei con dispetto
Esservi un Bel che sforza a reverenza:
Istorïate scene del Vangelo
Han qui una voce che rammenta il Cielo.

Di Varallo i sacelli adorni sono
Di cento effigie di gentil lavoro:
Ed una v'ha che par d'angioli un dono,
Cotanto pinge di Maria il martoro!
Di Maria, che in orribile abbandono
Indicibil, divin serba decoro,
Di Maria che, abbracciando il morto Figlio,
Frena le amare lagrime in sul ciglio!

Fra gli sparsi tempietti si divelle,
Qual tra la prole sua la genitrice,
Qual magnifica luna infra le stelle,
Sommo Tempio che al loco appien s'addice.
Egli è sacro a Maria, che fra le belle
Schiere de' cherubin sorge felice,
E dir sembra a' mortali: - «Oh figli miei!
Meco voi tutti alzare in ciel vorrei!»

Non fulge dì, non fulge ora del giorno,
Che sul monte preganti alme non meni.
Sono pii villanelli del contorno
Che invocan messi a' patrii lor terreni;
Sono un padre sanato, e a lui d'intorno
I figli suoi di gratitudin pieni;
Son donne antiche e vergini montane
Vestite a fogge in un leggiadre e strane.

E queste e quelli, a varii gruppi onesti,
Van ramingando qua e là pel monte.
Mormoran preci, e i rai tengon modesti,
Ed in ogni sacel chinan la fronte,
E più si ferman dolcemente mesti
Dove San Carlo ha sue pedate impronte;
E sotto voce ai figli il genitore
Le virtù narra di quel gran Pastore.

Poscia ciascun pur là s'arresta molto,
Dove il fulcro d'un letto anco si vede:
Il letto fu di Carlo! Ivi quel volto
Dormì e vegliò quando a lodar la fede
De' Varallensi a lor si fu rivolto
Dalla Lombarda glorïosa sede.
Oh reliquia onorata! oh quanti ispira
Di pietà desiderii in chi la mira!

E colà presso, d'un più antico Santo
Venerevole avanzo è custodito:
Un teschio egli è! Chi di facondia incanto
Effuse da quel teschio ora ammutito?
E chi da quelle or vote occhiaie ha pianto?
Chi cogli sguardi i cuori indi ha colpito?
Caïmo fu! quel forte che volea,
Ed all'opre ardüissime impellea!

Adorator de' secoli vetusti
No, non son io: so che barbarie assai
Contro a' fiacchi porgeva arme agl'ingiusti,
E alle vendette succedean più guai:
Ma sfavillar pur si vedean tai giusti,
Che d'obblio non saran preda giammai:
Del secol lor vinceano il genio tristo,
L'alme träendo a caritate e a Cristo.

Onore a nostra età per fatti egregi,
Ma non per la calunnia e pel sogghigno,
Con che vorriansi vilipesi i pregi
Di chi fra rozzi oprò saggio e benigno!
Ogni secolo ha menti onde si fregi;
Ogni secolo impulsi ha dal maligno:
Ah! in ogni età da' cuori ingentiliti
Abbiansi laude gli atti a Dio graditi!

A Dio graditi certo erano e sono
D'alta religïon que' monumenti,
Ov'ansio d'impetrar pace e perdono
Tutti elèva il mortal suoi sentimenti;
Ove chi più fu sotto i vizi prono,
Talor più sorge, e move a' begli intenti;
Ove color che già inimici furo,
Si rïabbraccian con fraterno giuro.

Ah! tutto ciò che alle passato sorti
De' natii ne congiunge amati liti,
È quasi suon di glorïosi morti,
Che di virtù civil ne drizza inviti;
E ben di patrio amor vincoli forti
Son quindi i Templi e i Santuarii avìti;
Ed ogni buon là grandi lumi scerne,
Pregando ove pregàr l'alme paterne.



LE PASSIONI.

Gustate et videte quoniam suavis
est Dominus.
(Ps. 39. 9).

Dov'è mia gioventù? Dove i bëati
Anni d'amor, del Rodano appo l'onde?
Dove il ritorno a' miei dolci penati,
E mia stanza alle Insùbri aure gioconde
Dove in Milano i glorïosi vati
Che mi cingean dell'apollinea fronde?
Dove mia gloria alle applaudite scene?
E poi dove il decennio infra catene?

Io di carcere usciva egro, e piangendo
Il mio buon Federico e gli altri cari,
Cui dato ancor da quel recinto orrendo
Rieder non era ai desïati lari:
Poscia esultava, Italia rivedendo,
Ed alfin temperando i giorni amari
Fra gli amplessi de' miei sacri canuti,
Per me sì lungamente in duol vissuti.

E omai da un lustro tutto ciò trascorse!
E nuovi plausi a me la patria diede,
E di nuovi Aristarchi ira mi morse,
E dì nuovi propizi ebbe la fede,
E nuova infanzia a me d'intorno sorse,
E di morte vid'io novelle prede,
E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo,
E separarmen voglio - ed ancor l'amo!

L'amo perch'alme vi trovai fraterne,
Che all'alma mia s'avvinser dolcemente,
E diviser mie gioie, e nell'alterne
Pene collacrimàr sinceramente:
E v'ha tali amistà che fièno eterne,
Benchè tessute in questa ombra fuggente,
Benchè tessute ov'ogni nobil core
S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.

Degg'io, poss'io da tutte cose amate
Divellere una volta il mio pensiero?
Io, le cui sorti furono esaltate
Da tanto lutto e tanto gaudio vero!
Io, le cui rimembranze innamorate
Han su mia fantasia cotanto impero!
Io, cui balzar fa sin talora il petto
Vista di leve, inanimato oggetto!

Reduce a' lidi miei, dopo che giacqui
Sepolto vivo per sì cupe notti,
Agli affetti più teneri compiacqui
Che la sventura non avea interrotti;
Nè agli estinti carissimi pur tacqui
Culto di preci e di sospir dirotti;
Indi a rivisitar presi le antiche
Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.

E sovente su libri polverosi
La man vo riponendo tremebonda,
Ed apro, e parmi a' giorni studïosi
Tornar di giovinezza, e il pianto gronda!
E trovo i segni che ne' libri io posi,
Ove con mente mi fermai profonda,
Ove ad alti pensier d'amato autore
Commento fei di verità o d'errore.

Pur con sensi diversi or vi rimiro,
O libri tanto amati a' dì primieri:
Vate son io, ma spento è in me il desiro
Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri.
Se volgendo lor carte ancor sospiro,
Magìa non è de' grandi lor pensieri:
Più d'un libro m'è caro, e pure in esso
Di rado cerco lui; cerco me stesso.

E non sol me vi cerco: alla memoria
Del me passato aggiugnesi indivisa
Di palpiti d'amor söave istoria,
Quando un'egregia m'infiammava in guisa,
Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria,
Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa,
Che d'un sorriso suo per farmi degno,
Sempre agognava ingentilir lo ingegno!

E se pio talor fui, pregio egli è stato
Di quella generosa animatrice:
Era ad essa straniero il forsennato
Foco d'amor che mi rendea infelice;
Ma compatìa mie pene, ed elevato
Volea il mio spirto, e lo volea felice,
Ed allor che più insano io le parea,
S'affannava, e garrivami, e piangea.

Quella donna, onde il bel, nobile viso
Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio,
Non disamai, benchè da lei diviso,
E onorerolla tutto il viver mio:
Ma nuovi poscia affetti han me conquiso,
E quel primiero ardor s'intiepidìo:
Quel ch'era in me un incendio, è una favilla
Che come lampa ad un sepolcro brilla.

Senza obblïar la già cotanto amata,
Altra ammirai ch'or dipartita è anch'essa;
E in me virtù credendo io sublimata
Per averla a sì bello angiol commessa,
L'anima mia da orgoglio inebbrïata
Vana si fea di lungo ben promessa:
Giorni d'alto dolor mi mosser guerra,
E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!

Sete d'amor, sete di studi, e sete
D'innalzar sopra il volgo il nome mio,
Gran tempo mi rapìan sonno e quiete,
Nè scerno se ammendato oggi son io:
Tu che del cor le làtebre secrete
Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio,
Pietà di me che tanto sempre amai,
E sino a te l'amor non sollevai!

Tante cose sfumarono al mio sguardo,
E tutto giorno sfumar altre io miro!
Valga d'esperïenza il raggio tardo,
In che forzatamente oggi m'aggiro,
Ad oprar alfin sì, che più gagliardo
A tua bellezza s'erga il mio desiro,
E nulla tanto da' mortali io brami,
Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!

La legge tua non è d'irto rigore,
Sol le idolatre passïoni abborri:
Lunge che a te dispiaccia amante cuore,
Ad un cuor fatto gel più non accorri.
Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore
Così soccorra, come a me soccorri:
Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta,
Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.

Tu doni a' figli tuoi mente e parola,
Non perchè il dono tuo venga sepolto;
Tu non imprechi investigante scuola
Su non vietato ver fra l'ombre avvolto:
In odio a te l'indagin empia è sola
Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto:
Tu gl'ignari del mal chiami felici,
Ma il veggente non reo pur benedici.

Tu che sei tutto amor, la sacra stampa
Della natura tua nell'uomo imprimi:
Gagliardo sprone e inestinguibil lampa
Tu sei di tutti aneliti sublimi.
Tu godi quindi se il mio spirto avvampa
Per que' tuoi fidi che in virtù son primi:
Tu godi se fra lor taluni eleggo,
E nel lor santo oprar meglio ti veggo.

A me tu dato hai queste fiamme ardenti,
Con cui desìo de' petti amici il bene,
E con cui studïando i tuoi portenti
Traggo esultanza, e di capirti ho spene:
Così caldo sentir più non diventi
Esca giammai di vanità terrene:
Mie passïoni in guisa tal governa,
Che lode sièno a tua saggezza eterna.

Sempre le temo, e sempre sento ancora
Che in amar altre cose io troppo m'amo:
Cieca errò mia bollente alma sinora,
E presa fu di sua superbia all'amo.
Distruggi il suo sentire, o lei migliora;
O vil torpore, od amor santo io bramo:
Ah no, non vil torpor, dammi amor santo,
Tu che le tue fatture ami cotanto!



I SECOLI.

Militia est vita hominis super terram.
(Job. 7).

Vidi un'età delle sue forze altera,
E questa rifulgea dal greco lido:
Superava i famosi
Secoli che brillàr per altre sponde;
Ed oltre ad immortal virtù guerriera,
Sparsa per Asia d'Alessandro al grido,
La irruzïon de' ladri generosi
Impromettea alle genti fremebonde
Sotto a' vincenti brandi
Novi di civiltà raggi ammirandi.

Voce per ogni parte era d'Achivi:
«Noi chiama Giove a illuminar la terra!
Al nostro Omer, ch'è luce
Prima alle menti, succedean tai vati,
Onde a fiotti emanàr del bello i rivi;
E, perchè il sommo Bel tutti rinserra
Sensi gentili e sapïenza adduce,
Gli Apelle e i Fidia in queste aure son nati,
E Plato e gli altri mille,
Che poste ne' misteri han le pupille».

Gloria, sì, coronò le Achee pendici;
Ma del grande Alessandro il trono cadde,
E le barbare genti
Contro il superbo eroe mosse a disdegno
Dell'alto crollo si stimàr felici;
Poi d'arti e di saver Grecia decadde,
Sì ch'alle scuole sue contraddicenti
Chi recava di lumi avido ingegno,
Sol v'imparava come
Darsi del ver possa a menzogna il nome.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E sfavillava questa in Campidoglio;
Scherniva i preceduti
Secoli, che dall'uom sommi fur detti.
Tutto cedeva all'aquila guerriera
Che ad ogni eccelsa meta ergea l'orgoglio.
Sul Tebro convenìan co' lor tributi
Della terra i più splendidi intelletti,
Ogni altro core umano
Dovea spezzarsi o diventar Romano.

Latina voce in tutte aure s'udìa:
«Noi siam chiamati a spegner l'ignoranza
Che dagli antichi tempi
Le varie schiatte de' parlanti regge;
Noi soli alzar possiam tal monarchìa
Che abbracci il mondo e il forzi a fratellanza,
Che per ogni contrada atterri gli empi,
Che in loco di furor ponga la legge;
Filosofia fanciulla
Vagì sinor, noi la traggiam di culla».

Gloria brillò sul Tebro incomparata;
Ma i gagliardi imperanti all'universo
D'onor si dispogliaro,
E dier lo scettro a destre parricide:
La immensa monarchia fu lacerata,
E da' suoi prodi eserciti converso
Contro agli Augusti suoi venne l'acciaro,
E più stolto di pria l'orbe si vide:
Gara di colti e rozzi
Furon morte, perfidia e gaudii sozzi.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E dava di sè mostra in varie sedi:
I popoli che oppressi
Avea di Roma il gigantesco ardire,
Veggendo vacillar l'alta guerriera,
Di sue virtù si dissero gli eredi:
Fiato alle trombe in venti regni diessi,
E tutti ardendo di terribili ire
Giuràr pei nobili avi
Che a Roma guasta non sarìano schiavi.

Voce sonò di barbare coorti:
«Noi chiama il cielo a restaurar giustizia,
Chè ne mentì il Romano
Impromettendo civiltà e diritti;
De' mortali tradite eran le sorti
Per satollar di pochi l'avarizia;
Tutti scettri afferrar non de' una mano;
Tutti i popoli denno essere invitti!
Oggi infiacchisce Roma,
Si punisca, a lei spetta oggi esser doma!»

Gloria sorrise a' Vandali ed a' Goti,
Ma fu gloria di spirti usi a furore:
Distrussero un Impero
Che ad un sol giogo i popoli astringea,
E ferrei gioghi imposero a' nepoti:
De' vizi inorridirono al fetore,
Onde il Tebro appestava il mondo intero;
Ma gentilezza insiem credetter rea,
E contro a lei pugnando
Disonoràr l'insuperato brando.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E diè prima in Sïonne il maggior raggio:
Fu virtù combattuta
Sotto Romani e Barbari, e s'estese,
Non per astuzia o gagliardìa guerriera,
Ma per novo in patir, santo coraggio.
Fra dileggi e patiboli cresciuta,
Perdonando a' carnefici, li prese:
Scandalezzava in pria,
Poi volgari ed eccelse alme rapìa.

Voce allor di Cristiani empì le terre:
«Noi Dio sospinge a debellar gli errori!
Finor saggezza umana
Tentò regger le sorti, e fu delirio:
L'uom dalle colpe è dissennato, e scerre
Non può di verità gli alti splendori,
Se da superbia il cor non allontana,
Se nol consacra ad umiltà e martirio.
Or che la Croce splende,
A vera civiltà l'uomo trascende».

Gloria inaudita a' battezzati fulse,
E perocchè d'Iddio quest'era l'opra,
Se fidi al suo Vangelo
Fosser vissuti i popoli redenti,
State sarian tutte ingiustizie espulse.
Sàtana accinto a volger sottossopra
La indestruttibil via che guida al cielo,
Seminò scismi ed odio infra i credenti;
Onta il fellon ne colse,
Ma pure in novi lutti il mondo avvolse.

Vidi un'età delle sue forze altera:
Il successor di Piero e Carlo Magno
Destra si dier fraterna,
Come agli antichi dì Mosè ed Aronne,
Sì che il Monarca a sua virtù guerriera
Visibilmente avesse Iddio compagno:
Così doppiata la possanza alterna,
Frenaro il vizio e umanità esultonne:
Parea che mai contesa
Più nascer non potrìa fra Trono e Chiesa.

Voce allor si levò d'Itali e Franchi:
«L'atterrata da' barbari è risorta
Imperïal tutela,
Ed or che dagli altari è benedetta,
Fia che i mortali a civiltà n'affranchi.
Or ogni studio a sapïenza è scorta,
Tutti or nobilitar la legge anela,
Bandire anela schiavitù e vendetta:
La prima volta è questa
Che il trionfo del ver più non s'arresta!»

Gloria abbellì di Carlo Magno i fatti,
Ma sceso nel sepolcro, ebbe seguaci
Di men gagliardo ingegno:
Trono e Chiesa s'urtàr, si combattero,
E da scandalo uscìr follie e misfatti:
Nocquero a verità studi fallaci,
Città e castella fur nemiche al regno;
Libero sir divenne il masnadiero;
E, franti i gioghi spesso,
Piansene il popol da licenza oppresso.

Vidi un'età delle sue forze altera,
Allorchè il Saracin recò dispregi
Su tutti d'Asia i liti,
E destò in Occidente ira e temenza.
Ecco tacer le gare, ecco guerriera
Fraternità fra i battezzati Regi:
Ecco d'Europa i volghi rïuniti:
Ecco mille poteri una potenza
Scuote, strascina, incanta:
Tutti soldati son di Roma santa.

Voce s'alzò di folte osti crociate:
«Ciò che saputo oprar non avean gli avi,
Compiere è dato a noi!
L'alme cristiane da concordia alfine
A magnanima impresa suscitate
Più ludibrio non son d'affetti pravi.
Cristo ne scelse per campioni suoi,
E rimerto n'avrem palme divine:
Da noi frattanto il mondo
D'ogni impulso a giustizia andrà giocondo».

Gloria i pro' cavalieri ebber traendo
La tomba del Signor da giogo infame,
E grazie a' loro acciari
Non invase anch'Europa il Mussulmano;
Ma in vile obblìo religïon ponendo,
Aprirò il core ad esecrande brame,
In rapina emulàr gli Arabi avari:
Volsero a lacerarsi invida mano:
Colpì i Crociati Iddio,
E in Asia lor possente orma sparìo.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E nell'Italo suol fulse più bella:
Non già poter di brandi
Sorse a magnificar la sua fortuna,
Sebbene ovunque ardesse ira guerriera:
Fu suo splendido pregio una novella
Ambizïon di studii venerandi:
Parve Italia con Dante uscir di cuna,
Indi Petrarca venne,
E la corona in Campidoglio ottenne.

Voce di qua dall'Alpe inclita alzossi:
«Di civiltà sepolta era la luce;
Ed or novellamente
Sulla terra la spargono le Muse:
L'idïoma oggi vivo affratellossi
Agl'idïomi antichi, e si fa duce
Anco agl'infimi spiriti possente,
Sì ch'al ver tutte vie sono dischiuse;
Gli studii più non regge
Idolatrìa, ma del Vangel la legge».

Gloria il novo Parnaso ornò stupenda,
Nè più tutta disparve a' dì futuri;
Ma non per ciò le vie
Da' sommi ingegni al ver furono aperte:
In cor del volgo non oprossi ammenda;
Spirti v'ebbe più colti e più spergiuri:
Sul Parnaso salite anco le arpìe
Spesso di plauso e fiori andàr coverte,
E con immonda cetra
D'influssi rei contaminaron l'etra.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E fra le sue venture una fu tale
Che nulla mai sì grande
Non pareva la terra aver lucrato,
Sebben non per real possa guerriera:
Tre savi industri (ond'un con infernale
Patto a scïenze occulte, abbominande,
Esser dicea la turba inizïato)
L'arte inventaron, donde
Ratto il pensier si stampa e si diffonde.

Voce sonò per l'Europee contrade:
«Incivilir mai non potean le genti
Finchè sì nobil arte
Non rapivano al cielo od all'inferno
I tre veggenti della nostra etade:
Or moltiplici fien tutti eccellenti
Frutti di verità, sì ch'ogni parte
Prosperi della terra, al cibo eterno;
Chè, s'error nasce ancora,
Tosto convien che vilipeso mora».

Gloria sorrise all'immortal portento,
Onde crebbe ogni scritto a mille a mille;
Non più temuto danno
Fu il perir de' giovanti, aurei volumi:
Ma con sacre faville indi incremento
Trasser tante malefiche faville,
Che se qui il ver, là incensi ebbe l'inganno
E fur cäosse ancor tenebre e lumi:
Dei tre veggenti forse
All'ombre irate il fatal don rimorse.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E l'uom che in lei saldissim'orma impresse,
Fu il Ligure che volse
Su novello emisfer l'armi e la frode
Dell'ingorda europea stirpe guerriera:
Chiese ad Italia che colà il träesse
Promettendole un mondo, e spregi colse;
Mosse ad Ispania, e prore ottenne e lode;
Trovò i promessi regni,
E n'ebbe in guiderdon vincoli indegni.

Voce sublime alzàr d'Europa i liti:
«Questo fra tutti eventi è il benedetto,
Onde ignoranza cessa
Nella sparsa d'Adam grande famiglia!
Ambo emisferi dal battesmo uniti
Scola esser denno a incivilir perfetto:
Chè se per or la nova gente è oppressa
Dall'invasor che a dirozzarla piglia,
Succederà al conflitto
Il trionfo dell'ara e del diritto».

Gloria brillò sugli arbitri dell'acque;
Ma l'assalita rozza gente, invece
D'aver tutela amata
Negli ospiti arricchiti in quel terreno,
Parte ad orrenda tirannia soggiacque,
Parte in pugne e miserie si disfece:
Invidi per la terra conquistata
I vincitori si squarciare il seno:
Il novo mondo e il vecchio
Fur di colpe e sciagure alterno specchio.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E il decimo Leon ne andò festoso,
Intorno ad esso egregi
Cotanti fur di civiltà i cultori.
Oltremonti ferveano ira guerriera
E furibondo zel religïoso,
Sì che Roma schernìan popoli e regi;
Ma ad onta delle guerre o degli errori,
Di belle arti reìna
Anzi al mondo brillò Roma divina.

Voce tonò fra i nobili intelletti:
«Questo è il secol fecondo, in cui gagliarde
E fantasìa e ragione
Le lor potenze spiegano a vicenda;
Destano, è ver, gli spirti maledetti
Nuove eresìe, ma vieppiù fervid'arde
Zelo di verità nella tenzone,
E fia che pel Concilio indi più splenda:
Per queste grandi lutte
Le insorte larve sperderansi tutte».

Gloria su quell'età fulse immortale;
Ma nè per la gentil magìa de' carmi,
Nè pei dipinti insigni,
Nè per più gravi studi, e nè pel forte
Dato da' santi di virtù segnale,
Non s'antepose caritade all'armi,
Non s'ambiron costumi alti e benigni;
Chè di superbia sempre le ritorte
Scevràr dai pochi buoni
La turba degli stolti e de' ladroni.

Vidi un'età delle sue forze altera,
Che di filosofia luce si disse:
Garrì coi re, coll'are,
Supplizi eresse, e libertate offrìo;
Indi men rea si fece, e più guerriera,
Ed adorò il mortal che più l'afflisse;
Poi veggendo crollato il Luminare,
A somme altre fortune alzò il desìo;
Sempre mutava insegna,
Giurando inalberar la più condegna.

Voce sonava in gallica favella,
E le favelle tutte eco le fero:
«Squarciato il velo abbiamo,
Che per gran tempo de' cristiani al ciglio
Celò del ver la salutar facella!
Ripigliam de' pagani il bel sentiero;
Forza, piacere, astuzia idolatriamo;
Sia vilipeso di pietà il consiglio;
Così l'umana polve
Sostien suoi dritti, e da viltà si svolve».

Gloria di brandi e di scïenze e d'arti
Cinse allor la fatal razza europea,
Ma non s'udì che i petti
Fosser men crudi che all'età trascorse:
Vivi lampi emanàr da tutte parti,
E folta nebbia pur vi si mescea;
E spesso i furti eccelse opre fur detti,
E il parricida a mieter laudi sorse;
E senza amici il giusto
Vivea schernito, e di calunnie onusto.

Io vidi i tempi, e mesto allor sorrisi
Dell'uman replicato, allegro vanto,
Che ai posteri s'appresti
Carco minor di guerra e di perfidia:
Dacchè del sangue del fratello intrisi
I passi di Cäin furo e di pianto,
La famiglia mortal sempre funesti
Nutre germogli di fraterna invidia:
Mutan le usanze, e ognora
Convien che Abel gema, perdoni e mora.

Orrenda è storia, e sarà sempre orrenda
Questa milizia della umana vita,
Tal che lo stesso Iddio
Fattosi a noi fratel, fu strazïato!
Inorridiam, ma non viltà ci prenda:
Possente è umanità, benchè punita;
La regge quel Divin che a lei s'unìo!
Il figlio della creta è al duol dannato,
Ma la terribil prova,
S'egli ambisce il trionfo, a dargliel giova.

Non qui, non qui il trionfo inter! - ma pure
Qui già comincia lo splendor de' giusti!
Patiscon danni e morte,
E il maligno sprezzarli indi s'infinge.
Ei chiama lor virtù volgari e scure;
Vorrìa che i rei fosser di laudi onusti;
Ma tutte coscïenze un grido forte
Son costrette ad alzar (Dio le costringe):
«Falsa è, Cäin, tua gloria,
Il grande è Abel, d'Abello è la vittoria!»



ALESSANDRO VOLTA.

Erat vir ille simplex et rectus,
et timens Deum.
(Job. I. 1).


Europa e il mondo onor ti rende, o Volta,
Per l'altissimo ingegno ond'hai natura
Scrutata, e in gravi magisterii svolta.

E fin che indagin glorïosa dura
Di scïenze tra i figli della terra,
Il nome tuo d'obblio non fia pastura.

Ma non sol perchè piacque a te far guerra
De' fisici misteri all'ignoranza,
Giusta laude il cor mio qui ti disserra.

Vidi altro merto ch'ogni merto avanza
Splender nella tua grande anima, ardente
D'ogni santa e magnanima speranza.

In tua vecchiezza, a me giovin demente
T'avvicinava il caso.... ah! non il caso,
Ma la bontà del senno onnipotente!

E ti vidi anelar, perch'io süaso
Dai falsi lumi d'empietà non gissi,
Ma dal lume del ver crescessi invaso.

Un dì, seduto appo quel Sommo, io dissi
Quai m'affliggesser dubbii sciagurati
Sovra i destini a umanità prefissi;

E gli narrai quai mi tendesse aguati
Mia fantasia superba, investigante
Supremi arcani, a noi da Dio negati.

«O tu, gli dissi, che vedesti avante
Più di molti mortali entro a' secreti,
Fra cui traluce il sempiterno Amante,

Dimmi in qual foggia in mezzo a tante reti
Di volgari credenze e d'incertezza,
Circa la fede il tuo pensiero acqueti».

Il buon vegliardo a me con pia dolcezza:
«Figlio, anch'io lungo tempo esaminando,
Tenni la mente a dubitanze avvezza;

E a' giovani anni mi turbava, quando
Mi parea che del secolo i primai
Di Fè il giogo scotesser venerando,

E s'infingesser di scïenza a' rai
Scoperto aver ch'Ara, Vangelo e Dio,
Fuor ch'esca a plebe, altro non fosser mai.

Temea non forse alfin dovessi anch'io
Da' miei studi esser tratto a dir: - La scuola,
Che mi parlò d'un Crëator, mentìo.

Ma benchè ardito e avverso ad ogni fola,
E benchè in secol tristo in ch'ebbe regno
Quella filosofia che più sconsola,

E benchè procacciassi alzar lo ingegno,
Sì che a Natura io lacerassi il velo,
Sempre d'Iddio vidi innegabil segno».

Così Volta parlava, ergendo al cielo
La cerulea pupilla generosa,
Poi seguitava con paterno zelo:

«Degli audaci all'imper resister osa,
Che da lor alta fama insuperbiti
Noman religïone abbietta cosa!

Mal per dottrina ostentansi investiti
Di maggior luce che non dan gli altari:
Io negli studi ho i passi lor seguiti,

Nè scorto ho mai ch'uom veramente impari
Saldo argomento a diniegar quel Nume,
Che splende nel creato anco agl'ignari.

E se d'umano spinto all'acume
Diniegare è impossibile l'Eterno,
Lui trovo pur di coscïenza al lume».

«Lui troviam tutti! dissi; e mai governo
Del mio cor non faranno atee dottrine,
Ma fuor del tempio assai dëisti io scerno.

E tu forse a costor più t'avvicine,
Che non a quei che dall'Uom-Dio portate
Estiman del Vangel le discipline».

«T'inganni, o giovin! replicò (e sdegnate
Sfavillaron le ciglia del vegliardo,
Poi su me si rivolsero ammansate).

T'inganni, o giovin! Nel Vangel lo sguardo
Figgo come ne' cieli, ed in lui sento
Tutto il poter di verità gagliardo.

Sento che negli umani un vïolento
S'oprò disordin per peccato antico,
E che vizio e virtù son mio tormento,

Sento che il Crëator rimase amico
De' puniti mortali; e, a noi disceso
Per esserne modello, il benedico.

Sento che siccom'Egli uomo s'è reso,
Divino debbo farmi, e tutto giorno
Viver per lui d'amor sublime acceso.

Sento che puote ingegno essere adorno
Di ricco intendimento e di scïenza,
Della Croce adorando il santo scorno;

E m'umilio con gioia e reverenza
Col cattolico volgo a questa Croce,
E in lei sola di scampo ho confidenza».

Eloquente dal cor rompea la voce
Del buon canuto, come a tal, cui forte
Dell'error d'un amato angoscia cuoce.

«Tu mi garrisci e in un mi riconforte,
Dissi, e poichè alla Chiesa un Volta crede,
Spezzar de' dubbii spero le ritorte».

«Le spezzerai! quegli gridò con fede;
Vedrai che bella fra' più colti ingegni
Anco religïosa anima incede!

Nè immaginar che lungo tempo regni
La gloria de' filosofi or vantati,
Che fur di scherno e di superbia pregni:

Pochi anni ti prenunzio, e smascherati
Vedrai que' mille turpi falsamenti,
Con che in lor carte i fatti han travisati.

Il più splendido autor di que' furenti,
Che tutto diffamò col vil sogghigno,
E con tai grazie che parean portenti,

Malgrado i pregi del suo stil vòlpigno,
E il suo bel Lusignano e sua Zaìra,
Detto sarà filosofo maligno.

Ei tutti i dì già meno ossequio ispira,
E Francia, ond'ei sembrò tanto dottore,
Già del mentir di lui parla, e s'adira.

Ed al crollar del gran profanatore
La ciurma crollerà dei men famosi,
Che volean Dio strappar dall'uman core».

Io di Volta ridire i luminosi
Sensi mal so, ma dell'egregio vecchio
Amor mi prese, e più a lui mente posi.

Più fïate percossero il mio orecchio
I suoi santi dettami, e più fïate
Divisai farli di mia vita specchio.

Io meditando tue parole amate,
O incomparabil uom, più non gustava
Degli audaci le carte avvelenate.

Ancor pur troppo da te lungi errava,
Ma pur m'innamoravan que' volumi
Che il dolce genio tuo mi commendava.

Io debol era, ma ogni dì i costumi
Del mondo a me tornavan più molesti:
Chè li scernea della tua fede ai lumi.

Sovente i giorni miei trascorrean mesti,
Perocchè i tuoi consigli io non seguìa,
Mentre pur mi fulgean veri e celesti.

Varie sorti e distanze a quella mia
Tenerezza per te scemàr vantaggio,
E poco al tuo savere io mi nodrìa.

Vedendoti di rado, il mio coraggio
Appo la Croce non durò abbastanza,
E a follìe tributai novello omaggio.

Ahi! diè l'Onnipossente a mia incostanza
Castigo di sventura e di catena,
E lurid'antro a me divenne stanza!

Tu, certo, benchè allor pensieri e lena
Ti s'infiacchisser per decrepiti anni,
Raccapricciasti di mia orribil pena,

E con secreti gemiti ed affanni
Per me a' pie' del Signore hai dimandato
Sollievo e forza, ed alti disinganni.

Ei t'esaudiva, e il creder tuo stampato
Così alfine in quest'alma addentro venne,
Che più da dubbii non andò crollato.

E gaudio e libertà poscia m'avvenne,
E rividi la madre e il genitore
Dopo la sanguinosa ansia decenne.

Ma ne' giorni del mio lungo dolore
Molte vite finìan la mortal traccia,
E di batter cessò tuo nobil core.

Duolmi che più non posso infra tue braccia
Gettarmi alcun momento, e alzare il ciglio
In tua paterna, veneranda faccia.

In tutti i dì del mio terreno esiglio
Pregherò Dio che schiuda a te sua reggia,
Se mai fuor ti legasse aspro vinciglio.

Ma te già spero nell'eletta greggia!
Di là mi vedi, e preghi impietosito
Che in tua pace per sempre io ti riveggia.

Perdonami se tardi io t'ho obbedito!
A tua amistà m'affido, e affido pure
Quel diletto mio Porro, a te gradito!

Impetra il fin dell'alte sue sciagure;
Impetra ch'io con esso e gli altri amici
Troviam nel divo Amor gioie secure,

Sì che n'abbian giovato i dì infelici!



UGO FOSCOLO.

Claritas....omnia sperat.
(I. Cor. 13.7).

Ugo conobbi, e qual fratel l'amai,
Chè l'alma avea per me piena d'amore:
Dolcissimi al suo fianco anni passai,
E ad alti sensi ei m'elevava il core.
Scender nol vidi ad artifizi mai,
E viltà gli mettea cruccio ed orrore:
Vate era sommo, ed avea cinto l'armi,
E alteri come il brando eran suoi carmi.

Tu fosti, o mio Luigi( ), il caro petto
Che, allorch'io dalle Franche aure tornava,
Me a quell'insigne amico tuo diletto
Legasti d'amistà che non crollava:
Oh quanto è salutare a giovinetto,
Perchè avvolgersi sdegni in turba ignava,
Lo stringer mente a mente e palma a palma
Con celebre, gentil, fortissim'alma!

Ma, sventura, sventura! Uom così degno
D'amar colla sua grande anima Iddio,
In fresca età l'ardimentoso ingegno
Ad infelici dubitanze aprìo:
Che di natura l'ammirabil regno
Opra di cieche sorti or gli apparìo,
Or de' mondi il Signor gli tralucea,
Ma incurante d'umani atti il credea.

Nondimen fra' suoi dubbii sfortunati,
Ugo abborrìa l'inverecondo zelo
Di que' superbi, che, di fè scevrati,
Fremono ch'altri innalzin voti al cielo;
E talor mesto invidïava i fati
Del pio, cui divin raggio è l'Evangelo;
E spesso entrava in solitario tempio,
Come non v'entra il baldanzoso e l'empio.

E mi dicea che que' silenzi santi
Della casa di Dio nella tard'ora,
Quando qua e là da pochi meditanti
Sovra i proprii dolor si geme ed òra,
Ovvero i dolci vespertini canti
Sacri alla Vergin ch'è del ciel Signora,
Nell'alma gl'infondean pace profonda,
O d'alta poesia la fean gioconda.

Sempre onoranza fra i più cari amici
Rese al canuto Giovio venerando,
E sue parole di virtù motrici
Con benevol desio stava ascoltando,
E a lui diceva: - «Anch'io giorni felici
Ho sulla terra assaporati, quando
Innamorata ancor la mia pupilla
Vedea quel Nume che a' tuoi rai sfavilla».

E Giovio protendendo a lui la mano,
Paternamente gli diceva: - «Io spero,
Io per te spero assai, perocchè umano
E magnanimo ferve il tuo pensiero!
Invan t'ostini fra dubbiezze, invano
Della grazia ricàlcitri all'impero:
Iddio t'ama, ti vuol, nè ti dà pace,
Sinchè d'amor non ardi alla sua face».

Tai detti al cor scendean del generoso
Che il bel profondamente ne sentiva;
E al vecchio amico rispondea: - «Non oso
Sperar che in mar cotanto io giunga a riva;
Ma vero è ben che più non ho riposo,
Dacch'egli è forza che dubbiando io viva,
E un dì tua sicuranza acquistar bramo,
E il mister della Croce onoro ed amo».

E siccome al buon Giovio sorridea
Con ossequio amantissimo di figlio,
Così sul mio Manzoni Ugo volgea
Quasi paterno, glorïante ciglio:
In esso egli ammirava e predicea
Di fantasìa grandezza e di consiglio,
Forte garrendo, se taluno ardìa
Di Manzoni schernir l'anima pia.

Tal eri, o mio sincero Ugo; e più volte
Io pure udii tuoi gemiti secreti,
Qualor non prevedute eransi accolte
Su te cause di giorni irrequïeti.
La guancia t'aspergean lagrime folte
Ricordando i fuggiti anni tuoi lieti:
- «Percuotenti, sclamavi, un Dio tremendo,
Che offender non vorrei, ma certo offendo!»

Allora a dimostrar che titubante
Mal tuo grado bolliva il tuo intelletto,
Ed odio non portavi all'are sante,
E di sete del ver t'ardeva il petto,
Meco avvertivi nella Bibbia quante
Splendesser tracce del divino affetto,
E confessavi, in tue mestissim'ore
Sol raddolcirti quel gran libro il core.

Un dì col genitor del mio Borsieri
Io passeggiava al bosco suburbano,
E tu ch'ivi leggendo sedut'eri,
Ci vedesti, e gridasti da lontano:
«Ecco il volume degli eterni veri!»
Corsi, e il volume presi io da tua mano:
Lessi: EVANGELIO! E - «Bacialo! dicesti;
Gl'insegnamenti d'un Iddio son questi!»

Ah, sebbene quell'Ugo ottenebrato
Mal sapesse scevrar natura e Dio,
E talor supponesse annichilato
Nella tomba il mortal che i dì compio;
D'altro dopo l'esequie eccelso fato
Nodrìa talor vivissimo desìo,
E dir l'intesi: - «No, quest'alma forte
Mai non potrà vil pasto esser di morte!»

E ben più udii dal labbro tuo eloquente,
Quando insiem leggevam famose carte,
Ove un illustre ingegno miscredente
Rampogne avea contro alla Chiesa sparte:
Dal seggio allor balzasti impazïente,
E ti vidi magnanimo scagliarte
A sostener con voci alte e robuste,
Che le accuse ivi mosse erano ingiuste.

E quantunque a' Pontefici severo
Si volgesse il tuo spirto e a' Sacerdoti,
Ammiravi la cattedra di Piero
Ne' giorni di sua possa più remoti;
E di gentil nell'arti magistero
Datrice l'appellavi a' pronepoti;
E sovra ognun che fu decoro all'are
Liberal laude ti piacea innalzare.

Se in alcuna tua carta eco facesti
D'animi non cristiani alla favella;
Se di soverchio duol semi funesti
Sparsi hai ne' cuor che passïon flagella;
Se del secolo errante in cui nascesti,
Bench'alta, l'alma tua rimase ancella,
Opra fu di fralezza e di prestigio,
Non mai di petto a mire inique ligio.

E il tuo libro d'amore isconsolato,
Benchè riscosso immensi plausi avesse,
Benchè da te qual prima gloria amato,
Bench'opra non indegna a te paresse,
Talor gemer ti fea, ch'avvelenato
Un sorso gioventù quivi beesse
D'ira selvaggia contra i fati umani,
Ed idolo Ortis fosse a ingegni insani.

Biasmo gagliardo quindi al giovin davi
Che ti dicea suoi forsennati amori;
E l'atterrarsi, codardìa nomavi,
Sotto qual siasi incarco di dolori;
E sua vita serbar gli comandavi
Per la pietà dovuta a' genitori,
Pel dovuto anelar d'ogni vivente,
Sì che sacri a virtù sien braccio e mente.

Di molti io memor son tuoi forti detti
Da core usciti di giustizia acceso,
E a tue nascose carità assistetti,
E al tuo perdon ver chi t'aveva offeso;
E pochi vidi sì söavi petti
Portar costanti il proprio e l'altrui peso,
E quel pianto trovar, quella parola,
Che gli afflitti commove, alza e consola.

Memor di tanto, io spero, e spero assai,
Che, sebben conscio non ne andasse il mondo,
Sul letto almen della tua morte avrai
Sentito del Signor desìo profondo:
Spero che l'Angiol degli eterni guai,
Già di predar tua grande alma giocondo,
L'avrà fremendo vista all'ultim'ora,
Spiccato un volo al ciel, fuggirgli ancora.

E mia speranza addoppiasi pensando
Che alla tua madre fosti figlio amante:
Quella vedova pia vivea pregando
Che tu riedessi alle dottrine sante:
Di buoni genitor sacro è il dimando,
E sul cuor dell'Eterno è trionfante,
Nè da parenti assunti in Paradiso
Figlio che amolli, no, non fia diviso.

L'inferma, antica genitrice ognora
Benediceva a te con grande affetto,
Perchè al minor fratello ed alla suora
D'alta amicizia andar godevi stretto:
Furono a Giulio giovincello ancora
Quai di padre tue cure e il tuo precetto,
Ed amai Giulio perocch'ei t'amava,
E l'alma tua del nostro amor brillava.

Ah! tanto spero io più la tua salvezza,
Che sventurato fosti in sulla terra!
Or tuoi difetti, or tua leale asprezza
Ti suscitàr di mille irati guerra:
E di profughi dì lunga amarezza,
E povertà t'accompagnàr sotterra:
Nè lieve a te fu duol che dolci amici
Fossero al pari, o più di te infelici.

Le lagrime vegg'io che certo hai spanto
Quando l'annuncio orribil ti giungea
Che, tronco della vita a me ogn'incanto,
Per anni ed anni in ceppi esser dovea:
Il Cielo sa se in mia prigion t'ho pianto,
E quai voti il cor mio per te porgea!
Sempre io chiesi per te l'inclita luce
Che di tutto consola, e a Dio conduce.

Dolce mi fu dopo decenne pena
Riedere alla paterna amata riva;
Ma allo spezzarsi della mia catena
D'immenso gaudio l'alma mia fu priva;
Chè di tue rimembranze era ripiena,
E già in Britannia il cener tuo dormiva!
E seppi tue sciagure, e niun mi disse
Se, morendo, il tuo core a Dio s'aprisse!

Di tua vita furenti indagatori,
Per laudare o schernir la tua memoria,
Di te narraro i deplorandi errori
Quasi parte maggior della tua gloria:
Falsato indegnamente hanno i colori!
Del tuo core ignorato hanno l'istoria!
Ugo conobbi, o ingiurïanti infidi,
E tra' suoi falli alta virtude io vidi!

E tu, schietta e magnanima Quirina,
Che appien di lui pur conoscesti il core,
Meco ogni dì il rammenti alla divina,
Infinita pietà del Salvatore:
Come la mia, tua dolce alma s'inchina
Con invitta fiducia e con fervore
A pro del nostro amato, onde con esso
Veder per sempre Iddio ne sia concesso.

Appagar te non ponno, e me neppure,
Nessun ponno appagar su caro estinto
Funebri canti o funebri scolture,
Da cui pari ad eroe venga dipinto:
Uopo han di Dio le amanti creature!
A fede e speme han l'intelletto avvinto!
Noi non chiamiamo eroe l'amico andato:
Amiam, preghiam ch'ei sia con noi salvato!

Noi d'Ugo abbiamo un giudice pietoso,
E tu sei quello, onniveggente Iddio:
Non un de' suoi sospir ti fu nascoso;
Anzi a te ogni sua giusta opra salìo.
Che festi d'un mortal sì generoso?
Dimmi se il perdonavi e a te s'unìo!
Ah, se ancor di sue piaghe afflitto langue,
Appien le asterga, o buon Gesù, il tuo sangue!



LODOVICO DE BREME.

Non obliviscaris amici tui in animo tuo.
(Eccli. 37. 6).


Dacchè miei ceppi hai franto, e il subalpino
Aere di novo, o sommo Iddio, respiro,
Piena d'incanti è al guardo mio Taurino;
Ma un caro ch'io v'avea cerco e sospiro.

Qui Lodovico nacque, e parte visse
De' diletti suoi giorni, e qui patìo,
E presso a morte qui le ciglia affisse
L'ultima volta sul sembiante mio.

E m'indicò le vie dov'ei solea
Trar verso sera i solitarii passi,
E il loco della chiesa ov'ei porgea
Preci, me lunge, perchè a lui tornassi.

Si ch'ogni giorno or qua or là lo veggio
Smorto ed infermo, e pien di lena sempre,
Ed in ispirto al fianco suo passeggio,
E parmi che sua voce il cor mi tempre.

Negli estremi suoi dì quanto, o Signore,
Altamente parlommi ei del Vangelo!
Come esclamò che il rimordeano l'ore
A gioie, a larve, e non sacrate al cielo!

Ah, que' detti m'affidano, e m'affida
La tua clemenza, e lui beato io spero!
Ma se ancor dolorasse, odi mie grida,
Aprigli i gaudii del tuo santo impero.

Debitor fui di molto a Lodovico:
Sprone agli studii miei si fea novello;
Ai dolci amici suoi mi volle amico,
E più al suo prediletto Emmanuello( ).

Ma in ver di Ludovico io l'amicizia
Ingratamente troppo rimertai,
Fera in quegli anni m'opprimea mestizia,
Nè a lui la vita abbellir seppi io mai.

Con indulgenza infaticata il pondo
Ei reggea di mia trista alma inquïeta,
E spesse volte da dolor profondo
A sorriso traeami e ad alta meta.

Per forte impulso de' suoi cari accenti
Energìa forse conseguii più bella:
Quell'energìa perch'uomo infra i tormenti
Soffoca i lagni, e indomito s'appella.

La facondia, l'amor, la pöesia
Perscrutante e gentil de' suoi pensieri
Luce nova sovente all'alma mia
Davan cercando i sempiterni veri.

Quante fïate a' gravi dubbii miei
Mosse amichevol, generosa guerra,
E me dai libri tracotanti e rei
Svelse di lor, cui senza Dio è la terra!

Se arditi di sua mente erano i voli
Quando la mente ei di Platon seguiva,
Pur temev'anco di ragione i dòli,
Ed a' piè dell'altar si rifuggiva.

Te sorpreso di morte sì precoce,
Deh! amico, non avesse il fero artiglio!
Più fido mi vedresti ora alla Croce,
Più concorde or sarìa nostro consiglio.

E tu stesso maestri avendo gli anni,
Con più sicura man rigetteresti
Del secol nostro gli abbaglianti inganni,
E tutti i lumi tuoi foran celesti.

Ma fu per te misericordia certo,
Che tu morissi pria dell'ora, in cui
Trassi prigione in bolgie, ove deserto
In grandi strazi per due lustri io fui.

Le ambasce mie, le ambasce d'altri amici
Troppo avrian tua pietosa alma squarciata:
Chi vive sulla terra a' dì infelici,
Troppo ne' danni i soli danni guata.

Invece, assunto, come spero, al loco
Ove in tutte sue parti il ver risplende,
Veduto avrai che di sventura il foco
Talor sana gli spirti a cui s'apprende.

Veduto avrai siccome io, debol tanto
Quando i miei dì fulgean più dilettosi,
Nel supremo dolor contenni il pianto,
E mia fiducia nell'Eterno posi.

Veduto avrai siccome, fatto io preda
Di lunghe dubitanze sciagurate,
Solo in carcer la diva afferrai teda,
Che mie maggiori tenebre ha sgombrate.

Veduto avrai, dentr'anime più pure,
Che non era la mia, nel duol costrette,
Stimol gagliardo farsi le sciagure
A volontà più fervide e più elette.

Commiserato avrai noi doloranti,
E reso grazie a Dio, tutti scernendo
Dell'oprar suo sublime i fini santi,
Pur quando sovra l'uom tuona tremendo.

Tu mel dicevi un giorno, ed io superbo
Crederlo non potea! Tu mel dicevi:
«Dio non si mostra a sua fattura acerbo,
Se non perchè l'amata a lui s'elèvi».

Non tutte sue fatture hann'uopo eguale
Di venir da procella aspra battute,
Ma tai ve n'ha che senza orrendo strale
In fiacca letargìa sarian cadute.

Nondimen di mia forza ancor non posso,
No, glorïarmi, e spesse volte ancora
Son da tristezza e da pietà commosso,
E con suoi lumi Iddio non mi ristora.

In quell'ore fantastiche di pena
Godo passar dinanzi alle tue porte,
E il core allor secreto pianto sfrena,
Inconsolabil di tua infausta morte.

Ma poi le tue sentenze generose
Mi tornan nella mente, e il tuo sorriso;
E m'inondano il sen dolcezze ascose,
Ed anelo abbracciarti in Paradiso.

Prego che tu vi sia! prego che appresso
Al nostro Volta, ad ambiduo sì caro,
Con lui mi guardi, e m'impetriate accesso
Laddove col desìo già mi riparo!

Dio, salvator di molti amici miei,
Ch'a te in vita e più in morte alzaro il core,
Di te indegno e di loro io mi rendei;
A farmi degno, ti domando amore!



LA PATRIA.

In Deo faciemus virtutem
(Ps. 107. 14).


Oh dolce patria! oh come
Balza de' forti il core al tuo bel nome!
Stimolo a generosi atti è desìo
Ch'ella in senno e virtù splenda felice:
La voce che nel dice,
Voce è di carità, voce è d'Iddio!

Ma tu che in fondo al core
Tutti gli arcani miei leggi, o Signore,
Tu sai che l'amor patrio, onde mi vanto,
Non è superba frenesìa di guerra,
Perchè di sangue e pianto,
A nome d'equità, grondi la terra.

Neppure a' dì lontani
Quando me travolvean disegni insani,
Quando far forza ai casi ambito avrei,
Sì che a' brandi stranieri onta tornasse,
Con chi gli altari odiasse
Affratellato io mai non mi sarei.

Veggio con ira e sprezzo
Color che tutto giorno osan, dal lezzo
Del vizio che li ammorba, alzar la destra,
E, brandendo il pugnal del masnadiero,
Chiamar cittadin vero
Chi a lor perfida scuola s'ammaestra.

Del santo patrio affetto
Gl'ipocriti son dessi! In uman petto,
Ove sì di pietà luce s'abbui,
Non arde fiamma di virtù sublime:
Son desse l'alme prime
Che, s'uom pagarle vuol, vendono altrui.

Amara esperïenza
Mostrommi ch'ove somma è vïolenza
Di feroce linguaggio, ivi s'asconde
Mal fermo spirto, prono a codardìa:
Sol l'alme vereconde
Spiegan ne' buoni intenti alta energìa.

Fida a virtù la mente
Colui perchè terrìa che Iddio non sente?
Anco in età pagane i veri forti,
Che opraron per la patria atti mirandi,
Chiedeano al ciel le sorti,
E per religïon divenian grandi.

Ad onorar l'avita
Terra chi meglio di Gesù ne invita?
Di Gesù che ne impon fraterno amore!
Che ne impon di giustizia ardente zelo!
Che accenna premio il cielo
A chi pel comun ben respira e muore!

Gagliarda ira tremenda
Serbiam pel dì che a provocarne scenda
La burbanzosa avidità straniera:
Del Prence e della Patria allora a scampo,
Precipitiamo in campo
Col grido invitto: - «Si trionfi o pera!»

Accostin core a core
Intanto pace, e begli studi, e amore!
Chè troppo già da fazïoni stolte,
Di perpetua ingiustizia eccitatrici,
Fur l'Itale pendici
In lutto e sangue ed ignominia avvolte.

L'estera invidia, quando
Nostre glorie natìe vien visitando,
Gli odii scorge, ed applaude alla maligna
Fraterna gara, promettendo aiuti;
E poi quando abbattuti
Siam da discordia, ci disprezza e ghigna.

Non c'illudiam fra sogni,
Onde lo spirto desto indi vergogni:
Ma ai circondanti popoli mostriamo,
Che in tutte fasi di grandezze umane
Grandezza in noi rimane,
Dacchè al vero ed al bel sempre aspiriamo.

Al vero e al bello sempre
Aspiri chi sortiva itale tempre!
Splendidissima a noi traccia segnaro
Que' glorïosi, onde la sacra polve
Tutte le glebe involve
Di questo suolo, al cielo e a noi sì caro!

Penisola gentile,
Che sovra il mondo pria la signorile
Spada gran tempo trionfando alzasti,
E sebben misto a lutti inevitati,
Sui barbari domati
Ampio tesor di civiltà versasti!

Penisola stupenda,
Non nelle gioie sol, ma in sorte orrenda,
Poichè per le tue colpe un dì prorotti
Venti concordi popoli a vendetta,
Da te fra lacci stretta
Furo a degne arti, e al vero Dio condotti!

Penisola divina,
Che dell'antico imper dalla rovina
Così sorgesti, come pronto sorge
Sopraffatto da pargoli un adulto,
Che, ad onta dell'insulto,
Maestra mano ai dissennati porge!

Penisola, ove siede
Inconcussa da turbini la fede,
Sì che per quanto annoveriamo estesi
Della redenta umana stirpe i regni,
Ognor ne' retti ingegni
Da te i lumi del ver tornaro accesi!

Sembra per te il Signore
Più che per altre terre arder d'amore!
Sembra nelle tue dolci aure più vago
Emanar de' suoi cieli il bel sorriso;
Sembra del Paradiso
Volerti Iddio sovra quest'orbe imago!

Sugli emuli tranquilla
Rivolgi pur la tua regal pupilla.
Or quel popolo or questo andare altero
Può primeggiando in forza d'auro o ferri:
Pur non ve n'ha che atterri
Il tuo sublime sulle menti impero.

Se altrove è maledetta
L'alma che striscia come serpe abbietta,
L'alma che sorda a' grandi esempli aviti,
Incurante di senno e di decoro,
Serva si fa a coloro
Che a sedurre e predar vengon suoi liti;

Quanto più reo non fora
Chi, aperti gli occhi sotto Itala aurora,
A patria di magnanimi cotanta
Non sacrasse altamente opra e desìo!
Il popol siam di Dio;
Stampiam nostr'orme nella via più santa!



SALUZZO.


Et sit splendor Domini Dei nostri
super nos.
(Ps. 89. 17).


Oh di Saluzzo antiche, amate mura!
Oh città, dove a riso apersi io prima
Il core e a lutto e a speme ed a paura!

Oh dolci colli! Oh mäestosa cima
Del monte Viso, cui da lungo ammira
La subalpina, immensa valle opima!

Oh come nuovamente or su te gira
Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio,
E sacri affetti l'äer tuo m'ispira!

Nelle sembianze del terren natìo
V'è un potere indicibil che raccende
Ogni ricordo, ogni desir più pio.

So che spiagge, quai siansi, inclite rende
Più d'un merto söave a chi vi nacque,
E bella è patria pur fra balze orrende;

Ma nessuna di grazia armonìa tacque,
O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline,
E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.

Ogni spirto gentil che peregrine
A piè di queste nostre Alpi si sente
Letizïar da fantasie divine.

Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente( ),
Che pii vergaron le memorie avite,
Spanda grazia immortal l'Onnipossente!

Dolce è saper, che di non pigre vite
Progenie siamo, e qui tenzone e regno
Fu d'alme da amor patrio ingentilite.

Più d'un estero suol di canti degno
Porse a mie luci attonite dolcezza,
E alti pensieri mi parlò all'ingegno:

Ma tu mi parli al cor con tenerezza,
Qual madre che portommi infra sue braccia,
E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.

Ben è ver che stampata ho breve traccia
Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai
A noi già lontanissimo s'affaccia.

Pargoletto ancor m'era, e mi strappai
Non senza ambascia da tue dolci sponde,
E, diviso da te, più t'apprezzai.

Perocchè più la lontananza asconde
D'amata cosa i men leggiadri aspetti,
E più forte magìa sul bello infonde.

Felice terra a me parea d'eletti
La terra di mio Padre, e mi parea
Altrove meno amanti essere i petti.

E mi sovvien ch'io mai non m'assidea
Sui ginocchi paterni così pago,
Come quando tuoi vanti ei mi dicea.

In me ingrandiasi ogni tua bella imago;
Del nome saluzzese io insuperbiva;
Di portarlo con laude io crescea vago.

E degl'illustri ingegni tuoi gioiva,
E numerarli mi piacea, pensando
Che in me d'onor tu non andresti priva.

Vennemi quel pensiero accompagnando
Oltre i giorni infantili, allor che trassi
Al di là delle care Alpi angosciando.

Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi
All'Itale contrade io riportava,
Benchè in tue mura il capo io non posassi.

Chè il bacio de' parenti m'aspettava
Nella città ch'è in Lombardia regina,
E colà con anelito io volava.

E colà vissi, e colsi la divina
Fronde al suon di quel plauso generoso,
Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.

Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso
Pe' coronati miei tragici versi,
Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.

Oh quante volte allor che in me conversi
Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo,
E spirti egregi ad onorarmi fersi,

Ridissi a me con palpito gagliardo
La saluzzese cuna, e mi ridissi
Che grata a me rivolto avresti il guardo!

E poi che in ogni Itala riva udissi
Mentovar la mia scena innamorata,
Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,

L'aura vana, che fama era nomata,
Pareami gran tesor, ma vieppiù bello
Perchè a te gioia ne sarìa tornata.

Mie mille ardenti vanità un flagello
Orribile di Dio ratto deluse,
E negra carcer mi divenne ostello.

Non più sorriso d'immortali Muse!
Non più suono di plausi! e tutte vie
A crescente rinomo indi precluse!

Ma conforti reconditi alle mie
Tristezze pur il Ciel mescolar volle,
E il cor balzommi a rimembranze pie.

Del captivo l'afflitta alma s'estolle
A vita di pensier, che in qualche guisa
Il compensa di quanto uomo gli tolle.

E quella vita di pensier, divisa
Fra le non molte più dilette cose,
Ora è tormento ed ora imparadisa.

Io fra tai mura tetre e dolorose
Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio
Del pöetar, che il cielo entro me pose.

Miei carmi erano amor, prece, e coraggio;
E fra le brame ch'esprimeano, v'era
Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.

Io alla rozza, ma buona alma straniera
Del carcerier pingea miei patrii monti,
E allor sua faccia apparìa men severa.

E m'esultava il sen, quando con pronti
Impeti d'amistà quel torvo sgherro
Commosso si mostrava a' miei racconti.

Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro
Umanità serbava! A lui di certo
Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.

Morto o insanito io fora in quel deserto,
Se confortato non m'avesse un core
Nato di donna, e a caritade aperto.

Scevra quasi or mia vita è di dolore,
Ad Italia renduto e a' natii poggi,
Ov'alte m'attendean prove d'amore.

Benedetti color, che dolci appoggi
Mi fur nell'infortunio, e benedetti
Color, che mia letizia addoppian oggi!

E benedetta l'ora in che sedetti,
Saluzzo mia, di novo entro tue sale,
E strinsi a me concittadini petti!

Non vana mai su te protenda l'ale
Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise,
Sì che nobil sia cosa in te il mortale!

L'alme de' figli tuoi non sien divise
Da fraterna discordia, e mai le pene
Dell'infelice qui non sien derise!

Le città circondanti ergan serene
Lor pupille su te, siccome a suora
Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene.

E le lontane madri amin che nuora
Vergin ne venga di Saluzzo, e questa
Abbian figliuola reverente ognora;

E la straniera vergin, che fu chiesta
Da garzon saluzzese, in cor sorrida
Come a lampo di grazia manifesta!

Pera ogni spirto vil, se in te s'annida!
Vi regni indol pietosa ed elegante,
E magnanimo ardire, e amistà fida!

Mai non cessino in te fantasìe sante,
Che in dottrina gareggino, e sien luce
A chi del bello, a chi del vero è amante;

E del saver tra' figli tuoi sia duce
Non maligna arroganza, invereconda,
Ma quella fè che ad ogni bene induce;

Quella fede che agli uomini feconda
Le mentali potenze, a lor dicendo,
Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda.

Ma può farsi divin, virtù seguendo!
Ma dee farsi divino, o di viltate
L'involve eterno sentimento orrendo!

Tai son le preci che per te innalzate
Da me son oggi, e sempre, o suol nativo:
Breve soggiorno or fo in tue mura amate,

Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!



IL POETA.

Et stare fecit cantores contra altare.
(Eccli. 47. 11).

Perchè data m'hai questa ineffabile
Sete di canto?
Perchè poni tu in me questi palpiti
Ricchi d'amor?
- Questi doni a te fo perchè basso
Non t'alletti nocevole incanto;
Perchè vago del bello più santo,
A tal bello tu spinga altri cor.

- Io t'ammiro, ed ahi! quelle mi mancano
Voci stupende,
Che dir ponno quai movi nell'anima
Alti desir.
- Non ambir le pompose loquele,
Che la turba volgar non intende:
Il Vangel che rapisce ed accende,
Par d'ingenuo fanciullo il sospir.

- Del possente Manzoni l'energico
Inno a te vola:
Io versar solo gemiti e lagrime
Posso a' tuoi piè.
- L'alto carme ispirai d'Isaia,
Ma pur d'Amos la rozza parola
Ogni labbro sublima, consola,
Se gli umani richiama ver me.

- Il tuo nome cantando alla patria,
Quali degg'io
Fra tue grazie e bellezze moltiplici
Più memorar?
- Dille ch'io per amor la fei bella,
Dille ch'amo, ed affetti desìo:
S'invaghisca del grande amor mio;
Mia beltà, mia natura è d'amar!

- Ma non denno terribili fremere
Gl'incliti vati,
Imprecando, schernendo degl'improbi
Opre e pensier?
- Rei pensieri e mal opre dannando,
Sieno i carmi a speranza temprati:
Sii pietoso anco a' petti ingannati:
Col furor non si suscita il ver.

- Da più secoli squarciano Italia
Parti luttanti;
Fa ch'io retto impostori e magnanimi
Scerna fra lor.
- Del Vangel l'amantissimo spirto
Luce sia a tua ragione, a' tuoi canti:
Spirar dèi l'amor patrio de' Santi,
Ch'è bontà, sacrificio ed onor.



SOSPIRO.

Tuus sum ego!
(Ps. 118. 94).

Amore è sospiro
D'un core gemente,
Che solo si sente,
Che brama pietà:
Dolore è sospiro
D'un cor senz'aìta,
Per cui più la vita
Incanto non ha.

Speranza è sospiro
D'un core, se agogna,
Se mira, se sogna
Ridente balen:
Timore è sospiro
D'un core abbattuto,
Che forse ha perduto
Un'ombra di ben.

Timore, speranza,
Dolore ed amore
Del leve uman core
Son vario sospir:
Sospiro son breve
La gioia, il martire,
Son breve sospiro
La vita, il morir.

E pure in sì breve
Sospiro, o mio Dio,
M'hai dato il desìo
D'accoglierti in me!
M'hai dato una luce
Che diva si sente,
M'hai dato una mente
Ch'elevasi a te.



LA MENTE.

Conjungere Deo et sustine.
(Eccli. 2. 3).

E che importa ovunque gema
Questa salma sciagurata,
S'altra possa Iddio m'ha data
Che null'uom può vincolar?
Della creta dagl'inciampi
Esce rapida la mente:
Più d'un tempo è a lei presente,
Cielo abbraccia e terra, e mar.

Io non son quest'egre membra
Di poc'alito captive;
Io son alma che in Dio vive,
Io son libero pensier.
Io son ente, che, securo
Come l'aquila sul monte,
Mira intorno, e l'ali ha pronte
Ogni loco a posseder.

Invisibile discendo
Or a questi, or a quei lari;
Bevo l'aura de' miei cari,
Piango e rido in mezzo a lor.
De' lontani veggio i guardi,
De' lontani ascolto i detti:
Mille gaudii d'altrui petti
Mi riverberan nel cor.

Essi pur, benchè da loro
Lunge sia mio seno oppresso,
San che li amo, san che spesso
A lor palpito vicin:
San che sol la minor parte
Di me preda è degli affanni;
San che l'alma ha forti vanni,
Che il suo vol non ha confin.

Lode eterna al Re de' Cieli
Che m'ha dato questa mente,
Che lo immagina, che il sente,
Che parlargli e udirlo può!
Morte, invan brandisci il ferro
Di che mai tremar degg'io?
Sono spirto, e spirto è Dio;
Nel suo sen mi salverò.



MESTIZIA.

In eo enim in quo passus est ipse et tentatus,
potens est et eis qui tentantur auxiliari.
(Ep. ad Hebr. 2. 18).

Ah, nell'uom non v'è possa costante!
E quell'io che poc'anzi era forte;
Di repente in mestizia di morte
Sento l'alma di novo languir!
Grave incarco per me stesso
Portar so di giorni amari,
Ma pacato de' miei cari
Ricordar non so il martìr.

Questa almen, questa grazia dimando
Nell'affanno che oppresso mi tiene,
Che del mio Federico alle pene
Talor possa conforto versar:
Ch'io tal volta ridir possa
A quel mesto amico mio,
Che per lui non cesso a Dio
Preci e gemiti alternar.

Ma nessuno a mia brama risponde!
Passan gli anni, e chi sa se frattanto
Quell'amato i suoi giorni di pianto
Sulla terra strascini tuttor?
Alto duol pensarlo estinto,
Alto duol pensarlo in vita!
Gronda sangue la ferita
Più profonda del mio cor.

A te volgo i miei lai, Divin Figlio,
Che, sospeso in patibolo atroce,
Una lagrima giù dalla croce
Sulla Madre lasciavi cader.
Pe' dolori tuoi mortali,
Di tua Madre pe' dolori,
Ah ti degna i nostri cuori
Nell'angoscia sostener!

Dalla croce una lagrima pure
Sull'eletto Giovanni spargevi:
Ogni dolce pietà conoscevi,
Benedetta è da te l'amistà.
Benedici ogni memoria
Che m'avvince a Federico:
Voti innalzo per l'amico,
Per me voti innalzerà!

E se avvien che il dovuto proposto
Di non mai querelarci obblïamo,
Ti sovvenga che debili siamo,
E che i forti anche ponno languir.
Ti sovvenga che tu pure
D'uman frale andasti cinto,
Che tristezza allor t'ha vinto,
Ch'eri stanco di patir.



TERESA CONFALONIERI.

Lux justorum laetificat.
(Prov. 13. 9)

No, pia, no, gentile,
Per me non sei morta!
Ti veggio, simìle
Ad angiolo sorta,
Su sposo e fratelli
E amici vegliar.
Dal ciel mi risuona
Tua dolce parola.
Che spiriti innalza,
Che petti consola:
Così già solevi
Di Dio favellar.

Se il cor mi si turba
In me rivolgendo
Che i giorni tuoi santi
S'estinser, gemendo;
Che giovin peristi
In lungo patir;
Io scerno che il pianto
Mi tergi e sorridi!
Io scerno che al cielo
Ne inviti, ne guidi!
Io t'odo che appelli
Felice il martìr!

Ell'era di quelle
Serafiche menti,
Vissute nel mondo
Sublimi, innocenti,
Amando, pregando,
Chiamando a virtù.
Doloran pei cari,
Doloran per Dio,
Lor merto arrichisce
Chi in avanti fallì
Lor vita è Calvario,
Lor norma è Gesù!

Ti piansi, ti piansi
Con alto rammarco,
Per me, pel tuo sposo
D'angosce sì carco!
Ma udii la tua voce
Parlarmi nel cor.
«Le fere sventure
Son date a' mortali,
Perchè dalla terra
Dispieghino l'ali,
Cogliendo le palme
Che colse il Signor».

No, pia, no, gentile,
Per me non sei morta!
Ti veggio, simìle
Ad angiolo sorta,
Il vedovo amico.
E me sostener.
Ti veggio splendente
Di gioie supreme;
Ti veggio accennante
Le sedi, ove insieme
La pace de' forti
Dovrem possedor!



L'ANIMA D'UNA FIGLIA.

(Parla qui MARIA VALPERGA DI MASINO alla Contessa EUFRASIA sua madre).

Quonium pius e misericors est Deus.
(Eccli. 2)

Piangimi, o dolce Genitrice: a Dio
No, non è oltraggio il tuo materno pianto.
Della tua mente ogni pensier vegg'io,
Leggo le pene onde il tuo core è infranto,
Scerno fra cotai pene un gioìr pio,
Me figurando al Re de' Cieli accanto;
Scerno che tu il maggior de' sacrifici
Rinnovelli ogni giorno e benedici.

Ma affinchè le tue lagrime pietose
Grondino più soävi, o madre amata,
Io ti paleserò cagioni ascose,
Per cui sì tosto al ciel venni chiamata:
Non fu olocausto sol che Iddio t'impose
Per affinar l'anima tua elevata:
Di me compassïone alta lo prese,
E me sottrarre a sommi affanni intese.

La tempra ch'Egli al fianco tuo mi dava,
Era tutta d'affetto e d'innocenza:
Io caldamente i genitori amava,
Io gioconda sentìami in lor presenta:
Il caro guardo tuo mi confortava,
Qual guardo di superna intelligenza:
Io d'uopo ognor avea di starti unita,
Tu della vita mia eri la vita.

Di congiunti e d'amici altr'alme belle:
Dopo il padre e la madre eranmi care:
Tanto v'amava, e tanto amava io quelle,
Che più tesori io non sapea bramare.
Il pensier che sorride alle donzelle
Di rosei serti e nuzïale altare,
A me non sorridea, temendo ognora
Che a te vivrei meno vicina allora.

Dato m'avresti, è ver, degno consorte,
E quindi io molto esso pregiato avrei;
E d'esser madre avuto avrei la sorte,
E rapita m'avriano i figli miei;
Ma come inevitabili di morte
Son su questo o su quello i dardi rei,
Avrei veduto chi sa quali amati
Anzi a me infelicissima atterrati!

Ah! s'io perduto avessi alcun di loro,
E te precipuamente, o madre mia,
Sì acerbo fora stato il mio martoro,
Che capir mente d'uom non lo potria!
Commosso fu quell'Ottimo che adoro
Dai dolci sensi ch'egli in me nodrìa,
E perchè strazi io non avessi atroci,
Una invece mi diè di molte croci.

Quest'una era il lasciarvi, o miei diletti,
E più, madre, il lasciar te sì dogliosa:
Pesante croce fu! la ricevetti
Come don dell'Eterno ond'era io sposa:
Premendola al mio sen, piansi e gemetti,
Ma investimmi Ei di grazia generosa:
Pesante croce! ma in serrarla al core
Sentii che al cor serrava il mio Signore!


Sai tu perchè negli ultimi momenti
Io, nel parlar delle mie nozze eterne,
Volsi ancora su te sguardi ridenti,
Come talun che liete cose scerne?
Dalle lor salme l'anime innocenti
Divelte son con voluttadi interne:
Perde per esse il pungol suo più forte
La regnante sul mondo ira di morte.

Già pria di separarmi dalla spoglia
Dotata fui di vista celestiale:
Schiusa a me ravvisai l'eterea soglia,
Vestita mi sentii d'angelich'ale:
Tutto mi s'abbellì, fin la tua doglia,
Cui di rado la terra ebbe l'eguale:
Divina luce a me svelava il merto
Del materno dolore a Gesù offerto.

E vidi allora, o madre mia, che il mondo
De' rammarichi nostri non è degno:
Vidi che frode e malignar profondo
Han tal perpetuo fra' viventi regno,
Che spirto ivi non puote andar giocondo,
Benchè di virtù segua il santo segno:
Compiangendo chi resta in tanta guerra,
Io mi strappai contenta dalla terra.

E contenta vieppiù me ne strappai,
Perchè i tuoi sensi mi fur noti appieno:
Seppi che da tal madre io germogliai,
In cui fortezza mai non verrà meno:
Seppi che a dritto il caro padre amai,
E ch'ambo in ciel ristringerovvi al seno;
Seppi ch'io, precedendovi, ottenuto
Avrei per voi d'eccelse grazie ajuto.

Piangimi, o dolce genitrice: a Dio
No, non è oltraggio il tuo materno pianto;
Ma pensa che felice or qui son io,
Che degli sposi mi toccò il più santo;
Che siccome eri tu l'angiolo mio,
Angiolo or son che aleggio a te d'accanto,
E, qual tu provvedevi a' gaudii miei,
Così di me perenne cura or sei.

Duo carissimi spiriti celesti
Meco sempre su te stanno vegliando,
Cui pochi giorni tu per prole avesti,
Poi ratti a Dio volaron giubilando:
Nostra gara è scostare i dì funesti
Dal tuo materno aspetto venerando:
Una di nostre gioie è sul tuo viso
Certo mirar suggel di Paradiso.

Possederti vorremmo in ciel sin d'ora,
Ma carità ciò chieder non consente:
Tale offri degno esempio a chi dolora,
Tal sei provvida madre all'indigente;
Se tarda viene a te la suprem'ora,
Maggior gloria n'avrà l'Onnipotente,
E, al suo cenno, da noi tua fronte amata
Fia di più chiare stelle incoronata.



L'ANIMA DI CLEMENTINA.

(La Marchesa CLEMENTINA GUASCO, nata DELLA ROVERE),

Et sic semper cum Domino erimus.
(Ep. ad Thess. II, c. 4).


Sposo, sorella, figlia, e voi, per cui
Data, o fratelli, avrei pur la mia vita,
Amiamci in Dio! Per meglio amarvi in lui
Io son partita.

Soffersi in vita, in agonia soffersi,
Ma ne' dolori mi sostenne un Dio:
Non ne gemete, que' dolor gli offersi,
E a' suoi li unìo.

E s'ebbi in terra alcuni giorni amari,
L'affetto vostro li abbellì cotanto,
Che pur tai giorni a me tornaron cari
Standovi accanto.

Svelar non debbo s'io già son felice,
Ovver se il prego vostro ancor mi giova:
Amo quel prego: Iddio ven benedice
Con grazia nova.

Amo quel prego ed ogni dolce segno
Di pia memoria che il mio nome onora;
Ma il duol frenate: nell'eterno regno
Vedremci ancora.

Il duolo frena, o generoso Carlo:
Sol del mio aspetto nostra figlia è priva:
A lei nel cor sempre del padre io parlo,
In lei son viva.

Per quell'amor ch'ella a suo padre porta,
Un dì fia moglie ad uom che t'assomigli,
Ed alta gioia splenderà, risorta
Di lei tra' figli.

Ed ecco un angiol pur che ti consola,
Ecco una madre che alla figlia resta:
Tal è mia suora; ogni atto, ogni parola
Di lei l'attesta.

E Clementina pur, benchè offuscati,
Sien vostri sguardi, presso a voi rimane:
L'alme, che han vita in Dio, dai loro amati
Non son lontane.

Fra le mie braccia siete ad ogni istante,
E bacio vostre lagrime pietose,
E forte amor v'ispiro a tutte sante
Bellezze ascose.

Fuggon siccome rapid'ombra gli anni,
Comun palestra a carità e dolore:
Me troverete dopo brevi, affanni
Appo il Signore!



VERITÀ E SOFISMO.

Resistite fortes in fide.
(Petri Ep. I. 5.9).

SOFISMO

Ov'è amistà? Chi cento volte e cento
Sotto le spoglie d'amistà non vide
Nei men turpi adulante approvamento,
Che merca dono o laude, e ascoso ride,
Negli altri la calunnia, il tradimento,
La nera ingratitudine che intride
La man nel sangue e i benefizi sprazza,
E non può cancellarli e più ne impazza?

Ove son leggi d'equità? Il selvaggio
Che, simile a Caïno, erra per balze,
Libero è appena: ogni città è servaggio
Sia che regnante scure un solo innalze,
Sia che, brandita in man di molti, il raggio
Vieppiù vario ed orrendo intorno balze;
E chi succede ad atterrata possa,
Ladro è che l'arme d'altro ladro indossa.

Ov'è religïon? Di sangue umano
Fumar fu vista di più Numi l'ara;
E veggio pur sotto mantel cristiano
Egöismo; e viltà celarsi a gara:
L'uom per natura ha ingegno empio e profano,
Loda il Vangelo, e da lui nulla impara;
Vuol carità, ma in altri sol la vuole,
E tesse a proprio, lucro atti e parole.


VERITÀ

Non v'inganni, o mortali un dispettoso
Filosofar che tutte cose annera:
Sdegno pur troppo ci sembra generoso
Alla infelice de' maligni schiera:
Giustificar così cercar l'ascoso
Senso d'iniquità che li dispera,
O pur malignan perchè infermi sono,
E mertan, non già plauso ma perdono.

Ogni nobile petto ebbe un amico,
O più d'un n'ebbe, e alcun ne serba ancora,
E se perseguitato anco e mendico
Visse fra indegni e fra più indegni mora,
Ei si rammenta qualche amato antico,
E alle umane virtù crede e le onora,
E, morendo, ci consolasi al pensiero
Che in cielo ei rivedrà quel cor sincero.

Ogni nobile petto ha reverenza
Di giuste leggi, ed egualmente abborre
La non volgare e la volgar licenza,
Che dritto vanta, e ad ingiustizia corre:
Ei sa, che se perfetta sapïenza
Giammai non puossi a leggi umane, imporre,
Pur son tal ordin, senza cui la terra
Sarìa di tigri sanguinosa guerra.

Ogni nobile petto ama, ed è amato:
Ogni nobile petto il giusto vede:
Ogni nobile petto un deturpato.
Culto deplora, e al vero culto crede;
Dai lumi della grazia irradïato
Ragiona, e a sua ragion guida è la fede;
Sprezza le vanità, ma gli uomini ama,
E a sublime sentier seco li chiama.



SOFISMO

Che fate, o sciagurati, in sì ria valle,
Stima alterna sognando, e alterno amore?
Volgete ad ogni mira alta le spalle,
Scambiatevi dispregio, odio, livore:
Segua ognun della vita il mesto calle
Fin che sotto a' suoi piè cresce alcun fiore,
Poi, dacchè a tutti ei far non puossi boia,
Si squarci il seno, e disperato muoia!


VERITÀ

Che fate in questa valle, o sciagurati,
Necessario sognando alterno sdegno?
I mali suoi dall'uom sono addoppiati,
Se di superba intolleranza è pregno:
A dolor, sì, ma pure a gioia nati,
Da mutua avrete carità sostegno;
Forza non siede in vile ira feroce,
Ma in portar con serena alma la croce.
E forza siede in perdonar sovente
Alle stolide colpe de' fratelli;
In confessar che d'uom cieca la mente
Sempre inciampa, se in Dio non si puntelli;
In riedere ogni dì gagliardamente
Rischi ed affanni a sostener novelli;
In memorar, d'ogni fralezza ad onta,
Che nel mortal v'è del Signor l'impronta.

SOFISMO

Se tanto eccelsa, filosofich'ira
Non arde in voi da pugnalarvi il seno,
Vivete almen com'alto eroe che mira
Tutto con ciglio di minaccia pieno;
Dite che a voi sommo dispregio ispira
Chi non è pronto a usar brando o veleno;
Libri dettate in bile e sangue scritti,
Per insegnar a umanità suoi dritti.
E s'uomo studia e suscita incremento
Di lumi e di virtù senza pugnali;
S'ei non porge a plebee rabbie fomento,
Perchè s'alzino a dar leggi a' mortali;
S'ei non crede esser merto o tradimento
L'avere o non aver grandi natali;
S'egli ama il pio, sotto qual sia cappello,
Dite ch'ei degli stolti è nel drappello.


VERITÀ

Compiangete la stizza de' volgari,
Che cieca sempre qua e là si scaglia;
Filosofia seguite appo gli altari;
Di calunnie e d'ingiurie non vi caglia;
Sorridete ad ogn'uom che insegni e impari
Quanto amore e indulgenza al mondo vaglia;
De' frementi nè il plauso nè gli scherni
Norma non sian che il vostro oprar governi.

Libri dettate a sollevar gli umani
Dai lacci delle ignobili dottrine;
Siate pensanti, ma non irti e strani,
Non consiglier di scandali e rapine;
Ponete mente che gl'ingegni sani
Invocano edifizi e non ruine:
Bando al Sofismo! egli è quel genio truce,
Che al suo fango infernal l'alme conduce.
È desso, è desso l'avversario antico,
Che, d'angiol luminoso assunto il velo,
Sempre de' vizi s'ostentò nemico,
Vituperando umana razza e cielo;
Ei trasse Giuda al maladetto fico;
Esca egli fu del farisaico zelo;
Ei repubbliche e regni urta, dissolve,
Ed erge invece putridume e polve.



IL COLERA IN PIEMONTE,

Sursum corda!
(Praef.)

Eleviam fra le lagrime i cuori,
Sosteniamo gli scossi intelletti!
Siam colpiti, ma non maladetti,
Man paterna è la man del Signor.
Per provarci con prova più forte,
Per destarci a più nobil costanza,
Egli ha detto ad un angiol di morte:
- Tue saette raddoppia su lor.

Invisibil quell'angiolo armato
Scorre l'aer, e su' lidi ove passa
Pianti ed urli e cadaveri lassa,
E prosegue il mortifero vol.
Del disordin la turba seguace
Cade prima nell'orrido scempio,
Ma co' rei più d'un giusto soggiace,
Sì ch'avvolta è la patria nel duol.

Se non che negli estremi perigli
Si rinforzan gli spirti più degni:
La sventura, spavento de' regni,
Pur de' regni salute esser può.
Lor salute esser può se di Dio
Meglio i cenni seguire han prefisso,
Se rivolgon ogni opra e desìo
Alla meta per cui li creò.

Debit'è che luttiamo incessanti
Della patria a impedir maggior danno,
Che tentiam con magnanimo affanno
Da sterminio i fratelli strappar;
Che accorriamo a' languenti, a' morenti,
Che obblïato il mendico non pera,
Che al drappel de' pupilli innocenti
Ci affrettiam pane e lagrime a dar.

Debit'è doloroso, tremendo!
Ma gagliarda è la mente dell'uomo:
S'è con Dio, da che mai sarà domo?
Patirà, ma con forza immortal.
Ei con Dio? Chi di noi fia con esso?
Tutti il siam, sebben consci di colpe;
Se il piè nostro da lor retrocesso,
Oggi a vie di giustizia risal;

Se d'aïta siam prodighi a tutti,
S'alto amore in nostr'alme ragiona,
Se il nemico al nemico perdona,
Se discordia civil più non v'è;
Se, coll'opre le preci alternando,
Più null'uom d'esser pio si vergogna,
Se sparisce lo scherno nefando
Che alla croce vii guerra già fe'!

Eleviam fra le lagrime i cuori,
Sosteniamo gli scossi intelletti:
Siam colpiti, ma non maladetti;
Man paterna è la man del Signor.
Noi felici, ove questa procella
Da colpevol letargo ci desti!
Noi felici, ove gli animi impella
A bei fatti, a sublime fervor!

Dopo noi sorgerà dignitosa
In Piemonte di forti una schiatta,
Che a benefiche gare fia tratta
Dall'esempio che i padri lor dier:
Ed allora a que' nobili figli
Con amor dalle stelle arridendo,
I lor genii sarem ne' perigli,
Sarem luce a' lor santi voler!



CESSATO IL COLERA.

Cumque quaesieris ibi Dominum Deum
tuum, invenies cum, si tamen toto
corde quaesieris, et tota tribulatione
animae tuae.
(Deut. 4. 29).


Crëato spirto che al mio fral sei vita,
Potenze tutte onde m'esulta il core,
Alziamo, alziam di gaudio intenerita
Voce al Signore!

Dal ciel suoi doni sulla terra effuse,
Noi li obblïammo, e ripetè i suoi doni:
Ci flagellò, ma ne' flagelli incluse
Grazie e perdoni.
Egli è colui che i doloranti sana;
Che dalla morte, ch'all'uom rugge intorno,
Sotto il suo scudo amico lo allontana
Di giorno in giorno.

Poi quando a molte umane brame arrise,
Toglie quell'ente che vivendo amollo;
Ma questo debol ente ei non uccise,
Sugli astri alzollo.

Egli è colui che ai sopportanti oltraggio
In guiderdone offre onoranza eterna;
Colui che i fati del mortal lignaggio
E il ciel governa.

Misericordia ed equità lo guida,
Se crea, se cangia, se mantien, se spezza:
Amico all'uomo, ei vuol che l'uom divida
Sua tenerezza.

Un giorno scese dall'eccelsa sfera
Per esser uomo e allevïarci il duolo;
Calice orrendo, affinchè l'uom non pera,
Tracannò solo.

Ci favellò non più come in Orebbe
Con formidabil, mistica favella,
Ma qual mortal che della donna crebbe
Alla mammella.

E quella Madre ch'egli amò cotanto
Diede alle donne qual modello e amica,
Qual Madre a ognun ch'a lei con dolor santo
Sue pene dica.

Le nostre pene, ah sì! dalle Taurine
Sponde alla Madre del Signor dicemmo,
E le pupille sue sovra noi chine
Brillar vedemmo.

L'indica lue nostr'aure appena attinse,
Ci risovvenne la pietà degli avi,
E quella Madre col sospir respinse
Gl'influssi pravi.

Andò assalendo il morbo alcune vite,
Ma più rifulse indi il recato scampo:
A gare insiem di carità squisite
S'aperse un campo.

Anco una Forte del più debol sesso
Accorse agli egri, sorbì l'aer funesto,
E consolò con dolci cure e amplesso
L'orfano mesto.

E visti fur della città i Maggiori
Trar di Maria Consolatrice al piede,
E in voto stringer tutti i nostri cuori
A salda fede.

E visti furo i cittadin più culti
Coll'umil volgo unirsi, in Dio sperando,
Nè de' beffardi paventar gl'insulti
Maria invocando.

Piace al Signor che la sua Vergin Madre
Ne incori e affidi col suo bel sorriso,
Sì ch'aspiriam con opre alte e leggiadre
Al Paradiso.

Vera religïon, ch'è tutta bella,
Gaudio ne pinge in Dio, non vil cipiglio,
Se lo onoriam ne' Santi, e vieppiù in Quella,
Cui nacque Figlio.

Guasta dall'uom, religïon ne pinge
Non so qual Dio alterissimo, cui duole,
Se a quella Madre che al suo sen lo stringe
Drizziam parole.

Fede in te sempre avremo, o Genitrice
Dell'umanato, ver Lume divino!
Tu sei potente in ciel, tu salvatrice
Sei di Taurino!



IL VOTO A MARIA.

Deinde dicit discipulo: «Ecce mater tua».
(Ioh. 19. 27).


Serpeggiava il malefico elemento
Cui dal Gange svolgea l'ira divina,
E, recato per l'aer morte e spavento,
Pur la dolce assalìa sponda Taurina:
Dalla nostra città s'alzò un lamento
Alla Vergin, cui terra e ciel s'inchina;
E come gli avi già correano ad essa,
Corremmo a lei colla fidanza istessa.
Sciolto è il voto, innalzata è la Colonna,
Che, or volge un anno, il cittadin fervore
Imprometteva alla superna Donna,
Deprecando l'orribile malore:
Speranza in lei vieppiù di noi s'indonna,
Dacchè prova ci diè somma d'amore:
Venne l'indica lue, tremenda apparve,
Ma al cenno di Maria sedossi e sparve.

Ah! questo monumento una incessante
Sarà preghiera delle nostre schiatte!
Ei rammenterà sempre al vïandante
L'inclite grazie che a Taurin son fatte.
Ve' l'immagin di Lei col Figlio amante,
Ch'orgoglio umano ed uman'ira abbatte!
Deh! nessun passi mai per questa via
Che il cor non alzi ver Gesù e Maria!

O Regina del Ciel, non è sgombrata
La fera lue da tutti i nostri lidi!
Piange al flagel Dertona sconsolata,
E d'altre sponde a te s'elevan gridi:
Pietà di loro! e sia Taurin salvata!
Chiedi al Signor che a lui viviam più fidi;
Digli che il vuoi; le menti in noi migliora,
E il figlio tuo benediranne allora!
Deh, ci ottieni ogni don, ma più virtute
Di fraterna concordia e d'intelletto!
Qui l'alme vili sien di gloria mute,
Qui del bello e del ver splenda l'affetto!
Qui insidie di stranier non sien tessute,
Qui sia armonia di Prence e di soggetto!
Qui in pace o in guerra, in giubilo od in pianto
Stiane Maria sospitatrice accanto!

Tu, dopo il Dio che s'umano in tuo seno,
Sei l'Ente più benefico del mondo;
La nobil Eva in cui non fu veleno;
La vincitrice dello spirto immondo;
L'umano cor che al divin Rege appieno
Gradì, perchè in amar fu il più profondo:
Tu sei la donna in sua perfetta altezza;
Degli Angioli e di Dio sei l'allegrezza!

Invan sonò in più secoli, ed invano
Sonerà ancor di cieche menti il riso,
Che il bel culto a Maria chiamano insano:
Noi la Donna onoriam del Paradiso;
Noi giubiliam che il Reggitor sovrano
Volgane, in braccio a lei, clemente viso;
Noi sentiamo l'incanto celestiale
D'aver madre una madre al Dio immortale!
Quindi risponderemo all'infelice
Che corruccioso ti sogguarda e ghigna:
«Degli avi nostri fu consolatrice,
E nostr'umile pianto udì benigna!
Divine cose il nome suo ne dice;
Per esso in noi più cavitarie alligna!
Non sappiamo amar Dio fuorchè con Quella,
Che per noi l'ha nodrito a sua mammella!»

Che sono i monumenti? Iddio non chiede
Statue e colonne, ma infiammati cuori.
È ver, ma i sacri segni alzan la fede;
Gridan d'età in etade: «Il Ciel s'onori!»
Nobilitan le vie dov'hanno sede;
Collegano i nepoti a' lor maggiori;
Son degl'ingegni sconfortati al guardo,
Qual movente a bell'opre, alto stendardo.

Or questo novo segno al vicin tempio
Appellerà ogni giorno i passeggieri:
Quivi la maestà, quivi l'esempio
Degl'incessanti aneliti sinceri,
Ad ossequio talor costringon l'empio,
L'invaghiscon talor de' pii misteri;
E s'egli te, Madre d'afflitti, implora,
Il miri, il tocchi, - ed è tuo figlio ancora!



LA MADRE DEGLI AFFLITTI.

Monstra te esse matrem!
(Av. m. st.).


O Vergin santa, che il Signore elesse
Per nascer dal tuo sen Uom de' dolori,
Uom che modello a tutti noi splendesse!

Tu, benchè pura, non respingi i cuori
Che a te sorgon macchiati, e come il Figlio
Brami scampo e non lutto ai peccatori.

Deh, volgi anco su me quel divin ciglio
Che sempre da clemenza è intenerito
Verso chi prega dal suo tristo esiglio!

Io t'amai da fanciullo, indi partito
Da te sembrai, ma spesso a te pensando,
De' lunghi errori miei gemea pentito;

Ed in que' giorni di dubbiezza, quando
Della fallacia dell'orgoglio mio
Pur meco stesso mi venia crucciando,

Un bisogno invincibile d'Iddio
Talvolta m'assaliva e mi parea
Che a speranza da te mosso foss'io.

E se in un tempio allor mi ritraea,
Cercava la tua immagine, e in quel viso
Virgineo e celestial fede io ponea.

E gioiva al pensar che in paradiso,
Appo il fulgor dell'eternal bellezza,
Brillasse d'una femmina il sorriso!

Il sorriso di madre a pietà avvezza,
Ed al desìo che in virtù crescan lieti
Quei cari figli ch'ella tanto apprezza.

Non badar, no, se troppo a' consüeti
Sentier d'infedeltà raddotto m'hanno
Miei giovenili affetti irrequïeti,

Più fermo or t'amerò, più non trarranno
Lunge i miei passi da tua dolce via:
Fuor d'essa tutto vidi essere inganno.

Degna di te non è l'anima mia,
Ma pensa ch'opra è pur del Benedetto
Che da te nacque, e che per me patìa.

Riconduci quest'alma al tuo Diletto;
Digli che sempre in esso e in te sperava.
Digli che tu di confidar m'hai detto!

Digli che il danno mio t'addolorava,
Digli che l'amor tuo salvo mi vuole,
Digli che a te dal Golgota ei mi dava!

Tai dalla madre udendo alte parole
Arriderà, siccome ai sapïenti
Tuoi desiderii tutti arrider suole.

Se gli spiacquero in me cuore ed accenti,
Cuore ed accenti mi darà novelli,
Sì che più caro a dritto, io gli diventi.

Santificata l'arpa mia più belli,
Più fervid'inni eleverà, dicendo
Come gli afflitti dal periglio svelli.

E forse allor più d'un che va fuggendo
Sdegnosamente la tua pia chiamata,
Te d'illusi ignoranti idol credendo,

Fermerà il passo perch'io t'ho cantata,
E ridirà: - Ma chi è mai costei,
Che pur da quell'altero è commendata?

Alzando gli occhi imparerà chi sei;
Stupirà, t'amerà, nobil rossore
Avrà, qual ebbi degl'indugi rei.

Ma, deh! ti mostra madre al peccatore
Pur se debole ei resta, e se talvolta
Inchinato a viltà gli scerni il core.

Poca mia possa, ma tua possa è molta;
Per balze, per fiumane or tremo, or cado,
Ma, qual ch'io sia, tu le mie grida ascolta.

Spesse fiate in malagevol guado
Mi porgesti la mano, e uscii dell'onde;
M'alzi tua dolce man di grado in grado

Da questi rischi alle celesti sponde!



DIO E MARIA.

Astitit Regina a dextris tuis.
(Ps. 44).

Umile sì, ma ardimentoso il core
Sorga dal fango e si sollevi a Dio:
Cinto d'argilla, ma di te, Signore,
Figlio son io!

Bella è la terra, e i favillanti strali
Del nobil astro che il suo sen feconda,
E il dì e la notte, e i fiori e gli animali,
E l'aere e l'onda.

Bello è l'imper dell'uom su gli elementi:
Ei gioia cerca, e gioia sogna o trova;
Ma sete sempre han suoi desiri ardenti
Di gioia nuova.

A me non bastan tue bellezze, o terra;
Le indagai tutte, le ammirai, le ammiro;
Ombre son vaghe, e morte a lor fa guerra:
Io il ver sospiro.

Ed in te solo è il vero, o impermutato
Bello ineffabil che allumasti il sole,
Ed a' tuoi figli nella polve hai dato
Vita e parole.

Chi sei? nol so. Chi son? nol so. Ma pure
Traluci a me, benchè ti copra un velo;
In mille voci annuncian tue fatture
Il Re del Cielo.

Ma delle tue fatture la più bella,
Quella che più di grazia è portatrice,
Quella che più ti rappresenta, quella
Che al cor più dice,

Ell'è Maria, la Vergine, la Figlia
Dell'Uomo, in Ciel fatta a' fratei reina!
La femminil pietà che s'assomiglia
Alla divina!



UN FILOSOFO.

Lex lux.
(Prov. 6. 23).

Dopo indefessi studii,
Sopra vantate carte
Giustin vedea non fulgere
Fuorchè bugiarda un'arte
Con cui l'audacia illudere
Del fervido mortal,
E il ver col falso mescere,
E la virtù col mal.

A nobil ira il mossero
Il vil, cinico riso,
L'epicurea mollizie,
Il duro stoico viso;
In tutte scuole un'invida
Di laudi fame e d'or;
Sul labbro la giustizia,
L'iniquità nel cor.

E si squarciò dagli omeri
Nel suo corruccio il manto;
Gettò i volumi turgidi,
Scevri per lui d'incanto,
E con profondo-gemito
Disse: - «Non v'è quaggiù
Luce che guidi i miseri
A verità e virtù!».- -

«Evvi!» gli grida un provvido
Vecchio che i lagni udìa.
Giustin lo mira attonito,
Poi dice: «No! follìa!» -
«Follìe ti svolser. gli uomini
(L'altro risponde allor);
Leggi quest'alte pagine!» -
«Chi le dettò?» - «Il Signor!»

Tra speranzoso e incredulo
Giustin quel libro afferra:
Le carte eran profetiche
Che a tutti error fan guerra,
Che svelan ne' primordii
D'umanità il fallir,
Poi l'empio Giuda e il Gòlgota,
E d'un Iddio il patir.

Gli sconosciuti oracoli
Il dubitante aperse,
E d'Isaia nel cantico
Lo spirito sommerse.
Legge: - Ascoltate, o popoli,
D'ira divina il suon:
Io Re del Ciel, di vittime
Infastidito io son.

Incensi ed inni perfidi
Il mio intelletto abborre:
Premio di voti ipocriti
Non mai sperate côrre;
Sangue le mani grondano,
E voi le alzate a me?
Tergetele, o miei fulmini
Diran che Dio ancor è!

Pur se le destre s'ergono
Sincere a me tuttora,
Se rei pensier non serbano
Più in vostro cor dimora,
Se torna altrui benefico
De' figli miei l'oprar,
Credete voi ch'io sappia
Miei figli sterminar?

Oh! se a pupilli e vedove
Esser vi veggio scampo,
Venite a me: le folgori
Non seguiranno il lampo:
E fosser come porpora
Sanguigne l'alme pur,
Al par di neve candide
Le rivedrà il futur!

Quelle or minaci or tenere
Parole d'un Iddio
Scosser Giustino, ed avido
Le carte allor seguìo;
E giorno e notte al mistico
Libro lungh'ore ei diè:
Novi conobbe gaudii;
Amò, sperò, credè.

A mastri e condiscepoli
De' suoi passati errori,
Move, ed in pria l'accolgono
Con risi e con furori:
Stupiscon poi del placido
Suo forte ragionar;
Miransi, e forse pensano:
«Filosofo ancor par».

Ed ei coll'invincibile
Possa del dir verace
Eccita santi aneliti
Di carità e di pace:
Più d'un mortal da glorie
Superbe visto fu
Trar con Giustino all'umile
Scïenza di Gesù.

Invano, invan rammentano
Vigliacchi amici al forte,
Che della Croce ai nunzii
Leggi minaccian morte:
Invano a lui, se i vizii
S'ostina a maledir,
Tremanti vaticinano
Scherno, prigion, martir.

- «Oh mal pietosi e timidi!
Risponde al caro stuolo,
Sappiate che un orribile
Martirio esecro solo,
Quel che patii nel misero
Mio giovanile error,
Quando tra fedi varie
Mi vacillava il cor.

«Al vero nata l'anima
Nel dubitar si snerva;
Quindi a sospetti ignobili
Fatta ogni dì più serva,
Discrede l'amicizia,
Discrede ogni virtù;
Nessun eccelso palpito
Suoi giorni abbella più.

«Ma, dacchè i vili dubbii
Cacciai dall'intelletto,
E potei diva accogliere
Filosofia nel petto,
Dacchè imparai qual abbia
La vita alto valor,
E affratellato agli uomini
Conobbi il Redentor;

«Io da quel dì mi pascolo
Di forza e di speranza,
E questa è gioia intrinseca
Che tutte gioie avanza:
Il vivere emmi grazia,
Grazia mi fia il morir;
Uom mi potrebbe estinguere.
Ei non può Dio rapir!»

Il predicar fulmineo,
I trionfanti scritti
Prima fur detti insania,
Poi detti fur delitti;
Ed ecco il pio filosofo
In ceppi rei giacer:
Eccol d'iniquo giudice
Gl'insulti sostener.

- «Che ti giovar gli stolidi
Del Nazareo costumi?
Se brami scampo, ossequio
Presta ad Augusto e a' numi:
Mira per quei che agl'idoli
Incenso negan dar,
Mira i parati eculei,
Mira i flagei d'acciar».

Non si smentì nell'ansia
Della terribil ora;
Mostrò come un Apostolo
Opri, patisca e mora:
Al giudice, a' carnefici
Perdono oppose e amor,
Ed il sublime esempio
Nobilitò altri cor.

Venner con lui dal carcere
Ai barbari supplici
Intemerata vergine
E cinque eletti amici:
La giovin fra gli strazii
Un gemito mandò;
Giustin mirolla, e impavida
Gli strazii sopportò( ).



SAN CARLO.

Bonus pastor animam suam dat
pro ovibus suis.
(Ioh. 10, v. 11).

Oh! quanto degno è di fiducia un grande
Di pietà e sacrificii operatore,
Che fu debol mortale, ed ammirande
Forze trovò nel suo sublime amore!
Fama antica non è che voci espande
Sovra Carlo, d'Insubria almo Pastore;
Ei visse quasi ieri, e sue pedate
In tutto il suol natìo sono stampate.

E perocchè de' secoli non volve
Oscura nube di sua vita i fatti,
Dir non possiamo: «Era d'un'altra polve,
Era di tempi al dolce errar men atti».
Dir non possiam: «Noi tal etade involve,
Che irresistibilmente al mal siam tratti».
Ma ravvisiam come in orrendi tempi
Possan pur di virtù fulgere esempi.

Sotto il tempio gigante di Milano
Un delubro contien la sacra spoglia;
Colà viene il devoto da lontano,
E de' commessi falli si cordoglia,
E fede ha ch'ivi niun pregar sia vano,
E torna speranzoso alla sua soglia;
E narrato è di cuori, un dì perversi,
Che furono per sempre al ciel conversi.

Talora a quel delubro io discendea
Dubbio su tutto, e quasi su Dio stesso,
E lung'ora solingo ivi gemea
Da sciagurate passioni ossesso,
Poi vedea mover giù dalla scalèa
Il poverel da' suoi malori oppresso,
Ch'appo il corpo del Santo s'inchinava,
E di lui la beata alma pregava.

La fè del poverello io con dolcezza
Invidiando, era commosso al pianto,
E vergognava della ria stoltezza
Che sovente di senno usurpa il manto;
E allor tutta splendeami la bellezza
Del culto ch'elevar può l'uom cotanto;
E Carlo io pur pregava, e in me largita
Tosto sentìa di maggior fede aita.

Sempre onorai quel forte: ad onoranza
M'astringon que' magnanimi mortali,
Ch'osano concepir l'alta speranza
Di sveller d'infra il mondo orrendi mali;
Ch'osan, non per vendetta od arroganza
Contro a poter di soverchianti eguali,
Ma di Dio per amore e delle genti
Confonder dell'iniquo i rei contenti.

Di Carlo a' tempi, vïolenza e orgoglio
Spesso ne' sommi e oscenità regnava,
E de' vili costumi il turpe loglio
Indi più nella plebe pullulava;
Innocenza per tema e per cordoglio
Da ogni parte ascondeasi e palpitava,
E se la raggiungea braccio nefando,
Irrugginito era di legge il brando.

E perchè inetta era la legge ultrice,
L'uomo spogliato del paterno avere,
E il padre della vergine infelice
Che a lui rapita avea truce potere,
Fean la propria lor destra esecutrice
Di cieche stragi e di perfidie nere,
E in mezzo al sangue gli uomini cresciuti
L'ire feroci esser credean virtuti.

E per maggior calamità d'allora
Premeano Italia immiti ferri estrani,
Onde tra parte e parte ardean tuttora
Più frequenti gli oltraggi e gli odii insani;
E perchè il volgo stolido peggiora
Quando vien retto da esecrate mani,
La podestà straniera incrudelìa
Quanto più il volgo oppresso l'abborrìa.

E in sì gravi sciagure, onde cotanta
L'ignoranza e l'obblio dell'Evangelo,
Anche la schiera che dovrìa più santa
Sfavillar, perchè interprete del Cielo,
Campioni egregi aveva, sì, ma oh quanta
Feccia sol mossa a farisaico zelo,
Inimica di Roma, e sovvertente
Co' rei costumi ipocriti la gente!

Su' tristi giorni suoi Carlo fremea:
Data non gli era onnipossente mano,
E pur argin gagliardo imporre ardea
A quel di vizi orribile oceàno.
Non disperò della sublime idea,
Il soccorso affidandol sovrumano,
Vide ch'altri giovar uomo può sempre,
Se a virtù somma sè medesmo tempre.

Dio benedisse quell'eroica brama,
Il suo servo su molti altri estollendo,
E tal gli die di giusto Presul fama,
E linguaggio amorevole e tremendo,
Che, mentre de' perversi ad ogni trama
Fu visto questi oppor senno stupendo,
Ad amarlo costretti o a paventarlo,
Tutti il messo di Dio scerneano in Carlo.

Chè se rigore e dignitosa vita
Il Vescovo integerrimo imponeva,
Ei pria mollezza avea da sè sbandila,
E co' poveri il pan condivideva,
E l'austera sua mente era addolcita
Da quel sorriso che gli afflitti eleva;
Co' superbi terribile soltanto,
D'ogni infelice intenerialo il pianto.

Del paterno suo cor fur monumento
Ospizi per famelici ed infermi,
E istituti ove sprone ed alimento!
Dato venia d'intelligenza a' germi,
E il suo forte, moltiplice intervento,
Ove occorrean contr'ingiustizia schermi,
E l'impulso ch'ei diede a' patrii ingegni
Verso i nobili fatti e i pensier degni.

Sua immensa carità, suo santo ardire
Suscitogli appo il trono alti nemici;
A impudenti rampogne, a spregi, ad ire,
Grida si mescolar calunniatrici:
Nudrir fu detto scellerate mire,
Tutti i dolenti a sè facendo amici;
Dei regi udissi schernitor chiamato,
Che il lituo avea sopra gli scettri alzato.

Lasciava ei che la collera stridesse.
E della Chiesa ognor sostenne il dritto:
Finchè vestigi sulla terra impresse
Contro a sè vide mosso empio conflitto;
Ma se alcun della grazia ai lampi cesse,
Con gioia obbliò Carlo ogni delitto;
E spesso tal, che più l'aveva offeso,
Alfin d'amor per lui sentiasi acceso.

Gl'implacati di Carlo abborritori
Quai tra' mortali furo? I farisei!
La più abbietta genìa di traditori!
Color che in ogni età sono i più rei!
Color che della Chiesa ambìan gli onori,
Poi core e mente ribellaro a lei!
Que' sacerdoti che fautor si fanno
Di sfrenatezza eretica e d'inganno!

Chi è quell'infelice maledetto
Che porta in fronte i torvi occhi di Giuda,
E come Giuda si percuote il petto,
Perchè più in rimirarlo altri s'illuda?
Schiavo sempre viss'ei d'iniquo affetto?
Di virtù l'alma ebb'egli sempre ignuda?
O dopo aver d'amor di Dio avvampato,
Cadde e non sorse, ed a Satàn s'è dato?

Per quai sequele di misfatti orrende
Scritte nel libro degli eterni guai,
Dove cancellatrice più non scende
Del sangue di Gesù stilla giammai,
Un mortifero bronzo oggi egli prende,
E d'empia gioia brillano i suoi rai?
A' rei socii sorride, esce del chiostro,
E l'arme sotto il manto asconde il mostro.

Sì! del truce delitto ei socii avea!
Ed appunto i supremi del convento!
Eran tre questi indegni, e li stringea
D'infernale amicizia giuramento.
Lor chiostro che di santi un dì fulgea,
Fatto avean di turpezze abitamento.
Ministro e amico loro astuto e forte
Era colui che or volge opra di morte.

Uscito appena il perfido omicida,
Guardansi e impallidiscono i preposti,
E un di costoro all'assassino grida:
«Riedi! il sappiam che intrepido ognor fosti;
Questo novo cimento or mal t'affida;
Riedi! sii obbedïente a' cenni imposti!»
Ma in covil di superbia e di licenza
Vano e risibil nome è obbedïenza.

«Ahimè! questi prorompe, ei non m'ascolta!
Che faceste, o compagni, a suscitarlo?
Gagliarda fu l'offerta sua, ma stolta,
Di tor dal mondo l'esecrato Carlo.
Sempre scherniste di dolore avvolta
La presaga alma mia, ma il vero io parlo:
Tanto di colpa in colpa osi vi feste,
Che omai l'abisso a tutti noi schiudeste».

«Codardo! esclama un de' compagni; pensa
Che ognor la sorte al nostro messo arrise;
La sua destrezza in tutte imprese è immensa,
E altre volte le man di sangue ha intrise.
Move or egli ad oprar fra turba densa,
E fian le menti da terror conquise,
Sì che non arduo esser gli dee celarsi,
E illeso nelle tenebre ritrarsi».

Il terzo ostenta egual baldanza, e dice:
«Purch'egli atterri il Vescovo odïato!
S'anco andasse scoverto l'infelice,
E in ferri tratto, e a morte strascinato,
Chi potrà dimostrar ch'eccitatrice
Fosse la nostra voglia all'insensato?
Al venerevol Carlo inni alzeremo,
E il suo uccisor cogli altri imprecheremo».

Intanto l'omicida affretta il passo,
E sui preposti a sogghignar si sforza;
Sembragli il loro cor vigliacco e basso,
Quand'è più d'uopo irremovibil forza;
E dice: «Io ben son certo che a me lasso,
Se la prospera stella oggi si smorza,
Intenti solo ad evitar lor danno,
Costor l'amistà mia rinnegheranno.

Spero che gioïrò di mia vittoria,
Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi!
Quel Carlo ch'ogni nostra ascosa istoria
Investigare osava e minacciarmi,
Vedrà come del lituo anzi la boria
Per la salute del mio chiostro io m'armi!
Ma s'io perir dovessi?... oh allora tutto
Meco trarrò l'empio convento in lutto!»

Giunge il ribaldo al vescovil ricinto,
Ed ascende al tempietto, ove il Pastore,
Da' famigliari sacerdoti cinto,
La preghiera seral porgea al Signore.
Ivi d'oranti assai stuolo indistinto
Pïamente con esso effondea il core:
Palpita mal suo grado l'omicida,
E ancor «Ti penti!» l'angiol suo gli grida.

Ma soffocò tutti i rimorsi, e rise
Dell'angiol suo e di Dio, come di larve.
Con ira gli occhi sovra Carlo affise,
Ed esecrando zelator gli parve.
A liberarne il mondo si decise,
E certo il proprio scampo gli trasparve;
Allo scoppiar dell'avventata morte
Ratto balzar fidava oltre le porte.

Salmi sciogliendo il Presul benedetto,
Quel nobil verso di Davìd dicea:
«Non si turbi, nè tremi ora il mio petto!»
Quand'ecco sfolgorar la canna rea.
Al fero tuono, ognun d'ambascia stretto
Dal suol sorgendo, «Ov'è il fellon?» chiedea.
Da tergo il colpo giunto era su Carlo,
E, oh prodigio! non valse ad atterrarlo.

«Non si turbi nè tremi ora il cor mio!»
Con ferma voce ripigliò il Prelato,
E in ginocchio rimase a lodar Dio,
Ed a pregar pel mostro sciagurato.
S'udì questi ulular: «Preso son io!»
E il giorno maledire in ch'era nato,
Ed il padre e la madre, e più il perverso
Chiostro, ov'ei s'era in tutti vizi immerso.

Taccia il mio carme le bestemmie atroci
Del traditore e l'infernal suo riso,
Quando mirò degli abborriti soci,
Appo i supplizi, impallidito il viso;
E taccia come, anco all'estreme voci,
Ei sperar ricusò nel Paradiso:
L'alma sua dal carnefice spiccata,
Fu dal re dei demon presa e baciata.

Benchè mirasse nel suo clero istesso
Carlo intelletti perfidi cotanto,
Lo sperante suo cor non fu depresso,
Ma allor anzi doppiò di zelo santo;
Non ebber più nel santüario accesso
Tai che d'avi o d'ingegno avean sol vanto;
Purificata ei la lombarda Chiesa
Volle ed ottenne, ad alti esempli intesa.

Mentre corregger egli e sublimare
I suoi tempi ed i posteri anelava,
E in peste orrenda visto fu esemplare
Di pietà fra la turba afflitta e ignava,
E in nessuna miseria il casolare
Del poverello ei mai non obblïava,
Pur non tacea di basse alme lo sdegno,
Ed era ei spesso ai vilipendii segno.

La luce de' suoi fatti alle sincere
Menti dimostra qual mortale ei fosse;
E quando ascese alle superne sfere,
Confusa alfin calunnia ammutolosse.
Della Chiesa ogni santo condottiere
Sovra l'orme di Carlo indirizzosse,
Ed oggi ancor sulle lombarde rive
Delle virtù del Grande il frutto vive.

Io nulla son, ma ad onorarti appresi,
E so che sei possente appo il Signore,
E con fè al tuo sepolcro mi prostesi,
Ed il pensare a te m'innalza il core:
Odimi, Carlo, e i miei sospiri accesi
T'abbian per me ne' cieli intercessore!
Delle giust'opre caldo amor chiegg'io,
Chieggio vederti un giorno in seno a Dio!

Tra gl'Itali non v'ha petto gentile,
Cui söave non sia la rimembranza
Di pastor sì benefico all'ovile,
D'uom ch'agli altari diè tanta onoranza.
Chi, solcando il Verban con petto umìle,
Non mirò intenerito in lontananza
L'antica Arona, ove le limpid'acque
Lietamente dir sembrano: «Ei qui nacque!»

In anni oggi remoti e sempre cari,
Quell'amabil pur fei pellegrinaggio.
Gli ultim'astri fulgean tremoli e rari,
Perocch'era una prima alba di maggio,
E sui monti segnava oggetti vari
Impallidito della luna il raggio,
Finchè cedendo a luce più gioconda,
Più languidetta in cielo era e nell'onda.

Ed allor sulle cime orïentali
Rosseggiavan leggère nugolette,
E spuntavan del sole i dolci strali,
Qua e là indorando le contrarie vette;
Ed i fiotti del lago or dianzi eguali
S'increspavano al tocco delle aurette,
E nel lor fasto signorile e vago
L'isole risplendeano in mezzo al lago.

E le spiagge lunghissime e distanti,
E le molli e le ripide pendici
Mostravan con moltiplici sembianti
I lor tugurii poveri e felici,
E i campanili de' tempietti santi,
Ove già del mattino ai sacri uffici
Del vigil bronzo l'eccheggianti note
Chiamavan le rideste alme devote.

Oh quali eran miei palpiti veggendo
Arona, verso cui più concitati
Dal desiderio andavano battendo
I remi de' nocchieri affaticati!
Colà s'innalza, e sta benedicendo
Colossale un'effigie i lidi amati:
L'effigie del Pastor, per cui d'Arona
Benedetto nel mondo il nome suona.

Su quell'alto colosso eran mie ciglia
Lungamente fissate da lontano,
E quella fè che a tutto il cor s'appiglia
Da me espelleva ogni pensier profano.
Parea al mio spirto pien di maraviglia,
Che il Santo stesso, alzando ivi la mano,
Accennasse di Dio le creature
Benedir tutte, e benedir me pure!

Come allora, oggi esclamo con affetto:
Proteggi, o Carlo, la Lombarda terra,
Ed ogn'Itala sponda, ed ogni petto,
Ovunque ei sia, che preci a te disserra!
Se germe è in noi di ben, rendil perfetto,
All'opre vili insegnaci a far guerra,
Veglia su noi qual padre, ed i tuoi figli
Sprona e guida a vittoria infra i perigli!



SANTA FORTUNULA.

Bonum certamen certavi.
(Tim. II. 4.7).

Ed a te pur, Fortunula immortale,
La fronte mia s'atterra.
Deh! chi sarà che ne discopra quale
Vivesti in sulla terra?

Nulla di te sappiam, fuorchè il bel nome
E la tomba che il porta,
E a chiari indizi di martirio, come
Per nostra fè sei morta.

L'ossa inadulte e il teschio venerando
Sembran dir che donzella
Eri trilustre, allor che iniquo brando
Svenò tua salma bella.

Forse del padre e della madre amata
Che per Gesù moriro,
Piangendo sul sepolcro, indi infiammata
Sentivi te al martiro;

Nè senza loro, e senza il paradiso
Più viver, no, potesti,
E magnanima gl'idoli hai deriso,
Ed ai leon corresti.

Forse malgrado genitori insani
Che con minacce e grida,
E con tenere lagrime e con vani
Spregi voleanti infida,

Dal lor sen con angoscia ti strappavi
Per abbracciar la Croce,
E spirando al battesmo li invitavi
Con amorosa voce.

E forse allora e padre e genitrice
Commossi al detto caro,
Sclamavan: «Siam cristiani!» e la cervice
Porgeano all'empio acciaro.

E forse della vergine alla morte,
Tal, che sue nozze ambìa,
Eternamente farsi a lei consorte
Volle, e con lei morìa.

Noi pure eternamente in ciel vederti,
O vergin, sospiriamo,
E il pregarti n'è gioia, ed esser certi
Che in te un'amica abbiamo.

Due menti pie tua spoglia hanno raccolta
E tratta a queste sponde,
Ambe quell'alme a te devote ascolta,
E sien per te gioconde.

E chiunque a Fortunula s'inchina
Gentile ottenga un core
Che lieto porti alla beltà divina
Immensurato amore!

E le afflitte, scampate appo quest'ara
Dalle mondane frodi,
Obbliin lor pene, celebrando a gara
Di te, di Dio le lodi.



SANTA FILOMENA.

Laudate Dominum in sanctis ejus.
(Ps. 50. 1).

Vidi sembianti di disdegno accesi,
Quando dapprima infra devoti cuori
Nome sonar di Filomena intesi:

E chiesta la cagion di tai rancori,
Udii fremiti alzar, che così poco
L'unico Ver, l'unico Iddio s'onori!

«Perchè, gridavan con alterno foco,
Perchè non al Signor dell'Universo,
Ma a novelli suoi santi ognor dar loco?

«Culto quest'è risibile e perverso!
Secoli di barbarie lo foggiaro!
Distruggerlo omai dee secol più terso!»

De' corrucciati al querelarsi amaro
Applaudiron taluni, ed applaudendo
Senno svolger sublime essi agognaro.

Io non capii qual fosse lo stupendo
Argomentar di quegl'ingegni acuti,
E meditai, nè tuttodì il comprendo.

Alla luce del Bel mi sembran muti,
Se stiman colpa o ignobiltà un amore
Portato a petti in santità vissuti.

Nè so perchè sia di barbarie errore
L'aver per sacre l'ossa di que' forti,
Che a noi lasciàr d'alta virtù splendore;

Nè scorgo quale al nostro secol porti
La Chiesa oltraggio, quando ancor favelli
D'egregi estinti, e ad imitarli esorti;

E n'esorti a pensar che vivon quelli
Non senza possa al Re del Cielo amici
E lor pietate ad invocar ne appelli.

A te, Religïon, credo che il dici,
Ma se tacessi, anco ragione il grida:
Anzi al Giusto si curvin le cervici!

Io così sento, e quindi appien m'affida
Ogni defunto sugli altari alzato,
Bench'altri al volgo me pareggi, e rida.

E m'affida ogni tumulo illustrato
Da indubitati segni, in cui ravviso
Ch'ivi hann'ossa di martir riposato.

Chè, se storia pur manca onde provviso
Venga al desìo dei posteri, a me basta
Nome d'ignoto assunto in paradiso.

Il caro nome tuo solo sovrasta
Evidente alla terra, o Filomena,
Ma indarno inclito onor ti si contrasta.

Parla il tuo avello, e d'alta grazia è piena
L'ampolla di quel sangue che spargesti
Per Gesù, in chi sa qual crudele arena!

Sensi di fè, d'amor si son ridesti
In color cui tue spoglie e il venerando
Tuo dolce impero il Cielo ha manifesti.

Sensi di fè e d'amore, e donde e quando
Cessaron d'esser palpiti gentili,
Che a bassi affetti inducono a dar bando?

Ah no! Color che ad una Santa umìli
Porgono omaggio, memori ch'è santa,
Pronti non sono ad opre e pensier vili!

Nel memorar somme virtudi, oh quanta
Riconoscenza per quel Dio si sente
Che alzò i mortali a dignità cotanta!

Il tuo sepolcro a questi dì presente
Ne dice, Filomena, alti dolori
Pel vero sostenuti arditamente.

Nè discreder possiam che tu avvalori
Di quei la prece che, a te innanzi proni,
D'aver simile al tuo chieggon lor cuori.

Nè mi prende stupor se forse a' buoni
Sembrò in lor sante visïoni udirti,
E imparar di tua morte le cagioni,

E se degnando alle lor brame aprirti,
Ottenesti da Dio che in premio a fede
S'annoverasser fra i più eccelsi Spirti.

Infelice quel torbo occhio che vede
Ne' culti, nostri amanti e generosi
Frode o stoltezza, e accorto indi si crede!

Alma beata, impetra che siam osi
D'amarti e benedirti infra gli scherni
Degl'intelletti freddi e burbanzosi.

Ispirane il desìo de' lochi eterni,
E anco i nemici tuoi vinci ed ispira!
Chiedi al Signor che tutti noi governi

Luce di carità, non luce d'ira!



LA BENEFICENZA.

Esurivi enim, et dedistis mihi manducare.
(Matth. 26.35).

Mentre tanti di nome e d'òr potenti
Volgono a vanitate e nome ed oro,
Nè a taluni più bastano i contenti
Che sulla terra Iddio concede loro;
Mentre a meglio goder cercan furenti
La propria gioia nell'altrui disdoro,
Simili a falsi Dei d'età lontane
Che a' lor piedi volean vittime umane;
E mentre mirando
Que' ricchi malvagi
Il volgo fremente
Che invidia lor agi,
Esagera, infuria,
Invoca dal Ciel
Su tutti i felici
Sanguigno flagel;

Que' flagelli rattiene il ricco pio
Che riparar gli altrui misfatti agogna,
E oprando assai per gli uomini e per Dio,
Anco d'essere inutil si rampogna:
Degl'innocenti aiuta il buon desìo,
Gli erranti tragge a salutar vergogna;
Onora l'arti ed anima l'artiero,
E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.

Il volgo commosso
Ripensa, si calma,
Capisce che il ricco
Può aver nobil alma:
Insegna a' suoi figli,
Che pace e lavor
Del povero sono
Salute e decor.

Salve, o di carità sacra fiammella
Che accendi il cor del pio dovizïoso!
Se a noi mortali fulgi or così bella,
Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo?
A lui che, tutte mentre a sè le appella,
Le appella a mutuo affetto generoso!
A lui che quando cinse umano velo,
Ci palesò che tutto amore è il Cielo!

Amore santifica
Tesori e palagi,
Amore santifica
Tuguri e disagi;
Amor sulla terra
Può tutto abbellir,
L'impero, il servire,
La vita, il morir.

Amato molto, amato sia il Signore
Ch'è modello de' ricchi impietositi!
Amato molto, amato sia il Signore,
Modello ai cuori da sventura attriti!
Amato molto, amato sia il Signore
Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti!
Amato molto, amato sia il Signore
Che per l'anime umane arde d'amore!

Oscuro o potente,
Di Dio tu sei figlio,
Fratello degli Angioli,
Ancor che in esiglio!
Gran fallo ci avvolse
Nel fango e nel duol:
Amiam! ci fia reso
Degli Angioli il vol!



UNA DONNA.

Quoniam mulier sancta es et timens Dominum.
(Judith. c.8.29).

Nota è a me sulla terra una mortale
Che dal Ciel tutti i doni ebbe più chiari:
Poch'alme han forza d'intelletto eguale,
E fior dal meditar colgon sì rari:
S'alza di fantasìa su fulgid'ale,
E a' più posati ragionanti è pari:
Pronta discerne il ver, pronta l'addita,
E tanta luce è da umiltà addolcita.

Cinta ell'è di ricchezze e di splendore,
E le aggradano brio, riso, favella;
Tutte potrebbe del suo viver l'ore
Incantar con magìa sempre novella:
Par che delizïato il suo bel core
Ogni affannoso sentimento espella;
Ma questa d'eleganti arti regina
Nutre d'egregi fatti ansia divina.

E color che l'ammirano raggiante
D'ingegno e grazia in suoi ridenti crocchi.
Ignoran che fissati ha poco avante
Sopra miseria spaventosa gli occhi;
Che sua candida man dianzi tremante
Alzò il mendico prono a' suoi ginocchi;
Che il delicato piè stanco or riposa
D'aver recato ad egri aïta ascosa.

De' suoi giorni in sull'alba acerba morte
Rapito a lei la dolce madre avea;
Ma il padre in sen chiudeva anima forte,
Anima avversa ad ogni bassa idea:
Ei della figlia le pupille accorte
Volgere a desideri alti sapea:
Pensante crebbe, e in ogni tempo ambìo
Il sorriso del padre e quel di Dio.

Data fu la sua destra a mortal degno
Di tesauro sì bello e invidïato.
Lontana dal natìo, gallico regno,
Mosse al diletto suo compagno a lato:
Non mirò i novelli usi con disdegno,
Non portò di straniera orgoglio usato:
Amò la nova patria, amò l'antica,
Visse de' giusti d'ogni lido amica.

Il livor de' volgari alla gentile
Perdonò l'esser nata in altre sponde,
Tanto le piacque farsi a noi simìle
Avvezzando le sue labbra faconde
Non solo al bel, sonante italo stile,
Ma al dïaletto che di Dora all'onde,
E in tutte le dolci aure subalpine,
Bench'irto, par che ad amicizia inchine.

Ai genitori dell'amato sposo
Abbellì reverente i vecchi giorni,
Però che ognor fu suo pensier pietoso
Che da nostr'opre gloria al Signor torni,
E da noi con amor religïoso
La voce del vicin di rose s'orni,
E dal Ciel maggiormente al dolce sesso
Recar sollievo altrui venga commesso.

Ma a costei non bastava entro sue mura
Spander pietà, sorriso, amore e pace:
Dello spettacol dell'altrui sventura
Nel petto le scendea duol sì verace,
Che santa spesso l'assalìa paura
D'appagarsi in virtù scarsa e fallace:
Pareale ch'a indigenza oro gittando,
Poco pur sia di carità al comando.

Allor si fu che a visitare assunse
Il tugurio di gioia derelitto;
Allor si fu che più desìo la punse
Di commoversi al gemer dell'afflitto;
Allor, com'angiol, fra i sospiri giunse
Di tapine espïanti il lor delitto;
Allora, insieme a facil don, largiva
Fatiche, ambasce, carità più viva.

Per alcun tempo di celar s'impose
Ai leggeri del mondo i passi santi:
Non già che paventasse le vezzose
Celie dell'alme vili ed inamanti,
Ma perchè vereconda ella ognor pose
L'orme sue pe' sentieri al ciel guidanti:
Poi cotal luce sue bell'opre diero,
Che ad alcun più sottrar non si potero.

Fra i tristi cuori ond'era impietosita
S'annovravano quei delle infelici,
Che, sebben colpa in lor venga punita
Da universale scherno e leggi ultrici,
A risorgere ancor bramano aïta,
E affetti serban di virtute amici:
Men proprii falli che gli altrui talvolta
Più d'una d'esse han nell'obbrobrio avvolta,

In pria delle dolenti incarcerate
Si fe' consiglio, e al lor governo diessi:
Da lei furo ivi pene allevïate,
E di religïon gaudii concessi:
Furon le trepidanti alme incorate,
E talor vinti i cuor più duri istessi:
Dove eran pria disordine e furore,
Addusse pace e penitenza e amore.

E non fugaci benefizi questi
Brillàr di caldo ma incostante petto:
Riede ogni giorno in quegli alberghi mesti,
E vi sparge opportun, söave detto.
Acqueta ivi gli spirti ad ira presti,
Ispira cortesìa col dolce aspetto:
Il sincero ammendarsi o loda o sprona,
E i migliorati cuori guiderdona.

Ma pur fuori del carcere infinite
Donne e fanciulle in duol veggionsi immerse,
Che per amor falliro e fur tradite,
Ed ahi! di fama più non vivon terse.
Rïalzarsi vorrìan, ma da inaudite
Sorti vittima son d'alme perverse:
Sottrarsi anelan da periglio ed onta;
Ov'è una destra a sostenerle pronta?

Tal destra ecco a lor tendersi! ed è quella
D'una mortal, che, siccom'angiol monda,
Pur contro al suo decoro non appella
L'inchinarsi a infelice vagabonda,
L'udirla con dolcezza di sorella,
L'aprirle un tetto ove il suo pianto asconda.
D'afflitte ed oltraggiate a molta schiera
Quel pio rifugio è di virtù carriera.

Non somiglia a prigion, non è prigione;
Ad entrarvi le ree non son costrette:
Nè quelle, che invocata han tal magione,
Ivi da forza fremon quindi strette.
Asilo è d'alme per rimorso buone,
Che lavorano e gemono solette,
E pregano il Signor pel mondo tristo,
Che il lor fallir con empio scherno ha visto.

Poscia che fu quel mite albergo eretto
Per pensier della donna generosa,
Provvide ella che attiguo un altro tetto
Sorgesse a secondar vaghezza ascosa
D'ammendate, che in velo benedetto
L'anima aver chiedeano a Gesù sposa:
Un solo tempio i duo ricovri unisce,
E il mutuo canto i lutti ivi addolcisce.

Talor io di quel tempio in segregata
Parte mi prostro, e mesco i preghi miei
A quelli della pia turba scampata
Dalla pietà operosa di colei.
L'anima mia a quel canto si dilata,
E occulto piango su miei giorni rei;
E in cotal donna ad altri spirti duce
Ravviso anco per me celestial luce.

Nè quest'amica degli afflitti cuori,
Per ritrarli all'altezza del Vangelo,
Li circonda di spregi e di rigori,
Si ch'ognor tremin, quasi in ira al cielo:
Del pentimento ai nobili dolori
Vuol congiunta speranza e amante zelo;
Vuol quella santa ilarità tranquilla,
Per cui la Croce maggiormente brilla.

Certo, ell'avea le inique voci udito
Contro a religïon vibrate spesso:
Che selvaggia sia questa, ed avvilito
Cada, se a lei si volge, un cuore oppresso;
Mostrar quindi la saggia ha statüito,
Che fede e cortesia si danno amplesso,
Che penitenza e consolante riso
Ponno concordi alzarci al Paradiso.

Ah sì! caratter questo è ben del vero,
E sol di Cristo nella legge splende!
Che in chiunque a virtù mova sincero,
Santificati e duolo e gaudio rende:
Retta è la via del penitente austero
Che ne' deserti caritade accende:
Retto altresì, purchè temprato e pio,
È il civile consorzio innanzi a Dio.

Onore ai forti Anacoreti! e onore
A tali, che bensì reggon la Croce,
Bensì il proprio e l'altrui piangono errore,
Nè ignoran di mestizia il carco atroce,
Ma rimangon nel mondo, e con amore
Spandendo van religïosa voce!
Duo son diversi modi, ambo divini,
Per cui l'uomo al Signor si ravvicini.

L'ammirata da me soccorritrice,
Mentre al Signor ravvicinare anela
Adulta moltitudine infelice,
Pur di bimbi plebei prende tutela;
Perocchè padre indarno e genitrice,
Che faticando tutto il dì trafela,
Vorrìa de' meschinelli assumer cura,
E, negletta l'infanzia, ahi! si snatura.

Memore che sì cari il Dio umanato
Dichiarò i pargoletti ond'era cinto,
La pia nel proprio ostello ha radunato
Stuol di fanciulli in duplice ricinto,
Ove, mentre sostegno al corpo è dato,
Viene a virtù il crescente animo spinto,
Vigilando colà vergini umìli
Ad addolcire i palpiti infantili.

Intanto, pur allor che senza asprezza
Un cor religïon fervido porta,
Consüetudin mai di vil mollezza,
Nè per sè, nè per altri unqua sopporta.
Poco gl'incanti della vita apprezza
Chi di celeste amor l'alma conforta:
Giorni in secreto mena penitenti,
E se bello è il rischiar, corre ai cimenti.

Questa donna vegg'io quindi nel tristo
Tempo in cui Dio l'indico morbo scaglia
Trarre agl'infermi ad onta del previsto
Pericolo che a molti il cuore ismaglia.
Compiange, esorta, ajuta, e volge a Cristo
Chi in angoscia di morte si travaglia,
Poscia a piangenti vedove e orfanelli
D'orrenda povertà tempra i flagelli.

In tai fatiche ed in quell'aure infette
Langue della gentil la debol salma,
Ma sinch'altri giovar Dio le permette,
Ella non osa a sè conceder calma:
Il benevol desìo forza le mette,
E sua fiducia dal Signore ha palma:
Dolora, ma prosegue, e con sant'arte
Altrui suoi patimenti asconde in parte.

Tal esser può sì fievol creatura,
Qual è donna cresciuta a splendid'agi,
Quando al lume del Ciel che l'assecura,
Pace e gloria non pone in bei palagi,
E rammenta che un Dio prese figura
Di poverello, e visse infra disagi,
E di lui ne assevràr le labbra sante
Che in ogni afflitto Ei stassi a noi davante!

Tal esser può, restando pur nel mondo
E in convenevol, fulgida eleganza,
Chi nutre del Vangel senno profondo,
Chi gode esser di Dio fatto a sembianza,
Chi sa che spirto uman d'opre fecondo
Non dee in van'ombre usar la sua possanza,
Ma in amar Dio! ma in dimostrargli amore,
Sempre sacrando all'altrui bene il core!



LE SALE DI RICOVERO.

Qui susceperit unum parvulum talem
in nomine meo, me suscipit.
(Matth. 18.5).

«Son pargoletto e povero e ammalato;
Abbi pietà di me, Gesù bambino,
Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!

Me qui lascia la mamma ogni mattino
Nel solingo tugurio, ed esce mesta
Il nostro a procacciar vitto meschino.

Ancella move a quella casa e questa,
Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,
E vive appena, ed indigente resta.

Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,
Senza dolcezza di parole amate,
E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.

Le melanconich'ore prolungate
M'empion l'alma di pianto e di paure,
E mi sfogo in ismanie sconsolate.

Amor la madre assai mi porta, e pure
Quando al tugurio torna e pianger m'ode,
Spesso le voci sue prorompon dure;

Talor mi batte, e duolo indi mi rode,
Sì che allor quasi affetto io più non sento,
E in maligni pensieri il cor mi gode.

Povera madre! il viver nello stento
Estingue nel suo spirto ogni sorriso,
Ed anch'io più cruccioso ognor divento.

Gesù, prendimi teco in Paradiso,
O tempra la tristezza che m'irrita,
E rasserena di mia madre il viso:

Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta,
Fa che deserto io non mi strugga tanto,
Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.

Se ad altri bimbi io respirassi accanto,
E non sempre gemessi, e qualche mano
Söavemente m'asciugasse il pianto,

Crescerei più benevolo e più sano,
E più caro alla madre io mi vedrìa:
Lassa! altrimenti ella fu madre invano!

Ella al mio fianco in pace invecchierìa,
E per essa con gioia adoprerei
A laudevol sudor mia vigorìa.

Le poche forze ai patimenti rei
Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,
Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.

Ovver, se presto a morte non mi mena
Tanta miseria, crescerò doglioso,
Me coll'afflitta madre amando appena.

Ed ella pur mi dice che odïoso
Il povero alla terra e al ciel rimane,
Quando alle brame sue non dà riposo,

Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.

Ed ecco del bimbo
La mamma ritorna:
È stanca, ma un raggio
Di gioia l'adorna;
S'asside a lui presso,
Lo stringe al suo sen.
«Oh quanto sinora
Mi dolse, o figliuolo,
Lasciarti ogni giorno
Sì tristo, sì solo!
T'allegra: celeste
Soccorso a noi vien.

«Nell'ore ch'ai figli
Non ponno dar cura
Le madri, cui preme
Fatica e sventura,
Da provvide menti
Ricovro s'aprì.
Alquanto risana,
E là tu verrai:
Son piene due sale
Di pargoli omai:
Giocando, imparando,
Vi passano il dì.

«Al santo pensiero
Che aprì quel ricetto,
Ministre si fanno
Con tenero affetto
Più vergini umìli,
Sacrate al Signor:
Null'altro che amarti,
Il sai, potev'io,
Ma quelle söavi
Ancelle di Dio
Più dolce, più giusto
Faranno il tuo cor.

«Io, conscia che al figlio
Non manca un'aïta,
Trarrò senza pianto
Mia povera vita,
L'usato lavoro
Stimando leggèr.
Al tetto materno
Verrai verso sera,
E sempre alzeremo
Concorde preghiera
Per l'alme pietose
Che asilo ti dier».

Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
Indi a non molto, in sì benigna scuola,
Rosee le guance e lieti i rai fu visto.

Oh d'amorose labbra la parola
Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,
Addolcisce le doglie e li consola!

D'entrambo i sessi i pargoli tapini
Ivi sottratti vanno a rio squallore,
Ed a costumi stolidi e ferini.

Che invan vorria la madre o il genitore
Occhio assiduo tener sui cari pegni,
Qua e là faticando per lungh'ore.

Abbandonati a sè, crescere indegni
Veggionsi quindi d'assai plebe i figli,
Egre le membra ed egri più gl'ingegni.

Per cadute e per cento altri perigli
Vedi qual di storpiati e di languenti
Esce turba da' poveri covigli!

Quanti avrian le persone alte e ridenti
Ch'essi strascinan luride e contorte,
Perchè guaste d'infanzia agli elementi!

Oh benedetti voi che sulla sorte
Della schiatta plebea v'intenerite,
E pensate a scemarle e vizi e morte!

In voi sì belle le grandezze avite
Non son, quant'è il magnanimo disìo,
Onde a tanti innocenti asilo aprite.

Memori siete di quell'Uomo-Iddio
Che, cinto da drappel di bambinelli,
Li confortava col suo sguardo pio,

Ed imponea d'assomigliare a quelli.

E voi benedette,
Donzelle pietose,
Che al Dio de' bambini
Facendovi spose,
Di madri assumete
Le pene e l'amor.
Per voi dalla terra
Piacer non alligna:
Fors'anco taluno
Vi guarda e sogghigna,
Vi chiama delire
Da stolto fervor.

Ma voi non curanti
Di plauso o di scherno,
I poveri amando
Amate l'Eterno,
Ai bimbi servendo
Servite a Gesù.
Il mondo che ignora
Del core i misteri,
Non sa che più dolce
Di tutti i piaceri
È l'umil conflitto
D'arcana virtù.

La vergine sacra
Al Dio degl'infanti
Sublima sue pene
Con palpiti santi;
È abbietta ai mortali,
Ma l'anima ha in ciel.
Con Dio nella mente
Le cure più gravi,
Le cure più vili
Diventan söavi:
Bassezza non tange
Un'alma fedel.

La vergine sacra
Al Dio de' bambini
Vagheggia in Maria
Affetti divini,
Le impronte cercando
Di lei seguitar.
Non volgono ai bimbi
Tirannico ciglio
Color, che mirando
Maria col suo Figlio,
Li veggon dal cielo
Sui bimbi vegliar.

Ah! sì, benedette
Voi tutte, o bell'alme,
Che ai miseri infanti
Porgete le palme,
Di padri e di madri
Vestendo l'amor!
Pensier non vi preme
Di plauso o di scherno:
I poveri amando
Amate l'Eterno:
Ai bimbi servendo
Servite al Signor.



LA GUIDA.

Cuius anima est secundum animam
tuam.
(Eccli. 37.16).

Ognor amai sublimi oggetti, e ognora
Un più di tutti: - ah! quei non era Iddio,
Non era il sommo Ben ch'or m'innamora!

Ma fra i cuori mortali era il più pio
Ch'io conoscessi, era alcun nobil cuore
Che a virtute innalzasse il desir mio.

Quai debbo grazie renderti, o Signore,
Che fra mie cieche idolatrie pur mai
In beltà vili non ponessi amore!

Nell'obblïar tua propria luce errai,
Ma negl'idoli miei sempre io bramava
L'ineffabile incanto de' tuoi rai.

Se creature troppo io venerava,
Erano creature in te invaghite;
Era qualch'angiol che ver te volava.

Tai luminose tracce ivan seguite
Sol dagli sguardi miei maravigliati,
E nel mondo io tenea l'orme irretite;

Ma perocch'io vedea gli angioli amati
Anelare a' tuoi lumi e benedirti,
Io pure i lumi tuoi sempre ho sperati.

Intero il voler mio non seppi offrirti
Per lungo tempo, e nondimen io ardeva
D'annoverarmi fra i più giusti spirti.

I conosciuti iniqui io respingeva,
E quando d'amicizia ad uom m'unìa,
Alto core a mio senno in lui fulgeva.

Or non più, non più voglio idolatrìa,
Supremamente amar voglio te solo,
Benchè ogni fido tuo caro a me sia.

Ma perdona se pure infra lo stuolo
Delle tue creature predilette
Una più ch'altre sulla terra io colo.

Ella a fere calunnie non credette,
E mi difese da' nemici miei!
Ella a ben far tutti i suoi passi mette,

Ella è mia guida, il nostro Sol tu sei!



L'ANTICO MESSALE.

Et benedictae reliquiae tuae!
(Deut. 28.5).

Oh ben a dritto più di gemme e d'oro
Ch'abbian sol di ricchezza immenso pregio,
Ami, o Donna gentil, questo tesoro,
Che vetustà rarissima fa egregio:
Muto è al cor de' mortali ogni lavoro
Che splenda sol come opulento fregio:
Qui de' secoli v'è l'alta parola
Che percuote ed in un turba e consola.

Qui v'è un incanto ch'a noi stende innanzi
Remotissimi giorni, i giorni alteri,
Allorchè di barbarie infra gli avanzi
Fiorian città, castella e monasteri,
E non sol grandeggiavan ne' romanzi
Le sante dame e i santi cavalieri,
Ma di religïone e di portenti
Tutte fervean le più elevate menti.

V'abbondavan dolori, e v'abbondava
D'armati rei la vïolenza atroce;
Ma mentr'era sì forte ogn'indol prava,
Forte in cor degli eletti era la Croce!
Di forza era un'età che suscitava
Tra l'iniquo ed il buon guerra feroce:
Stupor ci fa tal quadro e ci atterrisce,
Ma con somme virtù pur ci rapisce.

Io non posso adorar l'età lontane,
Ma nè pertanto adorar so la mia,
Chè troppo da vicin veggo profane
Opre d'assai maligna e vil genìa,
Sì che gemendo alle speranze vane
Di chi grida, or regnar filosofia,
Io non ami onorar que' vetust'anni
Di cui non sento almen tutti gli affanni.

Da qual lato pur penda la bilancia
De' meriti maggiori e de' delitti,
Gode la fantasìa quando si slancia
Fra monumenti o per magìa di scritti
In mezzo a quelle stirpi use alla lancia,
Alle preghiere, ai mistici conflitti,
Ai romeaggi, ai ruvidi cilìci,
A tutta l'energìa de' sacrifici.

E ciascun che non basso abbia l'ingegno
Ammira que' giovanti cenobiti,
Ch'oggi il diffamator con riso indegno
Pinge ozïosi, inutili, insaniti:
Senza i loro intelletti, avrebbe il regno
D'ignoranza coverto i nostri liti:
Ingratitudin dementò la terra,
Quando in sua civiltà lor mosse guerra.

L'anima langue e impicciolisce quando
La ristringiam ne' quattro dì presenti:
Nobil uopo ha di spargersi, abbracciando
Avi e imperi e costumi e grandi eventi:
Uopo ha di meditar, commiserando
Coi nostri error quei delle scorse genti:
Uopo ha d'uscir di sue natìe catene;
Ogni tempo, ogni spazio le appartiene.

Tale, o Donna pensante e generosa,
Tal è l'arcano che ti molce il core,
Gli occhi ponendo su vetusta cosa,
E più se esprime santità ed amore.
Dove non sorge l'alma tua pietosa
Con questo antico libro del Signore,
Che già posò su chi sa quali altari
A' giorni de' Crociati e de' Templari?

A que' dì tu vi scorgi il Re Luigi
Forse vivente ancora, o appena estinto,
La sua bontà, il suo senno, i suoi prodìgi,
I prodi cavalieri ond'era cinto,
Il suo partir dai campi di Parigi
Per la fatale impresa ove fu vinto;
Fors'ei nel visitar conventi ed are
Queste pagine vide alluminare.

Il rimirar que' resti e quella polve
Che a noi tramanda la lontana etate,
Ci dice come Dio sempre dissolve
Tutte le cose sulla terra nate;
Ci sublima lo spirto, ci disvolve
Dai vincoli di nostra vanitate:
Per la scala de' secoli il pensiero
Alza sull'orme dell'eterno Vero.

Di quanti regi e prenci e capitani
Festeggiando la nascita o la morte
Questo libro servì nei riti arcani
Che al debol uomo uniscono il Dio forte!
Di quanti celebranti e sguardo e mani
Lo toccaro, onde ignota oggi è la sorte!
Quante labbra baciàr questo Evangelo
Di sacerdoti or glorïosi in cielo!

Forse colui che tante veglie stette
Su queste venerate pergamene,
Fu Paladin che il proprio sangue dette
Col pio Luigi sull'Egizie arene,
E al santo Re l'ultimo dì assistette,
E fu ludibrio all'ire saracene,
Poi ritornato nella dolce Francia
Appese entro d'un chiostro e spada e lancia;

E venduti i suoi campi e dispensato
Ogni suo avere a' poveri e alla Chiesa,
Volle che il viver suo fosse immolato
Ad oscura umiltà d'amore accesa;
Eccol fattosi monaco e obblïato
Dalla turba del mondo ai gaudi intesa!
Eccolo salmeggiante assiso in coro,
O in cella volto ad un gentil lavoro!

Al lavoro di splendido Messale
Che pazïentemente ei sta vergando;
E poichè per ferite più non vale
Sua nobil destra a servir Dio col brando,
Come già il sangue, ora con gioia eguale
Gli offre l'ingegno, questo libro ornando,
E gode in abbellir d'oro e di fiori
Quelle preci che tanto alzano i cuori.

Egli il buon Salvator dipinger gode
Per cui sì volentieri ha combattuto,
E la Vergin Maria che lo fè' prode
E sempre in guerra gli ha prestato aiuto;
Del pennello ogni tocco è una sua lode,
Un sospiro di grazie, un pio saluto:
Circondano Angioletti il pittor santo
Dando all'opera sua celeste incanto.

Ma tu meglio di me, Donna, volgendo
Quest'antico Messal senti secrete
Inaudite armonie che appena intendo,
Che mal accenna il verso o mal ripete:
Parla tu stessa, dal tuo labbro io pendo;
Delle soavi tue parole ho sete.
Tutta adorna con esse è l'arpa mia,
Tutta luce è di te mia poesia!

FINE DEL PRIMO VOLUME.


INDICE.

La mia Gioventù
A Dio
Dio Amore
Maria
L'Uomo
La Redenzione
La Croce
Gli Angeli
Le Chiese
Le Processioni
I Parenti
I Santuarii
Le Passioni
I Secoli
Alessandro Volta
Ugo Foscolo
Lodovico de Breme
La Patria
Saluzzo
Il Poeta
Sospiro
La Mente
Mestizia
Teresa Confalonieri
L'Anima d'una figlia
L'Anima di Clementina
Verità e Sofismo
Il Colera in Piemonte
Cessato il Colera
Il Voto a Maria
La Madre degli afflitti
Dio e Maria
Un Filosofo
San Carlo
Santa Fortunula
Santa Filomena
La Beneficenza
Una Donna
Le Sale di ricovero
La Guida




POESIE

INEDITE

DI

SILVIO PELLICO







VOLUME SECONDO.








TORINO

TIPOGRAFIA CHIRIO E MINA.

MDCCCXXXVII.




AI LETTORI


Erano da me stati immaginati alcuni poemetti narrativi, a cui dava nome di Cantiche, ponendoli, per finzione poetica, in bocca d'antico Trovadore Saluzzese; finzione che poscia ho rigettata, non avendo più in animo di tessere, siccome io divisava, un romanzo, il quale a tali Cantiche dovesse collegarsi.
Dato alla luce, anni sono, un saggio di esse, mi sembrò venisse gradito dal Pubblico Italiano, e perciò m'induco ora a consegnarne alle stampe altre sette.
Sebbene io senta essere scarse le mie forze nel mettere in esecuzione simili quadretti epici, mi pare non di meno d'accennare con essi una via lodevole a quegl'ingegni che hanno disposizione al genere narrativo, e alla pittura de' caratteri e delle passioni. Non molte storie offrono tema di grande poema epico, ma fra loro havvene assai, le quali possono porgere degno soggetto di brevi racconti eroici o pietosi, dandoci a rappresentare fatti avvenuti, od anche ad inventare dignitose favole, relative a questo oa quel paese, a questo od a quel secolo. Il raccontare azioni magnanime, ed errori e colpe, è uno de' modi con che la poesia può confortare lo spirito umano all'amore delle domestiche e civili perfezioni.
Chi avrà più vigore di me, potrà desumere molte morali Cantiche, più splendide delle mie, dagli annali delle varie parti d'Italia, niuna nazione essendovi che abbia avuto più luttuose e più felici vicende, più diritti alla stima e più torti, più uomini insigni d'ogni qualità. Ho fatto la mia prova con poemetti piuttosto semplici di tessitura, e non adorni di grande splendore pel soggetto. Se ottengono qualche suffragio, resterà vie meglio dimostrato quale buon successo potrebbe conseguirsi, traendo poetiche narrazioni di consimile foggia dai punti veramente luminosi delle storie nostre.
Le Cantiche da me eseguite sinora, vennero tutte poste nel medio evo, non già che io non discerna essere stati i pregi di quell'età contaminati da molta barbarie, ma bensì perchè tai secoli sono, per chi li vede in lontananza, un'età acconcia alla poesia, stante la forte lotta del bene e del male che allora sorse, e lungamente agitassi per ogni dove. Inoltre quei tempi non meritano vilipendio, e ciò ben dimostrano e quegli uomini che vi operarono alte cose, e quelli che le tentarono, e le potenti città che vi crebbero, e le istituzioni con che s'andò scemando l'ignoranza e la sventura, per impulso principalmente dei Sommi Pontefici e del Clero.
L'età presente offrirebbe altresì, a parer mio, un fondo eccellente per racconti poetici, nobilitati da scopo morale. Le gagliarde e terribili vicende che abbiamo vedute nel breve spazio di cinquant'anni, tante deluse promesse, tanti errori, tante guerre giuste ed ingiuste, sublimi e pazze, tanto cozzamento di popoli, d'opinioni, di sistemi, tutto ciò è grande per la poesia; tutto ciò abbonda di dolori umani, e quindi anche di lezioni. Ma possa l'impresa di dipingere poeticamente sì i nostri tempi, sì altre parti della storia patria, venire assunta da scrittori di nobile tempra, e non maligni nè cinici; da scrittori che pensino con forza, ma con forza religiosa, ed amino i progressi veri della civiltà, cioè i progressi delle virtù pubbliche e private. La poesia e la letteratura in generale non valgono niente, quando non tendono a destare sentimenti alti e benefici, e ad allontanare i concittadini dalle turpitudini dell'incredulità e dell'egoismo.
Se pubblicherò ancora altri versi, procaccerò di presentare qualche saggio di Cantiche relative ai secoli XVIII e XIX. Molti nomi ragguardevoli vi si possono mescere, e segnatamente nomi d'Italiani, che hanno con meriti di varia specie onorato la nativa terra e gli anni in cui sono vissuti, sfavillando quali di pregio purissimo, quali di pregio non incontaminato da deplorabili errori.



RAFAELLA.

Cantica.

La Cantica di Rafaella doveva essere il principio d'un'azione più vasta che non è quella presentemente qui disegnata. Fu il primo saggio ch'io abbia eseguito di tal genere di componimenti, or sono molti anni; ma siffatto lavoro essendo andato perduto con altri scritti dalla mia gioventù, ho pigliato più tardi a ricomporlo con affezione, ma non più come episodio di poema esteso. Quel poema, nella guisa ideata dapprima, aveva per oggetto di far sentire quanta debba e possa essere sugli uomini l'efficacia delle virtù della donna. Io congegnava a tal uopo una serie di fatti, collocandoli in Italia a' tempi dell'Imperadore Ottone II, e divisando con simili diversi quadri di mostrare altresì qual fosse l'Italia d'allora sì in bene sì in male, e quanti bei temi a poesia possa offerire la vita del medio evo. Foscolo bramava che ci dividessimo l'assunto di dipingere que' secoli, egli con una serie di tragedie della qualità della sua, Ricciarda, ed io con poesie narrative. Sebbene fosse fautore caldissimo degli studii classici, amava egli pure i soggetti de' mezzi tempi, soltanto volendo che si trattassero con gusto severo, e non con quelle soverchie licenze d'invenzione e di stile, che da taluni della scuola romantica s'andavano introducendo.



RAFAELLA.

Responsio mollis frangit iram, sermo
durus suscitat furorem.
(Prov. 15. 1)

O bell'arte de' carmi! Onde l'amore,
Il dolcissimo amor, che sin dagli anni
D'adolescenza io ti portava, e afflitto
Da lunghi disinganni anco ti porto?
Non per la melodìa, misterïosa
Sol de' söavi accenti, e non per l'aura.
Degli applausi sonanti entro le sale
De' colti ingegni, e non per la più cara.
Delle lodi, - la lagrima e il sorriso
Delle donne gentili. Innamorato,
O bell'arte de' carmi, hai la mia mente
Colle nobili istorie. Il tuo incantesmo
È per me la parola alta e pittrice
De' secreti dell'anima, ed un misto
Di semplice e di grande e di pietoso,
Che nessun'altra bella arte con tanta
Efficacia produce. A te ne' voli,
Cui fantasìa ti trae, tutte concede
Sue grazie il vero; e tu, se Poesia
Inclita sei, quella ond'amante io vivo,
Tutte del ver serbi le grazie, e ornarle
Sai di delicatissimo splendore
Che non punto le offende e non le muta,
E pur le fa per molti occhi più dive,
Più affascinanti l'intelletto. Incede
Senza carmi e con leggi altre men gravi
Più scioltamente un narrator, siccome
Senza cinto la vergine; ma il cinto
Converte la vaghezza in eleganza.
Suoni sull'arpa mia, suoni la lode
Delle forti sull'uom dolci potenze,
Onde il femmineo cor va glorïoso;
E mia cantica dica oggi le pompe
Del Parlamento di Verona, e quale
D'un magnanimo vate era il periglio,
E più il periglio d'un illustre oppresso
Se vergin trovadrice alla crucciata
Alma d'un generoso imperadore
Pacificanti melodìe opportune
Dal mite e saggio cor non effondea.
Quando Italia ordinar, lacera in mille
Avversanti poteri, ebbe promesso.
Il rege Ottone, e di Verona al circo
Chiamò l'alta adunanza, ove concorse;
Ogni baron d'elmo o di mitra ornato,
Ch'oltre o di qua dell'alpi avesse nome,
Immensa moltitudin coronava
Sull'anfiteatrale ampia scalea
La vasta piazza, in mezzo a cui d'Augusto
La maestà fulger vedeasi, e quella
De' reggenti minori. A gara e dritti
S'agitavano e accuse. Ora fremente
Rattenendo la giusta ira nel petto,
Or con dolce sorriso, il re supremo
Ascoltava e tacea dissimulando,
Però che pria di pronunciar sue leggi,
Gli altri indagava e maturava il senno.
Fra le orrende in que' dì scagliate accuse
Contro a veri o supposti empi, colpita
D'Insubre cavalier venne la fama,
La fama d'Ugonel. Gli s'apponea
Da un ribaldo, il qual retti avea vissuti,
A giudizio del popolo, molt'anni,
Atroce fatto di perfidia e sangue:
Una lunga covata inimicizia
Verso il prode Emerigo, e astute fila
Per ingannarlo sotto il sacro ammanto
Delle gioie amichevoli; ed in fine
La morte stessa d'Emerigo, oprata,
Per artifizi d'Ugonel, con feri
Di streghe incantamenti o con veleno.
Carissimo al regnante era Emerigo
Per assai merti in guerra e pace, e quando
Avvenne del baron la crudel morte,
Fu visto nella reggia il coronato
Balzar dal soglio, e impallidire, e gli occhi
Empirglisi di lagrime, e le grandi
Rammemorar virtù del cavaliero,
Giurando alta vendetta.
Ora Ugonello
Vincolato ecco giace entro i profondi
Umidi cavi di vetusta torre;
E provata apparendo omai la nera
Trama ed i sortilegi e l'omicidio,
Gode l'accusator, gode una turba
D'invidïosi or satisfatta, e ognuno
Di que' nemici aspetta la imminente
Del prigionier condanna; e non pertanto
V'ha moltitudin pur d'illustri e d'imi,
Che reo stimar non san quel, già fra' sommi
Seguaci di virtude annoverato.
Le cure mille del Tedesco Impero
E del regale Italo serto, e il vivo
Desìo di non fallir, tengon sospesa
L'alma d'Otton per varii giorni. Intanto
Veniva egli nel circo alle adunanze,
E più del consüeto era cruccioso,
E de' suoi fidi gl'intelletti ognora
Feansi industri con feste a serenarlo.
Misti alla densa spettatrice folla
Palpitavan due petti, usi coll'arpa
A ridir cose non del volgo: a loro
D'ogni grande spettacolo la vista
Era di grandi sensi ispiratrice.
Uno è il vecchio Romeo, guerrier de' monti
Onde scende Eridan; l'altro Aldigero,
Suo figliuolo e discepolo: Aldigero
Non noto sol per gl'inni suoi gagliardi,
Ma formidabil nelle patrie pugne,
E cor, cui sublimato ha degno amore
Per la vergin de' cantici lombardi,
Rafaella, a que' dì gloria d'Olona.
Fascino avea sull'anima d'entrambi
Que' bellicosi spiriti la luce
De' poetici studi. Il vïandante
Le valli attraversando in notti estive,
Vïolarsi i dolcissimi silenzi
Da dilette armonie sui colli udiva;
Ed erano i due vati, ardenti spesso
Di quell'estro recondito e divino,
Che più tra il riso degli ameni campi
Che nel fragor delle città sfavilla.
Ma l'estro sempre non traean da' belli,
Maravigliosi di natura aspetti.
Or contemplavan, bianchi di spavento,
Le tempeste che visitan la terra
Come i ladroni, e menan beffe al pianto
De' poveri, cui tutto han divorato;
Or lunge ramingavano, e sui laghi;
E sui precipitevoli torrenti
E sulle oceanine onde le spume
Ivan solcando ne' perigli, all'urto
Più feroce de' venti, allor che il legno
E s'innalza e sprofondasi impazzato,
E qual degl'imbarcati urla, qual prega
Con pentimento e con secrete angosce,
Quale il nocchiero interroga, e il nocchiero
Non risponde, ma sibila convulso.
Oltre a tai casi di terrore, a cui
Aldigero e Romeo s'eran per lungo
Vario peregrinar dimesticati,
Da' lor nobili cuori assaporata
Era la voluttà delle battaglie:
Nelle imprese santissime, e il terrore
Conoscean delle stragi, e l'alta febbre
Della sconfitta, e del trionfo i gaudii.
E sovente il canuto ad Aldigero
Avea parlato questi detti:
- A' vati
Uopo è molto veder, che terra e cielo
Offran lor di magnifico e tremendo,
E ciò che s'è veduto indi in solinghe
Ore volger nell'alma, conversando
Colla propria mestizia, e colle sacre
Memorie degli estinti, e col Signore
Eccoli ambi in Verona. Ivi li trasse
La fama dell'eccelso intendimento,
Che tanti spirti còngrega da mille
Contrade lontanissime, e la fama
Delle regali, portentose pompe.
Spalanca i bei cilestri occhi Aldigero
Nel vasto anfiteatro, inclito avanzo
Degli antichi Romani. Oh quanta folla
Sugli estesi gradini è brulicante!
Quanto splender nel sottoposto foro,
Intorno al soglio di colui che Italia
Regge e Lamagna, e in Occidente è primo!
- Oh padre! ei dice; qual soggetto a carme
D'italo trovadore, e come il labbro
Di Rafaella, se in Verona or fosse,
L'alzerebbe sublime! Un gran monarca
Che di due nazïoni i sommi aduna
Per drizzar tutti i torti! E quel monarca
Giudice è tal, che può cotante sciorre
Inveterate liti, e le può sciorre
O com'angiol di Dio, disseminando
Sapïenza ed anelito di pace,
O com'angiol di Sàtana, con ratto
Piglio i buoni strozzando od illudendo!
- Figlio, taci per or; bevi a larg'onda
I robusti concetti, e le speranze,
E il paventar magnanimo. Indi cresce
Dell'ingegno l'acume, e in avvenire,
A fulminar le laide opre de' vili,
E a cingere di luce i generosi,
Ti detterà più invigoriti i canti.
Terminò dell'augusto parlamento
L'affaccendato primo giorno, e allora
Fino al seguente dì venner le regie
Cure sospese, ed il pensoso Sire
Collo scettro i baroni accomiatava.
Gli applausi de' baroni Imperadore
L'acclamavan del mondo, e le caterve
Piene di maraviglia e di letizia
Ripetean l'alto grido.
Asceso Ottone
Sul candido destrier, per la più larga
Trapassa delle vie (dall'eccheggiante
Arena al suo palagio) ampia corsìa
Tutta sparsa di fiori e di tappeti
E d'ardenti profumi, entro le mura
Della città scorrendo. A tanti viva
Il festoso clangor si maritava
Di cento e cento trombe; ed a' guerrieri
Ed a' cavalli il cor battea sì lieto,
Qual batter suol della vittoria al suono.
Quel moversi de' popoli irruente
Verso le regie case, un mar parea,
Che traripando inondi la campagna,
E le universe voci, ancor ch'allegre,
Rombavan sì moltiplici e sì ferme,
Che la tremenda ricordavan foga
Di città che o si scagli alla rivolta,
O per subiti incendi o per tremoto
Impetüosa dagli alberghi spanda
Uomini e donne, e per le vie cozzante
Strilli fuggendo la insensata turba.
Si discernea ch'ell'era gioia, e pure
Era una gioia che mettea spavento.
A quel mar traripato argine intorno
Incrollabil si feano estesi armenti
D'italici corsieri e di tedeschi,
Affrenati da' prodi, irti di lance,
E le precipitose onde giganti
S'agitavan represse gorgogliando.
In tali urti di gente il buon Romeo
Da una parte fu spinto, e da altra parte
Spinto venne il suo figlio, e vanamente
Qua e là si cercan lungo tempo un l'altro,
E a chiamarsi a vicenda alzan la voce.
Il sole iva all'occaso, e detto avresti
Ch'ei discendesse in mezzo al gregge umano,
Tutto affollato sulla immensa terra.
Quella vista, e la splendida vaghezza
De' nugoletti occidentali, e il molle
Nell'aere della sera innominato
Religïoso incantamento, e in blandi
Fremiti omai converso il fracassìo,
Ed a que' blandi fremiti commista
La grata dissonanza or de' nitriti
Che le briglie scotendo alza, presago
Della vicina stalla, il corridore;
Or di persone salutanti, o mosse
A subitanee risa; or d'allungato
Grido di chi da lunge appellar sembra
Con dolce affetto un qualche suo smarrito,
De' trovadori commovea lo spirto.
Alle söavi rimembranze è schiuso,
Più in quella vespertina ora che in altre
Dell'intero suo giorno, il cor dell'uomo,
Perocchè il dileguarsi della lampa
Che a tutti è lieta, inchina ogni pensante
Ad affetti patetici, e al ricordo
Del dileguarsi della vita. Allora
Diciam la requie a' nostri pii, che insieme
Un dì con noi frangeano il pane, e al sacro
Ospital nappo s'estinguean la sete,
E che falce di morte indi ha mietuto;
E se remota è la natìa convalle,
L'invochiam sospirando, e riportiamo
Alle cene domestiche e alla pace
Del proprio letto il desïoso sguardo.
E le vergini piangono a quell'ora
Più dolcemente o la perduta madre,
O l'amica, od il prode, a cui risposto
Avea già il cor, se non le labbra: «Io t'amo!»
Ed a quell'ora tutto ciò nell'alma
Sente un alto poeta, e più che mai
Con mistica armonia s'ordinan belle
D'egregi fatti istorie entro sua mente.
Tal ben era Aldigero, e in sè volgea
Fantasie nobilissime, e lui pure
Premeva uopo di carmi. E nondimeno
Sue fantasie turbava una tristezza,
La tristezza gentil de' generosi,
Nel dire entro il cor suo, che, mentre tanta
Qui la festa fervea, mentre brïaca
Di piaceri e spettacoli e conviti
Era pur la genìa, carco di ferri,
In cupe volte di prigion, nel lezzo
E nel dolore un Ugonel giacesse
Senza conforto di parola amata,
Nè di soave illusïon, presago
Di quell'orrendo palco e di que' neri
Veli, e del manigoldo, e della scure!
E quell'oppresso era Ugonel! Colui,
Che il senno de' miglior dicea innocente!
Di loco in loco errò Aldiger lung'ora,
Indi all'ansante petto altra potenza
Tormentosa s'aggiunse. Udì levarsi
Dalle regie pareti una celeste
Musica d'inni e corde, e a quelle sedi
Egli tragge, vi giugne, e appena dice:
«Son trovador», si schiudono le cinte
Dell'amplissima sala, ove al fulgore
Di faci innumerevoli e di gemme,
Alla guisa d'un Dio, da inebbrïante
Pompa sedea bëato il re de' regi.
Cinquanta arpe sonavano, ed eletti
Trovadori ed elette trovadrici,
Bellissime di forma e verecondia,
Coralmente cantavano salute.
Al formidato e caro sir. Fra quelle
Vergini illustri, chi s'affaccia al guardo
Maravigliato d'Aldigero? È dessa!
L'inimitabil Rafaella! Alcuna
Ei dianzi speme non nutrìa che addotta
Ivi da' consanguinei ella venisse,
Inenarrabil giubilo s'indonna
Dell'amante garzon; ma il foco ei cela,
E mira, e pènsa, e ascolta, e più di prima
Vago di carmi ha il fervido intelletto.
Qual di lui fassi l'esultanza, quando
Onorevol romor da tutte parti
S'alza di gente che il ravvisa e dice:
- Non è quegli Aldiger? Certo, è Aldigero!
Il famoso Aldiger! - Lo stesso Ottone
Ode il pronto susurro, e poichè tanta
Dell'estro d'Aldigero è qui la fama,
Vuole che un'arpa a lui si porga e canti.
Penetrato era intanto ivi Romeo,
E testimon d'onor sì grande al figlio,
Di tenerezza lagrimò: tremava
Nondimeno il canuto, a cui più noto
Era che al figlio suo, quanta abbisogni
Innanzi ai re prudenza; egli tremava,
Conscio dell'arditissimo desìo
Di verità che in Aldiger fervea.
Ed infatti Aldiger, poste le dita
Sull'auree corde, e dolcemente svolta
Ossequïosa melodìa, la sacra
Maestà benedisse, indi i sublimi
Doveri commendando de' regnanti,
Osò mischiar con reverenti encomii
Sentenze tai, ch'eran flagello al core
Di taluni fra i grandi, e l'infiammato
Inno rivolse a pingere l'uom giusto,
Che i maligni allontanano dal trono
Con atroci calunnie. E la pittura
Dell'improvvido vate apertamente
D'Ugonel presentava e le sembianze,
E le virtù, ed il carcere. In suo cieco
Zelo pel vero il trovador pregava
D'Augusto la giustizia a diffidenza
Contro orribili accuse, e predicea
Indi a lui gloria, ed agl'iniqui infamia.

Otton s'alzò sdegnato, e mise un cenno,
E l'inno s'interruppe, e dalle mani
D'uno scudier tolta al cantor fu l'arpa;
E la popolosissima assemblea
Alzò lungo susurro, in cui sommesso
Plauso verso Aldiger mostravan molti,
Ma plauso da rispetto e da paura
Alternamente soffocato. I cuori
Più ad Ugonello e ad Aldiger propensi
Nuocer temeano maggiormente ad ambi,
Se quel plauso sciogliean.
Qui l'assennato
Imperador volle calmare il moto
Di quella moltitudine di menti,
Mostrando alma pacifica, e di novo
Sovra il trono s'assise, e chiese il canto
Delle arpatrici. Ognuno imitò il sire,
Dissimulando la imprudente scossa
Data ai pensieri dal gagliardo vate,
E dolcissima scese sugli spirti
Delle virginee voci insiem sonanti
La musica celeste. Ognun per altro,
Benchè temprato a palpiti più miti,
Volgendo la pupilla in sul monarca,
Contristar si sentìa; chè nell'augusta
Faccia, atteggiata indarno alla quïete,
Balenava recondito corruccio,
E l'occhio suo fulmineo esser parea
D'imminente rigor nuncio tremendo.
I più avveduti spettatori scritta
La morte vi scorgean del pro' Ugonello.
Ad Aldiger s'approssimò Romeo,
E - Che festi? gli disse sotto voce;
Che fia di te? Finta indulgenza è questa,
Che te impunito breve tempo lascia:
Libero uscirai tu di questa cinta?
E se pur libero esci, ove allo sdegno
Ti sottrarrai del rege? Oh potess'io
Trarti di qui!
Pietosa a lor d'intorno
Volea la folla schiudersi allo scampo
Del perigliante vate. - Uso alla fuga
Non son, disse Aldiger; se travïommi
Nell'impeto dell'estro il buon desìo,
Tal non è colpa che celarmi io debba,
E molta ho fè nel retto cor del sire.
Sebbene irremovibil dal suo loco,
Pur mesto era Aldiger, tardi mirando
Assai sciagure sovrastanti, e prima
L'accelerato d'Ugonel supplizio,
E rimordeagli coscïenza. - Io reo,
Secretamente a sè dicea, d'audace
Orgoglio fui; me ne punisce Iddio!
Dopo il virgineo insiem sonante accordo,
Palma Ottone degnò batter con palma,
E sorridendo già sorgea, bramoso
Di portar lunge da cotanti sguardi
Alfin l'arcana impazïenza. Il passo
Rafaella avanzò, novo tintinno
Assumendo sull'arpa, ed il cortese
Imperador si rifermò nel seggio,
Brevi credendo reverenti augurii
Dalla ispirata udir vergine illustre.
Rafaella tremanti avea le bianche
Mani sovra le corde, e uscìa tremante
Dal dolce petto il modulato suono,
E le guance arrossìano e di pallore
Si ricoprìano, e il grande occhio fulgente
Errava intimidito, e s'atterriva
Del re incontrando il formidato sguardo.
Quel gentil trepidar della fanciulla
Di tutte grazie adorna, intenerìa,
E maggiormente a lei tutti amicava.
Oh! prepotenza de' söavi incanti
Che la donna somigliano al bambino,
E pur la spargon di virtù nascosa
Che ratta vince ogni viril fortezza!
Oh! come l'uom, quell'apparente infanzia
Mirando in viso della donna, e in tutti
I morbidissimi atti di quell'ente,
Gli s'avvicina con fiducia, e ardisce
Dirsi maggiore, - ed a quell'ente quindi
Che sì debol parea, tributi solve
Di reverenza, e a sè maggior lo estima!
Per quel poter che nelle forme regna
E nella voce della donna, e astringe,
Le feroci, virili alme ad ossequio,
Dato alla donna è svolger ne' suoi detti
Mirabili ardimenti; ed ardimenti
Non sembran quasi, ma sospiri e preghi.
Chi rivelato avea tal maestrìa
Alla vergin de' cantici? Addolcisce
A sua voglia e fortifica. Ispirava
Pietà col suo tremor; poi quella voce
Dianzi timida tanto, e quell'aspetto
Sembran di cherubin conscio a sè stesso
Di grazia e d'autorevole potenza
Irresistibil. Ne stupisce Ottone,
Ma non puote adirarsene, e diletto
Anzi ne prova sommo. E Rafaella
Seppe scansar ne' generosi carmi
Quel periglioso, indefinibil punto
Di baldanza per ottimi consigli,
Che irritar puote qual pungente biasmo;
E non pertanto ella assai disse a laude
Della giustizia ne' regnanti, e disse
Necessarii gl'indugi, ove affrettata
Da esortatori fremebondi venga
Di talun la caduta. Ogni pensiero
Della bella arpatrice era incalzante
A virtù, ma siccome i detti blandi
Di madre, che a virtù sprona e accarezza
L'indociletto garzoncello, o come
I detti d'una figlia a piè del padre.
Quell'umiltà, quella dolcissim'arte,
Que' prorotti dal cor supplici versi
Vinser l'alma del grande Imperadore,
E gl'intenti ei capì di Rafaella.
Battè le regie palme, e alla percossa
Unissona fur segno, onde gli astanti
Baroni il plauso prolungàr sì forte,
Che ne tremaro il suolo e le colonne.
Otton chiamò la vergine, le cinse
L'eburneo collo di splendenti gemme,
E dal suol rïalzandola, degnossi
Dirle: - Qual grazia chiederesti? - Ed ella:
- Se t'offese Aldiger, deh! gli perdona,
E mite sii nelle condanne, o sire!
Cessò la festa, e pieno di söave
Commozïone era d'Otton lo spirto,
Ed all'intime stanze dei riposi
Riträendosi, disse al più fidato
De' cancellieri suoi: - M'avea lo schietto,
Ma severo Aldiger mosso a tal ira,
Ch'io divisava d'Ugonel la morte;
Pacato or sono, e indugierò.
Felice
Quel freno ai moti del rigor! felice
La sapïente vergine che a brame
Di verità togliea l'impeto scabro
Delle audaci parole, e ammorbidìa
Con abbondante carità i consigli!
Il sospendersi i fulmini, die' loco
A gravi scoprimenti: entrò discordia
Fra gl'inimici d'Ugonel; le accuse
Si contraddisser; la menzogna apparve;
Del Sassone Emerigo l'omicida
Fu manifesto e dato a morte; e colmo
Di gloria uscì del carcer suo Ugonello.
Fu grato all'Imperante il liberato
Ed alla vergin trovadrice; e vide
Ch'ella amava Aldigero, e che Aldigero
Per l'emula ne' carmi si struggea,
E fra i varii parenti accordo trasse,
E l'imen si compiè. Sorrise Ottone
Ai degni sposi, e a Rafaella disse:
- Temprato dal tuo pio genio celeste,
Il vigor d'Aldiger più non m'irrìta.
Nè da quel dì Romeo gl'impeti incauti
Non temè del figliuol: fatto era questi
Prode leon che a gentil maga è ligio.




EBELINO

CANTICA.

L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.



EBELINO.


Si bona suscepimus de manu Dei, mala
quare non suscipiamus!

(Job. 2, 10.)

Inno d'amore e di compianto al giusto,
Al giusto denigrato! Ebelin, fido
Campion del magno Ottone e consigliero,
Colui che al generoso Imperadore
Verità generose favellava,
E i biasimati torti indi con mente
Pronta e amorevol correggea e sagace;
Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,
Spesso invece del sir ponea la destra
Al timon dell'impero, e lo volgea
Del sir con tanta gloria e securanza,
Che questi, anco in cimento arduo serrando
Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea:
«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»
Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro
Cener del magno Otton, d'Otton novello
Fu parimente lunghi anni sostegno
Di giustizia nel calle, e guida e sprone;
Sì che a nessun parea che dilettoso
Ne' poveri tuguri e nelle sale
Fervesse crocchio, ove lodato il nome
Non fosse d'Ebelin, - quell'Ebelino
Morì esecrato, ed era giusto! Amore
E compianto agli oppressi!
Un dì l'Eterno,
Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto
Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:
- Onde vieni?
E il maligno: - Ho circuita
Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
Ed il Signore: - O di calunnie padre,
Non vedestù l'amico mio Ebelino,
Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo
Tanta in prosperi dì serba innocenza?
E l'angiol di menzogna ambe le labbra
Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso
Disse: - Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama
Perché di beni è colmo. Il braccio or alza,
Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.
Ed il Signor: - Giorni di prova a' retti
Forse non io so stabilir? Va; pongo
Entro a tue mani dispietate or quanto
Agli occhi della terra Ebelin porta,
Fuorchè la vita.
L'avversario allora
Avventossi precipite dal grembo
Della nembosa nube, onde i mortali
Atterria lampeggiando; ed in un punto
Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
Si soffermò, e da questo lato i campi
Della lieta penisola mirando,
E dall'altro le selve popolose
De' boreali, l'una all'altra palma
Battè plaudendo al sovrastante lutto
D'entrambo i regni, ed esclamò: - Vittoria!
La più squisita voluttà del male
Pensò un momento qual si fosse, e al giusto
Fermò ignominia cagionar per mano...
Di chi? - D'amico traditore! Il colpo
Più doloroso e a dementar più adatto
Chi molto amando irreprensibil visse!
- Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia
Giù dall'alpe scagliandosi e correndo
Pe' teutonici boschi, e visitando
Con infernal, veloce accorgimento
Città e castella.
Iva ei cercando l'uomo,
In cui scernesse il dolce volto, e i dolci
Atti, e l'irrequïeto occhio geloso
Del venditor di Cristo; e non volgare
Mente si fosse, ma gentil, ma calda
Di lodevoli brame, ed inscia quasi
Di sè si pervertisse, e vaneggiasse
D'amor per tutte le virtù, e seguirle
Tutte paresse, e infedel fosse a tutte.
Tale, od un vero giusto esser dovea
Chi affascinasse d'Ebelino il core;
E Sàtan nol trovava, e con dispregio
Maledicea la lealtà nativa
De' figli del Trïon, popol rapace
Nelle battaglie, e in sue pareti onesto.
Ma quando già il crudel quasi dispera,
Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante
Tosto il colpisce; e fra sè dice: - «È desso!»
Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.
Quel benedetto dall'orribil genio
Era un prode straniero, e fama tace
Di qual progenie, e nome avea Guelardo.
Sul suo destrier peregrinava, e ladri
Or assaliva, degli oppressi a scampo,
Or dispogliava ei stesso i passeggeri,
Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio
Pur quelli avrìa, se a povertà costretto
Non l'avesse un fratel, che del paterno
Retaggio spossessollo.
A che di bosco
In bosco errasse, ei non sapea. Sperava
Dal caso alte venture, e perchè tarde
Erano al suo desìo, volgea frequente
Il pensier di distruggersi; e più volte
Dall'altissime balze misurava
Coll'occhio i precipizi, e mestamente
Rideagli il core, e si sarìa slanciato
Nelle cupe voragini, se voce,
O aspetto di mortali, o speranze altre
Non l'avesser ritratto.
- O cavaliere,
Salve.
- Scòstati, scòstati, o romito;
Oro non tengo.
- Ed oro a te non chieggo;
Ben d'acquistarne santa via t'accenno.
Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,
Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti
Occulta sapienza ha rivelate:
Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:
Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai
A' clementi occhi del regnante istesso.
Così Satan, e sparve.
Incerto è quegli
Se fu delirio o visïone. Al cielo
Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe
De' suoi misfatti alta vergogna; aspira
A cancellarli, e quindi in poi di tutte
Virtù di cavaliere andare ornato.
In quel fervor del pentimento, incontra
Un mendico, e su lui getta il mantello,
E sen compiace, e dice: - Uom non m'avanza
In carità e giustizia.
E Sàtan rise,
E non veduto gli baciò la fronte.
Alla real Bamberga andò Guelardo,
Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino
Supplice presentossi, e pïamente
Da quella bella e grande alma si vide
Ascoltato, compianto, e di non tarda
Aïta lieto. Un fascino infernale
Sovra la fronte di Guelardo imposto
Ha del demone il bacio. Allo straniero
Conglutinossi d'Ebelino il core
In breve tempo; e nella reggia e in campo
Quei Gionata parea, questi Davidde.
Mirabile brillava ad ogni ciglio
Quella forte amistà: Saran fremeva
Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni
Affrettar non potea. Nè ratto varco
Sperabil era tra i pensieri onesti
Che Guelardo nodriva e la sua infamia,
Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce
Nella virtù emularlo, e il desiderio
Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo
Angiol si confortava misurando
L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi
Secoli, breve istante eran poch'anni.
Ed intanto ci godeva, a quell'imago
Che tigre, sebben avida di sangue,
Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo
Tragge di quella contemplando i moti
E l'amabil fidanza, ed assapora
Più lentamente la decreta strage.
Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno
Sospirato dall'invido. Al novello
Otton contrarie qua e là in Italia
Eran le menti di non pochi, e speme
Vivea secreta ch'italo Ebelino
Secretamente lor plaudesse. Il core
Di molti era per esso, e nelle ardite
Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo
Susurravan, più splendido rinomo
Non avervi del suo; null'uom più voti
A suo pro riunir; doversi acciaro
Dittatorio offerirgli, o regio scettro.
L'augusto sir dalla germana sede
Contezza ebbe di fremiti e lamenti
Nell'alme de' Lombardi esasperate,
Ed a sedarle con prudenza invìa
Ebelino e Guelardo.
Alla venuta
Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido
Che fama addoppia de' lor alti pregi,
E più de' pregi di colui, che sembra
D'onnipotenza quasi insignorito,
Ferve ognor più l'insana speme, e tutta
In congressi pacifici prorompe,
Ove i duo messi imperïali invano
Senno indiceano e obbedïenza.
- O prodi!
Così Ebelin risponde al temerario
De' corrucciosi invito; io condottiero
Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto
Gli son da conoscente animo e onore,
E il portai fra mie braccia. E quando insieme
Del moribondo padre suo le coltri
Inondavam di pianto, il sacro vecchio
Nostre mani congiunse, e disse: - Un figlio,
O Ebelino, ti lascio; - ed a te lascio,
O figlio, un padre in Ebelino! - Ed era
In tai detti spirato. Allora il figlio
Gettommi al collo ambe le braccia, e molto
Pianse, e chiamommi padre suo,e lo strinsi,
E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti
Violati con voi fosse il mio sire,
Biasmo sincer da mie labbra paterne
Avriane, sì; retti n'avrìa consigli,
Ma non odio, non guerra, non perfidia!
- Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,
Ov'è causa di popoli. Ed ignota
Mal tu presumi essere a noi l'ingrata
Alma d'Ottone anco ver te, che dritti
Tanti acquistasti a guiderdone e lode.
Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti
Finge, ma stolta è finzione omai
Ond'ogni cor magnanimo s'adira.
Possente sei, ma più non sei quel desso
Che ne' duo regni un dì tutto volvea.
Tëofanìa il governa, e da Bisanzio
Sul germanico seggio ov'ei l'assunse
Recò le greche astuzie, e lo circonda
Di greci consiglieri. Essi con lei
Van macchinando contro te ogni giorno;
Che se finor cadute anco non sono
Le podestà che a te largì il monarca,
Della tua rinomanza egli è prodigio,
E nel tiranno è di pudor reliquia.
Bada a' perigli, a tua salvezza bada:
D'Otton l'iniquità rotto ha i legami
D'ogni giusto con esso.
Un de' maggiori
Cosi parlò fra gli adunati audaci.
Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa
La parola di sdegno e di sospetto
Circa l'imperadrice e i cortegiani
Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.
Ma la candida e ferma alma del pio
Ebelin s'adirò. L'imperadrice
E Otton con nobil gagliardìa difese,
E de' Greci sorrise. Ei sì facondo
Favellava, e amichevole e verace,
Che i più irati l'udian con reverenza:
Con tenerezza quasi, ancor che invitti
Nel feroce astio e nell'ardente brama.
Di Guelardo lo spirto a quel congresso
Funestamente s'esaltò. Il diletto
Ebelino ei vedea, nella commossa
Fantasia, re, suscitator di gloria
Ad un popol redento. Il vedea bello
Giganteggiare in immortali istorie,
Com'un di que' supremi, onde la terra
Lunghi secoli è priva; e sè medesmo
Socio vedea di quel supremo, e a lui
Successor forse, e... Che non sogna audace
Ambizïon, se raggio ha di speranza?
Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse
Le voci insieme intese, e commentolle
Coll'insistenza del favore; e aggiunse
Maligno esame de' pensier, degli atti
D'Ottone, e della Greca in trono assisa,
E degli astuti amici ond'ella è cinta.
Quasi certezza accolse i più irritanti
Dubbi e i minimi indizi di periglio,
E gridò ingratitudine, e diritto
Alla rivolta. E a grado a grado questa
Ei necessaria osò chiamare, e il pio
Ebelin concitarvi. Lo interruppe
Finalmente Ebelin; duplice tela
Come già svolto aveva agli adunati,
Svolse di novo al tentatore amico:
Qua la turpezza del tradir, là i vani
Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata
È nazïon da lunghi odii fraterni.
Negli aneliti suoi s'ostinò il core
Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia
A ridir con sofistica, inesausta
Facondia per più dì l'empie sue brame;
Sì che non poche volte il generoso
Ebelino in resistergli, dal mite
Considerare e dai soavi detti
Passò a dogliosa maraviglia e sdegno.
Turbossene colui, ma il turbamento
Ascose e il disamore, e da quel tempo
Crescente invidia in sen covò tremenda.
Novi succedon fortunati eventi,
Ch'ognuno attesta glorïosi al senno
Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,
Come negli anni primi, or della gloria
Del suo benefattor non va giocondo.
Ei con geloso sospettante ciglio
Mira la sua grandezza, e superarla
Vorria e non puote; e detestando, sogna
Dall'amico esser detestate; e pargli,
Laddove pria si belle in Ebelino
Virtù vedea, più non veder che scaltra
Ipocrisia. De' pervertiti è proprio
Non credere a virtù; d'ogni più certo
Generoso atto dubitar motivi
Turpi, ed asseverarli: in ogni etade
Così abborriti fur dal mondo i santi.
Da quello stato di rancor, di mente
Ognor proclive a gettar fango ascoso
Sovra l'opre del giusto, è breve il passo
Ad assoluto di giustizia scherno.
In Lamagna Guelardo ad altri uffizi
Di grande onor da Ottone è richiamato,
Mentre Ebelin nell'itale contrade
Resta moderator. L'ingrato amico
Sospetta ch'Ebelino abbia con arte
Tal partenza promosso, a fin di trarsi
Uom dal cospetto che in secreto esècri.
Del congedo gli amplessi ei rende a quello,
Ma senza avvicendar come altre volte
Palpiti dolci di desìo e di pena.
Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento
Del più sincero degli umani, e parte
Coi fremiti dell'odio, e maturando
Di non avute offese alta vendetta.
- Cieco tanto io sarò che vero estimi
Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste
Son le congiure? Or che da lunghe e infauste
Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre
Nome a capitanarla, e di null'altro,
La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata
Dalla superba, greca, invida nuora
È quell'antica d'Ebelin fautrice,
La vantata Adelaide, che alle umìli
Ombre de' chiostri dalla reggia mosse?
Or che Tëofania palesemente
Lacci a lui tende e sua rovina agogna?
Il menzogner di me diffida: i vili
Diffidan sempre! Allontanarmi volle
Non senza mira ostil: me di qui toglie
Per regnar sol, per non aver chi forse
Sua sapïenza e sue prodezze oscuri.
All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere
Del suo tradito Imperador mi brama,
Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta
Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,
Che nè lo sdegno mio, né la sagacia
Non teme, né il valor! Perfido! io mai
Stato non fora a tua amicizia ingrato;
Alla mia ingrato ardisci farti: trema!
Valor non manca al vilipeso e senno
Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio
Ne fur bastantemente il sire, i grandi,
Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!
Così nel suo vaneggiamento infame
S'agita l'infelice, e non s'accorge
Che il re d'abisso più e più il possede;
Così travolve le apparenze ogn'uomo
Che a livor s'abbandoni:
Ecco Guelardo
Giunto ai reali di Bamberga ostelli;
Eccolo assaporante i nuovi onori,
Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,
Sente l'amaro della propria bile.
Più sovra il labbro di Guelardo il nome,
Come già tempo, d'Ebelin non suona,
O su quel labbro se talvolta suona,
Laude non l'accompagna, e il favellante
Impallidisce, e torvamente abbassa
La pensosa pupilla irrequieta,
E la rïalza sfavillando; e ognuno
Scerne che di compressa ira sfavilla.
Del mutamento avvedasi esultando
Tëofania, s'avvedono i suoi fidi,
E al convito di lei con gran decoro
Visto sovente è quel Guelardo assiso,
Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.
Ordiscono essi alcuna trama insieme
Contro al lontano giusto? o la perfidia
Tutta covossi di Guelardo in petto?
Un dì da quel convito esce il fellone,
E quasi esterrefatto si presenta
Agli occhi del monarca, e a lui si prostra,
Ed esclama: - Ebelino è traditore!
Le rivolte fomenta; alla corona
D'Italia aspira: sciolta è l'amistade
Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!
E false carte adduce in prova, e adduce
Di vili già ribelli, or prigionieri,
Menzogne tai, che faccia avean di vero.
Ed il monarca trabalzò, fu vinto
Dalle inique apparenze. Esitò ancora,
Dubitar volle novamente; a novo
Esame ripiegò la scrupolosa
Afflitta anima sua; ma le apparenze
Trionfaron più orrende e più secure.
Indi egli irato invia turba di sgherri
All'italo paese, onde sia tratto
Carico di catene il formidato
Duce a Bamberga.
L'innocente duce
Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava
Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia
Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti,
Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre
«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri
Con affanno e singhiozzi ad una voce
Ripetean: «Fuggi, fuggi!»
Ei si risveglia,
E per quell'alme prega, e s'addormenta
Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli
Il magno Otton primiero ed Adelaide,
Non cinta ancor di monacali bende,
Ma il serto imperial sopra la fronte.
Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi
Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!
Ira per te sarìa mortal!»
Si desta
Il nobil duce, e per quell'alme prega,
E s'addormenta un'altra volta. E vede
Il tempo antico e la città solenne
Ove sorge il Calvario, e là pur vede
Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi
Una frotta d'armati, e Iscarïote
Dare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!
Iscarïote era Guelardo!
Balza
Spaventato destandosi Ebelino,
E que' tre sogni avvertimento estima
Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?
Ma perchè? Fugge l'innocente mai?
Pochi istanti anelò fra que' pensieri
Di stupor, di tristezza, e piena d'armi
Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino
Che dal suo Imperador venìan que' ferri,
E il cenno di seguirli: ai manigoldi
Cesse con muto fremito la spada,
E porse ai ceppi gli onorati pugni.
Quasi ladro il trascinano, e Milano
E tutta Lombardia mira quel crollo
Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri
Soffre inauditi; e non sarìagli pena
Dagli sgherri soffrirli: itale voci
Lo irridon per la via, maledicenti
Al passato suo lustro. E quale esclama:
- Va, di rivolte eccitator maligno!
Va, scellerata causa, onde su noi
Cesare versa il suo tremendo sdegno! -
Qual: - Va, codardo degli Otton mancipio,
Che d'Italia campion far ti negasti!
Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio! -
Qual più schietto prorompe: - Erami noia
Udir chiamarti il giusto; alfin delitti
Potrem di te sapere ed abborrirti!
Quant'è lunga la via sino a' confini
Delle italiche valli, Ebelin tacque
Degli spregi sofferti. Allor che in cima
Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando
Le incatenate braccia, - Oh maledetta
Troppo da' vizi tuoi, misera patria,
Sclamò, non io ti maledico! Il cielo
Figli ti dia che s'amino fra loro,
Ed amin te com'io t'amava e t'amo,
E più di me felici acquistin gloria
Senza espïarla con dolori e insulti!
- Maledicila! gridagli all'orecchio
Una voce infernal.
- Ti benedico
L'ultima volta! ripres'egli.
E pianse
Siccome pio figliuol sulla ignominia
D'una madre infelice; e gli sovvenne
Quanto già quella madre avea prefulso
In virtù fra le genti, e a depravarla
Quante cagioni eran concorse! E grande
Su lei di Dio misericordia chiese;
E dal dolce aer suo, dalle ridenti
Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti
Ciglia diveller, nè il pensier poteva!
Satan che indarno occultamente spinto
Avealo ad imprecar la patria terra,
Urlò di rabbia le sue preci udendo;
E di Lamagna per alture e piani
Corse con questo grido:
- È alfin caduto
L'italo malïardo, il seduttore
De' nostri augusti, il protettor di quanti
Di Lombardia traeano ad impinguarsi
Sul germanico suol, genìa predace
Onde la tanta povertà cresciuta
In quest'anni da noi! Tutti Ebelino
Nostri tesori al lido suo recava,
E colà un trono alzar voleasi, allora
Che ad atterrar le ribellanti spade
Inetto fosse per miseria Ottone?
- Ebelin mora! Universal risposta
Fu del tedesco volgo. Ed obblïato
Da migliaia di cuori in un dì venne
Quanto a lodarlo aveali invece astretti
La sua mansüetudine, il modesto
Non curar le ricchezze, il riversarle
Sulle infelici plebi, il non mostrarsi,
Benchè pio verso gl'Itali, men pio
Ver gli stranieri. Quella dianzi nota
Serie di virtù splendide cotanto,
Un incantesimo vil parve ad un tratto,
Una menzogna. Convenìa disdirla:
Riconoscenza è grave pondo ai bassi.
Esultan se pretesto a lor si porga
Di rigettarla, e attaccaticci morbi
Son odio, ingratitudine e calunnia.
Conscio de' benefizi innumerati
Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora
L'irreprensibil cavalier che stretti,
A lui fosser d'amor cuori infiniti.
Le ripetute indegne contumelie
Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta
Pravità de' mortali meditando,
Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio
Umilïossi. E vanamente ancora
Stette Satan mirandolo e aspettando
Il desìo di vendetta e le bestemmie.
Chiama l'Onnipossente al suo cospetto
Tutti i ministri spirti, e a Satan dice:
- Onde vieni?
E il maligno: - Ho circüita
Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
Ed il Signore: - O di calunnie padre,
Non vedestù l'amico mio Ebelino,
Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,
Tanta nel suo dolor serba innocenza?
E l'angiol di menzogna ambe le labbra
Si morse, e disse: - Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,
Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata
In breve spera sua innocenza. Il braccio
Estendi, e più percuotilo, e vedrai
Se non t'impreca.
Ed il Signor: - Non forse
Giorni di prova assegno a' retti? Vanne:
Ebelino è in tua mano; anco sua vita,
Anco la fama sua, perchè maggiore
Torni suo vanto e tua immortal vergogna.
L'avversario precipite avventossi
Dal grembo della nube, onde i mortali
Atterrìa lampeggiando, ed in un punto
Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
Si soffermò, e da questo lato i campi
Della lieta penisola mirando,
E dall'altro le selve popolose
De' boreali, l'una e l'altra palma
Battè plaudendo al sovrastante lutto
D'entrambo i regni, ed esclamò: - Vittoria!
Di là scagliossi alla città del trono
E de' cento felici incliti alberghi,
E delle orrende mura ove trascina
Sua catena Ebelin. Desta il demonio
Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama
Dell'alta causa, aneliti vigliacchi.
Temon, se reo non trovan l'accusato,
L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira
Di quel Guelardo che per essi or regna;
E dove il trovin reo, speran più pingui
Gli onorati salarii, e maggior lustro.
Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza
Guelardo stesso!
Oh come il core all'empio
Nondimen trema, udendo che s'appressa
L'irreprensibil catenato! E questi
Entra con umil, sì, ma non prostrato
Animo, e reca sulla smorta fronte
Quell'alterezza ch'a innocenza spetta.
Cela Guelardo il suo tremore, e prende
Così ad interrogar:
- Qual è il tuo nome,
O sciagurato reo?
- Sono Ebelino
Da Villanova, amico tuo.
- Rigetto
L'amistà d'un fello: giudice seggo.
Che macchinasti co' Lombardi?
In viso
L'accusato guardollo, e non rispose.
E Guelardo: - A lor trame eri secreto
Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta
Stava tua destra ad accettarlo in giorno
Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno
Che, la mercè di Dio, non è spuntato.
V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia
Al tribunale attesta.
E poichè muto
Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno
Que' testimoni nella sala addotti.
Eran duo di que' truci esclamatori
Di libertà, di civiche vendette,
Di patrio amor, che ne' consessi audaci
Della rivolta più fervean, più scherno
Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti,
E più capaci d'affrontar qualunque
Parean supplizio, anzi che mai parola
Di codardia pel proprio scampo sciorre.
Questi eroi da macelli, questi atroci
Ostentatori d'invicibil rabbia,
Come fur tolti a lor gioconde cene,
E gravato di ferri ebbero il pugno,
E il patibolo vider, - tremebondi
Quasi cinèdi, le arroganti grida
Volsero in turpi lagrime e in più turpi
Esibimenti di riscatto infame,
Altre teste al carnefice segnando.
Ad Ebelino in riveder coloro
Isfuggì un atto di stupor: - Voi dunque?
Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto
Io sempre le feroci alme ho spregiato,
E ben diceami il cor quali voi foste!
Ed appunto perchè troppe vid'io
Alme siffatte là nelle congrèghe
Ove il mio plauso si cercava indarno,
E pochi vidi eccelsi petti, avversi
Ad insolenza e a stragi, io mestamente
Presentii di mia patria obbrobri e pianto,
S'ella sorda restava a' preghi miei,
E alle minacce mie, quando insensata
Io vostr'impresa nominava e iniqua.
I testimoni balbettaro, e fisi
Gli occhi loro in Guelardo, il concertato
Calunnïar sostennero. Ebelino
Più non degnolli di risposta, e chiese
D'esser condotto anzi ad Ottone a cui
Parlar volea.
Respinge inutilmente
Guelardo quest'inchiesta, e così forte
La ripete Ebelin, ch'un de' seduti
A giudicarlo generoso alzossi,
Sclamando: - La tua brama, o il più infelice
Fra gli accusati, porteranno al trono
Le labbra mie.
Null'uom potè di quella
Anima schietta rattenere i passi:
Move all'Imperador, franco gli parla,
E il pio monarca inducesi al colloquio.
Mentre dunque l'afflitto incoronato
Nelle regali, splendide pareti
Aspettava che a lui tratto venisse
Il già caro Ebelin, nella memoria
Gli ritornavan gli alti e numerosi
Servigi di quel prode, e l'amicizia
Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto;
E commoveasi ripensando quante
Volte quell'Ebelin con tenerezza
Lui prence fanciulletto infra le braccia
Portato avea, quante paterne cure
Prese per lui, quanti affrontati in guerra
Per sua difesa ardui perigli, - e il core
Gli si volgea a clemenza.
Ode sonanti
Nelle vicine sale i trascinati
Ferri del prigioniero, e gli si gela
Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede
Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,
E magnanimo pianto a stento cela.
Ebelin pur commosso era, calcando
Con vincolato piede oggi i tappeti,
Che tante volte avea con dominante
Passo calcati, e intorno a sè veggendo
Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi
S'inchinavan temendo, ovver felici
Andavan s'egli a lor stringea la destra,
E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali
A sterile pietà, quali ad insulto.
Giunto Ebelino alla presenza augusta,
Piegasi reverente, e aspetta il cenno:
- Favella, sciagurato: uom con più caldo
Fervor non brama tue discolpe.
- Sire,
La mia innocenza esser dovriati scritta
Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi
Di tua casa al servizio e dell'onore.
In inganno te volto han miei nemici,
E me calunnia opprime.
- A tue parole
Aggiungi prova, e riputato il sommo
De' tuoi servigi questo fia da Ottone.
- Se a te prova non son gli atti che oprai
Alla luce del sol, l'abborrimento
Sperimentato mio contra ogni fraude,
Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla
A te non dicon queste mie sembianze
Imperturbate in così ria sventura,
Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;
Anzi alle leggi mia supposta colpa
È attestata abbastanza. Altro non posso
Se non gli estremi del mio zelo sforzi
In quest'istante consecrarti, o sire,
Tai verità parlandoti, che forse
Più non udresti, se da me non le odi.
- T'ascolto, disse il rege.
Ed Ebelino
La propria causa obblïar parve, e diessi
A svolgere di stato alti consigli,
I bisogni quai fossero additando
Delle schiere, del popol, dell'altare,
De' tribunali, e della reggia stessa:
Quali i provvedimenti unici, rotti
Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza
Delle rivolte, a raffermar lo impero:
Quali de' prischi imperadori, e quali
Del magno Otton le più laudabili opre,
E quai le insane; e come arduo ognor sia
Seguir le prime e non errare; e come
Gli egregi prenci a errar tragge talvolta
Adulante caterva. Accennò alcuni
Del sir lusingatori, accennò il vile
Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo
Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi
D'anime basse proferir neppure.
Ma que' rapidi detti eran gagliardi,
Siccome piglio di paterno braccio,
Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra
Perigliante figliuolo.
Otton si scuote.
Da verità sì energiche, da senno
Sì giusto e luminoso ed esaltante
Non era stato mai colpito. In altri
Colloqui a' dì felici il buon ministro
Parlava il ver, ma forse in più gradita
Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.
Ora è il parlar solenne, il grido urgente
D'uom, che vicino a morte anco un tributo
Di fedeltà solve al monarca e al dritto,
Tutto dicendo che giovar del pari
Sembrigli al trono e alle regnate genti.
Alla beltà del vero e del coraggio,
E di quel dignitoso intenerirsi
Che da alterezza vien compresso, e pure
Nella voce si sente e ne' benigni
Sguardi si vede, unìasi in Ebelino
Da natura sortita un'armonìa
Di nobili sembianze e di contegno,
Talchè valor più prepotente dava
A sua favella, ed escludea il supposto
D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,
E facea forza a Otton. Perocchè Ottone
Stranier non era a simpatia per cuori
Di grandissima tempra. E fu vicino
A cedere, a gettare ambe le braccia
Del prigioniero al collo, al gridar: - Falsa
Tengo ogni accusa contro al mio fedele!
Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse
Tëofania d'Augusto in cerca.
Bella
Era la greca donna e di vivaci
Grazie adorna, e scaltrissima e pungente
Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta
La bonaria alemanna indol con motti
Quasi di spregio; e di quei motti spesso
Arrossia Ottone. E perocch'egli amava,
L'affascinante sposa, ambia piacerle
E far pompa d'accorta alma inconcussa,
E a tal cagion solea de' generosi
Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.
Salutata dall'armi, il passo inoltra
Fra le colonne di que' regii lochi
La incoronata, e stabilisce e freme
In vedere Ebelino; e sovra Ottone
Lancia quel guardo che dir sembra: - Stolto!
Sedur ti lasci?
Tanto, oimè, bastava
A confondere il sire! Eccol a un tratto
Con più severa maestà atteggiarsi
Verso il captivo, e dir: - Riedi: a me il vero
Tutto paleserassi; e tu, innocente,
Gloria n'avrai; prevaricato, morte.
Torna Ebelino al carcere, e già scerne
Che inevitata è per lui morte. Oh come
Lenti di nuovo i dì, lente le notti
Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi
D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,
Ed il perpetuo tenebrore - e i cibi
Immondi e scarsi - e l'aspreggiante voce
Di questo o quello sgherro - e il frequent'urlo
D'altri prigioni disperati, in cupe
Vicine volte seppelliti - e il suono
De' ceppi loro, e quel de' propri - e il canto
Osceno del ladron che, bestemmiando,
La forca aspetta - e i gemiti dell'egro
Forse non reo che sulla paglia spira -
E il sollecito passo delle guardie
Che dicono: «È spirato!» - e questo detto
Che l'echeggiante corridoio in guisa
Ripete orrenda - e il pianto d'un amico
Che, udendo il nome dell'estinto, grida
Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!» -
E per dispregio di quel pianto il ghigno
Od il sibilo infame di coloro
Che trascinano il morto - e, con siffatta
Serie d'inenarrabili vicende
Di castel, che i perenni affigurava
Dell'abisso tormenti, il ricordarsi
De' dì sereni che svanìr, de' plausi,
Delle liete speranze, e, più di tutto,
De' dolci affetti - ah! quella è tale immensa
Congerie di dolori e di spaventi,
Che dissennar minaccia ogni più forte
E sdegnoso intelletto! E se si ponno
Da intelletto simil serbar talvolta
Contro all'empia fortuna altero scherno,
O pensieri di pace e di perdono,
E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora
Amarissima vien che ineluttata
Mestizia il cor miseramente serra,
E non v'è chi consoli! Ed altre pari
A quell'ora succedono, e d'angoscia
In angoscia si cade! Ed un'ardente
Smania investe il cervello, ed impazzato
Esser si teme o brama! E il generoso
Petto chiuder non puossi all'irrüente
Piena dell'odio che in lui versan mille
Della viltà degli uomini memorie!
E feroce si resta, e di sè stesso
S'inorridisce e sclamasi: - «Son io,
Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»
E chiedesi all'Eterno, e lungamente
Chiedesi invan, d'amore una scintilla!
Quelle angosce conobbe anco Ebelino,
Ed allora invisibile al suo fianco
Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,
Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira
E a disperazïon trarlo potesse.
Ed Ebelin pur resistea, e pensava,
In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,
Che sublimò i dolori, e fu ludibrio
D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,
Che insensatezza all'occhio è de' felici,
Insensatezza non pareagli, ed alta
Storia pareagli che gli oppressi in tutti
Lor martirii nobilita; e volgendo
Quella storia ammiranda, a poco a poco
Ammansava gli sdegni e perdonava.
Ma la parte del cor, che più dolente
Sanguinava, era quella ove scolpite
Stavan due care fronti. Una è la fronte
Della madre decrepita che in pace,
All'ombra degli altar, da parecchi anni
Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella
Della madre d'Augusto. Ambe le antiche
Serrava il chiostro istesso, e raramente
Alla reggia venìan; che ad Adelaide
Odïosa la reggia erasi fatta
Per l'imperar della superba nuora.
- Qual sarà stato di mia madre, e quale
Dell'onoranda Imperadrice il core,
Allorchè udir la mia sventura? Iniquo
Esse, no, non mi tengono! Esse almeno,
Mentre a tutti i mortali il nome mio
In abbominio fia; caro l'avranno!
Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto
La madre alfine ha di vederlo, e scende
Alla prigion del figlio. Oh inenarrati
Di quel colloquio i sacri detti e i sacri
Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre
Che riscattar col sangue suo non puote
Di sue viscere il frutto! ed il più amante
Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto
Deplorar dee la lunga vita!
Il giorno
Che dalla inconsolabil genitrice
Fu Ebelin visitato, oh da qual notte
Seguito fu! L'espandersi de' cuori
Nella sventura, è de' sollievi il sommo;
Ma dopo tal sollievo, allor che mesto
Il prigionier dalle pietose braccia
Di persona carissima è staccato,
E solingo riman, quanto più dura
Gli è solitudin! Quanto più affannoso
Il desiderio de' bei tempi in cui
Fra gli amati vivea! Quanto più viva,
Più lacerante la pietà ch'ei sente
Di sè stesso e d'altrui!
Me a tal dolore
Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti,
O decennio del carcere, infiniti
Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse
Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi
Da me il vedea; quand'io, calde le labbra,
Del bacio suo, dicea: - Questo è l'estremo!
Non un decennio, ma più lune ancora
Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse
Nel giudizio di Dio gli accusatori
Sperava iniqui col possente acciaro
Düellando atterrar. Chi d'Ebelino
Avea la forza e la destrezza? E quanta
Forza o destrezza in düellar non dona
Senso d'intemerata anima offesa!
Ma tai giudizi Iddio forse abborrendo,
Non volle che sancito il reo costume
Per Ebelin venisse; o del demonio
Opra fu l'impedirlo. Il pestilente
Aere del carcer nell'oppresso infonde
Maligni influssi, ed eccolo abbattuto
Da insanabili febbri. Il derelitto
Pur talvolta illudeasi, immaginando
Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea
Suoi benefizi, or con repente mossa
D'onore e gratitudin s'offerisse
A combatter per esso: - attese indarno.
Spunta il dì della morte, ed Ebelino
Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo
La sentenza gli legge! Il condannato
Udì, chinò la fronte, e rese grazie
Tacitamente a Dio che al sacrificio
Termine alfin ponesse; e bramò ancora
Una volta veder la genitrice.
Venne l'antica, e insiem si consolaro
Con nobil forza alterna, e con alterne
Religïose cure. Ella ed un pio
Ministro del Signor soli eran consci
Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce
Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti
Sovrastan del patibolo. Umilmente
Prostrasi ancora innanzi al sacerdote
Il giusto cavalier; quindi si prostra
Anzi alla madre, ed ella il benedice,
E si dividon sorridendo, e in cielo
Riabbracciarsi in breve speran.
Move
Per le vie tra i carnefici, agguagliato
Al più vil masnadiero, e contro a lui
Insane urla di scherno alzan le turbe.
Di quegl'inverecondi ultimi segni
Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe
Egli pregava. Ed arrivato al palco,
Con fermo passo ascese, e parlar volle;
Ma sue parole non s'udir, sì orrendi
Vituperi sonavano. Ed allora
Accennò egli medesimo al percussore,
E siede sullo scanno, e tosto il collo
Mise sul ceppo - e la mannaia cadde!
L'angiol della calunnia, abbenchè indurre
Non avesse potuto alla bestemmia
Il retto cavaliere, e or si rodesse
Invido i pugni, l'alta anima a Dio
Salir veggendo - audacemente «Ho vinto!»
Volea sclamar. Ma pria che la menzogna
Intera uscisse dell'infame petto,
Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo
Spirto ravvolser negli eterni abissi.
Ov'è il Giuda novel? - Perchè perduto
Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza
Della voce e del guardo? - E perchè al riso
Che da Tëofania volto gli è spesso
Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato
Mira a destra e sinistra? - E perchè a sera,
Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede
A illuminata parte, e ansante giunge
Quasi inseguito fosse? - E perchè cerca
Talor per via i mendici, e su lor versa
A piene mani l'oro, e di lor preci
L'aiuto invoca, e inefficaci poscia
Di quei le preci ei furibondo chiama? -
E perchè ne' festini alcune volte
Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta
Contro a tutte paure, e quando a letto
Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido
Servo chiede il cilicio e se lo cinge?
Pentimento ei bramava, e scellerata
L'alma era fredda, e a pentimento chiusa.
Un dì, colui con altri sommi duci
Passò a fianco d'Otton sovra la piazza,
Ove ancor d'Ebelino ad alto palo
Vedeasi infisso il teschio. Il traditore
Volea finger letizia, e le pupille
Miseramente stralunava, e insieme
Forte i denti batteangli. Ottone il guarda,
E vacillar sovra l'arcione il vede,
E a sostenerlo accorre.
- Oh! che ti turba?
Oh! che ti turba? Gli ripete.
- È desso!
Sclama Guelardo, il mio tradito amico!
Chi dal giusto immolato mi sottragge?
E prepotenza di rimorso invitta,
Ma non pia, lo costringe. Ei maledice
E terra e ciel, ma l'alto arcano svela.
Folto drappello d'ottimati, e folta
Moltitudin di volgo al confessante
Fa cerchio, e inorridisce a sue parole,
Tutta imparando la esecrata istoria.
Da tanti petti universal s'innalza
Un lamento: - Oh sventura! oh atroce colpa!
Il caduto Ebelino era innocente!
Ed Otton più che gli altri inconsolato
Raccapricciando grida: - Oh me infelice!
Era innocente, e trarre a morte il feci!
Il traditor nel suo sangue stramazza.
Qual mano il colpo diè primier? Mal puote
Fama saperlo. I più disser che ratto
Un ferro in cor si configgesse il tristo,
Altri che Otton percosselo. Il tumulto
Ferve con rabbia orrenda. In cento brani
Ecco lacero, pesto, annichilato
Il cadavere infame. E s'inchinaro
D'Ebelino anzi il teschio e imperadore
Ed ottimati e popolo, e nel tempio
Dato fu loco alla reliquia santa.
Alto clamor di giubilo e di rabbia
Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi
Il traditor, ma sol menonne festa
L'abbietta e sciocca de' demonii plebe:
Il lor superbo re, poste con ira
Su Guelardo le luci e le calcagna,
Urlò: - Che gloria alma sì vil mi reca!




ILDEGARDE

CANTICA.

Anche l'Ildegarde è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù.



ILDEGARDE.

Pars bona mulier bona.
(Eccle. c. 26, 3.)


- Perché alle torri del superbo Irnando
Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?
- Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni
Di nevose bufère, ognor la dolce
Nostra infanzia mi torna alla memoria,
Quando, arridenti il padre suo ed il mio,
O di soppiatto noi dalle castella
Usciti, incontravamci appo la riva
Congelata del Pellice, e lung'ora
Qua e là sdrucciolon ci vibravamo
Ridendo e punzecchiandoci e luttando,
E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta
Indi spesso la fronte o insanguinata)
Tornando a casa lieti e tracotanti.
Allora il padre suo, se all'un di noi
Vedea della caduta in fronte il segno,
Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito
Gridava: «No. o Ed a tal risposta il vecchio
Lo prendea fra le braccia e lo baciava,
L'amor lodando de' perigli e il gaio
Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga,
E nulla può sull'anima del forte.
Un dì, com'or, fioccava a larghe falde
Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi
De' parenti sottrattici e de' servi
Discendemmo ciascun nostra pendice,
E ai cari ghiacci convenimmo. Assai
Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense
Pallottole durissime a diversa
Meta lontana, in alto o pe' dirupi,
Scagliammo a gara, acute urla di gioia
Ripercosse da acuti echi levando.
Men da stanchezza mossi che da fame
Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi
Anelante alla cena. A quando a quando
Ci volgevam guardandoci, ed allora
Che, già molto remoti, un veder l'altro
Più non potea, salutavamci ancora
Con prolungati affettüosi strilli;
E questi udìansi dalle due castella,
E mia madre s'alzava, e tremebonda
Al balcon della torre s'affacciava,
Incerta se di gioco o di dolore
Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore
Odo mutarsi quella sera infatti
Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»
Ripeteva egli disperato. Io sudo
Di spavento, ciò udito, e immaginando
Di quel caro il periglio. I clivi scendo
Novamente precipite: il ghiacciato
Pellice varco, e per gli opposti greppi
Affannato m'arrampico ed appello:
«Irnando mio! Irnando mio!» Salito
Egli era sovra un olmo. Eccol veloce
Scendere a me. Ma il lupo allontanato
Ritorce il passo, e verso noi s'avventa.
Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï
Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno
Incessante giravasi la fiera.
Oh come su quell'olmo il dolce amico
Teneramente mi stringea al suo seno,
Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea
Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!»
Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,
E tristo incontro pari al suo scansassi.
«E tu invece, oh insensato! ei ripetea
Vanamente arrischiasti i cari giorni
Per aïtar l'amico, o coll'amico
Preda morir di quelle orrende zanne!»
Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva
Suoi cari lacrimosi occhi baciando,
E tal commozïone era profonda,
Delizïosa per entrambe! oh come
Sentivamo d'amarci! oh quanto vere
Sonavan le proteste, asseverando
Che l'un per l'altro volontier la vita
Donata avrìa! - Dall'olmo alfin veggiamo
Scender di qua e di là dalle pendici
Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre
Ed il mio che venìan, co' loro servi,
Degli smarriti figliuoletti in cerca.
Sgombrava il lupo a quella vista; e noi
Dall'arbore ospital lieti calammo,
E saltellanti sulla neve, incontro
Movemmo ai genitor, con infinito
Cinguettìo raccontando, io la paura
Ch'ebbi di perder l'adorato amico,
Egli la mia temerità e la prova
Che in questa aveavi di gagliardo amore.
Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode
Al fratellevol nostro affetto i duo
Parenti davan! Come altero Irnando
Mostravasi di me! Com'io di lui! -
Di nostra püerizia i dolci giorni
Da mille vicenduole ivan cosparsi,
Che all'uno e all'altro certa fean la mutua
E generosa fede! E così stretto
Vincol di due schiettissim'alme... il tempo
Dovea spezzarlo!
In questa guisa geme
Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde
Dalle corvine chiome e dalla svelta,
Maestosa statura: - O sposo amato,
Perdona, prego, al mio pensier; non colpa
Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo
Nobilmente tentato al benedetto
Dagli Angioli e da Dio pacificarvi?
- Di nostre nozze intera anco non volge
La luna, o mia diletta, e mal conosci
Del tuo Camillo il cor. Non di rossore
Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna:
Garrir, no, non ti voglio: imparerai
Col tempo qual possanza in questo core
Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci
Volte l'orgoglio mio non s'immolava
Per racquistarmi quell'amico? Indarno
Ei più non è quello di pria: uno spirto
Di maligna superbia il signoreggia:
Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)
Ei mi dispregia! -
L'arrossita dianzi
Ildegarde a tai detti impallidiva,
Mostrüoso sembrandole il destarsi
Dispregio in chi che sia verso un mortale
Sì per cavallereschi atti famoso,
Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava
Vibrando sguardi or con gentil disdegno
Alla torre d'Irnando, or con desìo
Passïonato al caro sposo. E sguardi
Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,
La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»
Qual della inimistà la cagion fosse
De' duo generosissimi, in diversi
Inni diversamente i trovadori
Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,
Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno
De' contendenti re sacrò il suo ferro;
Altri a Camillo applaudon, che s'accese
Pel secondo aspirante al real trono,
Ma aspirante illegittimo. Speraro
Camillo e Irnando un l'altro süadersi
All'abbracciata parte. E l'un de' duo,
Non si sa qual, trascorse a villanìa.
Furor di fazïon trasse dapprima
Questo e quello davvero a stimar vile
Il già sì caro amico. Assai palese
Delle avversarie crude ire sembrava
L'iniquità ad Irnando: ei non potea
Creder che onesto intento in alcun fosse,
Il qual per esse parteggiasse. Al pari
A Camillo parea dell'altra causa
Evidente l'infamia essere al mondo.
In qualunque dei duo fallisse primo
La carità di confratello, e germe
Altro o no di rancor vi si aggiungesse,
Furon veduti inferocir nel campo
Come leoni. Ma l'atroce guerra
E l'alterna fortuna delle insegne
Loco porgean a esercitar da entrambe
Parti eccelse virtù. Cento fïate
Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,
Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,
Sebben malvagio, egli è un eroe pur
sempre!»
Già quegli anni di sangue or son passati;
Già molte spente sono illusïoni
Nelle agitate lor menti guerriere,
Benchè in età ancor verde. Eppur concordia
Lor generose palme, ahi! non rinserra.
Beato d'una sposa era anche Irnando,
E questa il dolce avea nome d'Elina,
E di più figli era già madre. Il cielo
Dato le ha cor fervente, ed intelletto
Gentil, ma entusïastico. Natìe
Le pedemontanine aure in che vive
A lei non son; romano è sangue; e il padre
D'Elina, de' ribelli ognor nemico,
Morì con gloria in campo. Ella supporre
Non potria mai che Irnando ingiustamente
Odio porti a Camillo. A lei Camillo
Noto non è, ma sel figura indegno,
Irreconcilïabile, covante
Sempre perfidie. E motto mai non dice
Per calmare il marito allor che l'ode
Fremer contra il vicin.
Folli stranezze
Del core umano! Irnando, ancorchè fiero
Più di Camillo, e a malignar proclive,
Più bei momenti non avea di quelli,
In che, pensando alla sua dolce infanzia,
Questo o quel nobil detto o nobil atto
Del caro, oggi abborrito, ei ricordava.
In quei momenti (e rivenian di spesso)
L'alma gli sorrideva, immaginando
Quando ad entrambo tornerìa dolcezza
Esser amici ancor: ma appena accorto
Di questo desiderio, ei ripigliava
A esacerbarsi, a biasimar sè stesso
Di soverchia indulgenza, ed intimarsi
Perseveranza d'astio e di disprezzo.
Vedute in tanti cavalieri avea
Mutazïoni di principii abbiette!
Gli uni servi al buon prence, indi congiunti
Perfidamente all'avversario suo;
Gli altri farsi un Iddio del tracotante
Contenditore al trono, e poi, caduta
La sua potenza, irriderlo. E di tali
Apostasie si repetea sovente
La turpe inverecondia. E le più altere
Alme se ne sdegnavano, e temendo
Apostate parer, persistean truci
Ne' giurati decreti, ove decreti
Sconsigliati pur fossero. Ogni volta
Che Irnando dalle sue balze rimira
Il castel di Camillo, e rivolgendo
Va quanto spesso col diletto amico
In quelle sale, a quel verron, su quelle
Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto
Ciglione, in quella valle, avea di santi
Affanni e santi gaudii conversato,
Di repente corrucciasi, e la fronte
Colla palma fregando, a sè ridice:
«Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio
L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,
Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»
Men concitato da alterigia, avea
Camillo a dame ed a baroni ufficio
Pacifero richiesto. E quelle e questi
Sordo trovaro a lor parole Irnando.
Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce
Questa fera discordia; ognor paventa
Che i fremebondi prorompano a guerra.
- Freddi interceditori, o sposo mio,
Forse fur quelle dame e que' baroni
Di cui mi narri. Di te degno oh come
Stato sarebbe il presentar te stesso
Con amabil fidanza e quell'iroso!
- Che parli, o donna? Io, non colpevol, io
Codardamente supplice a' suoi piedi!
- Codardìa consigliarti, o mio diletto,
Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi
A lui, supplice no, ma con onesta
Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto
Pinger mi suoli di quel prode offeso,
Incapace ci sarìa di fare ingiuria
A chi chiedesse entro sue torri ospizio. -
Se il pio consiglio accolga, esita alcuni
Giorni Camillo; indi alla sposa: - O amica,
A tanto, no, non posso umilïarmi;
Ma non perciò mi ristarò da speme
Di pacificamento. Un messaggero
Mai non mandai direttamente ancora
Con parole d'onore all'orgoglioso.
Forse gli estranei intercessori sdegna,
Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,
E amici detti per mia parte udendo,
Commoverassi, e non vorrà esser meno
Generoso di me. -
Compie Camillo
La divisata prova. Indi attendea
Il ritorno del messo, e d'una sala
Passava in altra irrequïeto, e indugio
Soverchio gli sembrava.
- Il furibondo
Sdegnasse dare all'invïato ascolto?
O frodoloso intento, o vil lusinga
D'animo impaurito ei sospettasse,
E rispondesse coll'atroce insulto
Di vïolar con carcere o con morte
La sacra testa dell'araldo mio?
Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese
Mansuëtudin questo cor; ma un cenno,
E rïascender lo vedresti ad odio
Maggior del tuo, più spaventoso, eterno!
Che dico? Bassa villania in quell'alma
Inebbrïata da gigante orgoglio
Non può capir. Abbietto spirto io sono
Che immaginar sì turpe fatto ardisco.
Intenerito si sarà; lung'ora
Colmerà di dolcissime domande
E d'onoranza il mio scudier; seguirlo
Qui vorrà forse, o rattenuto or fia
Da momentanee cure. A mezzo solo
Esser seppi magnanimo. Io medesmo,
Come la donna mia mi consigliava
Io, non un messo, a lui mover dovea.
Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo
Stato non foran più parole; in braccio
Gettato a me sariasi, e senza vane
Spiegazïoni, e dolorose, entrambo
Rïappellati ci saremmo amici.
Così tra sè il bramoso. Ed evitava,
Per nasconderle il suo perturbamento,
Della diletta sposa il dolce incontro.
Ei cammina a gran passi; o nella sedia
Breve momento s'agita, e risorge
Tosto con ansia ad amor mista e ad ira,
Or all'una effacciandosi, or all'altra
Delle fenestre, or fuor della ferrata
Negra sua porta uscendo, e non badando
Al can che gli si appressa, e rispettoso
Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera
Dalla man signorile esser palpato.
Dai merli del terrazzo alfin gli sembra
Lo scudier ravvisare. È desso, è desso.
Al cavalier rimescolasi il sangue,
E contener non puossi. Il ponte varca,
Discende in fretta la pendice; incontro
Al vegnente lo stimola sfrenata
Smania d'udir.
- Perchè sì tardo movi?
Gridagli. -
I passi addoppia il fido, e parla:
- Signor del tuo nemico entro la soglia
Appena addotto io fui...
Camillo udendo
Suo nemico nomarlo, impallidisce:
E l'altro segue:
- Appena addotto io fui,
I sensi tuoi gli esposi.
- In quali accenti?
- Quali a me li dettasti. Oh cavaliero!
Dissigli, il signor mio, dopo ondeggiante
Con sè stesso luttar, cede al bisogno
Di ricordarti sua amistà, di sciorre,
Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende
Frapposto aveano fra il suo core e il tuo.
Io proseguir volea. Rise il superbo
Amaramente, ed esclamò: Non gelo,
Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto! -
Proseguii nondimen, tuoi decorosi
Sensi esponendo. A' primi istanti vinto
Da prepotente anelito parea,
Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,
Ed ostentasse di vibrarmi i guardi
Della minaccia e del dispregio. Ei detti
Di maggiore umiltà dal labbro mio
Certo aspettava. Non trascesi: umìle,
Ma dignitosa serbai fronte e voce;
Ed ei sognò ch'io lo schernissi. Audaci
Son tue pupille, o giovine! proruppe;
Abbassale! - Non già! Timor non sente,
Risposi, di Camillo un messaggero.
- Mandotti il temerario ad insultarmi?
Riprese urlando, a far vigliacca prova
Della mia pazïenza? A tentar s'io
Contaminar vo' mia illibata fama,
Tua vil pelle col mio ferro toccando,
O alle fruste segnandola? Va, stolto
Incettator di vituperi e busse;
Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente
De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa
L'amistà racquistar d'un generoso,
Con ambagi non parla, e schiettamente
Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.
A sì indegne parole arsi di sdegno
Per l'onor tuo. Via di turpezza mai
Non calcherà, mai non calcò il mio sire!
Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume
Di fulminea infrenabile eloquenza,
Tutta rammemorò la sciagurata
Storia del trono combattuto. E questa
Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui
Striscianti a piè del volgo, e lordamente
Convenuti d'illuderlo e spogliarlo.
E tu.... fremo in ridirlo.
- Io? Segui.
- Un vile
Patteggiator di condivisa infamia,
E condivisi lucri.
- Ei ciò non disse!
Ei ciò non disse!
- Il giuro.
- E non troncasti
La scellerata voce entro sua gola?
- La troncai svergognandolo. E costretto
Fu ad arrossire e replicar: Non dico
Ch'ei fosse, ma parea di condivisi
Lucri patteggiatore, e per lavarsi
Di macchia tal non bastano le ambagi.
Solennemente si ricreda, e provi
Che insensato, ma mondo era il suo core;
Provi ch'egli esecrato ha le perfidie
De' nemici del re; ch'egli esecrato
Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!
Viltà sembrato mi sarìa modesti
Accenti opporre ad arroganza tanta.
Tel confesso, signor: ciò che gli dissi
Appena il so. Non l'insultai, ma cose
Di foco, certo, mi piovean dal labbro
Contro a' denigratori; e di te laude
Tal gli tessei, che fu colpito e plause.
Va, buon servo, mi disse; amo il tuo ardire,
ma non del tuo signor la ipocrisia.
- Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato
Non t'han le orecchie tue?
- Disselo, il giuro. -
A queste voci il cavalier si torse
Rabbïoso le mani, e con un misto
Di voluttà e di fremito, in più pezzi
Franse un anel, che dono era d'Irnando,
Ed a' caduti pezzi impallidendo
Il piede impose, e li calcò nel fango.
- È finito! proruppe. - Ed iracondo
Lagrimava, nè udia del messaggero
Parola più, nè rispondeagli.
A guerra
Precipitato contra Irnando ei fora;
Ma nol permise il ciel. D'una sorella
Alla difesa mover dee Camillo,
La qual di Monferrato all'erme balze
Co' pargoletti suoi vedova geme,
Da illustri masnadieri assedïata.
Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti
Per la salute dello sposo alzando,
E per la sua vittoria, e pel ritorno,
Pur trema che allorquando ei dalle pugne
Rieda di Monferrato, incontro al sire
Del vicino castel rompa la guerra.
Un dì mirando quel castel, le cade
Nell'animo un pensiero; - E s'io medesma
Colà traessi, e mia nobil fidanza
Vincesse il cor della romana altera
E del truce baron? -
V'ha certi miti
Senni, e tal era d'Ildegarde il senno,
Che pur sono arditissimi, e formato
Gentil proposto, se pur arduo ei paia,
Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla
Il seguente mattin, poichè alla messa
Nel delubro domestico ha innalzato
Il femminil suo spirto appo lo Spirto
Che regge i mondi e agli atomi dà forza,
Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco
Palafreno seduta. A lei corteggio
Sono una damigella e due famigli.
Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura
Del castello d'Irnando, un momentaneo
Palpitamento presela, e memoria
Di perfidie tornolle, ahi troppo allora
Frequenti fra baroni! e pensò quale
Disperato dolor fora a Camillo,
Se il visitato sire oggi smentisse,
Brïaco d'odio, il vanto invïolato
Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo
Volse alla damigella; e impallidita
Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo
Famigli, e impalliditi erano, e osaro
Interroganti dir: - Retrocediamo?
- Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.
Intanto del castello in ampia sala
La romana bellissima traea
Dalla ricca di gemme ed indorata
Conocchia il molle lino, e fra le punte
Di due candide dita lo umidiva;
Indi con grazia angelica all'eburneo
Fuso il pizzico dava, e con accento,
Che a labbra subalpine il ciel ricusa,
Cavalleresche melodie cantava.
Belli come la madre accanto a Elina
Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei
Innamoratamente le pupille,
Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,
Alzando vispe, e ogni ultima parola
Della strofa materna ripetendo
Con cantilena armonïosa d'eco.
Ed a quest'eco s'aggiungea la grave
Voce del padre lor, che per la caccia
Un arco preparava, e spesso l'arco
Ponea in obblìo, l'affascinante donna
Mirando e i figli, ed i lor canti udendo.
Portavan l'aure il suon del fervid'inno
D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea
Dell'arcione, ed a' paggi sorridente,
Ma con trepido cor, dicea il suo nome.
Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto
E onore a dama diniegò egli mai?
Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro
Con reverente cortesia, e l'adduce
Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa
L'aurea conocchia, e di seder le accenna.
- Vicina mia gentil (prende Ildegarde
Così a parlar), da lungo tempo agogno
Veder tuo dolce volto, e palesarti
Un mio desìo.
- Qual? le dimanda Elina.
- D'ottener tua amistà, di consolarmi
Teco de' miei dolori.
- E che? Infelice
Sei tu? Come?...
E nel troppo accelerato
Immaginar, già Elina e il cavaliero
Presumon ch'ella fugga il ritornante
Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro
Verso tant'altri, un mostro esser dee pure
Verso la sciagurata a lui consorte.
Ad Ildegarde appressansi amendue,
Ed Irnando le dice: - Il ferro mio
Non fallirà, s'hai di mestier difesa.
Ma oh stupor! La soave, in altro modo
Che non credean, prosegue:
- Il sol non vede
Donna di me più dal suo sposo amata,
O buona Elina, e anch'io, quando al castello
È il mio signore, ed io filo cantando,
Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna
La mia colla sua voce; e molte volte
Abbaian nel cortile i guinzagliati
Cani pronti alla caccia, ed alla caccia
Propizio è l'aer di levi nubi sparso,
Ed ei pur meco stassi, ed al cignale
Fino al seguente dì tregua consente.
Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse
Alcuna volta, mai non fu quand'uno
All'altro amato cor battea vicino.
Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra
Solinga vila crescerà l'incanto,
Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida
Alla dolce speranza!) uno o più figli,
Siccome questi, fioriranno a lato!
S'interrompe Ildegarde, e per gentile
Impeto d'amorosa alma commossa,
O per arte gentile, o per un misto
D'impeto ed arte, i due bambin si prende,
Uno a destra uno a manca, e li accarezza
Con baci alterni e voluttà di madre,
Sì che la madre vera e il genitore
Inteneriti esultano, e amicati
Tanto per lei vieppiù si senton, quanto
A' pargoletti lor vieppiù è cortese.
- Oh come a te in bellezza, o mia vicina,
Questa bimba somiglia!
E ciò Ildegarde
Dicendo, preme lungamente il labbro
Sovra la rosea guancia paffutella
Della cara angioletta, e la baciucchia.
Poscia gitta la mano amabilmente
Sulle ricciute chiome del fanciullo,
E qua e là le palpa, indi pel ciuffo
A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:
- Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto
Da fedel dipintore, il padre tuo
Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato
Il fulvo crin, larga la fronte, arditi
E amorevoli gli occhi...
E questi detti
Pronunciando Ildegarde, involontaria
O accorta, alzava paventoso un guardo
Sul cavaliero. Ed ei si perturbava
Ricordando Camillo. Allor la pia
Ambagi più non volve; e con candore
Dice quanta cagion siale di tristo
Rincrescimento il dissentir d'Irnando
E di Camillo.
- O degna Elina! ov'anco
D'uno dei duo per indomato orgoglio
Quella discordia non cessasse, amiche
Esser non possiam noi? Commiserarci
Non possiam noi di questa ria fortuna,
Ed amar nostri sposi, e niun furore
Lor condivider che sia oltraggio al dritto?
Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,
E si stringono al seno.
Irnando balza
Rapito a quella vista, a quegli accenti,
E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde
Vorrìa provar nessuna esso aver colpa
Nell'odio sorto fra Camillo e lui.
Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati
Spregi e d'ingratitudine a Camillo
Accusa vibra, il corruccioso lagno
Con cui ne parla, non par quel dell'odio,
Ma d'un amor geloso. Ei non perdona
All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto
Un idol d'altra gente! aver potuto
Per nemici obblïar sì sviscerato
Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.
Ciò non isfugge all'ospite avveduta,
E con lenta eloquenza insinüante,
Che più e più le udenti anime scuote,
Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi
Un fautor generoso (errante forse,
Ma generoso) d'abbagliante insegna,
E che a virtù immolar tutto credea,
Fin le dolcezze d'amistà più care.
E come pur tal amistà in Camillo
Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni
Sospirass'egli della pace, in cui,
Placato Irnando, il rïamasse ancora.
Dice inoltre com'ei, reduce all'onde
Del Pellice natìo, concilïarsi
Con Irnando agognava, e si valea
D'intercessori invan; come ad Irnando
Mandò il proprio scudiero, e fu respinto.
Dice gli sguardi mesti e affascinati
Di Camillo al castel del primo amico,
E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone
Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti
Ove insieme natavano, ed ai ghiacci
Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi,
Ridendo e punzecchiandosi e luttando,
E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta
Indi spesso la fronte o insanguinata)
Tornando a casa lieti e tracotanti.
- Oh che facesti, sposo mio? prorompe
La fervida Romana; un altro, un altro
T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,
Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro
Che innanzi agli alterati occhi ci stava,
No, non era quel pio, cui sì dilette
Son dell'infanzia le memorie tutte,
Cui tu sempre sei caro, e che sì caro
Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo.
- Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio
Gli si rïempie di söave pianto.
Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe
A me mandò que' freddi intercessori
Che sì mal peroravano, e quel troppo
Zelante messagger che m'inaspriva
Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai
Ch'esser amato da colui ch'io amava?
D'odiarlo io giurava, e non potea!
Ma e se la tua benignità, Ildegarde,
Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna
Rammemoranza di me pia conserva,
E quasi m'ama nel passato ancora,
Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi
Collegato di vili anco s'ardisse?
Se sconsigliati egli dicesse i passi
Che al mio castello hai mossi, e dall'irato
Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!
Amarlo più non posso!»
I dolorosi
Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,
Col ricordar sull'amicizia antica
Questo o quel detto di Camillo.
- Io dunque
Era il superbo! esclama il cavaliero:
Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra
Lunge da me l'amico mio periglia;
Ad aïtarlo di mie lance io volo.
E i suoi fidi raguna, ed abbracciate
La palpitante Elina ed Ildegarde
E i pargoletti, in sella monta e parte.
Per molti dì le due vicine a gara
Si consolavan, si pascean di speme,
E alterne visitavansi, aspettando
De' baroni il ritorno, o messaggero
Che di lor favellasse. Ascondon ambe
Il lor perturbamento, e sol ciascuna,
Quando al proprio castel siede romita,
Numera i giorni ed angosciata piange.
Quella dicendo: «Oh non avess'io mai
Conosciuto Ildegarde! Ella funesta
Forse è cagion che il mio signore è spento!»
L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo
Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,
Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa
Vedova Elina ed orfani i suoi figli
Ah no, non restin!»
Cede alla possanza
Del suo rammarco alfin l'inconsolata
Moglie d'Irnando, ed una sera asceso
Il solito cíglion con Ildegarde,
Donde vedeasi per più lunga tratta
La polverosa via, nè comparendo
I cavalieri, o messo alcun, prorompe
Abbracciando i figliuoli in disperato
Pianto, e respinge dell'amica il bacio.
- Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli
Rapisti il genitore! A me rapisti
Colui che tutto era al cor mio! Colui,
Pel qual degli avi miei la dolce terra
Senza cordoglio abbandonata avea!
Viver senz'esso non poss'io: qual sorte
A queste derelitte creature
Verrà serbata, dacchè al padre i ferri
Tolgon la vita, ed alla madre il lutto?
Voler, voler del cielo era d'Irnando
L'inimistà pel tuo fatal consorte!
Maledetto l'istante in che, ispirata
Da infernal consiglier, lieta movevi
A mia ruina! Maledetto il nome
Di suora che ti diedi! -
Al furibondo
Grido geme Ildegarde, e invan desìa
Trovar parole per placar l'afflitta;
Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora
Più duramente rigettata e carca
Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio
Rispetta dell'amica, e ridiscende
Dietro a lei mestamente la collina,
D'ancella a guisa che garrita piange,
E risponder non osa. A quando a quando
Si sofferma Ildegarde, e confidata
Tende l'orecchio e nella valle mira,
Che voci udir le sembra; e quelle voci,
Ahi! manda il villanel, che dagli arati
Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara
Son compagnia l'antica madre, curva
Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta
Moglie, peso maggior di rudi sterpi
Con elegante alacrità portando.
Ne' dì seguenti, al consüeto poggio
Le due donne riedean, ma fremebonda
Sempre era Elina, e, tramontato il sole,
Moveva a casa delirante d'ira
E di dolore; ognor vituperata
Ma affettüosa la seguìa Ildegarde.
Odon lontane grida, e nella valle,
Come all'usato i guardi avidamente
Con palpiti d'amor gettano entrambe
E di speranza e di paura. Il cane
Drizza i villosi orecchi, ed un acuto
Insolito latrato alza, e si scaglia
Giù per la praterìa precipitoso,
Folte siepi saltando ed ardui fossi
E scoscesi macigni. E ad intervalli
Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia,
Nè mai s'arresta.
- E sarà ver? Son dessi,
Son dessi certo! Esclamano a vicenda
Con ebbrezza febbril le desïose.
Ma se alle lance reduci or mancasse
Uno de' capitani, od ambo forse?
Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!
Chi ne assecura?
Sì dicendo, il passo
Raddoppiano affannate. Al piano giunte,
Odon le scalpitanti ugne veloci
D'uno o duo corridori: ah fosser duo!
Fosser de' duo baroni i corridori!
Scerner gli oggetti mal lasciava un denso
Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto
Camillo e Irnando precedean, con ansia
Di riveder le dolci spose. Oh gioia!
Oh certezza felice! Il lor saluto
Suona per l'aer, ben son lor voci queste.
Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!
Oh istante indescrittibile! E il consorte,
Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai
L'ha coperto di lagrime e di baci,
Ciascuna dell'amica infra le braccia
Gittasi giubilando.
- Il dolor mio
Aspra mi fea: perdonami Ildegarde.
E Ildegarde alla suora il detto tronca,
Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe
Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli
Preso frattanto ha fra le braccia Irnando,
E accarezzato li accarezza, e gode
Porgendoli a Camillo, e di Camillo
La nova tenerezza rimirando.
Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,
Un esclamar, un alternarsi accenti
Di cortesia e d'amore, un romper folle
In pianto e in riso, un mescolar dimande
E risposte e racconti, e i cominciati
Detti obblïar per detti altri frapporre,
Che niun di lor cosa veruna intende.
Nel castello d'Irnando entrano. E assisi
Nella gran sala - e da donzelle e fanti
Portate l'ampie coppe - e zampillato
Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente
Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo -
E del giocondo brindisi i sonanti
Tocchi osservati - e roborato il core -
Allor le maschie voci alzano a gara
I baroni, e ripigliano il racconto
In più seguìta, intelligibil foggia:
- Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,
Te in così tempestiva ora spingendo
A rannodar fra Irnando e me l'amato
Vincol che stoltamente io franto avea! -
Così Camillo, e l'interrompe l'altro:
Io lo stolto! Io il feroce! -
E quei la mano
Sovra il labbro gli pon rïassumendo:
- Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!
Perduto er'io, se redentrice possa
D'amistà non venìa. L'assedïante
Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo
Novella frotta ragunò. Me chiuso
Nel castel della suora, egli ogni giorno
Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno
Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi
Del valor mio nulla potean su tanto
Nover crescente di nemici. A noi
Già le biade fallìan, già fallìan l'armi,
E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio
Rabido della fame a' guerrier nostri
Consigliavan rivolta ed abbandono.
Universal divenne voce alfine:
«Arrendiamci!! arrendiamci!» Il masnadiero
Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora
E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso
E supplicante, io i perfidi arringava,
Che della rocca aprir volean le porte:
- «Sino a dimane il tradimento, o iniqui,
Sino a dimane sospendete!» Un resto
Di pietà e di rispetto, al grido mio,
Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!
Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora
Portenti oprato non avrà a tuo scampo,
Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»
Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!
Oh come orrenda cosa eraci il suono
Del bronzo che segnavale! Oh angosciato
Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti
Muti sembianti della mia sorella
E de' suoi pargoletti! Oh contrastante
Dignità di parole in prepararci
A' vicini supplizi! Ed oh com'io
Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico
Tutta la vita conservarmi Irnando? -
Improvviso frastuono udiam levarsi
Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!
Una pugna! E con chi? - «La man di Dio!
La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra
Mi si prostran pentite, il giuramento
Di fedeltà rinnovano; a gagliarda
Sortita le süado, ed infinito
Macel lung'ora de' nemici è fatto.
Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:
- Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta
Prodezza ad ammirar non m'astringevi,
Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga
Eran molti de' miei, già in fuga io stesso
Omai volgeami disperato: i colpi
Tuoi scomposer l'esercito inimico,
E di salvezza io debitor t'andai! -
S'avvicendan la lode i cavalieri,
L'uno dell'altro memorando i fatti.
Alfine Elina sclama: - Ad Ildegarde
Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei
Prostratevi, e la sua destra baciate. -
E i cavalieri prostratisi, e la destra
Baciano d'Ildegarde, e penitenza
Le chieggon del furente odio passato;
Ed ella in penitenza un'annua festa
Intima in questo e in quel castel, che festa
Dell'amistà si chiami, e dove uficio
De' vati sia cantar quanti sospetti
Calunnïosi partorisce l'ira,
E quanto l'ira accrescano le ambagi
De' falsi intercessori, e quanto egregia
Sappia interceditrice esser la donna.
- E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi
Penitenza? soggiugne in umil atto
Palma a palma accostando, ed il ginocchio
Piegando Elina. -
Ed Ildegarde: - Il primo
Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome
Porti del mio Camillo; e mi sia dato,
Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.




I SALUZZESI.

Cantica.

L'amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m'ha indotto a cantare un fatto luttuosissimo, che trovasi ne' suoi annali, al secolo XIV. Il Marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a quei tempi, e la vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per tutta Italia.
Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signorìa di Saluzzo, ma gli fu contrastato il seggio da Manfredo suo zio. Tommaso avea per moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno de' Principi ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sovra Azzo fratello di Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti, loro zio.
Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo capo de' guelfi, Roberto Re di Napoli, della casa d'Angiò. Era questi un ragguardevole monarca per ingegno e per possedimenti.* *Oltre al suo regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli appartenevano, per diritti veri o dubbii, parecchie signorìe qua a là in tutta la lunghezza della penisola. Roma e Firenze lo riconoscevano per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano Savigliano, Fossano, Cuneo ec. Non conduceva eserciti egli medesimo, e teneva, tutti quei disseminati dominii con masnade Provenzali, Napoletane o d'altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza ghibellina de' Visconti, e domare tutti gli Stati Italiani; ma non essendo egli d'indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì mai l'ardito proposto. Guelfi e ghibellini si vantavano a vicenda d'essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà, della giustizia, della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benchè in tali tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L'età era cavalieresca e religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è sommamente poetico.
A que' giorni viveano con immensa fama di dottrina Petrarca e Boccaccio, ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si gloriavano d'averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo attraeva gli occhi della corte di Napoli, non è maraviglia che il Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla Saluzzese Griselda.
Mentre quella splendida corte era modello di gentilezza, le schiere di Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e congiunte con altre armi, proruppero ne' nostri paesi per sostenere i pretesi diritti di Manfredo, empierono di rubamenti e di carnificine la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il marchese Tommaso co' suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a commettere ogni barbarie, e così in breve disingannarono coloro fra i prodi Saluzzesi che avevano sognato in Roberto un semidio, e ne' suoi guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le antiche ingiustizie, ed a stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.
Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e tutti i guelfi erano esecrati, si volse ad adunare nuova oste di ghibellini, v'aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati furono espulsi.
Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la storia di Saluzzo di Delfino Muletti, e di Carlo suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto intitolato Calamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de Fia, rivela nell'uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl'invasori. - (Ploremus ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus).
La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s'estinse a que' giorni con Roberto la gloria della fatale casa d'Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l'Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell'uccisione d'un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.



I SALUZZESI.

Odium suscitat rixas, et universa
delicta operit charitas.
(Prov. 10. 12).

I.

Dolce Saluzzo mia! terra d'antiche
Nobili pugne, e d'alternate sorti
Prospere e infelicissime, e d'ingegni
Che t'onoràr con gravi magisteri,
O con bell'arti, o con sincere istorie,
O coll'affettüoso estro che splende
In ognun che ti canta, e vieppiù splende.
Sovra l'arpa gentil di Dëodata( ),

Tua prediletta figlia! Io ti saluto,
O terra de' miei padri, e dall'affetto
Che ti porto, m'ispiro oggi cantando
Un tuo illustre dolor d'anni lontani,
Che fu dolor da forti alme compianto,
E da forti alme sopportato e misto
Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi
Di patrio amor, di lealtà e di senno.
O fantasia, sulle tue magich'ali
Toglimi a' dì presenti, e con gagliardo
Vol ritocchiamo il secolo guerriero
Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno
Di guelfe e ghibelline ire, che servo
Parve e non fu dell'ultimo Angioìno;
Il pöetico secol, che dall'ombra
Gigantesca di Dante e dalle pure
Armonìe di Petrarca, e più dal lume
D'ammirabili Santi, era di molti
Olocausti di sangue consolato.
Fra gl'Itali dominii, ecco Saluzzo
Non ultima in possanza: eccola altera
Di lunga tratta di montagne e valli
E feconde pianure, e di castella
Governate da prodi: eccola altera
De' prenci suoi. La marchional corona
Fregia Tommaso, affratellato ai grandi
Ghibellini Visconti, onde Roberto
Angiöin dalla sua Napoletana
Splendida reggia freme, e agguati ordisce,
Impor bramando con novello prence
A' Saluzzesi il guelfo suo stendardo.
Volgea quella stagion, quando Saluzzo
Vede scemar pe' campi suoi le nevi,
E ogni dì s'avvicendano i gelati
Estremi soffi dell'inverno, e l'aure
Che già vorrebbe intepidir l'amica
Possa del Sol che a ricrëarci torna.
E volgeva una sera, ed a tard'ora
Entro alla cara sua celletta prono
Stava orando il canuto Ugo, dolente
Che involontaria a' preghi si mescesse
Nel suo intelletto or questa cura or quella
Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea
L'infula veneranda. E benchè antico
Nelle salde virtù di pazïenza
E d'umiltà, pur non potea ne' preghi
Trovar facìl quïete, anco ove miti
Talor del monaster fosser gli affanni,
Perocch'ei molte conoscea secrete
D'alti alberghi sfortune e di tugurii,
E d'innocenti peregrini oppressi;
E la mente magnanima del vecchio
Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi
Delle colpe gli strazi e quei del pianto.
Or mentre inginocchiato ei le divine
Grazie per tutti invoca, ode la squilla
Che a notte suona il vïator venuto
Alla porta ospital. Sospeso allora
Il conversar con Dio, s'alza ed appella
Un de' laici fratelli, e - Va, gli dice;
Provvedi tu che all'arrivante abbondi
Di carità dolcissima il conforto,
Chiunque ei sia.
Quindi, umilmente curva
La nivea fronte, eccol di nuovo a' piedi
Del Crocefisso, e nell'orar diceva:
- Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse
Tal di que' mesti a cui giovar potessi!
D'accelerati e poderosi passi
D'un cavalier sonar sembran le volte;
Poscia addotto dal laico entro la cella
Viene... Eleardo.
- Oh amato zio!
- Nepote,
Onde tu di Staffarda alla Badìa?
Il laico si ritrasse. I duo congiunti
Si strinsero le destre, e il giovin prode
Sovra la scarna destra del canuto
Le labbra pose, ed ambe allor le braccia
Aperse questi, e al sen paternamente
Il figlio accolse dell'estinta suora.
Così il giovin comincia:
- Alto mistero
Son chiamato a svelarti.
- In me fiducia
Sai qual tua madre avesse; abbila pari.
- Dacchè in Saluzzo reduce son io
Dalla corte di Napoli e dal Tebro,
Poche fïate al fianco tuo m'assisi,
E assai pensieri d'Eleardo ignori.
- E l'ignorarli mi mettea paure,
Che forse sgombrerai.
- Padre, mentita
È la fama che sparsa han da Milano
I perfidi Visconti incontro al vero
Proteggitor d'Italia tutta e nostro.
In benefizi alto, fedel, possente
È il regio cor del Provenzal Roberto:
Ei la Chiesa vuol grande: ei de' tiranni
Flagello fia; de' buoni prenci scampo.
- Bada, o giovin bollente, omai tremenda
Splender la luce di quel re straniero
Che di Napoli al serto altre aggiungendo
Minori signorìe, stende sue lance
Di castello in castel, di villa in villa,
Fra' Romani, fra' Toschi e fra' Lombardi,
E feudi suoi non pochi ha in Monferrato
E in Piemontesi sponde. A molti egregi
Dubbia pietà è la sua sulle miserie
Delle irate, cozzanti, Itale stirpi.
- Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una
Appalesasi speme, un sol desìo
In re Roberto e nel Pastor del mondo:
Concordia vonno e giuste leggi, e freno
Ad eresìe, a tirannidi, a macelli:
Collegare in un patto a comun gloria
Vonno e prenci e repubbliche e baroni.
- Del supremo Pastor ferve nel petto
Ansïetà pe' figli suoi sublime;
Il so: ma in petto di Roberto ferve
Pericolosa ambizïon.
- Tal grida
Del ghibellin Visconte la calunnia,
Ma smascherato è l'impostor. Lui regge
Ed ognor resse ambizïon! Lui preme
Sete d'oro e di sangue! In Lombardia
Ei d'un mortal più non possede il core:
Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio
Liberator dell'Alemanno Augusto,
O della serpe Viscontèa sul capo
La folgor pontificia, e i benedetti
Brandi del re. Quanto i Lombardi omai
Da quella fatal serpe avviluppati,
Contaminati, laceri, scherniti
Non ci vediam noi Saluzzesi forse,
Dacchè sposa al Marchese incantatrice
Venne Riccarda, e tracotante stormo
D'Insubri cortegiani accompagnolla?
- Figlio, ricorda ch'altre volte io seppi
Quell'ira tua sedar. Ragioni mille
Di Saluzzo il dominio alla fortuna
Stringono di Milano.
- Oggi disciolta
È l'infernal necessità.
- Che intendi?
- Svelta alfin oggi dall'ignobil crine
Del marchese Tommaso è la corona.
- Oh ciel! che parli? Come?
- Oggi Saluzzo
E delle valli sue tutti i baroni
Mutan sommo signor: nel seggio ascende
Del marchesato...
- Chi?
- Manfredo.
- Un sogno,
Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano
Stendere al serto del nepote un giorno,
Ma pochi il secondaro, e giurò pace.
- Fur vïolati da Tommaso i sacri
Vincoli della pace, e l'insultato
Manfredo sorge con diritto, e pugna.
- Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge
Di Tommaso la fede.
- Or cessa, o zio,
Di compianger l'iniquo, e sostenerlo.
A quest'ora medesma in ch'io ti parlo,
Invitte squadre ascosamente tratte
Son da più lati del Piemonte, l'une
Da Savigliano e circostanti borghi
Obbedïenti al re, l'altre portando
La Taurinense e la Sabauda insegna;
Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo
De' Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,
Saluzzo investiranno, e di Saluzzo
Da interni guelfi s'apriran le porte.
- Perfidia tanta ah! non permetta il cielo!
- Manfredo, signor nostro, a te m'invia,
A te ch'egli ama e venera, e possente
Crede appo Dio.
- Che vuol da me il fellone?
- T'acqueta.
- Che vuol ei?
- Rende onoranza
A quella fama tua che in parte celi
Per umiltade, e forse in parte ignori,
Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.
Il vigor de' Profeti, è nel tuo sguardo,
Nella parola tua, nell'inclit'opre!
Nè fur poste in obblìo le ardimentose
Verità che portate hai cento volte
In nome dell'Eterno a' piè de' forti.
Banditor oggi te desìa, te vuole
Di verità terribili Manfredo:
Vieni i Visconti a maledir nel campo,
Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni
Tommaso a maledir, che a' ghibellini
Fatto s'era mancipio; e il tuo ispirato
Ingegno volgi a secondar gl'intenti
Di chi protegge i popoli e il diritto.
Balza a tai detti dal suo antico seggio
Il sacro vecchio, e grida: - Oh sconsigliati!
Oh foss'io in tempo! Oh, me vestisse Iddio
Del vigor de' Profeti un giorno solo!
Ov'è Manfredo?
- Il menan le notturne
Ombre colla invadente oste a lui fida.
- Mi si bardi il corsier, prorompe l'altro.
E mentre il laico diligente move
Ad obbedir, l'illustre coppia ancora
Entro la cella si sofferma, e scambia
Dell'agitato alterno animo i sensi.
- Figlio, sedotto sei. Più che a te noti
Di Roberto e Manfredo i cor mi sono.
Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto
Di splendid'arti e cortesìa sfavilla:
Lunge di là, malefico è il suo genio,
Però che illude cavalieri e volgo,
Con brame empie di guerra e di rivolta.
E mentre a chi gli sta vicino ei mostra
Amabili virtù, sparge per tutte
Le vie della penisola protetta
Superbi capitani a intimar pace,
Depredando, uccidendo e soggiogando.
Tal è il vantato amico re. Gli giova
Scemar la possa de' Visconti, a noi
Unici grandi appoggi; ed a quel fine
Oggi stromento egli Manfredo elegge.
- A Manfredo parlando e a' regii duci,
Dissiperassi il tuo terror. Brandite
Furon le generose armi con alto,
Solenne giuro d'elevar gli oppressi,
Ed atterrar chi leggi ed are spregia.
- Di chi s'avventa a qual sia guerra, è il giuro.
- Vedrai di stirpe Saluzzese egregi
Baroni alzar la Manfredesca insegna.
- So che vedrovvi tra i cospicui illusi
Quell'Arrigo Elïon che ti governa,
Sua figlia promettendoti. Arrossisci?
Pur troppo non errai.
- Più che gli affetti,
Seguir ragione e coscïenza intendo.
Bardato del canuto è il palafreno,
E accanto ad esso scalpita il corsiero
Del giovin cavalier. Brevi l'abate
Lascia a' monaci suoi caute parole;
Di sua man l'acqua santa a lor comparte,
Li benedice, ed eccolo salito
Guerrescamente sull'arcion, siccome
Uom, che pria della tonaca ha vestito
Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.
Stride sui ferrei cardini la porta
Del monastero, e si spalanca. Entrambo
Escon gl'illustri, e su minor cavalli
Duo servïenti; e soffermato resta
In sulla soglia il monacal drappello,
Cui s'abboccò l'abate alla partita.
- Che fia? Si dicon con alterno sguardo
Paventando sciagure, ed ignorando
Le sovrastanti stragi. Intanto s'ode
La campanella de' notturni salmi,
E vien chiusa la porta, e traversato
L'ampio cortil, tutta la pia famiglia
Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.



II.

All'ombra delle chiese oh fortunata
Pace, in secoli d'odii e tradimenti!
Ivi mentre ne' campi arse talora
Venìan le messi, e al villanello afflitto
Il guerriero aggiugnea scherni e percosse,
E mentre in borghi ed in città i fratelli
Trucidavan fratelli, e mentre noto
Andava questo e quel castel per nappi
Di velen ministrati, e per pugnali
Vibrati nelle tenebre, e per donne,
Che il geloso, implacabile barone
Seppellìa vive delle torri in fondo,
Il monaco espïava or sue passate
Colpe, or le colpe delle stirpi inique:
E non di rado quelle sacre lane
Coprìano ingegni sapïenti e miti,
Stranieri al secol lor, com'è straniero
Fra malefici sterpi il fior gentile,
E fra cocenti arene il zampillìo
Ospital d'una fonte, e fra selvagge
Masnade un cor che sopra i vinti gema.
Intanto che a Staffarda i coccollati
Salmeggiavano in coro, e che l'antico
Ugo sul palafreno i pantanosi
Sentieri e le boscaglie attraversava,
Mossa da Moncalier, tragge a Saluzzo
Moltitudine varia e spaventosa:
Di regie insegne e d'alleati, e insieme
Co' guerrieri diversi orrende bande
Di comprati ladroni. Il sommo duce
È Bertrando del Balzo, altero e prode
Siniscalco del rege, e di Bertrando
Primo seguace è il traditor Manfredo,
Ch'entrambe i suoi fratelli sconsigliati
Seco strascina alla malvagia impresa.
Giunger vonno di notte appo le mura
Insidïate, e lor sorride speme
Ch'a suon di trombe s'apra ivi la porta.
Ma precorsa è la fama, e quando arriva
L'oste a' piè di Saluzzo, e dagli araldi
Si suonano le trombe, al suono audace
Interna intelligenza non risponde,
E nessun ponte levatoio scende
Degl'invasori al passo. Irte le mura
Stan di lance fedeli, scintillanti
Al raggio della luna, e dal lor grembo
Piovon sull'oste urli di rabbia e dardi;
Ed a quegli urli universal succede
Il grido popolar: - «Viva Tommaso!».
Sì che Manfredo per livor si morde
Ambe le labbra, e al baldanzoso volgo
Giura dar pena d'infinite stragi.
Il Provenzal Bertrando, alma beffarda
Dell'amistà del rege insuperbita,
Quasi rege teneasi, e agevolmente
Sovr'ogn'italo sir vibrava scherni.
Prorompe ei quindi in tracotante riso,
E voltosi a Manfredo: - Ecco, gli dice,
Quel che ne promettesti universale
Amor per te de' Saluzzesi spirti!
Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno:
- Tutti siete così! Promesse, vanti,
Folli speranze! ed ardui indi i perigli,
Lunghe le imprese, ed il mio re frattanto
Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi!
- T'acqueta, dice con infinta calma
Il fremente Manfredo; oltre poch'ore
Non dureran gl'inciampi: un solo basta
Gagliardo assalto, e il disporrem veloci.
Mentre a dispor l'assalto ardimentosi
Coopran gl'intelletti de' supremi
E l'obbedir delle volgari turbe,
Congegnando, apprestando armi, brocchieri,
Ferrate travi e macchine scaglianti,
E tutta la pianura è voce e moto
E cigolìo di carri, e picchiamento
Di mannaie che atterrano le piante,
E stridere di pietre agglomerate,
E in mezzo alle fatiche or la bestemmia
E l'impudente ghigno, ed ora il canto -
Dentro Saluzzo non minor s'avviva
Il poter delle menti e delle braccia
Per la sacra difesa. Ignoti e pochi
Sono gl'interni traditori, e a mille
Ardono i cuori allo stendardo uniti
Del marchese Tommaso. Ei di que' prenci
Magnanimi era, ch'ove rischio appaia,
Brillan di nova luce, e più sublime
Han la parola, e più sublime il guardo,
E quasi per magìa destan ne' petti
Della poc'anzi malignante plebe
Amor, concordia, ambizïon gentile.
Pressochè in tutte l'alme ivi obblïato
È questo o quell'error che, apposto o vero,
Jer gran macchia parea sovra Tommaso:
Più non vedesi in lui che un assalito
Posseditore di paterni dritti,
Un amato signor, una man pia
Che premiava e puniva e sorreggeva,
E ch'uopo è conservar. Sì che la stessa
Bellissima Riccarda, onde cotanto
A' Saluzzesi dispiacea la stirpe,
Più d'abborrita origine non sembra,
Or che il popol la vede paventosa,
Ma non già vil, dividere i perigli
E le cure del sir. La sua bellezza
Molce i fedeli armati; il suo linguaggio
Più non suona stranier, benchè lombardo.
E quand'ella e Tommaso, a destra, a manca,
Parlan di speme nell'accorrer pronto
Dell'armi de' Visconti a lor salvezza,
Esultan gli ascoltanti e mandan plauso.
Al declinar di quell'orribil notte
Ugo nella invadente oste arrivava
Con Eleardo, e trassero al cospetto
Del regio siniscalco e di Manfredo.
Alzò Manfredo un grido di contento
All'apparir del vecchio, ed a Bertrando
Lo presentò dicendo: - O sir del Balzo,
Eccoti di Staffarda il presul santo,
Colui, che per bell'opre onnipossente
Fama sul popol di Saluzzo ottenne!
Il cor certo gli splende a questa aurora
D'un avvenir pe' nostri patrii lidi
Più glorïoso e fortunato e giusto.
Avvicinossi ad Ugo il siniscalco,
E celando nell'alma dispettosa
Il disamore e il tedio, un reverente
Foggiò sorriso, e disse: - Anco il monarca
Serba di te memoria, o illustre padre,
E qui trionfo, non dall'arme tanto,
Che ben darglielo ponno, egli desìa,
Quanto dall'opra del tuo amico senno.
Indi Manfredo ripigliò i motivi
A spiegar della guerra, annoverando
Frodi e stoltezze e ineluttabili onte
Sul nome di Tommaso accumulate,
Perchè ligio all'astuta Insubre possa,
Ed uopi urgenti di riparo, e prove
Che il maggior uopo a' Saluzzesi fosse
E a tutta Italia l'unità d'omaggio
Di quanti erano feudi al re Roberto.
Ed Ugo ai cavalieri: - Il mio suffragio
Certo sarìa per la comun concordia
Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo,
Ma non basta d'afflitti animi il voto
Perchè cessi il poter dell'ire antiche
In un popol di stirpi concitate
Ad aneliti varii e a varii lucri;
E ragioni si schierano possenti
Al mio intelletto, sì ch'io neghi al regno
D'uno straniero in Puglia incoronato
Il giunger con sua fama e co' suoi brandi
A collegarci a reverenza e pace.
- Pensa, o canuto, ch'alto assunto è il nostro:
Degna è di te l'aïta.
- Aïta bramo
Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo.
- Qual?
- Del popolo agli occhi e degli armati
Intercessor presenterommi a voi,
E per relïgione ambi e clemenza
Sospenderete le battaglie, e intanto
A Napoli n'andrò. Placherò, spero,
L'augusto re; lo distorrò da impresa
Onde gli torneria danno ed obbrobrio;
E se leso alcun dritto era a Manfredo,
Per saldi patti ei risarcito andranne.
- Proporne indugio alle battaglie è vano:
Impermutabil di Roberto è il cenno;
E mal vai profetando obbrobrio e danno
A chi certezza piena ha di vittoria.
Solo uno sguardo a nostre schiere volgi,
E vedrai che Saluzzo oggi s'espugna.
- Espugnarla potrete, ed il ricovro
Forse tor del castello al vinto sire,
E prigion trascinarlo, e dalle chiome
L'avito serto marchional strappargli,
E tu, Manfredo, ornartene la fronte.
Io non ciò vi contendo; io, per l'antico
Conoscimento mio di questa terra
E degli animi suoi, sol vi dichiaro,
Che al crollar di Tommaso, ardua e non ferma
Vittoria avreste. In cor de' più, gagliarde
Son le eredate ghibelline fiamme,
Gagliarda quindi l'amistà a' Visconti,
Gagliardo l'odio per le guelfe insegne.
Picciol popolo siam, ma ci dan forza
E l'arme de' Visconti e il nostro ardire,
E l'indol Saluzzese, aspra, selvaggia,
Che paure non piegan ne' supplizi.
- Obblii ch'io pur son Saluzzese, e mai
Non mi piegan paure.
- In te, Manfredo,
Splenda il miglior degli ardimenti: quello
D'anteporre alle gioie empie del brando
Una gloria più pia, l'amabil gloria
D'allontanar dalle tue patrie rive
Una guerra funesta!
- Altra favella,
Assumi, o vecchio. Se t'è caro ufizio
Scemar l'orror d'inevitata guerra,
Sposa il vessillo mio, movi alle mura
Assedïate, i cittadini arringa,
Traggili a sottopormisi.
- Non posso!
Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo
Esser ponno le supplici parole,
E l'aprirvi, quai Dio me li palesa,
I forti avvisi. Trattenete i brandi,
E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto
Basteran le ragioni a richiamarlo,
Ed indi a pochi dì voi satisfatti
E glorïosi e senza ira di sangue,
Benedetti dai popoli e dal cielo,
Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto
Da ambizïone e da rancori antichi
Tu inesorabilmente alla corona
Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi,
E afferrarla potessi, in odio fora
Il nome tuo a' soggetti, e, pur volendo,
Felici farli non potresti. Iniqua
Necessità di gelosie e vendette
Nasce da civil guerra, e l'usurpante
Non si sostien fuorchè a perpetuo patto
Di timori e carnefici. E si ponga
Che dianzi mal reggesse il prence vinto,
L'esser vinto o fuggiasco ovver sotterra
Amicherà al suo nome i cuori molti
Che offeso avrai; s'obblïeranno i torti
Del perduto signor; s'abbelliranno
Le ricordate sue virtù. Lui spento,
Sorgeran prenci astuti o generosi
Per vendicarlo, e s'anco astuti ed empi
Fossero in cor, venereralli il volgo,
Giocondo sempre d'abborrire un forte,
Che per ingegno e vïolenza regni.
E a cotal colleganza d'assalenti
Quai son le forze che opporrìa Manfredo?
- Le regie forze! esclama furibondo
Il Provenzal barone.
- In molte guerre
Il vostro re s'avvolge, Ugo ripiglia,
E ove sia con gagliarde armi assalito
Per altri lidi, a propugnarli io veggo
Receder queste schiere, e te, Manfredo,
Veggo fremente e povero d'acciari,
E tradito da' tuoi!...
Qui del profeta
Interrompon la voce i capitani.
Egli alza il Crocefisso, ed umilmente
Prega i superbi, e pregali pel nome
Del Redentor. Respinto viene, e sorge
Più d'un ferro dell'oste a minacciarlo.
Scudo al monaco feansi alcuni prodi,
E fra questi Eleardo. Il santo vecchio
Di scherni non tremò, nè di minacce,
E più fïate ripetè ai felloni:
- L'impresa vostra maledice Iddio!



III.

Di te, Religïon, nobile è ufficio,
L'affrontare imperterrita coll'arme
Delle temute verità i superbi,
Pur con periglio d'onta e di martirio!
E quell'uficio, oh quante volte i veri
Sacerdoti di Dio forti adempièro!
Talor sotto l'acciar de' vïolenti
Perìan que' venerandi, e talor rotti
E insanguinati, e carichi di ferro
Venìan sepolti in erma, orrida torre:
Nè dai tremendi esempi sbigottito
Era il cor d'altri santi. E se la voce
D'un'alma pura e consecrata all'are
Da iniqui prodi spesso iva schernita,
Pur non inutil pienamente ell'era:
Schernita andava, ma ponea ne' petti
Di que' feroci inverecondi un germe
Che forse un dì fruttava; ed era un germe
Religïoso di terrore. E in mezzo
A tai feroci petti, alcun pur sempre
Ve n'avea di men guasto, a cui l'ardita
Sacerdotal, magnanima parola
Or di cospicui presuli, or d'umili
Fraticelli o romiti in patrocinio
Degl'innocenti, era parola invitta
Che con pronti rimorsi il tormentava,
Sì che riedesse a carità ed onore.
Compagno fessi al vecchio Ugo per molti
Passi Eleardo oltre al terren coperto
Da quelle schiere di crudeli armati,
Indi, con grave d'ambidue cordoglio,
Il nipote strappossi dalle invano
Tenaci braccia dell'amato antico.
Ahi! senza pro sclamava questi: - Oh figlio!
Qui non m'abbandonar! Più fra quell'empie
Insegne che il Signore ha maledette
Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede!
Te ne scongiuro per la sacra polve
Della mia suora, a te sì dolce madre!
Te ne scongiuro per la polve illustre
Del tuo buon genitore e de' nostr'avi,
Che fidi cavalieri ed incolpati
Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo
Stringea con dritto il signorile acciaro!
Esci dal laccio che al tuo core han teso
I rapaci stranieri! A me, alla patria,
Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto
Sta con Manfredo, con Tommaso il cielo!
Udìa Eleardo il prolungato grido
Del supplice canuto, ed il veloce
Corso intanto seguìa. Ma benchè sordo
Paresse e irreverente, a lui que' detti
Eran quai dardi all'anima commossa,
E vïolenza a sè medesmo ei fea
Non fermando il suo corso, e non volgendo
Il piè per rigittarsi alle ginocchia
Del caro supplicante. Il pro' Eleardo
S'ostinava per varii ignoti impulsi
A ritornar fra i collegati duci,
Cercando creder ch'ei virtù seguisse,
Ed Ugo fosse un tentatore, un cieco
D'errori amico. Intende il cavaliero
Ad ogni vil tentazïon lo spirto
Incolume serbare: idolo intende
Virtù, virtù, non larva farsi alcuna!
Virtù vuol ravvisar, virtù secura
Nelle giurate splendide fortune,
Che il re Angioìno ai Saluzzesi e a tutta
La penisola appresta. Ei quel monarca
Ed i suoi capitani, e più Manfredo
Vuol reputar veraci eroi. Ma pure....
Ad onta del proposto, il sen gli rode
Nascente dubbio irresistibil. Cela
Questo dubbio, ma il porta, e così giunge
Turbato, afflitto ai Manfredeschi brandi.
A molti il cela, sì, non a sè stesso;
E ondeggia alquanto, indi neppur celarlo
Può al genitor della donzella amata,
Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn'altro
Pia reverenza. E sì gli parla:
- Oh Arrigo!
Appartiamci, m'ascolta: allevïarmi
D'occulta angoscia non poss'io, se teco
Non ne ragiono come a padre.
Il fero
Barone attento il mira, e con presaga
Severità: - Vacilleresti?
- Lievi
Estimar bramerei del venerando
Ugo le voci, e non so dirti quale
In siffatte or benigne or fulminanti
Parole di tant'uom, che onoro ed amo,
Splender raggio tremendo oggi mi paia!
Aggrotta il ciglio Arrigo, e l'interrompe:
- Bada, Eleardo, che al rischioso passo
Dopo lungo pensar ci risolvemmo;
Or paventar nel cominciato calle
Obbrobrio fora.
Ma sebbene Arrigo
Al giovin cavalier biasmo gettasse,
Non men del giovin si sentìa colui
Perturbato nel cor, per l'ardimento
Del fatidico abate, e nel futuro
Nubi scorger pareagli atre e sinistre.
Dissimulava non pertanto, e saldo
Stava come mortal che da gran tempo
Il proprio senno e i proprii fatti adora.
Tal era il truce Arrigo: ei mille volte
Morto sarìa, pria che mostrarsi in gravi
Opre dapprima certo, indi esitante.
Il ferreo vecchio avea ne' precedenti
Anni, coll'inquïeta ed iraconda
Sua desïanza di giustizia e gloria,
E col non mai pieghevole intelletto,
Molti alla corte di Tommaso offesi.
L'esacerbaron quelli, ed egli volse
L'animo suo secretamente a' guelfi
Ed a Manfredo, ivi lor duce occulto.
Parve a Manfredo egregio essere acquisto
L'amistà di tal forte, incanutito
In severi costumi; e scaltramente
Il seppe avvincolar con dimostranze
Di sommo ossequio, affinchè il guelfo volgo,
Affidato d'Arrigo alla canizie,
Argomentasse tutti esser maturi,
Tutti esser giusti gli audacissimi atti
Cui Manfredo appigliavasi. Ahi! d'Arrigo
La canizie coprìa pochi pensieri,
Benchè gagliardi, e quell'ardito prence
Consigli non chiedea, ma obbedïenza.
Arrigo sè medesmo in alto pregio
Reputa nella mente di Manfredo:
A lui si crede necessario, e spesso
Immagina que' dì, quando in Saluzzo
Dominerà quel novo sire, ed ivi
Migliorate n'andran tutte le leggi.
Giubila e fra sè dice: - A tanto bene
Della mia patria io dato avrò l'impulso!
Io sono il genio di Manfredo! Io lui
Illuminato avrò! Tener lontana
Saprò da lui l'adulatrice turba,
E gli ottimi innalzar! Beneficate
L'adoreran le Saluzzesi terre,
Ma unito al nome suo splenderà il mio!
Sì grande speme ad Eleardo egli apre,
Voglioso d'infiammarlo. Il giovin ode,
Ma sta sospeso e mesto, indi ripiglia:
- Rimaner con Manfredo obbligo è nostro,
S'egli, mantenitor delle più sacre
Fra le promesse, non vendetta anela,
Ma podestà di padre, e di supremo
Difenditor de' nostri antichi dritti.
Chè s'egli, come d'Ugo oggi è temenza,
Sol esca avesse ambizione ed ira,
E gettasse la larva, e m'apparisse
Malefico signor, oh! apertamente
Gli disdirei servigio, e a cielo e terra
Confesserei ch'io per error lo amava!
Del magnanimo detto d'Eleardo
Stupisce Arrigo, e corrucciato esclama:
- Supposto indegno è il tuo! Pensa che solo
A impermutabil, vero animo guelfo
Sposa n'andrà dell'inconcusso Arrigo
L'obbedïente figlia!
Il disdegnoso
Vecchio si scosta, e resta ivi solingo
Col suo dolore, e colla sua turbata
Ma non corrotta coscïenza il prode
Amante cavalier.
- Volli del giusto
Seguir la insegna, e voglio: in me desìo
Altro capir non potrà mai! Sospetti
Sol mi ponno assalir che non qui sorga,
Non qui del giusto la bramata insegna.
E se ingannato mi foss'io? Se falsi
Scorgessi i dritti di Manfredo? Ligio
Ad armi inique ratterriami forse
Perfido orgoglio? O ad armi inique ligio
Mi ratterrìa questa laudevol fiamma
Che in petto chiudo per Maria, per tale,
Che tutte illustri damigelle avanza
In bellezza e virtù? Mi farei vile
Per ottener la mano sua? Non mai!
Amarti debbo degnamente, o donna
Di tutti i miei pensier; debbo onorarti
Ogni virtù seguendo e suscitando,
S'anco per onorarti, ah! il più crudele
Mi colpisse infortunio, e te perdessi!
Del maggior tempio di Saluzzo all'alto
Vertice non lontano erge le ciglia,
E curvando ei lo spirto anzi alla croce
Che colassù sfavilla, al Signor chiede
Lume a scernere il vero e a praticarlo.
Il divin lume balenogli e crebbe
Al guardo suo ne' dì seguenti, alcuna
Non vedendo in Manfredo esser pietosa,
Verace cura nel funesto assedio
Di tutelar gli oppressi e vendicarli,
Mentre la invaditrice oste pe' campi
S'andava ad ogni infamia iscatenando.
A tutelare o vendicar gli oppressi
Bensì Eleardo qua e là accorreva,
Ma non di lui bastanti eran gli sforzi,
Nè bastanti gli sforzi erano d'altri
D'animo pari al suo cavalleresco,
Che insiem con esso or s'avvedean fremendo
Quanta in Manfredo, e ne' fratelli suoi
Ed in Bertrando e nelle rie caterve
Indol, non già d'amici eroi si fosse,
Ma d'impudenti ladri e di nemici.
Insin dal primo giorno i brandi iniqui
Della straniera turba entro innocenti
Tugurii sparser miserando affanno.
Qui sgozzarono vergini inseguìte,
Là genitori che alle amate figlie
Difensori si fean. Volge ma indarno
La sua voce imperterrita Eleardo
Or a questo or a quel de' condottieri.
Il siniscalco move il capo e ride,
E Manfredo le accuse ode in silenzio,
Guarda le torri di Saluzzo, e sembra
Dir: - Che mi cal d'iniquità e di pianto,
Purchè in breve là entro io signoreggi?
Vengono a tutta la contrada imposte
Inaudite gravezze, e ad ogni adulto
Legge s'intima, sì ch'ei giuri ossequio
Al marchese novel. L'abbominato
Giuro negavan molti; indi tremende
Carnificine a spegnerli, ed i tetti
Diroccati e consunti dalle fiamme,
E borghi interi in cenere ed in sangue!
Fama nel campo giunge aver Lunello,
Antico sir di Cervignasco, il giuro
Negato agl'intimanti, e colà sorta
Esser numerosissima una plebe
A difender quel sir. - Temono i duci
Che di Lunel la resistenza esempio
Ad altri arditi feudatari avvenga,
Ed invìan fero stuolo a Cervignasco,
Che tutto abbatta, e in ogni dove insegua
Il valoroso sire, e in brani il faccia.
Consanguineo Lunello è d'Eleardo,
Ed il giovin l'amava. Ahimè! non puote
Questi il cenno arrestar, ma prontamente
Scagliasi dietro all'orme de' ladroni,
E moderarli spera, o spera almeno
Sottrarre agli omicidi i cari giorni
Del congiunto barone e de' suoi figli,
O almen d'alcun di loro. Ah! dalle spade
Distruggitrici invaso, saccheggiato,
Pieno di strage è il borgo! Il prò Lunello
Ferito fugge, e a stento si ricovra
All'ombre sacre d'una chiesa, e seco
Tragge l'antica moglie e le sue nuore
E i lattanti nepoti. Ecco nel tempio
I sacrileghi brandi! Ecco all'altare
Abbracciate le vittime! Eleardo
Entra, s'inoltra, grida: i truci colpi
Eran vibrati! A' pie' di lui nel sangue
Stramazzando Lunel, queste supreme
Voci mettea: - Se tu Eleardo sei,
Non prestar fede al rio Manfredo; imìta
L'esempio mio: pria che avvilirti, muori!
Dato alla chiesa il guasto, escon gli armati
In cerca d'altre prede, e fra que' morti,
Appo quell'ara, in disperata angoscia
Resta Eleardo, e piange ed urla, e i crini
Dalla fronte si strappa. Oh! chi l'afferra
Gagliardamente per un braccio e parla?
Il presul di Staffarda. Il qual veniva
Di Lunel suo cugino ai dolci alberghi,
Ed impensata vi trovò battaglia
Ed orribile eccidio, e dalla fama
Venne sospinto ai sanguinosi altari.
Il braccio afferra del nipote, e dice
Con autorevol grido:
- O sciagurato,
Non di lagrime è d'uopo in queste colpe,
Ma di nobil rimorso! A me la cura
Lascia di queste miserande spoglie:
Di giusti da feroci arme sgozzati,
E volgi ad opre valorose. Espìa
Il breve tuo delirio: appella, aduna,
Suscita i forti delle valli. Insieme
V'avvincolate con possenti giuri:
Pio ghibellino ridivieni e pugna.
Abbracciò il giovin cavalier le piante
Del magnanimo zio. Questi con forza
Lo rïalzò, gli,ripetè il comando,
Gli mostrò i consanguinei trucidati
E il rosso altare e le spezzate croci;
Raccapricciò Eleardo, il cor gl'invase
Lampo di speme, si riscosse e sparve.
Che avvien di lui, mentre lo zio infelice
Riman nel tempio e fra dolenti voci
D'alcuni inconsolati villanelli
E di pietose donne, a tanti uccisi
D'ultima carità rende gli ufizi?
Strazïato Eleardo dal conflitto
De' sinistri pensieri, asceso in sella,
Simile a forsennato errò per vie,
Per prati e per arene di torrenti,
Chiedendo a sè medesmo e al ciel chiedendo
Che fare omai dovesse. Un forte impulso
L'agitava, e diceagli ad ogni istante
D'obbedir senza indugio ai sacri detti
Del morente Lunello e ai detti d'Ugo,
Ridivenendo ghibellin. Ma in core
L'astuto angiol del mal gli rinnovava
Quel lusinghiero dubbio: - E se agli scempi
Inevitati di que' giorni atroci,
Che forse gettan falsa ombra maligna
Sul benefico intento di Manfredo,
Succedesser davvero inclite prove
D'alto senno in Manfredo e di giustizia,
Sì che alla patria giovamento e lustro
Per lunga età tornasse? Impresa egregia
Senza olocausti non compìasi mai,
Nè per questi dar loco a terror debbe
L'alma del forte, a giusta gloria inteso.
Così fra le incertezze e le speranze
E i rimbrotti del cor riede Eleardo
Delle masnade assedïanti al campo.



IV.

Miseramente ricca è d'infinite
Fallaci industrie coscïenza, i cari
Proponimenti ad abbellir, pur quando
Luce severa di ragion li danna.
Ma chi d'iniquità volonteroso
Per l'infame sentier non move il piede,
Sente per quel sentier, sebben cosparso
Da inferne mani di stupendi fiori,
Un ribrezzo frequente, un indistinto
Fetor che si frammesce a que' profumi,
Ed il ferma e il sospinge ad arretrarsi;
Simile a que' timori innominati
Che invadon ne' deserti il buon destriero,
S'ivi non lungi s'accovaccia il tigre;
E simile a que' taciti spaventi
Che fanno impallidir la verginella,
Quando in sembiante d'uom che di bellezza
Adorno splende, ella ravvisa ignoto
Lineamento, o non so qual favilla
Nel sorridente sguardo, o non so quale
Moto di labbro che le dice: «Trema!»
In que' presaghi palpiti d'un core
Ch'è vicino al periglio, e per potenza
Misterïosa se n'accorge e guata,
V'è la voce di qualche angiolo amante
Che tutti sforzi a pro dell'uomo adopra:
V'è la possa d'Iddio che lume sempre
Bastevol dona a illuminar suoi figli.
Vane di coscïenza in Eleardo
Son le fallaci industrie: ei sulla fronte
Porta il corruccio di talun che vive
Fra scoperti ribaldi, e più li mira,
Più inorridisce; e nondimen vorrebbe
Insensato scusarli e amarli ancora.
Oh come trista di quel dì esecrando
Giunse la sera, e qual più trista notte
Agitò ognun che, pari ad Eleardo,
Alti e pietosi sensi ivi serbasse!
Ma la dimane di quel dì pur troppo
Sorse peggior! Repente una perfidia
Entro le mura di Saluzzo avvenne,
Che affrettò la caduta. In vari alberghi
Scoppiano incendi orribili, ed il volgo
De' cittadini si sgomenta, accoglie
Di calunnia le voci. Un grido s'alza
Esser Tommaso degl'incendi autore,
Affinchè al buon Manfredo omai vincente
Nulla Saluzzo fuorchè cener resti.
Da poche mani congiurate i fochi
Erano stati per le soglie accesi,
E poche fur le labbra che dapprima
Spargere osaro il grido abbominoso.
Ma frenesìa nel popolo s'appiglia,
E ratto si moltiplica il pensiero,
Esser Tommaso un barbaro oppressore
Abborrito dal ciel. Lui benedetto
Asseriscon invan con generosa
Gara i ministri delle chiese e i sempre
Pacificanti Francescani e il colto
Stuol di color, che stretti avea la legge
Di Domenico santo all'esercizio
De' forti studi e della pia parola.
Benefiche potenze eran que' frati
Sullo spirto de' popoli, e sovente,
In tai secoli d'impeti e di sangue,
Ma di gagliarda fè, coi gonfaloni
Di Francesco e Domenico a feroci
Animi imponean calma e pentimento.
Ma spuntano ai viventi ore talvolta
Di contagiosa irrefrenabil rabbia,
E sotto ore sì infauste debaccava
Del Saluzzese popolo assai parte.
Dal di fuori frattanto a que' momenti
Ecco irromper l'assalto! ecco le mura
Scalate, superate! ecco Tommaso
Astretto a ceder le abitate vie,
A salir frettoloso all'alta rocca
A lui ricovro ed a' suoi cari estremo!
Non eccelsa metropoli prostrata
Da infinite falangi era Saluzzo,
Nè i suoi dolori fur soggetto a carmi
Di stupefatte illustri nazïoni,
Ma fur sommi dolori! E li divise
Quel Iacopo da Fia, che vergò in forti
Carte la istoria del tremendo eccidio.
Ah, inorridisco in leggerle, e m'ispiro
Io tardo trovadore al mesto canto!
La fella di Manfredo anima irosa
Crucciavan nuovi aneliti a vendetta,
Perocchè a' piedi suoi sotto le mura
Fracassati da travi e da macigni
Dianzi veduto alcuni cari avea,
E fra loro un fratello, il più diletto
De' prodi e truci due degni fratelli.
In ogni vinto armato cittadino,
Ed anco negl'inermi e ne' vegliardi,
E nelle donne stesse il furibondo
Immaginava la nemica destra
Ch'orbo l'avea di quel fratello, e tutti
Ei sterminati indi li avrìa. Frenava
Il proprio acciar, ma non frenava quelli
Della brïaca moltitudin varia
Ivi con esso a imperversar prorotta.
Rifugge l'estro mio dalla pittura
Degl'inauditi singolari strazi
Che segnalàr quel giorno. Oh vane e stolte
Speranze dei domati! oh retrospinte
Preghiere fervidissime, innalzate
Da' miseri che proni eran nel sangue
De' figli loro o nel fraterno sangue!
Oh giustamente non curati applausi
Della stolida feccia scellerata
Che menar volea festa ai vincitori,
Liberator'chiamandoli, e mandati
A raddrizzar tutti i plebei diritti!
Oh inutil congregarsi trepidando
Di lagrimose vergini e di madri
E di fanciulli anzi ai predoni infami,
Ricordando a costoro i dolci nomi
Di pietà, di giustizia e d'innocenza!
Oh ingiurie non dicibili! Oh colpiti
Dalle scuri sacrileghe gl'ingressi
Di più case di Dio, dove sgozzati
Cadono antichi sacerdoti, e gioco
Reliquie vanno e sacri vasi ai ladri!
Tutto è dileggio e rubamento e morte
Intero un giorno e la seguente notte,
E già parte dell'armi e de' congegni
Ratta si volge ad investir la rocca.
Magnifico sorgea d'aprile un sole,
E delle pompe di sì splendid'astro
Raccapricciaron di Saluzzo i vinti,
Lor macerie e cadaveri mirando,
Quand'a lor s'apprestàr novelle ambasce.
Clangor repente innalzasi di tromba,
E nel nome abborrito di Manfredo
Gridan gli araldi questo atroce bando:
«Esser giusto castigo al contumace
Popol de' ribellanti soggiogati,
Ch'ivi su pietra più non resti pietra,
E irremovibilmente or quel castigo
Compiersi pria che il sol giunga all'occaso;
Ma perdonata andare ancor la vita
Ai puniti felloni, e per clemenza
Che maggiormente moderi il flagello,
Concedersi ad ognuno il portar seco
Qual ch'egli serbi di tesori avanzo».
Tal legge uscita, il raddoppiato pianto
Chi dirìa degli oppressi? A que' lamenti
Inesorata del tiranno è l'alma,
Inesorata al supplicar di molti
Infra suoi cavalieri e d'Eleardo:
Forz'è ch'ogni abitante i cari tetti
Sgombri innanzi la sera, e chi sa dove
Ramingo vada. Non v'è tempo a indugi,
E vedi con sollecito, confuso
Moto d'alme avvilite e disperate,
Fra i singhiozzi e fra gli urli incominciarsi
L'infelice spettacolo. Agl'infermi
Ed agli avi decrepiti sostegno
Fansi gli adulti d'ambo i sessi, e cinte
D'adolescenti e pargoli e lattanti
Collacrimar vedi le donne. Ognuno
Che già d'averi non sia privo, or seco
Gli ultimi tragge vestimenti e arredi.
Di sì misera vista i vincitori
Gioìron crudelmente insin che tutta
Fosse la turba delle case uscita.
Frodolento il decreto era a sol fine
Di scovrir se ricchezza aveavi ancora
Che al saccheggio primier fosse sfuggita.
Or poichè tutti di lor robe carchi
Furono i cittadini, il rio Manfredo
Misericorde spirito ostentando,
Disse che rasi non andrian gli ostelli,
Ma diè barbaro cenno alle coorti
Che assalisser la turba, e d'ogni spoglia
La derubasser. Così il vil tiranno
Suoi debiti solveva ai masnadieri,
Che a quel regno di sangue aveanlo alzato.
L'inverecondo estremo predamento
Desta a furor gli sventurati. Allora
Più non resiste agl'impeti possenti
Del suo sdegno Eleardo: - Io m'ingannai,
Alto grida fra il popolo; io sognava
Esser Manfredo della patria padre;
Usurpator mi s'appalesa infame!
Con lui rompo ogni vincolo, al cospetto
Di voi, di lui medesmo!
Intorno al prode
Cento gagliardi giovani un celato
Ferro traggon dal seno, od ai nemici
Tolgon con forza l'arme, e questo pronto
Saluzzese drappello osa brev'ora
Sperar prodìgi. Orribile, ostinato
Combattimento per le piazze ferve,
E più fïate incontrasi Eleardo
Coll'iniquo Manfredo, e mescolati
Sono i lor brandi valorosi indarno.
S'incontrano Eleardo e Arrigo pure,
E quei più volte può svenare il vecchio
Ma con affetto filïal lo sparmia,
Benchè Arrigo lo imprechi. Alfin dal troppo
Numero sopraffatta è l'animosa
Schiera de' cento, e arretra, e quasi intera
Esce fuor delle mura, ed inseguìta
Viene per la campagna infin che l'ombre
Delle selve la involano ai crudeli.
Intanto agli occhi di Saluzzo un nuovo
Si compiva infortunio. In man degli empi
Cade la rocca stessa, e prigioniero
Indi co' dolci figli esce Tommaso,
E tratti van gli sciagurati illustri
In carceri diverse. Alta ventura
Ancor si fu che in piena sua balìa
Non li avesse Manfredo: ei li avrìa spenti.
Il fero siniscalco uman s'è fatto,
Sì perchè non abbietto era il suo core,
Sì perchè astutamente al rio Manfredo
Volea serbar temuto un avversario,
E sì perch'egli al generoso senno
Ed alle scaltre previdenze unìa
Non leve sete d'oro: immenso chiede
Pel vinto sir riscatto ai ghibellini.
Ma che diss'io, nel provenzal barone
Immaginando non abbietto il core?
Qual fu pietà la sua, mentre di scherni
Osò abbevrar fuor di Saluzzo, a' piedi
De' trionfati muri, innanzi a tutte
Le invereconde vincitrici squadre,
L'illustre prigionier, lui dichiarando
Spoglio di signorìa? lui dividendo
Da' lagrimosi tenerelli infanti,
Che al sir d'Acaia fur commessi e tratti
Di Pinerol nella superba rocca?
L'infelice Tommaso a sorso a sorso
D'amara prigionìa sorbì la tazza,
Prima in Cardeto brevi dì, poi chiuso
Di Savigliano entro il castel, poi tolto
Maggiormente alla vista de' mortali,
E seppellito in solitaria torre,
Di Pocapaglia sovra l'erta cima,
Indi levato da quel forse troppo
Mal securo deserto, e fra le mura
Di Cuneo inespugnabili nascoso.
Non sì tosto compita, ahi! di Tommaso
Fu la caduta dall'avito seggio,
Volò del tristo avvenimento il grido
Pe' saluzzesi piani e per le balze,
E l'intese Eleardo entro a' suoi boschi.
Disconfortati allora esso e i compagni,
Depongon le arditissime speranze
Accarezzate nella prima ebbrezza,
O se tutti non vonno appien deporle,
In avvenir remoto, indefinito
Le vagheggiano omai. Son ripetuti
D'amicizia fra loro e di costante
Cor ghibellino i dolci giuramenti,
E con dolor s'abbracciano bagnando
Di lagrime fraterne i forti petti,
E chi per questa sponda e chi per quella,
A diverso destin ciascun si trae.



V.

Oh fra i più strazïanti umani affanni
Quello di non perversa alma che rea
Ad un tratto si tiene, ove sciagure
Piovon non tanto sulla sua cervice,
Quanto sulle cervici de' suoi cari
E dell'intera patria sua, ch'ei vede
Agonizzar, nè può recarle aïta!
E più quando quell'alma, in suoi terrori
Disamata s'estima, e disamata
Da tal cuor ch'era suo! da tal diletto
Cuor, che per sempre ei scorge ora perduto!
Così da lunge qua e là mirando
E pensando a Maria, come colui
Che vedovato delle sue pupille
Pensa a quel sol ch'ei non vedrà più mai, -
Giunge di nottetempo alla badìa
D'Ugo il nepote, e chiede ivi l'ingresso.
- Dov'è lo zio?
- Signor, finiti dianzi
Erano i salmi, ed ei restò nel tempio.
- Colà n'andrò.
- Perturberesti forse
Le più calde sue preci. Odi, ti ferma.
A tai voci non bada il cavaliero,
Ed il portico varca, e l'infrapposto
Varca esteso cortile, e al tempio move.
Apre la porta, inoltrasi tremando;
E della sacra lampada al pallore
Scorge prostrato il solitario antico
Appo l'altar. Questi repente s'alza
Al rimbombo de' passi.
- Olà chi sei?
Assaliti siam noi dalle masnade
De' traditori? Oh che ravviso? Oh iniquo!
Tu nella casa del Signor? T'arretra:
Tinto di sangue cittadin tu vieni.
Sino all'ingresso s'arretrò Eleardo,
Confuso, esterrefatto, e dalle fauci
Mettea supplici grida. Alfine a' piedi
Dello zio inginocchiossi, e in abbondanti
Lagrime ruppe; indi a' singulti amari
Impose freno, alzò la fronte e disse:
- Uomo di Dio, non maledirmi ancora,
Porgi a mia strazïata anima ascolto!
- Che di Saluzzo avvenne?
- Ell'è caduta!
Saccheggiata! arsa!
- Che del sire avvenne?
- Strascinato è prigion.
- Quali i pensieri,
Quai sono i fatti di Manfredo?
- Orrendi!
- E il proteggente provenzal vessillo?
- Esulta negli oltraggi e ne' delitti!
- E l'empio figlio di mia suora il brando
Rotò per lor!
- L'infame brando io ruppi,
E qui vengo ad ascondere a' viventi
La mia vergogna. E per quell'ara santa
Giuro che illuso fui! Giuro che guerra
Credei seguir magnanima, e salute
Alla patria recar! Mi si è svelata
L'ipocrit'alma di Manfredo alfine:
Al par di te sue perfid'opre abborro,
E disdico mie stolte ire nutrite
Contro alla signorìa ch'oggi è crollata,
E per Tommaso prego Iddio! e lo prego
Che gli susciti vindici possenti,
Sì che il traggan di carcere, e le insegne
Espulsino straniere, ed ei risalga
Al seggio avito, e il patrio suol conforti!
- Oh Eleardo! mio figlio! àlzati; al cielo
Chi delle colpe si ricrede, è caro.
Piangi fra le mie braccia il breve fallo,
E nobile fidanza indi ripiglia.
- Unica posso una fidanza accorre
Dopo tanto error mio; posso divina
Misericordia chiedere e sperarla,
Ma lontano dagli uomini, ma scevro
D'ogni gloria del mondo. Io tutto perdo
Ciò che più sorrideami, e affronto l'odio
Del padre stesso dell'amata donna!
L'odio di lei medesma! Alle terrene
Cose son morto; seppellir qui voglio
Tra penitenti angosce il nome mio!
- Monaco tu? Vera sarebbe questa
Vocazïon del Re del Cielo?...Ascolta.
- Ugo, non contrastar; non mover dubbio
Sulla chiamata che a me volge Iddio.
Onor, dover m'astringono a deporre
L'armi impugnate pel tiranno, e questa
Ritratta mia decreto è che per sempre
A me toglie la vergin ch'io adorava!
Dopo tal sacrificio, il mondo spregio;
Più non resta per me che o disperata
Morte, o d'un chiostro il confortato pianto.
- Figlio, se così scritto è dall'Eterno,
Così sarà. Ma intanto a me l'Eterno
Pon nell'alma un consiglio: odi e obbedisci.
- Fede ti presto; obbedirò.
- Disdici
Con voci ed opre apertamente il rio
Vincol che ti stringeva agl'invasori.
Gloria rendi al diritto; offri il tuo sangue
Pel patrio suolo. Ingegno e braccia al sire
Che oppresso giace e salvatori chiede,
Generoso consacra. Eccita i forti,
I deboli rincora, e lor rammenta.
Che speranza e virtù prodigii ponno.
Arrossiva Eleardo, impallidiva
A questi detti, ed arrossìa di novo,
E balbettava: - Obbedirò, ma...
- Tronca,
Gli disse il vecchio, ogni esitanza, e parti.
Servi al tuo prence ed a Saluzzo.
- Come?
- Volgiti a Dio; t'ispirerà. T'adopra
Sì che, per gara de' baroni, l'oro
Di Tommaso al riscatto or si fornisca:
Scuoti la possa de' Visconti, scuoti
I nostri prodi. Combattete: egregio
Acquista un loco tra' vincenti, o muori!
- Ch'io snudi il ferro, e di Maria nel padre
Forse mi scontri, e di svenarlo io rischi?
Troppo, troppo dimandi. A me bastante
Sforzo è perder Maria, qui seppellendo
I giorni miei fra lagrime e rimorsi.
- Più degna del Signor, dopo alti fatti,
Riporterai qui la tua fronte, io spero,
E non che il padre di Maria tu sveni,
Di salvare i suoi dì forse avrai campo!
Profetici parean gli atti, gli sguardi,
E la voce del vecchio. E ciò dicendo,
Forte afferrò la destra d'Eleardo,
E dalla porta appo l'altar lo trasse.
Ivi dalla parete una pesante
Antica spada sciolse, e a lui: - La spada
Quest'è che strinsi in gioventù, e di sangue
Saracin l'abbevrai; prendila e pugna
Com'io pugnava per fratelli oppressi.
Eleardo s'infiamma; il sacro ferro
Prende, snuda, lo bacia, il pon sull'ara;
Attesta Iddio che il roterà sugli empi;
Le preci implora del canuto, e parte.
E quand'ei fu partito, Ugo prostrossi
Novamente nel tempio, e pel nipote
Orò gran tempo, insin che all'altro ufficio
Mosser ver l'alba in coro i cenobiti.
Allora il santo abate al pio drappello
Disse: - Pregate per Saluzzo!
E pianse;
E diè contezza dell'orrenda guerra;
Ed i monaci in cor si rammentaro
Parenti e amici, e lagrimaro anch'essi.
Pregaron per Tommaso e pe' suoi fidi,
E pregare altresì per gli oppressori,
Solo Iddio supplicando a spodestarli
Della vittoria che li fea superbi.



VI.

In popol da' civili ire diviso
Speranza poca è di salute, allora
Che sol gagliarde fervono le incaute
Anime giovanili, intente a còrre
Bella, sognata, non possibil palma,
Mentre della canizie intorpidito
Vacilla il senno, sì che norma e freno
Agli audaci inesperti alcuna sacra
Fronte non sorge di guerriero antico.
Mancanza tal di celebrato prode
Che vero prode alla sua patria splenda,
Nel colmo avvien de' tralignati tempi,
E lunga indi stagion regna di pazzo,
Sanguinoso dominio e d'anarchìa,
Moltiplice opra di fanciulli eroi,
Fintanto che spossati e fatti vili
Piegano il collo a tranquillante giogo.
Non a tal segno eran corrotti i giorni
Di Saluzzo ch'io canto, abbenchè tristi.
Gioventù inferocìa, ma valorosi
Vecchi brillavan sui crescenti ingegni
Per nobil fama di bontà e prodezza.
Fra tai canuti un prence grandeggiava,
E Giovanni era, l'invincibil sire
Dell'alte torri di Dogliani. Ei nato
All'avo di Tommaso era fratello,
E niun de' feudatarii dominanti
S'agguagliava a Giovanni in virtù schiette
D'amico e padre e leal servo a quelli
Che abbisognavan di consiglio o scampo.
In dì lontani ei superava i mille
Cavalieri compagni in patrie pugne,
Ed in pugne oltremar, sotto il vessillo
De' campioni di Cristo: or men robusto
È il braccio suo, ma pronta sempre e forte
La intelligenza e immacolato il core.
Grande è la fè del venerato prode
Pel suo nipote or prigionier, ch'egli ama
Siccome dolce padre ama il suo figlio,
E ad un tempo siccome un pio guerriero
Ama il signor cui vassallaggio debbe.
Giovanni con baroni altri devoti
A ghibellina parte ed a Tommaso
S'adopravan solleciti, sì ch'oro
Adunar si potesse e adunar gemme,
Al fine urgente di comporre il chiesto
Spaventoso tesoro, onde al marchese
E a sua progenie libertà riedesse.
Un dì alle sale di Dogliani aveva
A non lieto convito egli parecchi
Fervidi amici accolto, a consultarsi
Coi lor fidi intelletti e a stimolarli,
Prodigando con bello accorgimento
Lodi e parole di speranza e preghi.
Dopo la mensa i congregati forti,
Nel bollor de' pensieri e de' colloqui,
Facean di voci rintronar le auguste,
Adornate di ferri, alle pareti,
Allor ch'entrò il valletto d'armi, e nunzio
Fu dell'arrivo d'Eleardo.
Al nome
D'Eleardo s'aggrottano le ciglia
De' ghibellini.
- Ingresso entro tue mura
Darai, Giovanni, all'arrogante guelfo?
- Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda:
Udirlo giova.
Non sapeano alcuni
Infra quei generosi fremebondi
Ch'Eleardo si fosse un di coloro,
I quai, vedute l'ultime rapine,
Disperata battaglia avean con gloria,
Benchè indarno, arrischiato entro Saluzzo.
Ei nella sala addotto vien. Severo
Salutevole cenno appena a lui
Movon gl'irati ghibellini.
- Donde
Tu, guelfo, a me?
- Sir di Dogliani, al cielo
Piacque arricchir le avite mie castella
Di non lieve tesor. Vedi tal borsa
E orïentali perle ed adamanti,
Che saranno alcun che, perchè s'affretti
Dell'infelice signor mio il riscatto.
- -Che veggo? Agli occhi miei creder poss'io?
Tu che a Manfredo!...
- A lui sacrato ho l'armi
Credendol pio liberator: lo vidi
Menzognero e tiranno, e gli ho disdetto
Il non dovuto mio servigio.
Ai torvi
Cavalieri asserenansi le fronti:
Esultan, cingon l'arrivato prode,
Gli stringono la destra, e per quegli ori
Da lui recati, soverchiare omai
Veggion quanto al riscatto era mestieri,
E benedicon Dio.
Quel dì medesmo
Andò il sir di Dogliani al regio campo;
La libertà ricomperò del prence
E de' figli di lui; volaron messi
A Cuneo, a Pinerolo: e nel seguente
Giorno redenti uscirono il felice
Padre dai torrïon che il Gesso bagna,
E dall'altra fortezza i giovinetti,
E si rïabbracciar con dolce pianto;
E dal suolo, natìo trasser raminghi
Con Riccarda all'Insùbre ospitai reggia.
Gli esuli amati accompagnò Giovanni
Con altri pochi; e fra costor v'avea
Un cavalier cui nascondea il sembiante
Ferrea visiera. Di Dogliani il sire
Narra per via a Tommaso, onde l'estrema
Voluta somma gli venisse. Il prence
Chiede ove sia il benefico Eleardo;
E il pro' Giovanni sottovoce: - Vedi
Quel cavalier che le sembianze cela,
E accostarsi non osa: egli è Eleardo.
Sino a' confini ei t'accompagna, e poscia
Rieder vuole a sue torri, e mantenervi
L'insegna tua ed apparecchiarti aiuti
Pel dì che il ciel te chiamerà a vittoria.
Serbar silenzio non potè il commosso
Esul marchese, e, volto il palafreno,
Ad Eleardo s'accostò, e per nome
Chiamandol con affetto, - A te perenni
Sien grazie, disse; or mi si svela quanto
Debitor ti son io.
Balzar di sella
Volle e prostrarsi il giovin, ricordando
La frenesìa che inimicollo al sire.
Ma smontò questi insieme, e lo rattenne
Con vivo amplesso, e intorno al cavaliero
Venner anco Riccarda e i dolci figli,
Mercè rendendo, chè senz'esso lunga
Durar potea la prigionìa tuttora.
Più da temersi non parea Tommaso
A' nemici frattanto, e sovra lui
Liete canzoni alzavano beffarde.
Ma tacquer le canzoni indi a non molto
Al grido inaspettato, esser Tommaso,
Non nella reggia de' Visconti, in vana
Mestizia ed in abbietti ozi sepolto;
Bensì già di colà rapidamente
Tornato a' gioghi saluzzesi, in mezzo
A falange d'armati, inalberando
Il vessillo di guerra.
Allor Manfredo
Sovra il suo seggio impallidisce, e copre
Il timor collo sdegno, alto sclamando:
- La prima volta i dì sparmiammo al tristo;
In nostre mani or riede, e, qual lo merta,
Guiderdon di sua audacia avrà la scure.
Solleciti provveggono Manfredo
E il sir del Balzo al moversi di lance
Che di Tommaso sperdano i fautori,
E s'odon rinnovar le invereconde
Del patrio ben promesse. Odonsi voci
D'increscimento onde si dice afflitto
Degli scempii Manfredo. Odonsi voci
Di futura clemenza irrevocata,
E di leggi paterne, e di novello
Tribunale integerrimo, e d'onori
A chi giovi col senno e colla spada
Al marchese, allo stato, ai sacri altari.
Uso antico, perenne è di potenze
Su rapina fondate, allor che spunta
Il giorno del periglio, il serrar l'ugne
Sovra l'oppresso volgo e accarezzarlo,
E sfoggiar mire eccelse a sgombrar tutti
Alfin gli avanzi de' passati danni.
Di nuovo suona piucchè mai d'astuti
Stranieri l'eloquenza: essi la mente
San di Roberto; un re sì pio, sì grande
Ne' benefici intenti, unqua non visse.
Ei vuol felice Italia, ei vuol felici
I prodi Saluzzesi. Attribüirsi
Non denno a lui nè a' capitani suoi
Nè all'ottimo Manfredo i brevi strazi
Recati dalla guerra al marchesato.
Si saneran le cicatrici, e in loco
Della prisca Saluzzo, è già decreta
Sulle rovine sue più vasta e bella
E forte una città che degna appaia
Di cotanto dominio, e faccia invidia
Alla rival Taurino. Al guelfo rege
Cosa non è che sì altamente prema,
Come il dispor che a' piè dell'Alpi sia
Il regio feudo Saluzzese un nido
Glorïoso di prodi, atto a far fronte
Ai vicini avversari. Indi i confini
Di questo feudo estendere or si vonno,
Sì che divenga ampia duchea gagliarda,
A' Visconti terrore ed a' Sabaudi.
Tal dipintura offerta è dagli scaltri
Alle volgari fantasìe. Nè il lustro
Della reggia di Napoli si tace,
Che l'egual non fu visto, e il portentoso
Incivilir de' popoli ove impulso
A piena civiltà dona sì forte
Il gran Roberto; il gran Roberto, amico
Di dottrine e bell'arti; il gran Roberto
Che pone il core in luminosi ingegni,
E più in Petrarca, uomo divino, a cui
Sulle chiome Roberto in Campidoglio
Metteva fregio d'immortal corona.
E si dice che tosto il re a Saluzzo
Con Petrarca verranne e coll'arguto
Narrator di Certaldo, il cui volume
Fra le più vaghe istorie annoverati
Ha d'una sposa Saluzzese i vanti,
Onde per tutti d'Occidente i regni
L'alme gentili, in onorar Griselda,
Onoran di Saluzzo il caro nome.
Ed in qual secol e in qual mai contrada
Mancaron voci splendide e robuste
Ad adular la moltitudin cieca,
Schernendo quasi barbara e compiuta
La vicenda de' scorsi anni infelici,
E asseverando ch'ora alfin comincia
L'età de' veggentissimi intelletti?
Ma tempi v'ha più di prestigio ricchi
Per quest'amabil fola; e simil tempo
Era quel di Roberto e delle tante
Suscitate degl'Itali speranze,
Ch'indi la morte di quel re disperse.
Tai brillanti menzogne avriano forse
Illuso ancor le Saluzzesi valli,
Se a governar l'esercito severa
D'un retto capitan si fosse stesa
La destra allor, frenando de' guerrieri
L'esecranda licenza. Al siniscalco
Tanta giustizia non premea; invocata
Venìa talor, ma indarno da Manfredo.
Ambo imperar voleano, e il Provenzale
Non consentìa che un suo guerrier giammai,
Per quante iniquità sui vinti oprasse,
Colpevol fosse detto e avesse pena.
Del supremo stranier la tracotanza,
E quindi le ribalde opre di mille
Armati suoi sovra l'inulta plebe
Qui riprodusser quel furor, che visto
S'era in Sicilia poco innanzi, quando
Per l'isola scoppiar vespri di sangue.
Se non che men secreti i Saluzzesi
Scorger lasciaro improvvidi le trame,
E più avveduti e unanimi vegliaro
Gl'investiti oppressori alla difesa.
Tace il mio carme i varii assalti e i varii
Destini delle insegne ora fuggiasche
Or vincitrìci. Sempre a' ghibellini
Anima principale era il Dogliani,
Come già tempo il Procida a sue terre,
E fra i ministri al suo comando egregi
Splendea per senno e per virtù Eleardo.



VII.

Amor di patria in vani sogni il core
No, non agita allor, ma di divina
Potenza il nutre e lo sublima, quando
Svolgesi in terra da stranieri oppressa:
Allor non dubbia è sua purezza; allora
Tutte s'intendon l'alme generose
Che fremono del giogo; allor divisi
In discordanti aneliti e dottrine
Non son nobili e volgo: unica han meta
L'espulsïon delle insultanti spade,
E della prisca dignità il ritorno.
Quanto in que' dì contrario al patrio bene
Fosse pe' Saluzzesi il guelfo spirto,
Meglio comprese ognuno all'improvvisa
Morte del vecchio provenzal monarca.
Orbo questi del figlio, al debil pugno
Della nepote abbandonò lo scettro;
E della incauta il leve cor s'avvolse
In infelici amori, e la sua fama
Fu dalla morte del trafitto sposo
Più orrendamente deturpata, e i novi
Mariti la tradìan, sin che il feroce
Vendicator carnefice a lei fessi.
Sceso Roberto nella tomba, crebbe
Per tutta Italia il ghibellin coraggio,
E si volser de' più le speranzose
Ciglia novellamente alle promesse
Della potente signorìa Lombarda.
Moltiplicati vidersi gli esempli
Di fraterna concordia e di valore
Ne' nostri lidi Saluzzesi. Al bello
De' popoli fervor corrispondea
La virtù di Tommaso: egli emulava
De' suoi più forti la prodezza. Il nome
Di Tommaso era sola indi una cosa
Col nome della patria al cor de' giusti;
E da lunga, sfortuna raffinato,
Il suo spirto gentil s'affratellava
Sinceramente co' minori, e segni
Dava di gratitudin commoventi
A cavalieri e ad infimi mortali
Che ponean fede in esso, ed olocausto
Con lui fean degli averi e della vita.
Godea l'animo a tutti i generosi
In vederlo onorar gli alti consigli
Del canuto Giovanni. Eran Tommaso
E di Dogliani il sir qual figlio e padre,
E il portentoso vecchio corregnando
Söavemente sulle suddit'alme
Più e più le affidava. Alcune volte
Lievi nascean principii di discordia
Nelle diverse ghibelline schiere,
Perocchè a' Saluzzesi andavan misti
Sotto il vessillo di Tommaso e Insùbri
E assoldati Germani. Alla parola
Dell'antico Giovanni i dissidenti
Animi s'acquetavano, e sebbene
Cagion di lagno non restasse agli altri,
Pur gioìa il Saluzzese, ognor veggendo
Che anteposto a lui mai nell'intelletto
De' sommi duci lo stranier non era.
L'opposto caso tuttodì avvenìa
Nella parte de' guelfi. Il rio Manfredo
Dell'odio de' nativi esacerbossi
Più feramente ciascun giorno; e volle
Col terror contenerli: indi suprema
Grazia spargea sugli esteri comprati,
E verso ogni nativo anco più fido
Scorger lasciava diffidenza ed ira.
Giunse a tal, ne' suoi dì più disperati,
La tirannide sua, che i prigionieri,
Se patria avean la saluzzese terra,
Considerava ribellanti degni
Dell'ultimo supplizio, e senza indugio
Strage ne fea. Tal rabida inclemenza
Costrinse i ghibellini a rappresaglia,
Sì che perdòn più non brillò sui vinti.
A quel tempo si vide in ambo i campi
Accorrer di Staffarda il santo abate,
Misericordia supplicando invano
Pe' guerrieri captivi. A lui Manfredo
Con vilipendio rispondea, sgozzando
Innanzi a lui le vittime, e nell'altro
Campo l'udìano con ossequio i prodi,
Ma rispondean che giusto uso di guerra
Stabilìa le vendette, unico modo
A frenar gli avversari in tal barbarie.
Per tutti gl'immolati Ugo gemea,
E notte e giorno l'atterrìa il timore
Che prigion di Manfredo in qualche pugna
Eleardo restasse. Ah! insiem con esso
Un altro cuor da quel pensier tremendo
Era a que' tempi strazïato: il cuore
Della figlia d'Arrigo. Avea creduto
L'infelice Maria poter nemica
Vivere ad Eleardo, allor che intese
Ch'ei dipartito dalle guelfe insegne
Alla destra di lei più non ambiva.
L'avea davvero alcuni dì abborrito
Com'uom che lei tradìa, com'uom che l'armi
Tradìa de' generosi. Ah! nel sincero
Animo della vergin quello sdegno
Fu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglio
De' ghibellini la giustizia, e pianse
Riconoscendo in qual funesto errore
Il padre s'avvolgesse. Ella in Envìe
Nel paterno castel traea la vita
Colle dilette ancelle, trepidando
Pel genitore e per l'amante. Ascesa
I passegger vedeanla da lontano
Su questo ovver su quel dei sette grigi
Torrïoni d'Envìe. La sventurata
Scorgea nella pianura o sovra i colli
Gl'incontri delle avverse aste feroci,
E talor le parea per que' remoti
Lochi discerner dal fulgor degli elmi
Arrigo od Eleardo, od ambidue
Cozzanti insiem. Prostravasi la pia
Lagrimando e pregando il Re del Cielo
E la Donna degli Angioli; e sovente
Restava lunghi giorni il dilicato
Corpo affliggendo con digiuni, e intere
Vigilava le notti in calde preci,
I proprii patimenti a Dio offerendo
Per la salvezza de' suoi cari. E seco
Viveano in lutto e assidua penitenza
Le fide ancelle e antichi servi. L'alme
Angosciate si schiudono a paure
Di superstizïone. Or dalla torre
Nelle nubi scorgean croci di sangue,
E sembianze di scheletri, e l'immensa
Falce e dell'Angiol della morte il pugno;
Or di sciagure sovrastanti indizio
Lo strido era dell'ùpupa ed il mesto
Urlo notturno dell'errante cagna;
Or dagli armati servi a mezzanotte
L'estinta madre di Maria s'udiva
Singhiozzar nel sepolcro, o lentamente
Scoperchiarlo ed uscirne, e per le brune
Scale salire, ed appellar con fioca
Voce il marito o la diletta figlia.
A calmar quelle ambasce e que' terrori
E a consolarsi fra i soavi amplessi
Dell'innocente vergine, il cruccioso
Padre venìa talor. Con duri modi
L'aspreggiava e garriala del suo pianto,
Poi commoveasi e l'abbracciava, e preci
La supplicava d'innalzar pe' guelfi.
E nelle rughe della smorta fronte
Ella più e più leggea del genitore
I sinistri presagi. Insinüante
Sonava un non so che nella pietosa
Voce di lei che costringea il canuto
A poco a poco a palesarle occulti
Sempre novi dolori.
Un dì le disse:
- Più non pregar pe' guelfi! abbandonati
Siamo da Dio! Deluse ha mie speranze
Il superbo Manfredo: i miei consigli,
I preghi miei non cura. Adulatrici
Parole ei vuol; darle non so. Un drappello
D'infami lusinghieri applaude a tutte
Sue tirannie, le suscita, il fa cieco
Stromento a loro insazïabil sete
Di tesori e vendette. Apportar senno
Volevamo e giustizia; abbiam delitti
E stoltezza apportato. Ad uno ad uno
Da noi si dipartìano i prodi amici:
Pochi omai siamo ed esecrati, e all'orlo
Dell'estrema ignominia!
- Oh sciagurate
Voci! oh misero padre! I vaticinii
Ecco d'Ugo avverati! Il reo vessillo
Lascia tu dunque di Manfredo: accetta
Di Tommaso la grazia!
- È tardi, o figlia!
Errò Manfredo, ma infelice il veggo:
Mai da prence infelice non si scosta
Fuorchè il vigliacco!
- Oh padre amato, pensa...
- Che vigliacco non son, che con Manfredo
Debbo cader.
- Mai di vigliacco taccia
Ad Eleardo non darassi.
- Ei corse
Quando da noi si svincolò, a bandiera
D'un prence espulso: audace era il partito,
Ma generoso. Non così oggi fora,
Correndo a sir cui la fortuna arride.
Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto:
Dimane si combatte, e se non opra
Per noi prodìgi Iddio... dimane, o figlia,
Più non hai padre!
- Oh feri detti!
- Io vengo
L'ultima volta a benedirti forse:
Con vigor di te degno, odimi: stirpe
Di codardi non siam. Tergi le ciglia,
Frena i singhiozzi; te l'intìmo. Ascolta:
Un patto pongo al benedirti.
- Quale?
- Bada che guelfo io moro, e maledetta
Sarà tua man se a ghibellin la porgi!
- T'affida, o padre: intendo. Amo Eleardo,
Ma te guelfo perdendo, a ghibellino
Moglie mai non sarei!
- Tutti il Signore
Dunque sul capo tuo spanda i suoi doni!
Me sol, me sol de' falli miei punendo,
Sparmii l'anima tua!
Disse. Ad un servo
L'accomandò; da lor si svelse e sparve.



VIII.

Infelici ambidue! - Ma più infelice
Forse d'ogni innocente addolorato
È quel mortal che temerario corse
A illusïoni infauste, onde tormento
Ineluttabil ridondò a' suoi cari!
Oh come allor, nella pietà ch'ei sente
Di questa o quella vittima diletta,
Tardi vede primier debito d'uomo
Esser religïon, carità, pace,
Provvedimento a dolce sicurezza
Di domestiche gioie, e non desìo
Imprudente di gloria e di perigli.
Tal verità gli splende, or che non puote
Più sollievo ritrarne il vecchio Arrigo;
E forte è assai per sè medesmo in tutte
Avversità, ma non è forte, al duolo
Della figlia pensando, e sebben mostri
In mezzo a' suoi guerrieri animo invitto,
Spesso ei nel manto si rinchiude e piange.
Tre dì Maria si stette in disperati
Non cessanti delirii:
- Empio Eleardo!
Perchè movevi alle felici insegne
Destinate al trionfo, e il padre mio
Per dolci preghi e dolce vïolenza
Teco a salvezza non traevi? Oh fossi
Tu restato co' guelfi! il valoroso
Tuo braccio avriali sostenuti. Un prode
Fatal perdemmo in te: spesso deciso
A pro de' ghibellini hai la vittoria.
Possente impulso hai dato alla fortuna
Del profugo Tommaso: alta, primiera
Cagion tu sei delle sconfitte nostre.
Ah, non m'amavi, ingrato! E insino ad ora
Io figlia iniqua, immemor de' perigli
Del caro padre mio, secretamente
Alzato sempre voti ho pe' tuoi giorni!
Que' voti abborro! quell'amor disdico!
Il padre mio si serbi! il padre vinca!
Il padre atterri i suoi nemici, i miei!
Guelfa, guelfa son io! Mendace è il grido
Che di virtù civile ai ghibellini
Or dona palma. I nostri petti infiamma
Vero di patria amor: calunnïato
È Manfredo da voi; calunnïato
È il padre mio, di giuste opre seguace;
Ma vinti siamo, e il mondo vil ne impreca!
Così l'immenso affanno isconsolata
Iva Maria sfogando; e avvicendava
Accenti d'ira e di pietà, e d'umìle
Fervida prece. E promettea al Signore,
Se dagli eccidii salvo andasse il padre,
Essa tutrice farsi ad orfanelli,
A vedove, ad infermi, a pellegrini,
E tutti gli anni un dono offrire eletto
Sì di Riffredo al monister famoso,
Sì ad altri santi d'innocenza asìli.
Ella avrebbe voluto alle promesse
Che le dettava il core, aggiunger quella
Di cingere in Riffredo il santo velo,
Ma la meschina non potea, pensando
Al solitario padre orbo di figli!
Ed, ahi, forse non conscia ella a sè stessa,
Anco pensava mal suo grado ognora
A colui, che ne' scorsi anni felici
Erale stato così caro!
Oh come
La infelice Maria sta dalla torre
Investigando ogni lontano moto
D'armi o di passeggieri, ed in lei cresce
Indicibil timor ch'ella securo
Presentimento d'alto lutto estima!
Chi son que' duo che sull'arcion veloci
Movon per la pianura? Ad essi lunghe
Soverchiamente son le usate strade,
E là passano un rio, là per gli sterpi
D'una macchia s'inoltrano, agognando
Il più diretto corso. Alla borgata
Pareano volti di Revello, e pure
Quivi non si soffermano, e alla terra
Certo d'Envìe sospingono i cavalli.
Oh di Maria nell'anima dubbiante
Ansïetà novella? Or si protende
A guardare in silenzio, or si dispera,
E grida e trema di saper chi sièno
Que' frettolosi. Omai discerne alfine
Che non guerriera è la lor veste; e poscia
Sospetta, avvisa che l'un d'essi il giusto
Presule sia col fido laico. Un dubbio
No, più non è; son dessi!
A quella vista
Le ginocchia le mancano, ma i sensi
Non perde ancor. La reggono le ancelle,
E la misera esclama: - Ugo! tu vieni
A me del padre ad annunciar la morte!
Ma quando intese appo il castel d'Envìe
Scalpitare i corsieri, allor sì grande
Fu la tema e il dolor, che appieno svenne.
Ahimè! spenta la credon qualche tempo
Le ancelle e i servi. Alfine in sè ritorna,
Ed entrar vede pallido, turbato,
Lagrimoso il canuto.
- Il padre mio...
Parla... dov'è sua spoglia?
- Ei vive ancora;
Ma prigionier, ma dalla cruda legge
Che a morte danna i prigionieri, oppresso!
- Oh sventurato! oh più felici quelli
Che in battaglia cadeano! E tu a supplizi
Lasci lui trarre? Intercessor non debbe
Uom di Dio farsi a disarmar le atroci
Ire de' vincitori?
- Ah! da te sono,
O vergine, ignorati i vani sforzi
Che tentai da Tommaso! I suoi nemici,
Or volgon pochi dì, sacrificaro
Barbaramente dieci illustri teste
Di ghibellin captivi. Universale
Nell'oste ghibellina è quindi il grido,
Che gl'immolati abbian vendetta. Arrigo
Morrà domane con nov'altri: il cenno
Tommaso niega rivocar; respinto
Venni da lui. Prova sol una or resta:
Seguimi al campo: sforzerem l'ingresso
Della tenda del sir; forse il tuo pianto
Ammollirà il suo nobil cor, dai truci
Fatti d'alterna rabbia incrudelito.
- Il ciel t'ispira: andiam.
Rapidamente
La vergin s'allestì; rapidamente
Ella e pochi fedeli in sui corsieri
Volser con Ugo al saluzzese campo.
Ad un tronco giaceva incatenato
Tra i furenti nemici Arrigo, a breve
Di Saluzzo distanza. Ei siccom'uomo
Che avea la gloria di Saluzzo amata
Vagheggiando per essa e per Manfredo
Fortune alte, impossibili, or mirava
Con istupor, qual visïon non vera,
Quell'ultima sconfitta, e quell'orrendo
Svanir d'ogni speranza, e quel ritorno
De' ghibellini e di Tommaso, e quella
Guerra in veloci tratti or consumata
Con nessun frutto, fuorchè stragi e scherni
E povertà ed obbrobrio e sacrilegii!
E tutto ciò per vicendevol, grande,
Creduto zelo di virtù e di patria!
E innanzi a lui mirando egli quel loco
Dove a prosperi dì sorgea Saluzzo,
E dove diroccato oggi è il recinto,
E dentro quel, fra orribili macerie,
Non v'ha che rari antichi alberghi e templi
Con negri campanili, e qualche novo
Incominciato cittadino ostello,
Sente Arrigo la dura alma infiacchirsi
Da pietà inusitata. Ei nella foga
Delle gioie guerresche avea con occhi
Di ferocia le fiamme un dì veduto
Ed il saccheggio devastar Saluzzo.
Or cessata l'ebbrezza, il cavaliero
Delle avvenute iniquità s'affligge,
E dice mal suo grado: - Ecco onde il Cielo
Manfredo e i guelfi e me con lor condanna!
Poi caccia quel pensiero, e, benchè rieda,
Celarlo vuole, e alta la fronte ei tiene,
Con dispregio guardando i vincitori.
Cacciar vorrebbe altro pensier più dolce,
Ma in un più divorante. Ei nelle meste
Sale d'Envìe scorge la figlia, ed ode
Il miserando suo lamento, e sola,
Orfana, senza prossimi congiunti,
Senza soccorsi d'amistà la mira;
E le canute palpebre di pianto
Amarissimo grondano e i singhiozzi
Frenar non puote, e colle scarne mani
Si copre il volto per vergogna e rugge.
Un de' custodi come un tempo i falsi
Di Giobbe amici, lo compiange e incuora.
- Non avvilirti, o prode; in cielo è scritto
Il destin de' mortali; adorar sempre
Dobbiam di Dio gl'imperscrutati cenni:
Non accettarli è codardia e bestemmia.
- Taci, impudente ghibellin; m'è noto
Che giusto è Iddio, che i falli miei punisce,
Che l'are sue mal onorai, che vissi
D'ira e d'orgoglio più d'ogn'uom, che merto
Cader per mani inesorate e inique.
Non mi ribello contro a lui; non biasmo
Il suo rigor, non tremiti codardi
Me presso a morte invadono: un'angoscia
Non ignobil mi preme. Ho una figliuola
Ch'orfana resta, e sua sventura io piango!
- Padre ai pupilli derelitti è Iddio.
- Vero favelli, ma la terra è piena
Di pupilli derisi, insidïati,
Spogli di tutto; ed ahi! su lor punite
Forse da Dio son le paterne colpe!
Indi io pavento, io peccator, sul fato
Che all'innocente figlia mia sovrasta.
- Ben paventate, o sciagurati guelfi,
Che tanti alberghi incendïaste, e tanti
Olocausti sacrileghi immolaste:
Men empio è il ghibellino.
- Empi siam tutti,
Amor vantando di giustizia a gara,
E ognor con nostre stolte ambizïoni
Opprimendo la patria e calpestando
Natura e dritti ed innocenza e onore!
Così dal labbro del feroce vecchio
Usciva un misto d'indomata audacia
E di sincero pentimento. Il capo
Piegava sotto ai fulmini divini,
Ma i consigli degli uomini esecrava,
E negli sguardi suoi sì presso a morte
Indistinti fulgean Cielo ed Inferno.



IX.

Bella fra tutte umane imprese è quella
Dell'uom che avvampa di desìo di pace
E di perdon, non per suo proprio bene,
Ma per altrui! ma per servire a Dio,
Ed alla dolce patria e ad infelici
Cuori ch'egli ama e consolare anela!
Tal nell'ire civili è il vostro uficio,
O vegliardi autorevoli che all'ara
Del Dio di pace consecraste i giorni!
Ecco arrivare al campo Ugo e Maria:
E mentre del marchese al padiglione
Van rivolgendo accelerati i passi,
Veggono appunto da catena stretto
A fisso legno fra custodi Arrigo.
Con qual pianto e quali impeti di grida
Prorompe la fanciulla infra le care
Braccia paterne! e qual celeste han suono
Sue filïali tenere parole
A genitor così infelice? Ei serra
Al sen quella innocente; e sclama:
- Oh gioia!
Ma insana gioia! Oh nuovi affanni orrendi!
Deh, perchè a me non li sparmiava Iddio?
Non misero abbastanza era il mio fato,
Ugo crudel? Tu qui la figlia traggi
A vedermi morir!
- Padre, ei mi tragge
A salvare i tuoi dì.
- Che? supplicando
Codardamente il vincitor maligno
Di largirmi il perdon? Non sarà mai!
La stirpe mia non annovrò guerrieri
Che morir non sapessero da forti.
D'espor ti vieto il virginal sembiante
Al barbaro sorriso de' felici!
Io so morir, io morir voglio prima
Che la mia figlia a' piedi altrui si prostri!
- Padre, lasciami: il so, ti disdirebbe
Di coraggio scarsezza ai più tremendi
Giorni della sconfitta, e se il nemico
Te immolar vuol, da prode cavaliero
E da cristiano perirai pregando
Non gli uomini, ma Dio. Lasciami: un altro
Dovere è quel di figlia. A me ignominia
Fora il non chieder la tua vita al sire.
- Vilipesa sarai.
- Pur vilipesa,
Degna sarò d'ossequio e di compianto:
Avrò adempiuto quanto amor di figlia,
Quanto la voce del Signor m'impone.
Contendeano in tal foggia, e l'ostinato
Arrigo persistea nel suo divieto;
Ma di Staffarda l'infulato duce
Strappò Maria dalle paterne braccia,
Ed attraverso a numerose tende
Corrono di Tommaso al padiglione.
Udivan essi da lontano gli urli
Del corrucciato Arrigo:
- A tutte dunque
Serbato io son le più esecrabili onte!
Di me la figlia indegnamente stesa
Ad implorar la vita mia, la vita
Che mi si fa spregevol, che non posso,
Che non voglio accettar! Riedi, ten prego,
Tel comando! paventa il furor mio,
Il maledir d'un genitor morente!
Ghibellino fu sempre Ugo, e nol move
Pietà di noi. L'ipocrita vegliardo
Del nostro duolo infamemente esulta,
E per farlo maggior vuol che d'Arrigo
L'ultima figlia esempio doni abbietto.
Del minacciar, paterno e delle ingiuste
Voci contr'Ugo questa inorridiva;
Ma il venerando abate alla fanciulla
Reggeva il cor, dicendole: - Salvarlo
Dobbiam malgrado l'ira sua superba.
Ma qual d'entrambi è l'animo allorquando
Dalle guardie interdetto al padiglione
Vien lor l'ingresso! Non bastàr nè preghi,
Nè lagrime, nè strida. Un assoluto
Cenno del sir faceva inesorati
Tutti i guerrieri che cingean la tenda.
Stavano dentro a quella in assemblea
Col supremo signor parecchi duci;
E questi duci tutti eran da lunghi
Danni e da amare perdite innaspriti,
Sì che spinto da lor venìa il marchese
A costante fierezza, insin che, espulsi
Pienamente i nemici, astro securo
Di comun gioia sfavillar potesse.
Entro la rocca di Saluzzo chiuso
Erasi il rio Manfredo, e colà ancora
Ei da stranieri iva sperando aïta,
Benchè spersi fuggissero, inseguiti
Dall'antico Giovanni e da Eleardo.
Di questi duo suoi fidi cavalieri
Or più Tommaso non avea contezza
Già da due dì. Certo parea il trionfo;
Ma se fallito avesse? e se impensate
Novelle squadre di possenti guelfi
Nel paese irrompessero? Que' dubbii
Nutron lo sdegno di Tommaso. Impone
Che congedati sien Ugo e Maria,
E quai si fosser supplicanti.
Allora
Pria di ritrarsi il presul generoso
Resistendo alle guardie, alzò la voce:
- Nobil marchese di Saluzzo, ascolta
I moti del cor tuo: non meritato
Da' tuoi nemici è di tua grazia il raggio,
Ma so ch'aneli d'emanarlo, e Iddio
L'adempimento di tua brama aspetta
Per benedirti più e più...
Troncato,
Fu duramente da' guerrieri il pio
Grido del vecchio, e fu troncato il grido
Dell'angosciata vergine, e repente
Lunge dal padiglion venner sospinti.
Videli Arrigo a sè tornare, e disse
Con amaro sogghigno: - Il pianto vostro
Non terse dunque il vincitor? Lucraste,
E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puro
Son di codesto obbrobrio vostro almeno!
A Dio mi curvo; a nessun uomo in terra!
Ma dopo quel sogghigno e quell'acerba
Favella, intenerissi alle dirotte
Lagrime di Maria. Con lui rimase
La sconsolata, e ritornò alla tenda
Il santo amico lor, novellamente
Tentar volendo di Tommaso il core;
Ed intanto la vergine abbracciando
Del padre le ginocchia, or lo pregava
Di placar Dio con miti sensi, ed ora
A Dio medesmo rivolgea sue preci.
Ugo, ahimè, ricompar! nulla otteneva,
Nulla ottener più spera! Alta mestizia
Al degno sacerdote in volto siede,
Ma mestizia di forte alma che viene
Un moribondo a regger nel tremendo
Agonizzar dell'ore sue supreme.
Maria l'intende, e misera prorompe
In impeti di duolo inenarrati;
Smarrisce i sensi, e inconsapevol tratta
Viene appartatamente infra pietose
Donne che a lei soccorrono. Prostrossi
Arrigo allor del sacerdote a' piedi,
E confessò sue colpe. E dacchè sciolto
Gli fu in nome di Dio di queste il laccio,
Si rïalzò con pacatezza altera,
Ma non di quella indomita alterigia
Che in lui dianzi apparia, qual di nociva
Fosca meteora formidabil luce.
Or quell'ardito e dignitoso sguardo
Porta di pace e d'umiltà un'impronta
Che vien dal Ciel, dal Cielo, autor sublime
Di stupende armonie!
- Dov'è mia figlia?
Ugo, traggila a me: l'estrema volta,
Benedirla degg'io. Meco brev'ora
Star si potrà.
Fu ricondotta al padre
La sventurata, ed ancorchè d'affanno
Le sanguinasse il cor, pur di lui vide
Con maraviglia la quiete, e grazie
Alla Donna degli Angioli ne rese,
Ed impose a se stessa umiltà, pace,
Eroica forza. Ella piangea, ma freno
Ponea a' lamenti, e con devote ciglia
Mirava il padre, e sue parole tutte
Accoglieva nell'anima, siccome
Parole d'uom che santamente muoia.
Festivo era quel giorno, e perciò l'altro
Pei supplizi aspettavasi. Omai tarda
Era la sera, ed Ugo apparecchiati
A pio morire aveva altri prigioni.
Ritorna ei quindi presso Arrigo, e i proprii
Palpitamenti di pietà vorrìa
Celare in parte: - O cavaliere! o donna!...
Tutto puossi con Dio!...
- Dal padre amato
Deh, ch'io non venga separata ancora!
Lontana è l'alba.
- Più crudel sarìa
Vicino all'alba separarvi.
Arrigo
Stringeva al sen la figlia, e lei disporre
Desïava a partir. Ma la infelice
Alla prova tremenda obblïò i miti
Sentimenti di pace, e la ragione
Le si turbò miseramente. - Oh guerre
Scellerate di popoli! oh stendardi
Di virtù menzognere! oh glorie infami
D'emuli cavalieri, onde son frutto
Crudeltà e morte! Ah! perchè Dio fecondi
Alla feroce umana stirpe ognora
Fa gl'imenei, se la catena intera
De' secoli spruzzata è d'uman sangue?
E qual di sì esecrande ire perenni
Colpa abbiam noi, dell'uom compagne e figlie,
Nate ad amar, nate a compianger, nate
A viver senza offesa, assorte in Dio!
Di qual delitto intrisa son perch'oggi
A me tolgano il padre i masnadieri,
Nè generoso pur vi sia terrestre
O celeste poter, che degli oppressi
Alla difesa accorra? Ed Eleardo
In ch'io tanto fidava, anco Eleardo
Ch'io tanto amava, abbandonommi!
Il campo
Suona improvviso di festanti grida.
Balza il core a Maria; porge ella ascolto:
Che sarà mai? Reduci sono il prode
Antico Doglianese ed Eleardo,
Apportatori di vittoria piena.
Brillan del presul le ispirate luci
Per novella speranza, e i passi affretta
Ver l'amato nepote; il giunge, il ferma,
E d'Arrigo gli parla.
Intanto usciva
Del padiglion Tommaso, e lieto amplesso
Porgeva a' trionfanti; e ratto a lui
Volgea tai detti di Dogliani il sire,
Indicando Eleardo; - Alla prodezza
Di questo forte molto devi, o prence;
Le più valenti squadre egli ha sconfitte.
Stende il marchese al giovin glorïoso
L'amica destra. Ei gliela bacia, e prono.
- Signor, grida, signor, me qui tu miri
Astretto a chieder dalla tua clemenza
A' pochi miei servigi alta mercede.
- Quai pur sieno tue brame, o campion mio,
Le manifesta, e saran paghe.
- I giorni
Chieggo salvi d'Arrigo. Il so, fu reo:
Non corrucciarti del mio ardito prego.
Arrigo a me qual padre ebbi molt'anni,
E padre è di colei che sul mio core
Sin dall'infanzia regna.
Ondeggia alquanto
Il magnanimo prence, indi prevale
Benignità sugli altri affetti, e sclama:
- Ho perdonato! ogni prigion si sciolga,
Ed a' suoi tetti rieda, apparecchiando
A più nobile oprar suoi dì futuri.
A quella augusta consolante voce
Mill'altre voci eccheggiano, e fra loro
Quella del vecchio di Dogliani, e quella
Del presul di Staffarda, e più robusta
Quella del giovin che all'amata donna
Rendere può del genitor la vita.
A tanti applausi si nasconde il prence
Rïentrando commosso entro sua tenda:
Ed ecco volan Ugo ed Eleardo
A scior d'Arrigo i lacci.
Il prigioniero
Uso ad ira e superbia, esitò prima,
Poi fu da conoscente animo vinto
E da dolcezza, ed Eleardo al seno
Colla figlia serrando, inginocchiossi,
E disse a Dio: - Sovra Tommaso schiudi
Tuo più giocondo riso, e prosperato
Sia nel dominio e nella prole, e cessi
A lui d'intorno ogni fraterna guerra!
Modestia e gratitudine e contento
E maraviglia e amor davano agli occhi
Della vergin bellissima un novello
Indicibile incanto, onde il fedele
Suo cavalier gioìva inebbrïato.
Scorge i lor voti il padre, e prende e unisce
Le destre loro. Un grido alza di gioia
Il felice Eleardo, e la tremante
Fanciulla irrompe in lagrime soavi,
Benedicendo la celeste aïta
Che i lunghi affanni in tanto gaudio volse.
Di Saluzzo la rocca indi a tre giorni
Spalancar si dovette. Uscì Manfredo
Con pochi suoi compagni ed esularo;
E in sua paterna sede il buon Tommaso,
Se non durevol pace, almen godette
Signorìa da virtudi alte illustrata,
E alle rovine di Saluzzo orrende
Nuovi successer tetti e nuovi prodi.




AROLDO E CLARA

CANTICA.

Ideai e verseggiai la cantica d'Aroldo e Clara molto prima di scrivere i Saluzzesi; ma la pongo qui perché il soggetto si collega con quello del precedente poemetto.
Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire: - «La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»



AROLDO E CLARA.

Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum;
si sitit, potum da illi.
(Ep. Ad Rom. 12.)


I.

Piangi, o la più gentil fra le convalli
Dello spumante Pellice, ove un giorno
Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi
Cavalieri affluìano ad alte feste.
Più non vedrai delle sue torri a sera
Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,
Caramente appoggiando un braccio e l'altro
Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto
Ciglio volgendo con amor, ma indarno,
Ai dolci rai del tramontante sole.
Que' figli suoi nascean gemelli, e santa
Tenerezza li univa. Or sola e mesta
Clara accompagna il cieco padre a sera
Fuor della torre, perocchè il gagliardo
Fratel devote ha l'armi alla difesa
Del pio Tommaso suo ramingo prence
Contro i nemici della patria terra.
Rosseggiava bellissimo un tramonto
Sulle nevi lontane, e stupefatto
Pareva il sol che dal romito albergo
A salutarlo non venisse il vecchio.
Ahimè, quell'era di sventura un novo
Spaventevole dì! Schiudesi alfine
La porta del castello, e con veloci
Passi agitatamente escono Aroldo,
Clara e più servi; nè il canuto ciglio
Ai soavi del sole ultimi rai
Volger si cura. Che avvenia? - Dal campo
Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido
Contro l'usurpator del saluzzese
Seggio osando tropp'oltre avventurarsi
Nel calor della pugna, il circondaro
L'empie straniere spade, e prigion cadde.
Speme di riscattar sì cara vita
Nutre il barone antico; e vuole ei stesso
Trar supplichevol senza indugio al truce
Fortunato invasor, che se talora
Immolar gode i miseri captivi,
Talor si placa a ricca d'oro offerta,
Molto dovendo da sua iniqua sede
Oro il tiranno effonder sulle bande
Dell'alleato provenzal monarca.
Giunto al margin vicino ove al tragitto
Nel rigonfiato Pellice è apprestata
La navicella, Aroldo porge il bacio
Del congedo alla figlia. Allora al collo
Gli s'avvinghia la pia. - Sola a mie stanze
Non riederò, buon genitor; pupilla
Esser della tua fronte a chi s'aspetta
Se non a me? Forse pietà maggiore
Assalirà dello sdegnato sire
Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi
La veneranda tua canizie e gli anni
Giovenili di vergine scorgendo,
Che colla vita del fratel la vita
Chiede del padre.
Vuole opporsi Aroldo,
Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo
Già vel precede, e al consentir paterno
Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde
Perigliose attraversano. Ma ov'era
L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,
Generosa innocente? A voi non velo
Fecer colle tutrici ale a celarvi
Alla vista de' prossimi ladroni
Che irrompono co' brandi alla rapina.
Voler divino ai nembi di sfortuna
Lascia possanza sovra i giusti un tempo;
Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana
Nei patimenti una virtù Dio pose
Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza.
Sbandato di predoni era un drappello,
Che della guerra col favor raccolto
S'era d'Itale spiagge e di straniere
A rubamenti ed omicidii, altero
Linguaggio alzando di zelanti eroi,
Campioni della patria e di Manfredo.
S'azzuffan del baron coi fidi servi,
E nell'orrenda mischia ad uno ad uno
Dal soverchiante numero feriti
Vengon que' servi, e de' vincenti in mano
Son le ricchezze che a comprar la vita
Destinava del figlio il cieco sire.
Intero un dì per boschi e per dirupi
Ei trascinato colla figlia venne,
Ma il manto della notte ai duo infelici
Prestò propizie tenebre, e dal mezzo
Del brïaco drappel de' masnadieri
Quetamente si trassero alla valle.
Come lontani fur dall'empia frotta,
E ardiron favellare, il cieco strinse
La figlia al seno, e grazie alte le rese
D'averlo addotto a salvamento, e lei
Per l'accorto suo senno e per la dolce
Filial carità ribenedisse.
- Or dove, o padre, senza aïta alcuna
Ci avvïeremo?
- O Clara mia, remoti
Siam dal nostro castello, e a ritornarvi
Il tempo mancheria; son prezïosi
Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo
Verso il campo nemico, appo le triste
Di Saluzzo rovine. O senza doni
Compariremo anzi al tremendo sire,
Ma sincere promesse il piegherranno
A moti di clemenza. Inoltre ho fede
In mia canizie e in queste spente occhiaie
E nel pianto che versano, e ben anco,
Figlia, nel tuo.
Pensava Aroldo ospizio
Prender non lunge, ove la figlia al raggio
Della luna scorgea l'amica torre
D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,
Odon che il giorno pria furibonda oste
Era quivi passata e avea deserta
La rocca e trucidato il castellano,
E devastato a' villici i tugurii.
Il negro pan de' villici dispersi
Piangendo rompe colla figlia Aroldo,
E beono alle lor tazze. Indi sen vanno
Per tutti i casolari, invan cercando
Palafreno o giumento: avean le schiere
De' nemici avidissime votata
In que' lochi ogni stalla.
- Ahi, dilungati
Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!
Or dove andrem?
- Pedon la via si segua
Sino al mattin: buio non è, dicesti.
Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo
D'altri ladron te, mia dovizia or sola,
Te il ciel pietoso asconderà.
Sì disse,
E di padre l'affetto e di sorella
Lena lor porge insino all'alba. Il campo
Mostrossi allora al pauroso orecchio
Della fanciulla pria che agli occhi.
- O padre,
Odi tu, disse, odi tu roco un suono
Simile al suon della bufèra o a quello
Di molte acque correnti?
Il vecchio capo
Ei soffermò, ed immemore un istante
Delle sue angosce, alzò la barba e rise.
-Oh di qual gioia quel fragor m'empiea
Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!
Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,
Come voce di sposa al suo diletto.
Un dì così fremente io il bellicoso
Aere appena sentia, sovra il mio scudo
Battea forte l'acciaro, e dai precordii
Metteva un grido che atterrìa da lunge
Del nemico le scolte. E i miei congiunti
Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,
Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca
È questa voce, e più la destra, e al breve
Giubilo del guerrier tosto succede
In me a quel suono il trepidar del padre.
Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,
Che sino allor söavemente a' detti
Del genitore avea frammisti i suoi,
Incominciò a interrompersi, e risposte
Dar che, non conscio l'intelletto, un moto
Parean sol delle labbra. A poco spazio
Vedea della distante oste per l'aure
Quasi di nave altissimi duo pini
Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi
Come al suolo confitti. E secondata
Venìa quell'opra da un clamor che il primo
Clamor non era, ma or fischiante or rotto
Da infami ghigni o da cupo silenzio.
A' sensi suoi creder dovea? Le cime
Parean gravate de' duo legni, e il pondo
Che le gravava non scerneasi. Udito
Spesso Clara ha di barbari supplizi,
Ove ad appesa vittima lo strale
Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.
Quei che divide dalle ciglia il teschio.
Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio
Peggior di morte! E chi alla sbigottita
Dice s'uno colà de' morïenti
L'amato suo fratello ora non sia?
Chi le dice se il passo al genitore
Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa!
E se il padre trattien, non di Ioffrido,
Che forse ancor sull'albero non pende,
Cagionerà la morte?... Ad ogni costo
Vadasi al fatal loco!
Il piè, tremando
In ciò pensare, affretta. In man la mano
Della meschina Aroldo tien. - Di gelo,
Fra sè diceva, è questa man, siccome
Quella ch'io strinsi di sua madre al letto
Ove s'estinse.
Indi il vegliardo scuote
Il capo, quasi scuotere volesse
Un malaugurio, e non potea. - Di morte,
Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.
Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari
Detti mi porgi che tue labbra sciorre
Uniche san, quando scorato è il padre.
Nata ne' giorni di sventura, e in erma
Torre cresciuta, ove sorelle e madre
Vide spirar, sollecita a sinistri
Presentimenti schiuder l'alma, è fatto
In lei religïon. Si raccapriccia
In udir che s'affaccin alla mente
Del genitore e in quest'istante i negri
Pensamenti di morte. A lui si volge,
Apre le labbra - e i consolanti detti
Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova:
Non trova, ed ahi! la prima volta è questa
Che inobbedito di suo padre è il cenno.
- Più de' pensier miei tristi or malaugurio
M'è il tuo silenzio, ei dice.
E lo spavento
In lei crescendo, e a' rai primi del sole
Splender veggendo le volanti frecce,
Improvviso s'arresta. - Oh genitore!
Non c'inoltriam: non odi tu le strida
Degli assassini?
- Il figlio, il figlio mio
Forse a morte strascinano: affrettiamci.
- Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.
Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido
In vita è ancor, di novo al fianco tuo
Tosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurre
Te vivo a casa allor io posso almeno!
- Sciagurata, che parli? Orrende cose
Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero
Fra quelle voci che il mio antico orecchio
Non distinte percuotono, tu scerni
Voci di morte e del fratello il nome.
Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio
Porta il tumultüoso aere d'atroce?
- Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa
Che se tu, giunto appo i nemici, udissi
L'orribil caso... tu m'intendi... allora
Orfana forse rimarrei nel campo.
- Me perder temi, e non t'avvedi, insana,
Che scellerata è tua pietà? Egli muore,
E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,
Tel comando, obbedisci.
All'inusata
Ira paterna impaurissi Clara;
S'alzò. Con passi rapidi il cammino
Misura il cieco, e strascinata quasi
La giovinetta il segue. Erasi spersa
La turba intanto che cingea i duo pini,
E presso a questi il padre e la sorella
Arrivan di Ioffrido. Ella più volte
Erse il ciglio tremando, e insanguinate
Scorse due salme, e incontanente a terra
Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse
Fiso tenerlo ad indagar; chè franta
Han la coppa del cranio, e dal mozzato
Lor sembiante piovea cèrebro e sangue.
Ma quell'orrida vista e lo spavento
Forza a' ginocchi tolgonle ed al core:
- Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazza
A' piè d'Aroldo.
E mentre brancolando
Col caro pegno tra le braccia fugge
D'in mezzo della via, però che udito
Brigata di cavalli ha scalpitante
Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro
Ad un de' lati fermasi, ove un tronco
D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo
Giunge de' cavalieri. Era Manfredo,
Che di baroni provenzali cinto
Per intenti di guerra iva il terreno
Intorno visitando. Una fanciulla
Scorge egli tramortita ed un vegliardo;
E voltosi ad Aroldo, acerbamente
Così gli grida: - O discortese e stolto,
Perchè nel sangue d'un fellone e sotto
Il patibolo tratta hai quell'afflitta,
Cui toglie i sensi il raccapriccio?
- Oh sire,
Oh novo sire di Saluzzo! esclama
L'antico cavalier, cui non intera
L'aspra parola del crudel pungea,
Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:
Aroldo io son dalle romite torri
Che si specchian nel Pellice. E l'illustre
Tuo genitor te adolescente spesso
Adduceva a mie sale, e co' miei figli
In un calice sol beevi a mensa.
Ah per memoria del tuo estinto padre
Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio
Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia,
E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!
Io non leggeri doni a te in riscatto
Dal mio castel portato avea, ma iniqui
Predatori per via m'hanno assalito.
Alle mie braccia il caro figlio rendi,
E qual tributo m'imporrai ti solvo,
Pareggiasse anco de' miei campi aviti
L'intero pregio.
- O sciagurato Aroldo,
Di qual osi tributo or favellarmi,
Se finor tutto mi negasti? È tardi.
- Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,
Fu da bollente figlio mio l'insegna
De' prischi Saluzzesi e di Tommaso,
E la vittoria a tua prodezza arride.
Ma tu il fervido oprar del giovinetto
Dona pietosamente al supplicante
Suo genitor che in venti pugne il sangue
Versò pel nobil padre tuo, quand'esso
Con tanta gloria signorìa qui tenne.
- È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli
Tutta la forza ond'è capace il core
D'un cavalier. Sovra quel legno pende
Un trafitto cui grazia altra non posso
Conceder più che di ritorlo ai corvi,
E consentirgli de' suoi cari il pianto.
Disse, e accennando che una guardia il morto
Dalla croce calasse e all'infelice
Lo rimettesse, cogli sproni un tocco
Dïede al cavallo e col suo stuol disparve.
Clara i sensi racquista, e oh di dolore
Qual novo orrendo palpito! Era dunque
Il fratel suo quel miserando ucciso!
Eccolo tolto dal funesto legno;
Ed ella il raffigura a cicatrici
Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio
E l'angosciata giovin su quel corpo
S'abbandonan piangendo! Ella in lino
L'infranta testa pïamente avvolge,
E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce
Carità si commove una famiglia
Di Saluzzesi agricoltori, e dato
Viene un carro con bovi, onde al lontano
Castello il morto cavalier si tragga.


II.

Or da quel giorno d'ineffabil lutto
Rivolgiamo la mente oltre a sei lune,
E la mesta mia cantica, i solinghi
Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia
Commiserando, svolga altra vicenda.
Era una sera: alle vetuste mura
Del baron s'appresenta un fuggitivo,
A cui ferite e febbril sete esausta
Miseramente avean la voce. Aroldo
Piena di vino gli mandò una coppa
Con questi detti: Al focolar t'accosta
Sin che apprestata sia la cena, e al sire
Perdona del castel s'ei di sue stanze
Non uscirà, dove cordoglio il tiene.
Clara portò que' detti, e il fuggitivo
Che al maestoso inceder cavaliero
Parea e mendìco a' finti panni, il volto
Pria si coverse, indi con pronti passi
Balzar tentò fuor della soglia, a guisa
Di mortal che, caduto in impensato
Orribile periglio, aneli scampo.
Ma nella mossa impetuosa a lui
Manca il fievole spirto, e piomba a terra.
Clara il soccorre, il mira, ed alla negra
Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa.
Chi era? Chi!... Manfredo! il già possente
Desolator della sua patria! il ladro
Che alla corona del nepote osava
Stender la man sacrilega, e sul capo
Inverecondo imporsela, e i diritti
Calpestar più sanciti, e di Saluzzo
Dirsi benefattor, serva a stranieri
Brandi facendo la natìa contrada!
Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco
Da compiuta sconfitta è l'empio sire,
E per sottrarsi agl'inseguenti ferri
Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote
Calcò deserte rupi. Indi pel sangue
Nella pugna perduto e per la rabbia
Gli s'era da brev'ora intorbidato
Sì fattamente il lume del pensiero,
Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto
Era ai campi d'Aroldo altra credendo
Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo
D'adolescenza riportate mai
Non avea l'orme, ed alberi e tugurii
Mutato avean l'aspetto della terra.
Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie
Raffigurò d'Aroldo, e se bastata
A lui fosse la possa, ei rifuggìa.
Manfredo! e senza guardie! e semivivo,
Sotto il tetto dell'uom cui trucidato
Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!
Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti
I famigli richiamano, ella corre
Alle stanze del padre, e già già quasi
A lui così sclamava: - Esci, un prodigio
Ad ammirar del Dio delle vendette:
Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene
Il suo assassin!
Ma in quell'istante gli occhi
Della donzella alzaronsi a parete,
Onde pendea dell'Uomo-Dio morente
Effigie veneranda, e a quella vista
L'irrompente parola in cor rattenne.
Religïoso fremito la invase
Dinanzi a quell'effigie.
- Oh mio Signore!
Quai voci arcane alla tua ancella parli?
Tu irreprensibil fosti e sì infelice!
E a quei che l'uccidean pur perdonavi!
Or chi sa? Forse il dolce mio fratello
Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,
In carcer sotterraneo, o d'inquieti
Elementi per l'alte aure ludibrio
Sta ancor penando, e a liberarlo vane
Fervon le preci, e in loco d'esse un atto
Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!
Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma
È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando
Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo
Come a noi perdonato ha il Redentore!
Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa
Delle forze d'un padre il dare aïta
D'un caro figlio all'uccisor. La lancia
Ei no giammai non bagnerìa nel sangue
D'uom che toccò la mensa sua... Ma pure
Chi può segnar dove talor trascorra
Nella foga dell'ira un core offeso?
Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!
Disse, e prona curvossi, e lungamente
Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio
Esser tentata; innanzi a Dio temea
Calunnïar la santa alma del padre.
Ma nella mente repentino un raggio
Di fidanza pienissima le splende,
E ratta sorge e dice: - Ah sì, fratello!
Questo è il momento in che del ciel la porta
A tue brame si schiude: io di tua gioia
Sento il reflesso, e quella gioia è Dio!
Un servo entrava: - Damigella, o carco
D'inaudite peccata, o fuor di senno
È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio
Parla tra sè com'uom cui prema occulto
Di vendette terribili spavento,
E di qui vuol fuggir.
- Tosto bardata
Per lui sia mia cavalla.
Il servo parte
Maravigliato, ed obbedisce. Intanto
Antico armadio la fanciulla schiude,
Ed indi tratto un de' paterni manti,
Al leve suo tesor poscia s'affretta
D'auree monete, e in una borsa il pone.
Così ver l'agitato ospite mosse,
E que' doni offerendogli - D'Aroldo
Questa, gli disse, è la vendetta, o sire.
Fremea la generosa in lui mirando
L'uccisor di Ioffrido e il formidato
Di Saluzzo oppressor, ma pïamente
Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte
Del castello accennando, a lui soggiunse:
- Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena
Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!
Clara sparve, ciò detto. E l'infelice
Tiranno - Angiol! gridò. - Poi diè dal core
Uno scroscio di pianto. Ed allor forse
Pentimento verace a lui fu strazio,
Le proprie atroci colpe rammentando,
E rammentando il giovine Ioffrido,
E quel misero cieco che appoggiato
Ad un alber credeasi, e gli grondava
Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!
Frettoloso Manfredo i doni tolse;
L'inaudita pietà benedicendo,
D'Aroldo cinse su le spalle il manto,
E quindi a pochi tratti il vide Clara
Dalla fenestra, che, al cortil venuto,
Con sembiante commosso intorno intorno
Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo
In atto di preghiera ergea le mani,
Poi le briglie toccava ed era in sella.
Fermato ivi un istante, ad alta voce
Mise queste parole: - Aroldo! Aroldo!
Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto
Seggio e de' vituperi onde vo sazio,
Consolarmi potrò; non potrò mai
Consolarmi d'aver tua nobil alma
Col più truce rigore insanguinata.
Udì il vecchio baron quel forte grido,
E balzò dalla seggiola esclamando:
- Figlia! il nemico nostro! il maledetto
Uccisor di Ioffrido!
E sul rugoso
Pallido volto del canuto il foco
S'accese del furore. A' piedi suoi
Clara gettasi allora, e gli palesa
Ciò che d'oprar le ispirò Iddio.
- No, Iddio
Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo;
Manfredo è un empio! ei di dominio sete
Portò infernal su queste invase terre,
Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!
Infame della patria e del suo prence
Manfredo è traditor. Per sollevarsi
Sulla sede non sua, trasse alleati
E Provenzali e Càlabri e venduti
Guelfi di tutta Italia allo sterminio
De' nostri feudi e delle nostre plebi,
E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio,
Il figlio mio su scellerata croce
A' carnefici suoi diede bersaglio!
Lunga e tremenda di rammarco e d'ira
Fu l'eloquenza dell'antico. A lui
Clara abbracciava le ginocchia, e santi
Detti porgea con supplice dolcezza:
- Le iniquità punir sol puote Iddio;
Noi non possiam sul misero fuggiasco
Punirle coll'acciar: solo a punirle
Una guisa n'è data, ed è il perdono.
Càlmati, o genitor; pensa che o degno
Per penitenza diverrà Manfredo,
O, rimanendo iniquo, a lui carboni
Saranno inestinguibili sul core,
Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi
E fra l'alme perverse il danno eterno.
A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,
E il benefico palpito e l'eccesso
Della pietà non sol sugl'innocenti,
Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo
Del perdono di Dio morendo avremo!
- Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,
Ti benedico; santamente oprasti!
L'alza, al petto la stringe, e lagrimando
Mercè le rende che alla prova il senno
D'esacerbato padre ella non mise.
Un dì alle torri del baron fu visto
Giungere di Manfredo un messaggero
Da lontana contrada, e apportatore
Venìa di ricchi doni. Eran tre lune
Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto
Era il castello, ed in vicino chiostro
Cinta di sacre lane, i dolci salmi
L'orfana, per la cara alma del padre
E del fratel, tutte le notti ergea.




ROCCELLO.

Cantica.

M'era sembrato si potesse fare una specie di romanzo in due o tre volumi, dipingendo un generoso cavaliero italiano del secolo decimoquarto, il quale visitasse una dopo l'altra le varie dominazioni in cui stava divisa la nostra penisola, e così si disingannasse di molti sogni. Provatomi a tal lavoro, incontrai troppi scogli, stante l'obbligo che ha di svolgere con minutezza molti argomenti chi assume lunga prosa relativa a punti storici. Convertendo il soggetto in cantica, tutti i quadri si sono impiccioliti; ma forse così il lettore non avendo tempo d'annojarsi, potrà meglio afferrarne le armonie morali.
Ogni cosa veduta dal mio Roccello nella Italia de' suoi tempi è esattamente storica.



ROCCELLO.

Nec memor eris iniuriae civium tuorum.
(Levit. 19.18).

Oh sospirato d'indulgenza alterna
Malagevol ritorno, allor che fiamma
Di discordia civil tocche ha l'irose
Schiatte de' forti! Nè bastò la fuga
Delle guelfe di Napoli bandiere
E del lor collegato empio Manfredo
A raddur tosto pe' Saluzzii lidi
L'armonia del perdono e delle paci.
Aperti scherni ed avventate punte
Di calunnia secreta e più crudele
Affliggean le famiglie, e singolari
Ne seguìano certami e vïolenti
Scoppi a vendette. Il buon Roccel, perduti
Ambo i vecchi parenti, e contristato
Dallo spettacol di cotanti sdegni,
Caduta in troppe a lui sembrò bassezze
La stirpe umana entro la patria terra.
Di Milan sorrideagli e de' Visconti
La rimembranza, ed a Milan s'avvia
Vagheggiando col fervido pensiero
I costumi leali e generosi
Della città lombarda. - Oh dell'estinta
Mia genitrice amata culla! Oh pie
Torri de' suoi congiunti! Oh come tutta
Combacian quest'amante anima i fatti
De' cavalieri che in Milano io vidi!
Là s'albergo pur v'hanno alcuni indegni,
I degnissimi abbondano: là i cuori
Intemerati a cuori intemerati
Unir si ponno e confortarsi. Un tempo
Anco Saluzzo e le sue valli amene
Eran così; mietute ha cruda guerra
Le magnanime vite, e brulicante
Vil di rettili resta oggi semenza.
Scotea le spalle il suo scudier Gilnero
Dietro a lui cavalcando: - Illustre sire,
Trista per ogni dove è l'agitata
De' mortali progenie, e sol da lunge
Sfavillan di virtù le stranie rive.
- Gilner, tu ignori l'età nostra: eccelse
Speranze arridon per più genti, e il loco
Onde arridono più, certo è Milano.
Grandi cose avverran: d'uopo il mio core
Ha di batter fra giusti e fra gagliardi.
- Signor, di giusti e di gagliardi copia
Non nutre alcun terren.
- Grandi ti dico
Avverran cose in questo secol. Rozza,
Ignara del presente e del futuro
È la nostra Saluzzo; io nella sede
Degli operanti e de' veggenti spirti
Nato a viver mi sento.
- Udite, o sire...
- Taci.
E Gilner tacea; ma affettuose
Occhiate indietro qua e là gettava
Ai Saluzzesi campanili, ai poggi
Che dalle mura estendonsi con tanta
Varïetà e vaghezza di contorni
Per le verdi convalli, ed agli acuti
Gioghi che più remote alzan le teste
Coronate di neve. A quell'aspetto
Sin da' prim'anni a lui sì caro, il mesto
Scudier sospira e brontola: - Contrade
Si cerchin pur simili a questa! Il mondo
Alquanto anch'io stolidamente ho corso:
V'è un sol Monviso sulla terra, un solo
Gruppo di monti come quello, un solo
Pian che s'agguagli di Saluzzo al piano.
Su via, vediam quel de' Lombardi. Un tempo
So che di maestose ombre penuria
Patìa pe' molli prati, e su quel guazzo
Giacean fetide nebbie. Or sarà, certo,
Ricco di piante al par di questo, e scarso
Di pantani e di febbri; e trasportate
Le bige nebbie si saranno oltr'Alpe.
- Gilner, non adirarmi: e quando cieco
Ti parvi di mia patria alla bellezza?
Non questa fuggo, ma color che iniquo
Su terra sì gentil traggon respiro.
Brontolava sovente il buon seguace,
E gemiti mandava, e sovra gli occhi
Talor di furto colla destra il pianto
Mal compresso tergeva; e se Roccello
Vedea quel pianto, commoveasi anch'esso
Ma celava del dolce animo i sensi,
E si fea beffe di Gilner. - Cinquanta
Anni, e sei debol come donna!
- Ingrato
A mia terra non son, dicea con ira
Il rozzo Saluzzese: amo ed onoro
Tutte le sponde sue, tutti i suoi rivi,
Perchè infinita all'alma mia recaro
Per molt'anni letizia! Un Saluzzese
Che s'innamori di straniere spiagge,
Sire, oltre voi, lo cercherete indarno.
In tali avvicendati impeti il suolo
Di Piemonte magnifico varcaro
I duo peregrinanti, e nella Insùbre
Signorìa de' Visconti eccoli alfine.
Bello l'aspetto della reggia altera
Ove rinnovellato han de' Lombardi
La monarchia i Visconti, esterminando
La invecchiata repubblica! E del forte
Imperante Luchin bella col saggio
Fratel Giovanni l'armonia perpetua,
Mentre Giovanni dall'Olona il lituo
Stendeva episcopal per così vasta
Regïon cisalpina! Ambo i fratelli
Sprona eccelso desìo: giustizia, freno
Alle gare de' grandi e alle plebee,
Accrescimento di virtù guerriera,
Civil, religïosa. Ogni sublime
Italo ingegno è loro amico: il sommo
Petrarca istesso ad Avignone omai
Vuol Milano anteporre. Oh bella, oh piena
Di nobili destini una contrada
Signoreggiata da potente senno,
Il qual sue lance dilatando astringe
Popoletti ad unirsi, e così sempre
Prosperità, studi e fortezza aumenta!
In tal guisa Roccel solea dapprima
In Milano esclamare. Esilarati
Venìan gli spirti suoi dalle splendenti
Feste del prence in Lombardia primiero
Che a lui dal seggio sorridea, siccome
A tutti sorridea gli ospiti illustri,
Anelando in occulto alle sue mire
Ambizïose partigiani farli.
E ricolmo di grazie iva Roccello
Dalla moglie del prence incantatrice,
Isabella del Fiesco, emula a grandi
Regine della terra in gemme ed auro
E di corte eleganza e di conviti.
Tali accoglienze un fàscino alla mente
Poser del saluzzese ospite, a segno
Che men trista gli parve una sciagura,
Il non trovar tra' Milanesi amati
Alcuni volti consanguinei. Morte
Ed esilio colpite avean più teste
Ne' giorni infausti in che Luchino ad uno
De' suoi proprii fratelli, al bellicoso
Marco, troncò le trame e in un la vita.
Roccel creder non può che nell'orrenda,
Storia del fratricidio il gran Visconte
Da tiranno operasse. Ode assai bocche
Giustificarlo ed attestar che il sire
Dannò, costretto da giustizia e rischio,
L'empio fratello, e in condannarlo pianse.
Sol dopo trenta giorni al buon Gilnero
Badò Roccello alquanto. - Il cor, signore,
Quei gli dicea, voi nella reggia aprite
Alle voci di tali infra i Lombardi,
Cui prodiga Luchino ogni onoranza:
Io parlo al popol. Di Luchino il regno
Regno è di frodi e sangue. Il trucidato
Marco avea queste colpe: alti pensieri
Pel comun bene e invitta spada e senno.
Tolta la vita all'innocente prode,
Vite molt'altre caddero. Il terrore
Per le vie di Milan muto passeggia,
E questa in ogni dove or celebrata
Prosperità, è menzogna. A signoria
Dritti non ha Luchino, e dove manca
La possanza de' dritti, usasi il ferro.
- Fole, Gilnero mio.
- Fole? E l'indegna
Di Luchino alleanza oggi col rio
Filippin de' Gonzaghi, uom che fregiato
Della corona mantovana obblìa
Ogni fè signorile, e omai s'agguaglia
Con sue perfidie ai masnadier più vili?
Udiste pur di Filippin l'infame
Sovr'Obizzo degli Esti tradimento,
Promettendogli il passo, e su lui quindi
Con oste scellerata prorompendo
Che fe' de' pellegrini ampio macello?
Vero, inaudito, orribile misfatto
Mentovava Gilnero, e collegato
Col truce sire infatti era il Visconte.
- Taci, dicea Roccello al temerario
Ragionator. Ma breve tempo quegli
Ammutolisce e a mormorar ripiglia:
- Luchino un grande cavalier? Luchino
Degno di regio serto? Il salvatore
Ei dell'itale glorie? Alma villana
Mascherata da re! Col fratricidio
Non si pianta un impero a' dì cristiani.
Indarno ei rapinava una dop'altra
Città qui intorno tante, e si curvaro
Alla vipera alzata in sanguinosi
Stendardi Alba, Cherasco, Asti, Alessandria,
E intero omai s'arroga egli il Piemonte.
Gloria oggidì al ladrone, e doman forse
La fune al collo! Eroe lo chiaman oggi;
Doman da quei che gli movean più laudi,
Si scaglierà sulla sua tomba oltraggio!
- Taci! era il grido di Roccello ancora.
Ma ruminava ei di Gilnero i motti,
E scrutando iva poscia altri pensanti;
E a poco a poco discoprìa infelice
La città Milanese, e fremebonda
Di rancori indelebili e di trame.
Vide egli stesso di Luchin nel tetto
Paure e inimicizie ed immolate
Nobilissime fronti; e vide il sommo
Vate Petrarca abbrevïar l'ospizio
Largito a lui dal protettor Visconte;
E dalle labbra di quel sommo intese
Questo secreto, spaventevol detto:
- Qui sovrasta ogni dì spada o veleno!
La bellissima Ligure Isabella,
De' Milanesi ammalïante donna,
Al Veneto san Marco un voto sciorre
A que' tempi volea. Glielo consente
Il signor suo. Con sontüosa, immensa
Di liete dame e lieti cavalieri
Cavalcante brigata ella al devoto
Vïaggio move( ). Italia mai non ebbe
Lusso più vago di monili e insegne
E vesti ed armi e splendidi corsieri,
Ed arpe e trombe e canti. Anco Roccello
Quelle pompe seguì, vago ad un tempo
Di visitar la veneta laguna,
Ed ansio nel cor suo di trarsi a lochi
Men da rammarchi e tirannia infestati.
- Nasconder non tel vo, fido Gilnero:
Con letizia abbandono or quelle mura
Che più non son la mia gentil Milano
Degli anni andati, quando tanti avea
La genitrice mia concittadini
A lei pari in contento e cortesìa.
Spenti sono i migliori, e succeduta
È qui razza di mesti e di discordi
Ch'ogni dì più contristerìami. Or voglio
Questa regal magnificente corsa
Assaporar per via; fermo in Vinegia
Prendere ostello intendo poi: Vinegia,
La città senza esempio! il più bel frutto
Dell'italica mente! il seggio dove
La maestà si ricovrò latina!
Barbara cosa è tutto il resto: i soli
Veneti han leggi e libertà e senato
Come i prischi Romani, e ad emularli
Chiamati son per l'universa terra.
- Vedrem, dicea Gilner, vedrem codesta
Città di fetid'acque e di palagi.
Piantati nella melma! E veneranda
Nazïon certo ne parrà una ciurma
Di possenti pirati, usi a galere
E traffichi e saccheggi, ingentilita
Men fra cristiani che fra turchi e mori!
Ma giunsero a Verona, e qui la moglie
Del temuto Luchin maravigliose
Accoglienze gioconde ebbe dai duo
Scaligeri fratelli ivi regnanti,
Mastino e Alberto: illustre coppia e forte
D'unanimi signori, anch'essi audaci
In desiderio di supremo impero.
Il saluzzese cavalier si piacque
Su' bei liti dell'Adige, e più lieta
D'ogni altra corte or giudicando questa,
Disse a Gilner: - Se poi Vinegia a noi
Stanza grata non fosse, io, vedi, ho fermo
Di trarmi a queste sponde. Il sai, prosapia
È d'eroi la Scaligera, e la insidia
Qui della serpe Viscontèa non cova.
Dante Alighier, quel lume delle genti
Che passato e presente e avvenir seppe,
Com'esul fu dalla sua ingrata terra
Qui portò i passi, ed altre itale reggie
Non onorò sì lungamente. È fama
Che l'ispirato ingegno presagisse
A questa prode casa alte fortune.
In Mastino ed Alberto io veramente
D'anime grandi e voci e modi scerno.
- Signor, non volge lungo tempo, il guardo
Accarezzante e astuto del Visconte
Apparìavi innocenza di colomba.
- Taci!
- Que' nomi di Mastino e Cane
Che di Verona usano i prenci, un segno
Mi par di minacciosa indol cagnesca
Più che di santa carità e di pace.
Proseguiro il viaggio e finalmente
Videro la laguna e di san Marco
Le mura incomparabil. Il superbo
Doge e il Senato e innumerevol folla
D'uomini e donne illustri a Dea simile
Tenner la bella di Milan signora,
E d'onoranze pie la inebbrïaro.
Fulgeano i giorni dell'Ascensa e il ricco
Sfoggio di tutte merci e tutti giochi
E in Vinegia fervea gente di cento
Itale spiagge e greche e saracine;
E il portentoso Bucentor dai mille
Remi indorati recò il doge in trono
Sulle sparse di fiori onde spumanti
Ed allor dalle dita il doge trasse
L'anel, gettollo, e si sposò col mare.
Più d'Isabella forse inebbriato
Da sì vaghi spettacoli era il core
Immaginoso di Roccello. - Oh primo
Popolo di quest'orbe! Oh manifeste
Testimonianze d'opulenza e regno
Che crebbe e cresce e crescerà. Oh ridenti
E colte labbra anco del volgo! Oh dolce
D'amor linguaggio e d'intima blandizie
Costringente a fiducia! Oh maga stirpe
Che da pantani eleva case e templi,
Ed eserciti crea, manda, alimenta,
E miete palme, e serto a serto aggiunge!
Qui respirar vogl'io; qui mi vo scerre
Gentil compagna, e padre esser di prole
Cui toccar possa virtù chiara e gloria.
Brontolava Gilner, ma - Taci! taci!
Gridò con più vigor l'acceso sire;
Veneto voglio farmi, allo stendardo.
Sacrar della repubblica il mio brando
Mescer di prode Saluzzese il nome
Ad immortali Adriaci nomi. In guerra
Sta Vinegia co' Dàlmati: sottratte
Al cenno suo di Zara son le torri,
Per impulso degli Ungheri; ma il forte
Leon non perde sue conquiste mai.
Ciò meditava il cavaliere, e intanto
Fama gli arriva di severe, atroci
Opre de' reggitori. E Zara ed altre
Città soggette fremono di leggi
E di capricci d'avidi mercanti
Fattisi quasi prenci. Entro la stessa
Celebrata laguna, appo quel vampo
Di libertà e di riso e di saggezza,
S'odon sommessamente acerbe storie
Di tribunal secreto e di profonde
Fosse per vivi seppelliti, a piedi
Della reggia de' dogi; e su tal reggia
Mentovavansi bolge arse dal sole
Sotto infocati piombi, e là espïati
Venìan da illustri vittime delitti
Che il volgo mal sapea, che il volgo in dubbio
Osava por. Malediche, oltrespinte
Eran tai voci del terrore, e niuno
Forse dalla repubblica iva tolto
Dal dolce liber'aer, se d'esecrandi
Fatti non reo. Ma all'alma di Roccello
Que' vivi seppelliti e quelle bolge
Che son corona a tal palagio, un sogno
Angoscioso divennero. Imprudenti
Quesiti usò su quelle storie, ed ecco
Farglisi incontro, un dì, cortese fante
De' vigili patrizi imperadori,
Il qual l'avverte pronta esser la nave,
E l'affretta a salirvi, e gli pronuncia,
Sotto pena di scure, eterno bando.
Non è a ridirsi il sogghignare amaro
Del fremente Gilner. Giunti alla riva,
E risaliti sull'arcion, guardossi
Intorno intorno lo scudier, poi volto
Ver la città dell'acque, alzò la destra.
E a mezza voce' fulminò parole
Di maledizïon. Non l'interruppe
Con dirgli «Taci» in sulle prime il sire,
Ma diessi poscia ad acquetarlo.
- Eh via!
Non t'infiammar con tal corruccio il sangue.
Tedio noi già prendea di quelle meste
Gondole e de' canali impegolati,
E i piedi nostri e de' corsier le zampe
Nascean per batter sul terren, le impronte.
- M'era dolce, o signor, che di quel lezzo
Ci traessimo alfin, ma volontarii,
Non come coppia di birboni espulsi!
Ed espulsi da chi? Da insolentita
Di possenti usurai turba corsara!
- Oibò, Gilner! qualche rigor molesto
Ponno i Veneti oprar, nè però cessa
Delle lor leggi il venerevol lustro:
Fu colpa mia; chè di maggiore ossequio
Era a tai leggi debitor. Creduto
M'hanno inimico, e pur, tu vedi, in ceppi
Non siam ne' pozzi o nell'aeree buche.
- Meglio infatti così! sclamò Gilnero;
Ma dove andiam?
- Mel chiedi? Al cor mio nota
Città non è che in leggiadria e costumi
Cavallereschi agguaglisi a Verona:
Da lei scostarmi io non doveva; e l'orme
Sacre di Dante ivi mi legan.
- Parmi
Che qua e là, come le nostre, erranti
Vagasser l'orme di quel vate, ognora
Fiori di senno e carità cercando,
Ed abbrancando non que' fior, ma spine
E morte frasche e laidi insetti e rospi.
Ma l'esul Fiorentin dritto al compianto
Avea d'ogni gentil, chiuse dall'arme
Veggendosi le valli, ove ne' campi
Degli avi suoi vissuto fora, amando
Se non tutti i mortali, almen taluno
De' servi e cani delle sue pareti.
Noi, sir, compianto non mertiam, fuggendo
Senza esilio que' lochi ove la polve
De' padri nostri giace, ove ogni zolla
Rammenta di que' padri angosce o gioie
Ad essi sacre, e non men sacre ai figli.
- Taci! disse Roccello. Ed ambidue
S'asciugaron le ciglia.
Entro il regnetto
Della prosapia da Carrara i passi
Misero i vïaggianti, ed ivi i dotti
Portici Padovani appena tocchi
Venner dal cavaliero, a questo un fante
Cortese come il Veneto affacciossi.
- Illustre sir, picciolo prence è il nostro,
E l'ira di san Marco evitar debbe:
A voi di là bandito i Padovani
Dar non possono ospizio: uscir vi piaccia.
Sulle cavalcature i Saluzzesi
Risaliron mirandosi, e Gilnero
Vermiglia come brage avea la faccia.
- Spero, disse a Roccel, che da ogni lido
Sarem cacciati come ladri, e grazia
Poca non fia se n'è sparmiato il laccio.
Ma novamente in breve eccoli a riva
Stanzïati dell'Adige, il fremente
Gilnero sbadigliando, e il lieto sire
Gioie di cavalieri assaporando
Ora a torneamenti, or a pompose
Sere di corte, ove su nobili arpe
La scaligera gloria i trovadori
Su tutte glorie esaltano, e obblïato
Non è l'ospizio e l'amistà che v'ebbe
Il ramingo signor de' patrii canti.
Ma dopo il giro di due lune, oppressi
Cittadini conobbe il Saluzzese,
Che si dolean secretamente: il tempo
Esser dicean per sempre estinto, in cui
Davver fiorìa Verona, uomini insigni
Recando in seggio. Or tralignato il seme
Stimavan de' lor prenci. Or su Verona
Primeggiante vedean di giorno in giorno
Vieppiù Milano: or non fulgea più raggio
Di grandezza ai nepoti; ora infamato
Iva il nome scaligero da paci
Ed alleanze instabili e bugiarde,
E pazze guerre e di giustizia spregio.
S'attristava Roccel considerando
Come per ogni umana gente, accanto
A superbe allegrezze e a larghi incensi
Tributati al natìo suolo beato,
Ferva di sconsolate alme il dolore,
Ch'ivi non veggion fuorchè fango ed onta.
- Dunque, ei dicea (non a Gilner, ma chiuso
Entro se stesso), a che vogl'io contrade
Trovar migliori di Saluzzo? Inferma
L'umana razza non è tutta al pari?
Vana apparenza ognor non sono il lustro
E l'albagìa de' più cospicui lidi?
Vana apparenza non è tutto, i retti
Pensieri tranne e le magnanim'opre?
Meditava ei così, ma fantasie
Più splendide e men vere indi volgea,
Che bello il secol gli pingeano, e bello
il vincolarsi all'inclito destino
De' prenci più operosi e più possenti:
Alte dal secol suo cose aspettava,
E da Verona or presagìane il cenno.
Del bando a lui da' Veneti scagliato
Voce traspira intanto, e da maligni
O sospettosi inventansi novelle
Sulla cagion del fatto. Ei di Luchino
Viene estimato esploratore astuto,
E cessano per lui gli accoglimenti
Nelle sale de' sommi ed il sorriso
Delle dame scaligere. Egli espulso
Per comando non vien, ma dai serrati
Cuori si scosta disdegnoso e parte.
Invan Gilnero, il curïoso adunco
Naso arricciando, investigar tentava
Dal taciturno signor suo le cause
Del pronto dipartir. - M'era avvezzato,
Sire, a quelle bell'onde, a que' bei colli,
A quel sublime anfiteatro, a quella
Cavalleresca, franca indol soave
Della incorrotta Veronese stirpe.
E da lei ci togliam? Sire, io non penso
Che pur qui v'abbian detto: «Ite in mal'ora».
- Temerario!
- Ma dunque...
- Ognor vaghezza
Di Fiorenza ebbi, e visitarla or voglio,
E so ch'ella Verona in pregio vince.
- Bel pregio, parmi, esser madrigna atroce
A quel re de' poeti, onde cotanto
Italia e tutta umanità s'onora!
- Dell'Alighieri a' tempi incrudeliva
Parte malvagia entro Fiorenza; or pio
Vi campeggia stendardo, e all'Alighieri
Culto, siccome a patrio angiol, si rende.
Mossi i duo Saluzzesi ecco alla volta
Delle tosche amenissime colline,
E toccan pria le fertili campagne
Dell'Abdüano, e non si ferman, tanta
Ira colà nutrono i petti al nome
Di Filippin di Mantova tiranno;
E varcan per Ferrara, egregia sede
D'Obizzo Estense, ma laddove il ferro
Sempre sovrasta del vicin Gonzaga
E del Visconte, e queta alba non sorge;
E varcan per Bologna, ove l'acciaro
Stendon robusti i Pepoli, ma dove
Da' nemici de' Pepoli ogni notte
S'alza tumulto, e pallidi il mattino
I passegger pacifici bagnate
Veggion di sangue cittadin le vie,
Od appesi alle forche i ribellanti.
- Salve, Fiorenza! un dì sclamò Roccello
Con ardente esultanza, allor che alfine
Vide sulla pendice i generosi
Tetti della repubblica più ardita
Che in cor d'Italia splenda. A te serbata
Di tutta Etruria è signorìa secura,
Dacchè il ciel maledetta ha l'esecranda
Torre di Pisa, ove perìan di fame
I figli d'Ugolin: Pisa, già donna
Di tanti mari e terre, oggi da guelfi
E ghibellini lacera e da nuovi
Ospiti protettori ogni dì spoglia.
Salve, o patria di vati e di guerrieri,
Che non han pari altrove! Oh, finalmente
Avrà qui posa il mio agitato spirto,
Avido d'alti fatti e di verace
Gara per dritti e libertà ed onore!
- Ma parmi, o sir, che, non ha molto, un grido
Universal vilissima chiamasse
Questa prosapia di toscani eroi,
Curva a lambir d'un cavalier francese
L'orme sanguigne.
- Oibò, Gilnero! Il tristo
Gualtier duca d'Atene avea la stolta
Sua gallica arroganza ivi recato,
Soggiogarli sperando; e più rifulse
Di Fiorenza il valor! più la concordia
Contro a straniere tirannie! Di laude
Più che mai degna è questa illustre terra.
Così in Fiorenza entrarono, e tre giorni
Roccel d'amor s'inebbriò e d'ossequio
Per quelle mura, per quel ciel, per quelle
Argute faccie, per quel dolce vezzo
D'un idïoma che le grazie vince
Pur de' veneti suoni, e per palagi
E chiese e monumenti, ove di grandi
Anime tante la memoria vive:
E d'amore e d'ossequio inebbrïossi
Per le repubblicane alto-sonanti
Paterne leggi, onde con bello orgoglio
Favellava ne' trivii anco l'artiero.
Volgea la terza notte, i Saluzzesi
Desta ad un tratto un rombo, ed era a guisa
Di nembo e terremoto. Ed ecco rugge
Di strida l'aura, e splendono attraverso
La fenestra giganti orrende fiamme
Divoratrici di civili alberghi.
S'alza Roccel, s'alza Gilnero: ascolto
Porgono all'empie voci, e gridar morte
Odono a' guelfi e morte a' ghibellini,
E viva i buoni popolani, e viva
Le patrizie famiglie! Intanto ferve
Carnificina sino all'alba; e poscia
Ecco feste e clamori di vittoria,
Ed a suono di trombe un proclamarsi
Felicità, cui mischiasi condanna
Di scure o strozzamento a' reggitori
Che regnavano ier, se alcun di loro
Fia che al notturno scempio anco sorvivan
Ed insiem si proclama uno stupendo
Magistrato di plebe imperadrice,
Tutto saggezza e libertà e confische,
E carità di patria e manigoldi.
In tal trionfo di giustizia e senno
Roccello e lo scudier venner percossi
E ingiurïati e rapinati, e a stento
Salvo recàr lunge dall'Arno il capo.
Frenar Gilnero or chi potea? - Villana
Di beccai libertà! sozza di schiavi
Sollevati repubblica! Ed è questa
Dell'itale divine arti la terra?
La degna patria d'Alighier? la gente
Che se vivo il dannò, morto l'adora?
Oh! nella schietta saluzzese lingua,
Razza di!...
- Taci; andiamo. Oggi qui palma
Pur troppo han colto i rei. Se piace a Dio,
Roma ci appagherà.
- Roma? Neppure
Il Padre Santo più v'alberga!
- I tempi
Trapiantavan la sede in Avignone,
Ma al Tebro, il sai, riede Clemente alfine.
- Quando vedrollo, il crederò: promesso
Da molt'anni è il ritorno; ad impedirlo
Troppi s'adopran fra romani istessi.
Lasciamo, o sire, i vani sogni. Il mondo
S'approssima al suo fin, tutto è rapina,
Fraude, eresia, bestemmia; e più si muta,
Più si peggiora. Un angolo men tristo
In quest'ampia penisola rimane
All'alme generose, ed è Saluzzo:
Colà si nasce ancor come nasceste,
Come nacqui io: garrula gente, ardita,
Prona ad afferrar brandi e a menar busse,
Ma larga di compianti e di perdoni.
Rivolto a Roma, non badò Roccello
Al consiglier che lo seguìa cruccioso;
E più cruccioso, imperocchè per via
Cose orrende s'udìan dell'empia stirpe
Onde in Ravenna uscita era Francesca,
La trucidata in Rimini infelice.
Regnava Ostasio, e morto questo, il serto
E i mutui dì s'insidïaro i figli
Con nere trame, ed un de' tre sgabello
Fece a sua gloria i duo fratelli in ferri.
Odono i vïatori anco tragedie
De' Malatesti a Rimini imperanti,
E de' tiranni di Forlì Ordelaffi,
E de' Trinci in Foligno, e delle venti
Schiatte di masnadieri insignoriti
Di Romagna e di Marca e dell'antico
Patrimonio di Pier. Mille fïate
Più di pria sanguinose eran le genti
Di quel latino suol, dacchè lontana
La tïara gemea quasi captiva.
Sconfortato Roccel da tante voci
Di sciagure e di colpe, arrivò un giorno
Alle sette colline, e messe appena
Nella sacra città l'umili piante,
Andò ne' templi a lagrimar. Chi puote
Non lagrimar mirando Roma e tali
Di sua crollata possa orme famose,
Ed orme di miracoli e martirii,
E pur troppo fra i santi anco frammiste
Alme d'Iscarïoti e di perenni
Del Figliuolo di Dio crocefissori!
E assai giorni Roccello e il suo scudiero,
Le romane basiliche ammirando
E le mille rüine e le vetuste
Effigie e le colonne e gli obelischi,
Alternàr gioia e lutto ed ira e scherno
E penitenza e preci, ogni pensiero
Della terra obblïando oltre a' pensieri
Che in lor destava la città rëina,
Afflitta sì, ma ognor rëina al mondo
Per memorie e speranze e immortal ara.
A far vieppiù maravigliosa e grande
La città de' portenti, ecco a tai giorni
Sorger Cola di Rienzo, uom che insanito
Pareva e saggio, e invaso da potenza
Non si sapea se inferna o celestiale.
Abbietto di prosapia, alto d'ardire,
Vissuto in gravi studii, amico a' sommi
Di dottrina e di cor, predicò, volle
Che da Avignon la Pontificia Sede
Sul Tevere tornasse, e poichè udita
Non fu sua voce, sguainò la spada,
Quasi guerrier profeta, e intitolossi
Tribuno e sire e correttor dell'orbe.
Tal fu l'audace senno o gl'incantesmi
Del plebeo fatto eroe, che al suo comando
Patrizi e popol si curvaro, e plausi
Ebbe da re lontani, e il suo stendardo
Parve a Petrarca stesso il destinato
Per ristaurar giustizia e fede e pace.
Ratto elevossi e ratto cadde, e ratto
S'elevò ancor l'incomprensibil forte,
Adorato e imprecato. Oh quante in esso
L'alma fidente di Roccel sognava
Forze divine! Or nella vera patria
Ei si credea de' generosi, e patria
A se medesmo Roma indi eleggea!
Sublimi, eterne gli parean le leggi
Di quel re popolano: alme d'eroi
Pareangli tutti, e sommi ed imi, in Roma.
E che a Roccello non parea?... Gilnero
Zufolava fremendo e intercalando:
- Cola di Rienzo il tavernar! costui
Aver senno da Cesari! Albagìa
D'uom che impazzì su que' vetusti libri
Di cui la gente il dice dotto, e breve
Reca stupor! ne ghignerem dimane.
E la dimane da Gilner predetta
Spuntò non tarda. Il dotto imbaldanzito
Sol ne' volumi conoscea la grande
Arte del regno, e in suoi pensier foggiava
Uomini antichi, ed ignorava il core
De' respiranti, e gioco alto imprendea
Da giocator frenetico. Trasparve
Tra' suoi lampi d'ingegno al mobil volgo
La stoltezza di Cola, e fin que' lampi
Gli si negaro, e l'appellar buffone,
E riser di sue leggi e dalle spalle
Strappargli voller di tribuno il manto,
Ed ei chiamò i suoi fidi alla battaglia,
E quei che fidi ei riputava, il ferro
Volser sull'idol loro e il laceraro!
In quella orrenda civil pugna, il folle
Parteggiar di Roccel per l'assalito
L'espose a risse ed a coltelli. A stento
Si strascinò ferito alle ospitali
Soglie d'un chiostro, e le pietose cure
Di Gilnero e de' frati il serbàr vivo.
Il magnanimo infermo cavaliero
Più dì e più notti delirò, imprecando
I nemici di Cola e Cola istesso,
E le promesse e le speranze e l'ire
Del suo secol maligno, e ciascheduna
Delle da lui percorse itale spiagge.
Gilner l'interrompea: - Saluzzo in vero
Non è paese come questi, e vale
Tutte le Rome della terra: ad ogni
Paio di birbi abbiam cinquanta onesti!
Ad ogni donna vil, cento zitelle
E cento mogli che son perle! Andate
Dove volete, una Saluzzo è sola!
L'infermo cavalier ne' suoi delirii
Tai di Gilnero udendo amate voci,
Non discernea chi il parlator si fosse,
E a lui diceva: - Oh! chi se' tu, cortese
Venerando filosofo, che alfine
Sveli al mio indagatore, avido spirto
La contrada cui tende ogni mia brama,
La contrada de' buoni?
- Io son Gilnero,
E a Dio piacesse ch'io vi fossi ognora
Sembrato un venerando! Io vi consiglio
Di risanar dalle ferite e in uno
Dalle vostre follìe. Cercando eroi
Si trovan coltellate, e si consuma
Inutilmente sanità e danaro.
- Dunque?
- A Saluzzo torneram.
- No: vista
Non ho Napoli ancor, la fortunata
Monarchia di Giovanna: ah troppo dure
Son le maschie superbe anime, e solo
Dove bella Reina un popol regge,
Imperar ponno amore e pace e gloria.
Ito a Napoli fora il cavaliero,
Ma mentre ei stava risanando, crebbe
Contro Giovanna in tutta Italia il grido,
Aver dessa aguzzato i brandi infami
Che la francàr dall'abborrito sposo,
Ed esser già del novo sposo stanca,
Ed avvilirsi in empi amori, e tutto
Esser rivolte ed omicidii il regno
Ed alterne vendette e sacrilegio.
- Dunque? ridisse al buon Gilner.
- Saluzzo!
Ripigliò questi.
E uscirono del chiostro,
Mercè rendendo alla ospital famiglia
De' fraticelli. E uscirono di Roma,
E verso le dilette Alpi lontane
Venner ricavalcando. Ardui perigli
Incontran mille, ma le sponde un giorno
Ritoccan del Piemonte, e omai vicina
La maestà riveggion del Monviso,
E le pendici amene, innamoranti
Del marchesato. Oh grande, oh incomparata
Gioia a chi mosse ramingando in cerca
D'egregi umani e di felici terre,
Ed incontrò per ogni dove umani
Da colpa travagliati e da sventura,
E ritornando alle natìe convalli
Gli amici primi si ricorda, e i fatti
Glorïosi degli avi e l'indol cara
Della fraterna stirpe! Invaso il seno
Da quella nova gioia avea Roccello,
Nè il suo Gilner con palpiti men dolci
Salutava l'Eridano ed i poggi
Di Taurino eleganti e la pianura
D'arbori e prati e campi e ruscei vaga,
E i monti di Saluzzo, e finalmente
Saluzzo istessa.
- Ah vi siam giunti! esclama
Quegli e questi a vicenda; e il cavaliero,
Fervido sempre, altissime, abbondanti
Mette dal cor voci di laude al loco,
Al principe, alle leggi, a' consanguinei,
Al volgo, agli usi, alla favella, a tutto.
- Temprate il foco del contento, o sire,
Dice il savio Gilner: senza magagne
Non evvi terra, ed ha le sue pur questa.
Ma poichè pieno è di magagne il mondo,
Indulgete de' vostri avi alla terra
Più che ad ogni altra, e pïamente a lei
Sacrate il senno ed i tesori e il brando.




LA MORTE DI DANTE.

Cantica.

Non ho mai capito in qual modo Dante, perch'egli fra i magnanimi suoi versi ne ha alcuni iratissimi di varii generi, sia potuto sembrare ai nemici della Chiesa Cattolica un loro corifeo; cioè un rabbioso filosofo, il quale o non credesse nulla, o professasse un cristianesimo diverso dal Romano. Tutto il suo poema a chi di buona fede lo legga, e non per impegno di sistema, attesta un pensatore, sì, ma sdegnoso di scismi e d'eresìe, e consonissimo a tutte le cattoliche dottrine. Giovani che sì giustamente ammirate quel sommo, studiatelo col vostro nativo candore, e scorgerete che non volle mai esservi maestro di furori e d'incredulità, ma bensì di virtù religiose e civili.



LA MORTE DI DANTE.

Lavamini, mundi estote!
(Is. I)

E perchè l'arpa mia - debol, ma vaga
Di ritrarre in devoti, alti racconti,
A conforto degli altri e di me stesso,
Gioie e dolori di supremi spirti -
Perchè in sue melodìe qualche felice
O mesta ora de' sommi itali vati,
Qualche virtù del cor, qualche sublime
Effondimento de' lor sacri ingegni
Non ridirebbe? Oh quante volte ad essi
M'è grato alzar gli ossequïosi sguardi
Come figlio a parenti, investigando
Lor nobile natura, e divisando
Quasi funerea su ciascun di loro
Scior tal pietosa cantica di laude,
Che, senza nè adular que' generosi,
Nè tacer pur di colpe ov'ebber colpe,
Sia gentile tributo alle lor tombe!
Non avrai tu, per tragich'ira primo,
Possentissimo Alfieri, onde reliquia( )
Sì prezïosa a me largì Quirina,
Tu che maestro all'arte mia più cara
Sì fortemente in giovinezza amai,
Tu che ad Italia ed a' nativi nostri
Pedemontani lidi onor sei tanto,
Non avrai tu dalle mie labbra un carme?
L'avrai. - Nè per Parini anco fia scevra
Di parole d'amor l'alma di Silvio;
Nè per Monti e per chiari altri intelletti
Di non remoti dì. - Ma se più d'una
Cantica aspettan molte ombre di vati,
Più l'aspettan le antiche. - Oggi tu, Dante,
All'anima mi parli. I tuoi divini
Versi non seguo, nè dipingo i giorni
Del tuo esular; di te la morte io canto.
Splendeva all'Alighier l'ultima aurora,
E sulle coltri sue muto ed assorto.
Ne' pensieri santissimi ei giacea
Munito già del Dio che alle fedeli
Alme è quaggiù ineffabile alimento.
Umile fraticel presso gli stava,
Or con brevi parole or collo sguardo
Le divine speranze rammentando;
E presso al letto, e qua e là per l'ampia
Sala, in piedi o sedenti, erano il vecchio
Guido sir di Ravenna e i figli suoi,
Ed assai cavalieri. Impallidite
Presso alla porta si vedean le facce
De' giovincelli paggi e delle guardie.
Dopo i riti adorabili, in silenzio
Stette gran tempo l'Alighier, ma gli occhi:
Significavan prece e consolante
Vista di cose celestiali e amore.
Poi si riscosse, mirò intorno, e grato
Salutevole cenno ai circostanti
Volse, e coll'imperar della possente
Sua volontà rinvigorì lo spirto,
La voce, i guardi, e levò il capo, e disse:
- Sia benedetta la pietà di Guido
Ch'ospital posa al mio morir provvide!
Sia benedetto, o amici tutti, il dolce
Vostro compianto, e benedetto ognuno
Di que' che al tosco esule vate il tristo
Pellegrinaggio consolâr d'onore
E d'applausi magnanimi - e di pane!
Ma non però il mio benedir ti manchi,
Patria crudel che a me noverca fosti,
Ed io qual madre amava ed amo! Andate
Le mie voci a ridirle e il mio perdono,
E i miei consigli e il lagrimar di Dante
Sulle materne iniquità e sventure!
Qui pianse e tacque. Indi il febbril tumulto
De' generosi suoi dolori il senso
Addoppiò della vita entro il suo petto,
E la parola gli tornò sul labbro
Non tremula, non fiacca. Ognun si stava
Rispettoso ed attonito, ascoltando
Di quel gran cor gli oracoli supremi.
- Dite a Fiorenza, e in un con essa a quante
Son dell'amata Italia mia le spiagge,
Che s'io censor severo e fremebondo
Ne' miei carmi di foco ira esalai,
Men da rabbia dettati eran que' carmi
Che da desìo perenne e tormentoso
Di ritrarre e caduti e vacillanti
D'infra il sozzume lor di melma e sangue.
E se nell'ira mia sfolgorò vampa
D'orgoglio e d'odio, or ne' pensier di morte
La condanno e l'estinguo, e prego pace
A' miei nemici sì viventi ancora,
Sì nella notte dell'avel sepolti.
Tacque di novo, e sollalzato meglio
L'infermo fianco, assisesi, ed eresse
La fronte, e colla palma la percosse:,
E disse: - Io veggo l'avvenir!
Nell'ossa
Degli uditori un gel di reverenza
Rapido corse e di spavento.
- Io veggo
In quel lezzo di fango e di macelli
Volversi le repubbliche di questa
Agitata penisola, e gli scettri
De' Visconti e Scaligeri, e le inique
Insegne vostre, o guelfi e ghibellini,
E bianchi e neri, e quanti siete, o falsi
Promettitori di virtù e di gloria!
Giù que' brandi sacrileghi e que' nomi
Di maledizïone e di discordia!
E giù quelle speranze, ahi, da me pure
Nutrite un dì, nelle straniere spade!
Gloria non sorge da esecrande leghe,
E da trame e da perfidi pugnali
Innalzati col vanto inverecondo
Del patrio ben, nè da fraterne guerre.
Cessate i mutui di vittoria sogni
Per primeggiar sull'abborrita parte,
Chè vane son fuggevoli vittorie
Onde un nemico trae letizia e lucro,
E la patria dissanguasi e s'infama.
- Chi è quel grande che non par che curi
Nè la bassezza della propria stirpe,
Nè gli altrui ferri, nè i diritti altrui,
Nè il mobil genio delle stolte plebi,
E sale in Campidoglio, e de' Romani
S'intitola tribuno, e or par del santo
Seggio il forte campione, or l'irrisore?
Insano! Ei grida libertà e ritorno
D'Itala imperiale onnipotenza
A rïalzar per l'orbe ogni giustizia,
Ed, ingiusto ei medesmo, irrìta Iddio,
E le folgori scoppiano, e quell'alto
Simulacro d'eroe crolla, ed è polve!
- Chi son color che un idolo si fanno
Dell'Angioïna Gallica burbanza
Da Carlo in trono appo il Vesevo assisa,
E la dicon sublime esca a future
Italiche armonie di leggi e forza
E civiltà! Strappatevi la benda:
Straniero è il Gallo! sua virtude è oltr'Alpe,
Qui pianta è che traligna, e non soave
Olezzo, ma fetor manda e veleno!
Qui tutela è bugiarda e si converte,
In laido furto ed in più laido oltraggio!
Qui farmachi alle piaghe offre, e vi sparge
Aceto e sale, e ficcavi gli artigli,
E de' ruggiti degl'infermi ride!
Onoriamolo oltr'Alpe, o quando inerme
Visita le latine illustri terre,
Non quando s'arma ed amistà ne giura!
Lui quasi imbelli pargoli maestro
Non invochiam, non invochiamlo padre:
Adulti siam se ci crediamo adulti!
E ad esser tai, non fremiti, non risse,
Non sommosse vi vogliono, ma senno,
E fede ai patti, ed indulgenza e amore!
Tacque come spossato e intenerito
Un'altra volta l'Alighier. Poi lena
Ripigliando sclamò: - Quanto sei bella
Fiorenza mia! Quanto sei bella, o Italia,
In tutte le tue valli, ancorchè sparse
D'ossa infelici e di crudeli istorie!
E che monta che in genti altre sfavilli
D'eccelsi troni maestà maggiore,
Mentre per varie signorie te reggi?
Chi può sfrondar della tua gloria il serto?
Chi a te delle gentili arti l'impero
Involar mai? Chi scancellar dal core
D'ogn'uom che bevve al nascer suo quest'aure
La gioia d'esser Italo? la gioia
D'esser nepote dell'antica Roma
E figlio della nuova? Abbian fortune
Luminose altri popoli: in disdoro
Mai non cadrà la venerata terra
Che domò l'universo, e dove eretta
Dall'Apostolo Pier fu la immortale
Face che tutti a salvaméntochiama!
Ma bastan forse aviti pregi? Il grido
Non vi colpì de' miei robusti carmi?
E ch'altro, poetando io per lungh'anni,
Vi dissi, Itali, mai, fuorchè d'apporre
Nobiltà a nobiltà, virtù a virtude
Innanzi al mondo, e a voi medesmi, e a Dio?
Oh gioventù d'alte speranze, i gioghi
Del vizio esècra e non i santi gioghi!
Le gare tue sien di pietà le gare
E degli esimii studi, onde ammirato
Il vïator che d'oltremonte viene,
T'onori e dica: «Ben ne' figli brilla
De' prischi forti la mental potenza!»
Ahi! delle giovin'alme i novi errori
A che biasmate, o corrucciosi vecchi,
Maledicendo al secolo perverso?
Che opraste voi per migliorarlo, e prole
Ad Italia lasciar che alteramente
Fosse sdegnosa di licenza e scismi,
E santamente amasse ara, scïenza,
Cavalleresca fede e patrio onore?
Provvedete a' crescenti! egregia scola
Sien le famiglie a' nati; egregia scola
Patrizi e dotti alla ignorante plebe;
Egregia scola per città e convalli
La sapïente carità de' cherci!
Ah sì! primiero, o Sacerdoti, esempio
Siate tra voi di pace e bei costumi!
Non sia drappel ch'altro drappello imprechi!
Umiltà vi congiunga imi con sommi
Sotto l'imper benedicente e sacro
Dell'Apostol supremo! Ognun di voi
Decoro sia del tempio, e sparga incanto
D'innocenza e di grazia: allor null'uomo
Luce di verità cercherà altrove!
D'Alighier le profetiche rampogne
E il supplice sospir profondamente
Commovean gli ascoltanti. E più commossi
Fur quando l'egro venerando vate,
Dopo quella versata onda robusta
D'autorevoli detti, e quell'ardente
Sguardo che nuncio ancor parea di vita,
Più languid'occhi intorno volse, e sparve
Il foco onde suffuse eran le gote,
E i fianchi più nol ressero, e la sacra
Testa cercò dell'origlier l'appoggio,
E la palpante man tremula corse
Al crocefisso, e lo portò alle labbra.
Presso all'infermo palpitàr concordi
Gl'impauriti cuori, e mal frenate
Voci s'udìr di pianto. Il vecchio Guido
Mirò i piangenti ed accennò silenzio;
Ma involontaria dal suo ciglio eruppe
Sovra Dante una lagrima, e il poeta
Sull'ospite magnanimo la grata
Pupilla alzando, gli serrò la destra.
Un de' figli di Guido al suol prostrossi
Presso al letto, sclamando: - Eterno Iddio,
Prendi l'inutil vita mia! conserva
Quella del re degl'itali intelletti!
Tutti gli accenti suoi son luce e scampo!
Tutta la vita sua fu impareggiato
Rimbrotto ai vili e sprone ai generosi!
Un uom divino egli è!
- Giovine insano!
Disse con voce moribonda il vate:
Deh, sii miglior di me! Mia forza imìta,
Non l'ire mie superbe.
- O padre Dante,
Ripigliò quegli, se i miei dì non ponno
Invece de' tuoi dì farsi olocausto,
Consiglia, impera; dimmi: ov'è la insegna
Nel secol mio più santa? ov'è la insegna
Cui darà palma Iddio sovra gl'iniqui?
Ov'è la insegna destinata a cose
Sulla terra sublimi? Io vo' seguirla!
E il vate a lui: - Non chieder tanto: il ferro
E la mente consacra al natio prence,
Al natio lido, e lascia a Dio l'arcana
Delle sorti bilancia: ogni stendardo
Che non sia traditor guida a virtude.
Disse, e pose la man sovra la testa
Del fervido garzon. Questi aspettava,
Tutti aspettavan che parola ancora
Benedicendo da quel labbro uscisse:
Irrigidita era la man, gelata
Nelle fauci la lingua, estinto l'occhio...
L'alma di Dante era salita al Cielo!

FINE.



INDICE DELLE CANTICHE.

Raffaella
Ebelino
Ildegarde
I Saluzzesi
Aroldo e Clara
Roccello
La morte di Dante