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martes, 23 de enero de 2007

VERÓNICA FRANCO:"TERZE RIME"


"TERZE RIME" VERÓNICA FRANCO

Verónica Franco, prostituta, poetisa y cortesana de lujo.


Verónica Franco es un símbolo de la época dorada de la ciudad de Venecia, cuando una de sus damas era admirada como uno más de sus monumentos. Esa fue Verónica, la cortesana más famosa de la ciudad, cuya compañía era deseada por nobles y reyes. Para su desgracia, los tiempos cambiaron demasiado rápido, terminando con la sociedad abierta y confiada que le diera fama.

Verónica nació en el año 1546, en la ciudad de Venecia, hija de una conocida cortesana de la que pronto aprendió el oficio.
Entonces una cortesana era algo así como una prostituta de lujo, aunque las relaciones sexuales no se producían siempre, por lo que podía parecerse más a una dama de compañía o a una Geisha.


En el año 1572 aparecía su nombre en la lista oficial de tarifas que tenían las cortesanas de Venecia. Su precio era de tan solo dos escudos, un valor bastante mediocre, sin embargo, tan solo un año después su nombre estaba en boca de toda la ciudad.

Su fulgurante éxito se debió a la ayuda de un importante mecenas, el Duque de Mantua, que quedó admirado por su enorme potencial. Porque Verónica más que bella era atractiva, y sobretodo muy culta, pues su madre le había enseñado artes y literatura. Con el Duque comienza a frecuentar los ambientes más lujosos de la ciudad, donde podía sacar a relucir su ingenio y su educación.

Así, en el año 1574, cuando el futuro rey Enrique III pasó por Venecia en su ruta hacia París, las autoridades no dudaron en presentarle a Verónica, como el mejor presente que podía ofrecerle la ciudad.
Prueba de su cultura fue la publicación de un libro de poemas amorosos, tema en el que era una experta, en el que muestra su elegancia y su amor por el lujo.

Por desgracia su buena estrella se apagó de repente, cuando en el año 1580 fue denunciada al Santo Oficio. Así, las envidias y las intrigas lograron que fuera acusada de engañar a sus clientes y de ser poco religiosa.

Hemos de saber que pocos años antes, el Concilio de Trento había dado luz verde a la Contrarreforma, con la que los países católicos pretendían recuperar las posiciones perdidas años antes. Por ello, las conductas libertinas fueron rechazadas, las cortesanas dejaron de ser vistas con buenos ojos y se las empezó a considerar meras prostitutas.

El juicio de Verónica está relacionado con este drástico cambio de mentalidad, aunque ella pudo salvarse gracias al importante número de “amistades” que había hecho entre los gobernantes de la ciudad.

A pesar de esto, su reputación quedó destruida y su oficio proscrito, no quedándole otro remedio que desaparecer y regresar al anonimato del que había salido.

Sobre lo que fue de ella no hay nada seguro: hay quienes afirman que regresó a los barrios pobres a ejercer la prostitución para sobrevivir, otros le dan un destino más amable, permitiéndole un retiro en alguna mansión alejada, viviendo de sus recuerdos de gloria.

Lo único cierto es que no se vuelve a tener noticias de ella hasta su fallecimiento en el año 1591, cuando una escueta nota, daba fe de su fallecimiento a los 45 años de edad.



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Rime




AL SERENISSIMO PRENCIPE SIGNOR E PADRON MIO COLENDISSIMO IL SIGNOR DUCA DI MANTOVA E DI MONFERRATO VERONICA FRANCA.

Se ben lontanissima corrispondenza e quasi disproporzionata proporzione si trova tra le chiarissime virtú dellAltezza Vostra e l mio desiderio donorarla e degnamente servirla, sí che tutto quello chio potessi fare in questa impresa sarebbe men chombra a paragon del vero; nondimeno in quello dove mi sono mancate le forze e i convenevoli concetti di celebrarla ed essaltarla, mè sopravanzato lanimo desprimerle questo mio virtuoso se ben impossibile desiderio, in tanto che non mi sono potuta astenere chio non ne laccertassi col debile testimonio di queste poche terze rime che le dedico, non in modo che trattino il singolar merito delle sue ricchissime doti, ché queste non cadano sotto la povertà del mio incapace stile, ma in maniera che dando al suo discreto giudizio alcun leggier gusto della mia bassa musa, con questa esperienzia quasi mostrando la mia insofficienza, perché poi mi vaglia per buona scusa sio non ardisco por bocca nel cielo del suo inestimabil valore, debbano sotto lautorità del suo gloriosissimo nome comparire nella presenzia del secolo, e liberamente appresentarsele con assoluta dependenza dallarbitrio della Vostra Altezza. La quale, conoscendo in ciò la mia brama che non ha per fine altro che di scoprir a lei la prontezza di se stessa, gradirà, son certa, in questo minimo dono linfinitudine dellanimo mio in riconoscer il suo merito, col tributo di quello che mè concesso, poi chio non posso con quello che si converrebbe a lei. E per piú distinta significazion della mia devozione le porgo questo mio volume per man dun mio ancor fanciullo figliuolo, quivi per adempier questofficio da me mandato; il quale nel volto, e negli atti, e in ogni guisa dinchinevole riverenza, meglio dogni altro esprimendo il mio medesimo core nella serenissima sua presenza, mi vaglia tanto piú a conciliarmi il favor della sua cortesissima grazia, in mercé della mia sviscerata osservanza e in sopplimento di quello ovio non giungo col potere allunion degli effetti con la mia volontà, con la quale mi sono legata di perpetuo indissolubil nodo di umilissima servitú con la Sublimità Vostra.

Di Venezia, a 15 di Novembre MDLXXV.


TERZE RIME

I

DEL MAGNIFICO MESSER MARCO VENIERO ALLA SIGNORA VERONICA FRANCA.

Sio vamo al par de la mia propria vita,
donna crudel, e voi perché non date
in tanto amor al mio tormento aita?
E se invano mercé chieggio e pietate,
perchalmen con la morte quelle pene,
chio soffro per amarvi, non troncate?
So che remunerar non si conviene
mia fé cosí; ma quel mal, che ripara
a un maggior mal, vien riputato bene
piú dogni morte è la mia doglia amara,
e morir di man vostra, in questo stato,
grazia mi fia desiderata e cara.
Ma comesser può mai che, dentro al lato
molle, il bianco gentil vostro bel petto
chiuda sí duro cor e sí spietato?
Comesser può che quel leggiadro aspetto
voglie e pensier cosí crudi ricopra,
che l servir umil prendano in dispetto?
La gran bellezza a voi data di sopra
spender in morte di chi vama e in doglia,
qual potete peggior far di questopra?
Ciò da luman desir vostro si toglia,
e n sua vece vi penetri a la mente,
conforme a la beltà, pietosa voglia.
Cosí dentro e di fuor chiara e splendente
sarete dogni età vero ornamento,
non pur di questo secolo presente.
Pria che de be crin lòr si faccia argento,
da custodir è quel che poi si perde,
chi l lascia in man del tempo, in un momento:
e se ben sète detà fresca e verde,
nulla degli anni è piú veloce cosa,
sí cha tenervi dietro il pensier perde;
e mentre di qua giú nessun ben posa,
nasce e spar la beltà piú che baleno,
non che qual nata e secca a un tempo rosa.
Ma poi chi la pietà chiude nel seno,
col merto de la fama sua ravviva
le chiome bionde e l viso almo e sereno.
Dunque, per farvi al mondo eterna e diva,
amica di pietà verso chi vama,
siate di crudeltà nemica e schiva.
Oh, se vedeste in me lardente brama,
cho di servir voi sola a tutte lore,
con quel pensier chognor vi chiede e brama;
se mi vedeste in mezzo l petto il core,
a me son certo che nullaltro amante
pareggereste nel portarvi amore!
Ma guardatemi l cor fuor nel sembiante
pallido e mesto e nel mio venir solo,
dí e notte, con piè lasso e cor costante;
e conoscendo il mio soverchio duolo,
e come in lui convien chognor trabbocchi
di pene cinto da infinito stuolo,
volgete a me pietosamente gli occhi,
a veder come presso e di lontano
quinci ognor empio Amor larco in me scocchi;
stendete a me la bella e bianca mano
a rinovar il colpo, e che in tal guisa
il sen piú mapre e insieme il rende sano.
O beltà dogni essempio altro divisa,
di cui lanima in farsi umil soggetta,
stando lieta, qua giú simparadisa!
Amor da que begli occhi in me saetta
con tal dolcezza, che l mio espresso danno
via piú sempre mi giova e mi diletta.
Ben questi al chiaro sole invidia fanno,
ben chancor Febo con diletto mira
le bellezze che tante in voi si stanno:
di queste vago Apollo arde e sospira,
e per virtú di tai luci gioconde
il suo saper in voi benigno inspira;
e mentre questo in gran copia vinfonde,
move la chiara voce al dolce canto,
cha bei pensier de lanimo risponde.
La penna e l foglio in man prendete intanto,
e scrivete soavi e grate rime,
chai poeti maggior tolgono il vanto.
O bella man, che con bellarte esprime
sí leggiadri concetti, e le sue forme
dentro l mio cor felicemente imprime!
De lantico valor segnando lorme
questa ne va sí candida e gentile,
svegliando la virtú dove piú dorme;
né pur rinova il glorioso stile
del poetar sí celebre trascorso,
che non ebbe fin qui par né simíle;
ma de le menti afflitte alto soccorso
è quella man ne lamorosa cura,
che quivi ha l suo rifugio e l suo ricorso.
Di viva neve man candida e pura,
che dolcemente il cor mardi e consumi
per miracol damor fuor di natura,
e voi, celesti e graziosi lumi,
chardor e refrigerio in un mi sète,
e parer gli altrui rai fate ombre e fumi,
percha me l vostro aviso contendete?
e non piú tosto con pietosi modi
al mio soccorso, oimè, vi rivolgete?
Né però chieggio che disciolga i nodi,
che ntorno al cor mordío, la man sí vaga,
né che in alcuna parte men mannodi;
non chiedo chentro al sen saldi la piaga
il bel guardo gentil, che in me limpresse,
damor con arte lusinghiera e vaga:
da quelle mani e da le braccia stesse
esser bramo raccolto in cortesia,
e che l mio laccio stringan piú sempre esse;
bramo che quella vista umana e pia
si volga al mio diletto, e del bel viso
e de la bocca avara non mi sia.
Oh che grato e felice paradiso,
dal goder le bellezze in voi sí rade
non si trovar giamai, donna, diviso:
donna di vera ed unica beltade,
e di costumi adorna e di virtude,
con senil senno in giovenil etade!
Oh che dolce mirar le membra ignude,
e piú dolce languir in grembo a loro,
chor a torto mi son sí scarse e crude!
Prenderei con le mani il forbito oro
de le trecce, tirando de loffesa,
pian piano, in mia vendetta il fin tesoro.
Quando giacete ne le piume stesa,
che soave assalirvi! e in quella guisa
levarvi ogni riparo, ogni difesa!
Venere in letto ai vezzi vi ravvisa,
a le delizie che n voi tante scopre
chi da pietà vi trova non divisa;
sí come nel compor de le dotte opre,
de le nove Castalie in voi sorelle
larte e lingegno a laltrui vista sopre.
E cosí l vanto avete tra le belle
di dotta, e tra le dotte di bellezza,
e dambo superate e queste e quelle;
e mentre luno e laltro in voi sapprezza,
dambo sarebbe lonor vostro in tutto,
se la beltà non guastasse lasprezza.
Ma se n voi la scienzia è dalto frutto,
perché de la bellezza il pregio tanto
vien da la vostra crudeltà distrutto?
Accompagnate lopra in ogni canto;
e come la virtú vostra ne giova,
la beltà non sia seme del mio pianto:
in tanto amor tanto dolor vi mova,
sí che di riparar ai tristi affanni
entriate meco in lodevole prova.
Sal tempo fa sí gloriosi inganni
la vostra musa, la beltà non faccia
a se medesma irreparabil danni.
A Febo è degno che si sodisfaccia
dal vostro ingegno, ma da la beltate
a Venere non meno si compiaccia:
le tante da lei grazie a voi donate
spender devete in buon uso, sí come
di quelle, che vi diede Apollo, fate:
con queste eternerete il vostro nome,
non men che con gli inchiostri; e lento e infermo
farete il tempo, e le sue forze dome.
Per la bocca di lei questo vaffermo:
non lasciate Ciprigna per seguire
Delio, né contra lei tentate schermo;
ché Febo se le inchina ad obedire,
né può far altrimenti, se ben poi
gran piacer tragge in ciò dal suo servire.
Cosí devete far ancora voi,
seguitando lessempio di quel dio,
che vinfonde i concetti e i pensier suoi.
La bellezza adornate col cor pio,
sí che con la virtú ben saccompagne,
lontan da ogni crudel empio desio:
queste in voi la pietà faccia compagne,
e in tanto vi rincresca, comè degno,
dun che de lamor vostro ognora piagne.
E son quellio, che umile a voi ne vegno,
cercando di placar con dolci preghi
la vostra crudeltate e l vostro sdegno:
mercé da voi, per Dio, non mi si nieghi,
donna bella e gentil, ma in tanta guerra
benigno il vostro aiuto a me si pieghi.
Cosí sarete senza par in terra.


II

RISPOSTA DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Sesser del vostro amor potessi certa
per quel che mostran le parole e l volto,
che spesso tengon varia alma coperta;
se quel che tien la mente in sé raccolto
mostrasson le vestigie esterne in guisa
chaltri non fosse spesso in frode còlto,
quella téma da me fôra divisa,
di cui quando perciò massicurassi,
semplice e sciocca, ne sarei derisa:
«a un luogo stesso per molte vie vassi»,
dice il proverbio; né sicuro è punto
rivolger dietro a lapparenzie i passi.
Dal battuto camin non sia disgiunto
chiunque cerca gir a buona stanza,
pria che sia da la notte sopragiunto.
Non è dritto il sentier de la speranza,
che spesse volte, e le piú volte, falle
con falsi detti e con finta sembianza;
quello della certezza è destro calle,
che sempre mena a riposato albergo,
e refugio ha dal lato e da le spalle:
a questo gli occhi del mio pensier ergo,
e da parole e da vezzi delusa,
tutti i lor vani indizi lascio a tergo.
Questa con voi sia legitima scusa,
con la qual di non creder a parole,
né a vostri gesti, fuori esca daccusa.
E se invero mamate, assai mi duole
che con effetti non vi discopriate,
come chi veramente ama far suole:
mi duol che da lun canto voi patiate
e da laltro il desio, cho desser grata
al vostro vero amor, minterrompiate.
Poi chio non crederò desser amata,
né l debbo creder, né ricompensarvi
per larra che fin qui mavete data,
dagli effetti, signor, fate stimarvi:
con questi in prova venite, sanchio
il mio amor con effetti ho da mostrarvi;
ma savete di favole desio,
mentre anderete voi favoleggiando,
favoloso sarà laccetto mio;
e di favole stanco e sazio, quando
lamor mi mostrerete con effetto,
non men del mio vandrò certificando.
Aperto il cor vi mostrerò nel petto,
allor che l vostro non mi celerete,
e sarà di piacervi il mio diletto;
e sa Febo sí grata mi tenete
per lo compor, ne lopere amorose
grata a Venere piú mi troverete.
Certe proprietati in me nascose
vi scovrirò dinfinita dolcezza,
che prosa o verso altrui mai non espose,
con questo, che mi diate la certezza
del vostro amor con altro che con lodi,
chesser da tai delusa io sono avezza:
piú mi giovi con fatti, e men mi lodi,
e, dovè in ciò la vostra cortesia
soverchia, si comparta in altri modi.
Vi par che buono il mio discorso sia,
o chio minganni pur per aventura,
non bene esperta de la dritta via?
Signor, lesser beffato è cosa dura,
massime ne lamor; e chi nol crede,
ei stesso la ragion metta in figura.
Io son per caminar col vostro piede,
ed amerovvi indubitatamente,
sí comal vostro merito richiede.
Se foco avrete in sen damor cocente,
io l sentirò, perchaccostata a voi
dardermi il cor egli sarà possente:
non si pònno schivar i colpi suoi,
e chi si sente amato da dovero
convien lamante suo ridamar poi;
ma l dimostrar il bianco per lo nero
è un certo non so che, che spiace a tutti,
a quei chanco han giudicio non intiero.
Dunque da voi mi sian mostrati i frutti
del portatomi amor, ché de le fronde
dal piacer sono i vani uomini indutti.
Ben per quanto or da me vi si risponde,
avara non vorrei che mi stimaste,
ché tal vizio nel sen non mi sasconde;
ma piaceríami che di me pensaste
che ne lamar le mie voglie cortesi
si studian desser caute, se non caste:
né cosí tosto dalcun uom compresi
che fosse valoroso e che mamasse,
che l cambio con usura ancor gli resi.
Ma chi per questo poi sargomentasse
di volermi ingannar, beffa se stesso;
e tale il potría dir, chi l domandasse.
E però quel che da voi cerco adesso
non è che con argento over con oro
il vostro amor voi mi facciate espresso:
perché si disconvien troppo al decoro
di chi non sia piú che venal far patto
con uom gentil per trarne anco un tesoro.
Di mia profession non è tal atto;
ma ben fuor di parole, io l dico chiaro,
voglio veder il vostro amor in fatto.
Voi ben sapete quel che mè piú caro:
seguite in ciò comio vho detto ancora,
ché mi sarete amante unico e raro.
De le virtuti il mio cor sinnamora,
e voi, che possedete di lor tanto,
chogni piú bel saver con voi dimora,
non mi negate lopra vostra intanto,
ché con tal mezzo vi vegga bramoso
dacquistar meco damador il vanto:
siate in ciò diligente e studioso,
e per gradirmi ne la mia richiesta
non sia l gentil vostro ozio unqua ozioso.
A voi poca fatica sarà questa,
perchal vostro valor ciascuna impresa,
per difficil che sia, facil vi resta.
E se sí picciol carico vi pesa,
pensate chalto vola il ferro e l sasso,
che sia sospinto da la fiamma accesa:
quel che la sua natura inchina al basso,
piú che con altro, col furor del foco
rivolge in su dal centro al cerchio il passo;
onde non ha l mio amor dentro a voi loco,
poi chei non ha virtú di farvi fare
quel chanco senzamor vi saría poco.
E poi da me volete farvi amare?
quasi credendo che, cosí dun salto,
di voi mi debba a un tratto innamorare?
Per questo non mi glorio e non messalto;
ma, per contarvi il ver, volar senzale
vorreste, e in un momento andar troppo alto:
a la possa il desir abbiate eguale,
benché potreste agevolmente alzarvi
dovaltri con fatica ancor non sale.
Io bramo aver cagion vera damarvi,
e questa ne larbitrio vostro è posta,
sí che in ciò non potete lamentarvi.
Dal merto la mercé non fia discosta,
se mi darete quel che, benché vaglia
al mio giudicio assai, nulla a voi costa:
questo farà che voli e non pur saglia
il vostro premio meco a quellaltezza,
che la speranza col desire agguaglia.
E qual ella si sia, la mia bellezza,
quella che di lodar non sète stanco,
spenderò poscia in vostra contentezza:
dolcemente congiunta al vostro fianco,
le delizie damor farò gustarvi,
quandegli è ben appreso al lato manco;
e n ciò potrei tal diletto recarvi,
che chiamar vi potreste per contento,
e davantaggio appresso innamorarvi.
Cosí dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto,
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sí che quel, che strettissimo parea,
nodo de laltrui amor divien piú stretto.
Febo, che serve a lamorosa dea,
e in dolce guiderdon da lei ottiene
quel che via piú che lesser dio il bea,
a rivelar nel mio pensier ne viene
quei modi che con lui Venere adopra,
mentre in soavi abbracciamenti il tiene;
ondio instrutta a questi so dar opra
sí ben nel letto, che dApollo a larte
questa ne va dassai spazio di sopra,
e l mio cantar e l mio scriver in carte
soblía da chi mi prova in quella guisa,
cha suoi seguaci Venere comparte.
Savete del mio amor lalma conquisa,
procurate davermi in dolce modo,
via piú che la mia penna non divisa.
Il valor vostro è quel tenace nodo
che me vi può tirar nel grembo, unita
via piú chaffisso in fermo legno chiodo:
farvi signor vi può de la mia vita,
che tanto amar mostrate, la virtute,
che n voi per gran miracolo saddita
Fate che sian da me di lei vedute
quellopre chio desío, ché poi saranno
le mie dolcezze a pien da voi godute;
e le vostre da me si goderanno
per quello chun amor mutuo comporte,
dove i diletti senza noia shanno.
Aver cagion damarvi io bramo forte:
prendete quel partito che vi piace,
poi che in vostro voler tutta è la sorte.
Altro non voglio dir: restate in pace.



III

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Questa la tua fedel Franca ti scrive,
dolce, gentil, suo valoroso amante;
la qual, lunge da te, misera vive.
Non cosí tosto, oimè, volsi le piante
da la donzella dAdria, ove l mio core
abita, chio mutai voglia e sembiante:
perduto de la vita ogni vigore,
pallida e lagrimosa ne laspetto,
mi fei grave soggiorno di dolore;
e, di languir lo spirito costretto,
de lo sparger gravosi afflitti lai,
e del pianger sol trassi alto diletto.
Oimè, chio l dico e l dirò sempre mai
che l viver senza voi mè crudel morte,
e i piaceri mi son tormenti e guai.
Spesso, chiamando il caro nome forte,
Eco, mossa a pietà del mio lamento,
con voci tronche mi rispose e corte;
talor fermossi a mezzo corso intento
il sole e l cielo, e sè la terra ancora
piegata al mio sí flebile concento;
da le loro spelunche uscite fuora,
piansero fin le tigri del mio pianto
e del martír che mancide e maccora;
e Progne e Filomena il tristo canto
accompagnaron de le mie parole,
facendomi tenor dí e notte intanto.
Le fresche rose, i gigli e le viole
arse ha l vento de caldi miei sospiri,
e impallidir pietoso ho visto il sole;
nel mover gli occhi in lagrimosi giri
fermarsi i fiumi, e l mar depose lire
per la dolce pietà de miei martíri.
Oh quante volte le mie pene dire
laura e le mobil foglie ad ascoltare
si fermar queste e lasciò quella dire!
E finalmente non mavien passare
per luogo ovio non veggia apertamente
del mio duol fin le pietre lagrimare.
Vivo, se si può dir che quel chassente
da lanima si trova viver possa;
vivo, ma in vita misera e dolente:
e lora piango e l dí chio fui rimossa
da la mia patria e dal mio amato bene,
per cui riduco in cenere questossa.
Fortunato l mio nido, che ritiene
quello a cui sempre torno col pensiero,
da cui lunge mi vivo in tante pene!
Ben prego il picciol dio, bendato arciero,
che mha ferito l cor, tolto la vita,
mostrargli quanto amandolo ne pèro.
Oh quanto maledico la partita
chio feci, oimè, da voi, anima mia,
bencha la mente ognor mi sète unita,
ma poi congiunta con la gelosia,
che, da voi lontan, marde a poco a poco
con la gelida sua fiamma atra e ria!
Le lagrime, chio verso, in parte il foco
spengono; e vivo sol de la speranza
di tosto rivedervi al dolce loco.
Subito giunta a la bramata stanza,
minchinerò con le ginocchia in terra
al mio Apollo in scienzia ed in sembianza;
e da lui vinta in amorosa guerra,
seguiròl di timor con alma cassa
per la via del valor ondei non erra.
Questè lamante mio, chogni altro passa
in sopportar gli affanni, e in fedeltate
ogni altro piú fedel dietro si lassa.
Ben vi ristorerò de le passate
noie, signor, per quanto è l poter mio,
giungendo a voi piacer, a me bontate,
troncando a me l martír, a voi l desio.



IV

DINCERTO AUTORE ALLA SIGNORA VERONICA FRANCA

A voi la colpa, a me, donna, sascrive
il danno e l duol di quelle pene tante,
che l mio cor sente e l vostro stil descrive.
Lalto splendor di quelle luci sante
recando altrove, e l lor soave ardore,
ai colpi del mio amor foste un diamante.
Io vi pregai, dagli occhi il pianto fore
sparsi largo, e sospir gravi del petto:
non maiutò pietà, non valse amore.
Valse, via piú che l mio, laltrui rispetto;
e benché umil mercé vaddimandai,
pur sol rimasi in solitario tetto.
Dir altrove eleggeste, io sol restai,
coma voi piacque ed a mia dura sorte
sí che invidia ai piú miseri portai.
E sor avvien che a voi pentita apporte
alcun dolore l mio grave tormento,
in ciò degno è chamando io mi conforte.
Dunque per me del tutto non è spento
quel foco di pietà, chove dimora
fa danimo gentil chiaro argomento
Di voi, cui l ciel tanto ama e l mondo onora,
di bellezza e virtute unico vanto,
in cui le Grazie fan dolce dimora,
gran prezzo è ancor se nel corporeo manto,
dove star con Amor Venere suole,
virtú chiudete in ciel gradita tanto.
Se l vostro cor del mio dolor si duole,
segualmente risponde a miei desiri,
oh vostre doti e mie venture sole!
Tra quanto Amor le penne aurate giri,
E non ha chi, comio, dolce arda e sospire,
né tra quanto del sol la vista miri.
Dolcè, quantè piú grave, il mio languire,
se, qual nel vostro dir pietoso appare,
sentite del mio mal pena e martíre.
Che poi non mi cediate nellamare,
esser non può, ché la mia fiamma ardente
nel gran regno amoroso non ha pare.
Troppo benigno a miei desir consente
il ciel, se dal mio cor la fiamma mossa
vi scalda il ghiaccio della fredda mente.
In voi non cerco affetto degual possa,
quel cha far di duo uno, un di duo, viene,
e duo traffigge di una sol percossa.
Troppo del viver mio lore serene
forano, e tanto piú il mio ben intero,
quanto piú raro questo amando avviene:
quanto Amor men sostien sotto l suo impero
che n duo cor sia una fiamma egual partita,
tanto piú andrei de la mia sorte altero.
Sí come troppo è la mia speme ardita,
che sí audaci pensieri al cor minvia,
per strada dal discorso non seguita:
da lun canto il pensar sí comio sia,
verso l vostro valor, di merto poco,
dal soverchio sperar lalma desvía;
da laltro Amor gentil chadegui invoco
la mia tanta con voi disagguaglianza,
e gridando mercé son fatto roco.
DAmor, cha nullo amato per usanza
perdona amar, dove un bel petto serra
pensier cortesi, invoco la possanza:
quella, onde l ciel ei sol chiude e disserra,
e percha lui la terra è poco bassa,
gli spirti fuor de limo centro sferra,
prego che lalma travagliata e lassa
sostenga; e se non ciò, vaglia pietate
là dove l vostro orgoglio non sabbassa.
Di mercé sotto aspetto non mi date
lusingando martír, tanto piú chio
vadoro; e quanto prima ritornate,
chal lato starvi ognor bramo e desío.



V

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Signor, la virtú vostra e l gran valore
e leloquenzia fu di tal potere,
che daltrui man mha liberato il core;
il qual di breve spero ancor vedere
collocato entro l vostro gentil petto,
e regnar quivi, e far vostro volere.
Quel chamai piú, piú mi torna in dispetto,
né stimo piú beltà caduca e frale,
e mi pento che già nebbi diletto.
Misera me, chamai ombra mortale,
chanzi doveva odiar, e voi amare,
pien di virtú infinita ed immortale!
Tanto numer non ha di rena il mare,
quante volte di ciò piango: chamando
fral beltà, virtú eterna ebbi a sprezzare.
Il mio fallo confesso sospirando,
e vi prometto e giuro da dovero
mandar per la virtú la beltà in bando.
Per la vostra virtú languisco e pèro,
disciolto l cor da quellempia catena,
onde mi avolse il dio picciolo arciero:
già seguí l senso, or la ragion mi mena.



VI

RISPOSTA DINCERTO AUTORE PER LE RIME

Contrari son tra lor ragion e amore,
e chi n amor aspetta antivedere,
di senso è privo e di ragion è fuore.
Tanto piú in prezzo è da doversi avere
vostro discorso, in cui avete eletto
voler in stima la virtú tenere;
e benchio di lei sia privo in effetto,
con voi di possederla il desio vale,
sí che del buon voler premio naspetto:
e se l timor de lesser mio massale,
poi mi fa contra i merti miei sperare,
ché selegge per ben un minor male.
Io non mi vanto per virtú dandare
a segno che, lamor vostro acquistando,
mi possa in tanto grado collocare;
ma so chunalma valorosa, quando
trova uom che l falso aborre e segue il vero,
a lui si va con diletto accostando:
e tanto piú se dentro a un cor sincero
dalta fé trova affezzion ripiena,
come nel mio, chun dí mostrarvi spero,
se l non poter le voglie non maffrena.



VII

DINCERTO AUTORE

Dunque lalta beltà, chamica stella
con sí prodiga mano in voi dispensa,
damor tenete e di pietà rubella?
Quellalma, in cui posando ricompensa
di moltanni lerror la virtú stanca,
dar la morte a chi vama iniqua pensa?
Lasso, e che altro a far del tutto manca
orribile ed amara questa vita,
e rovinosa in strana oscura e manca,
se non che sia col mal voler unita
duna bellezza al mondo senza eguale
la forza insuperabile, infinita?
Ma perché da linferno ancor non sale
Tesifone e Megera ai nostri danni,
se scende a noi dal ciel cotanto male?
Ben sei fanciul piú dingegno che danni,
Amor, e docchi e dintelletto privo,
se l tuo regno abbandoni in tanti affanni.
Te, cui non ebbe di servir a schivo
Giove con tutta la celeste corte,
e cha Dite impiagar festi anco arrivo;
te, del cui arco il suon vien che riporte
spoglie dinnumerabili trofei,
contra chi piú resiste ognor piú forte;
te, cui soggetti son gli uomini e i dèi,
non so per qual destin, fugge e disprezza,
con la mia morte ne le man, costei.
Ma se contrario a quel che n ciel savezza,
ella sen va da le tue forze sciolta,
per privilegio de la sua bellezza,
a la tua stessa madre or ti rivolta,
chunico essempio di beltà fu tanto,
pur piagata da te piú duna volta:
e sa lei toglie la mia donna il vanto
dornamento e di grazie, a lei che giova
lesserti madre poi da laltro canto?
Se vinta da costei Venere è in prova,
e se Minerva in scienzia e in virtute
a costei molto inferior si trova,
tanto piú scegli le saette acute:
ché piú gloria ti fia di questa sola,
che di tuttaltre in tuo poter venute.
Per luniverso lali stendi, e vola
di cerchio in cerchio, Amor, e sí vedrai
che questa il pregio a tutte laltre invola;
e sal tuo imperio aggiunger la saprai,
quanto l tuo onor sovra i dèi tutti gío,
tanto maggior di te stesso verrai.
Benché lo sventurato in ciò son io,
ché, benché stata sia costei sicura
da larmi ognor del faretrato dio,
non è stata però sempre sí dura,
che non abbia ad Amor dato ricetto
per pietà nel suo sen, non per paura.
Comad ubidiente umil soggetto,
ad Amor ansioso e di lei vago
ladito aperse del suo gentil petto;
quinci l suo desir proprio a render pago,
al suo arbitrio dAmor larmi rivolse
qual le piacque a fermar solingo e vago:
sí che dovunque saettando colse
col doppio sol di quei celesti lumi,
a sé gran copia damadori accolse,
e con leggiadri e candidi costumi
dilettò l mondo in guisa che la gente
damor per lei vien charda e si consumi.
Gran pregio, in sé tener unitamente
rara del corpo e singolar beltate
con la virtú perfetta de la mente:
di cosí doppio ardor lalme infiammate
senton lor foco di tal gioia pieno,
che quanto egli è maggior, piú son beate
Anchio lo ncendio, che mi strugge il seno,
sempre piú bramerei che n tale stato
saugumentasse e non venisse meno,
sio non fossi, né so per qual mio fato,
in mille espresse ed angosciose guise
da lei, miser, fuggito e disprezzato:
ché se l trovar laltrui voglie divise
da le nostre in amor, è di tal doglia,
che restan le virtú del cor conquise,
quanto convien chio lagrimi e mi doglia
di vedermi aborrir con quello sdegno,
che di speme e di vita in un mi spoglia?
E sio mi lagno, e se di pianto pregno
porto l cor, che l duol suo sfoga per gli occhi,
miser qual io dAmor non ha l gran regno.
Non basta che Fortuna empia in me scocchi
tanti colpi, chaltrui mai non aviene
che n questa vita un sí gran numer tocchi;
ché sospirar e pianger mi conviene
di ciò, che la mia donna, fuor dogni uso,
al mio strazio piú cruda ognor diviene;
e sio, del pianto il viso smorto infuso,
del cielo e de le stelle mi richiamo,
ed or Amor, or lei gridando accuso,
che possio far se, in premio di quantamo,
giunto da laltrui orgoglio a tal mi veggo,
che la morte ancor sorda al mio mal chiamo?
E col pensier, ondio vaneggio, or chieggo
dAmor aita, ed or per altra strada
sempre invano al mio scempio, oimè, proveggo.
Ma poi che l ciel destina, e cosí vada,
che per sicura e dilettosa via,
dove l ben trovan gli altri, io pèra e cada,
sàziati del mio mal, fortuna ria;
poi, di me quando sarai stanca e sazia,
qual tuo gran pregio e qual acquisto fia?
E tu, Amor, dentro e fuor mi struggi e strazia,
ché tanto mè l mio affanno di contento,
quantei lorgoglio di madonna sazia
Ben ai successi de le cose intento,
di lei massale immoderata téma,
che n lei vendichi l cielo il mio tormento.
Questo fa in parte la mia gioia scema,
anzi, sio voglio raccontar il vero,
son sempre oppresso da una doglia estrema:
che se meco madonna usasse impero,
gratissimo il servirla mi saría
con affetto di cor vivo e sincero;
ma che invece di spender signoria,
a dilettar la circostante turba
mi strazie sotto acerba tirannia,
questo mafflige lanimo, e mi turba.
Né, per le mie querele e i miei lamenti,
lopera incominciata ella disturba,
ma, quasi mar nei procellosi venti,
nel mio chieder mercé via piú sadira,
e cela di pietà gli occhi suoi spenti:
da me torcendo altrove i lumi gira,
e gran materia è di sua crudeltate
quanto per me si lagrima e sospira.
O donna, pregio de la nostra etate,
anzi di tutti i secoli, se n voi
non guastasse lorgoglio la beltate,
ondavvien che l mio amor cosí vannoi?
E sa morir davanti non vi vengo,
ancora offesa vi chiamate poi:
quanto faccio, e di quanto chio mastengo,
di me le vostre voglie a render paghe,
vi spiace, e merto di vostrodio ottengo.
Ma perché l vostro sdegno ognor mimpiaghe,
dolci son di quel volto le percosse,
e de le vostre man candide e vaghe.
Qualunque affetto in voi giamai si mosse,
tutto fate con grazia: de vostri atti
chiunque il dotto e buon maestro fosse.
Quai tenesse con voi natura patti,
ancor de lire vostre e de loffese
tutti gli uomini restan sodisfatti.
Farvi perfetta a tutte prove intese
linflusso donator dogni eccellenza,
e benigno la man verso voi stese:
quinci del ciel laltissima potenza
si vede in molti effetti discordanti,
chan di virtute in voi tutti apparenza.
Oh che dolci, oh che cari e bei sembianti,
chalte maniere quelle vostre sono,
da farvi i dèi venir qua giuso amanti!
E se, comio pur volentier ragiono
de le grazie che l ciel tante in voi pose
con singolar, non piú veduto dono,
non mi teneste dogni parte ascose
quelle vostre divine e rare parti,
di che vostra persona si compose,
non faran sí angosciosi da me sparti
sospiri, né di lagrime vedresti
avampando, cor misero, innondarti.
Ma dondavien che n me, lasso, si desti
la speme, che per prova intendo come
faccia sempre i miei dí piú gravi e mesti?
E pur chiamando di mia donna il nome,
vera, unica al mondo eccelsa dea,
convien cha lei mi volga, e chio la nome.
Deh, non mi siate cosí iniqua e rea,
che l mio mal sia l ben vostro, e che mancida
quella vostra beltà che gli altri bea!
Ma quellAmor, che vha tolto in sua guida,
e che tien nel cor vostro il suo bel seggio,
la crudeltà per me da voi divida;
chio piangendo umilmente ancor vel chieggio.



VIII

RISPOSTA DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Ben vorrei fosse, come dite voi,
chio vivessi dAmor libera e franca,
non còlta al laccio o punta ai dardi suoi;
e se la forza in ciò dassai mi manca
da resister a larmi di quel dio,
che l cielo e l mondo e fin gli abissi stanca,
chei sannidasse fora l desir mio
dentro l mio cor, in modo chio l facessi
non repugnante a quel che piú desío.
Non che sovra lui regno aver volessi,
ché folle a imaginarlo sol sarei,
non che chun sí gran dio regger credessi;
ma da lui conseguir in don vorrei
che, innamorar convenendomi pure,
fosse l farlo secondo i pensier miei.
Ché se libere in ciò fosser mie cure,
tal odierei, chadoro; e tal, chio sdegno,
con voglie seguirei salde e mature.
E poi chAmor anchio biasmar convegno,
imaginando non si trovería
cosa piú ingiusta del suo iniquo regno.
Egli dal proprio ben lalme desvía;
e mentre indietro pur da ciò ti tira,
nel precipizio del tuo mal tinvia.
E se l cor vostro in tanto affanno ei gira,
credete che per me certo non meno
sua colpa, si languisce e si sospira;
e se voi del mio amor venite meno
(nol so, ma l credo), anchio dun crudel angue
soffro al cor gli aspri morsi e l rio veneno.
Cosí, quanto per me da voi si langue
vedete ristorato con vendetta
de le mie carni e del mio infetto sangue.
E se l mio mal vi spiace e non diletta,
anchio l vostro non bramo, e quel chio faccio
contra voi l fo da laltrui amor costretta;
benché, soppressa inferma a morte giaccio,
comè cha voi recar io possa aita
nel martír chentro grido e di fuor taccio?
Voi, sa lagnarvi il vostro duol vinvita
meco, nel mio languir soverchio impietra
e rende un sasso di stupor mia vita:
via piú nel cor quella doglia penétra,
che raggela le lagrime nel petto,
e luom, qual Niobe, trasfigura in pietra.
Il vostro duol si può chiamar diletto,
poiché parlando meco il disfogate,
del mio, chal centro il cor chiude, in rispetto.
Io vi rispondo ancor, se mi parlate;
ma le preghiere mie supplici il vento
senza risposta ognor se lha portate,
se pur ebbi mai tanto dardimento,
che in voce o con inchiostro addimandassi
qualche mercede al grave mio tormento.
E cosí portar gli occhi umidi e bassi
convengo, e converrò per lungo spazio,
se morte al mio dolor non chiude i passi.
Del mio amante non dico: ché l mio strazio
è l dolce cibo, ondei mentre si pasce
divien nel suo digiun manco ognor sazio
E dal suo orgoglio pur sempre in me nasce
novo desio dappagar le sue voglie,
chunqua non vien che riposar mi lasce;
ma dal mio nodo Amor larretra e scioglie:
forse con lui fa unaltra donna quello
chegli fa meco; e qual dà, tal ritoglie.
Cosí di quanto è l mio desir rubello
ai desir vostri, a la medesma guisa
ne riporto supplizio acerbo e fello.
Forsancor voi del vostro amor conquisa
altra donna sprezzate, e con la mente
dal piacerle vandate ognor divisa;
e sa lei sète ingrato e sconoscente,
in suo giusto giudizio Amor decide
chunaltra sí vi scempia e vi tormente.
Forsanco Amor del comun pianto ride,
e per far lagrimar piú sempre il mondo,
laltrui desir discompagna e divide;
e mentre che di ciò si fa giocondo,
de le lagrime nostre il largo mare
sempre piú si fa cupo e piú profondo:
ché suom potesse a suo diletto amare,
senza trovar contrarie voglie opposte,
lamoroso piacer non avría pare.
E se tai leggi fur dal destin poste.
perché ne la soverchia dilettanza
al ben del cielo il mondan non saccoste,
tantè piú l mio dolor, quantho in usanza
dinnamorarmi e di provar amando
questamata in amor disagguaglianza.
Ben quanto a lesser mio vo ripensando:
veggo che la fortuna mi conduce
ove la vita ognor meni affannando;
e se potessi in ciò prender per duce
quella ragion chor, da laffetto vinta,
dAmor sotto limperio si riduce,
sarebbe nel mio cor la fiamma estinta
de laltrui foco, e di quel fôra in vece
del vostro lalma ad infiammarsi accinta.
E se lordine a me mutar non lece,
sa disfar o corregger quel non viene,
cho ben o mal una volta il ciel fece,
posso bramar che chi cinta mi tiene
dindegno laccio in libertà mi renda,
sí chio mi doni a voi, come conviene;
ma chaltro in ciò fuor del desir io spenda,
e questo ancor con non picciola noia,
non è che piú da voi, signor, sattenda.
Ben sarebbe compita la mia gioia,
sio potessi cangiar nel vostro amore
quel chin altrui con diletto mannoia.
A voi darei di buona voglia il core,
e dandol, crederei riguadagnarlo
nel merito del vostro alto valore:
cosí verrei daltrui mani empie a trarlo,
e in luogo di conforto e di salute
aventurosamente a ben locarlo.
Anchio so quanto val vostra virtute,
e de le rare eccellenti vostropre
molte sono da me state vedute.
Chiaro il vostro valor mi si discopre,
e sio non vengo a dargli ricompensa,
Amor non vuol che tanto ben adopre
Comio l potessi far, da me si pensa;
e se, doval desio manca il potere,
il buon animo i merti ricompensa,
che vacquietate meco è ben dovere:
forse cha tempo di miglior ventura
ve ne farò buon effetto vedere.
Tra tanto lesser certo di mia cura
conforto sia chal vostro dolor giovi,
e mi faccia stimar da voi non dura,
fin che libera un giorno io mi ritrovi.



IX

DINCERTO AUTORE

Donna, la vostra lontananza è stata
a me, vostro fedel servo ed amante,
morte tanto crudel quanto insperata.
Nel gentil vostro angelico sembiante
abitar lalma e l mio cor vago suole,
e ne le luci sí leggiadre e sante:
queste fur risplendente unico sole
sovra i miei dí, senza, or triti e negri,
e di quel pieni, onduom via piú si duole,
come sono a me adesso orbati ed egri,
in questa sepoltura de la vita,
che non fia, senza voi, che si reintègri.
Con voi lanima mia sè dipartita,
anzi l mio spirto e lanima voi sète,
e tutta la virtú vitale unita:
e suom morto parlar vien che si viete,
non io, ma di me parla in cambio quella
che ne le vostre man mia vita avete.
Questa non pur vi scrive e vi favella,
per miracol damor, in cotal guisa,
che, ne lesser io morto, in voi vive ella;
ma stando dal cor vostro non divisa,
vi susurra a lorecchie di segreto,
e l mio misero stato vi divisa.
Né perciò del mio male altro ben mieto,
se non chagli occhi vostri ei si figura
con spettacolo a voi gioioso e leto;
e mentre meco ognor vinnaspra e indura,
superate ne lessermi crudele
le fiere mostruose a la natura.
Lasso, chio spargo ai venti le querele,
anzi è un percuoter donde a duro scoglio,
quanto mai di voi pianga e mi querele.
Mosso sinsuperbisce il vostro orgoglio
sí come l mar a limpeto de venti,
mentre a ragion con voi di voi mi doglio;
ed or, per far piú gravi i miei tormenti,
per levarmi l ristoro chio sentía
nel formarvi propinquo i miei lamenti,
nandaste a volo per diversa via,
quando men sospettava, a dimostrarvi
in tutti i modi a me contraria e ria.
Qual neve sotto l sol, piangendo sparvi
con questorma di vita, e con questombra
vana e insufficiente a seguitarvi;
anzi, da miei sospir cacciata e sgombra,
col vento, cha voi venne, si risolse,
che spirando al bel sen forsor vingombra.
Empio destin, chaltrove vi rivolse
dal mirar lo mio strazio e quella pena,
che infinita al mio cor per voi saccolse!
Troppo era la mia vita alta, serena,
darvi in presenzia de la mia gran fede
col vicin pianger mio certezza piena,
e riceverne asprissima mercede
di presenti minacce e di ripulse,
contrario a quel cha la pietà si chiede.
Ben certo allor benigno il ciel mindolse;
e troppo chiara ancor nel sommo sdegno
la luce de vostrocchi a me rifulse.
Di gustar quel piacer non era degno,
chio sentía, nel vedervi, aspro e mortale
far piú sempre l mio duol, con ogni ingegno:
or lasso piango il mio passato male,
quando a le mie damor gravi percosse
non fu in dolcezza alcun diletto eguale.
Amor dacerbo colpo mi percosse,
di quel che di piacer è in tutto privo,
quando da me, madonna, vi rimosse.
Dianzi fu l viver mio lieto e giulivo,
ed or, a prova del mio mal cotanto,
sento l mio ben, mentre di lui mi privo.
Deh tornate a veder il mio gran pianto
venite a rinovar laspre mie piaghe,
senza lasciarmi respirar alquanto:
di ciò contente fían mie voglie e paghe,
che l mio duol, da voi fatto ancor maggiore,
mirin da presso lalme luci vaghe.
A me fia dalta gioia ogni dolore;
e in gran pietà riceverà lo strazio,
e in dolce aita ogni aspra offesa il core,
pur cha noi ritorniate in breve spazio.



X

RISPOSTA DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA PER LISTESSE RIME

In disparte da te sommene andata,
per frastornarti da lamarmi, avante
chunqua mostrarmi a tanto amore ingrata:
né mia colpa fia mai chalcun si vante
giovato avermi in opre od in parole,
senza mercede assai piú che bastante,
ma suom, seguendo ciò che l suo cor vuole,
di quel mattristi, ondei via piú sallegri,
meco non merta, e mi sprezza, e non cole.
Quei sí, che son damor meriti intègri,
quando, per far a me cosa gradita,
per me ti sono, i tuoi dí tristi, allegri!
E nondimeno tu con infinita
doglia sentisti che mai cose liete
non mincontrar dal tuo amor disunita.
Che mi prendesti a lamorosa rete,
presa da un altro pria, vietò mia stella,
non so se per mio affanno, o per quiete:
basta che, fatta daltro amante ancella,
lanima, ad altro oggetto intenta e fisa,
rendersi ai tuoi desir convien rubella.
Con tutto questo, e chal mio ben precisa
la strada fosse, e fattomi divieto,
dal tuo seguirmi poco men che uccisa,
con giudicio amorevole e discreto
tanto stimai l tuo amor senza misura,
quanto piú al mio voler fosti indiscreto:
e di te preso alcuna dolce cura,
bencha me tu temprasti amaro fele
col tuo servirmi, in ciò non ti fui dura;
e per te non avendo in bocca il mèle
di quellaffetto chentro l sen raccoglio,
che in altrui pro convien che si rivele,
liberamente, come teco soglio,
ti raccontai chaltrove erano intenti
i miei spirti, e mostraiti il mio cordoglio.
Or, perché teco ad un non mi tormenti,
tentando invan cha mio gran danno io sia
pietosa a te, con tuoi dogliosi accenti,
da te partimmi; e non potendo pia
esserti, almen veridica tapparvi:
non rea, qual da te titol mi si dia.
Quanto è l peggio talvolta il palesarvi
effetti dalma di pietate ingombra,
dovaltri soglia male interpretarvi!
Benché, se vaneggiando erra ed adombra
il tuo pensier, che da ragion si tolse,
seguendo Amor per via di lei disgombra
non però quel chad util tuo si vòlse
da me, da cui l desir tuo si raffrena,
che dir al precipizio i piè ti sciolse,
a meritar alcun biasmo mi mena;
anzi di quel chaiuto in ciò ti diede,
la mia chiara pietà si rasserena:
ché sio mossi da te fuggendo l piede,
fu perché le presenti mie repulse
meran de la tua morte espressa fede.
E quante volte fu che ti repulse
da sé l mio sguardo, o ti mirò con sdegno,
so che l gran duol del petto il cor tevulse.
Chio ti vedessi dalta doglia pregno
morirmi un dí davante, eccesso tale
era a me sconvenevole ed indegno.
Da laltra parte, assai potevio male
risponder al tuo amor: non men che fosse
il tentar di volar non avendo ale.
E che far potevio contra le posse
di quellarcier che, del tuo bene schivo,
doro in te, in me di piombo il suo stral mosse?
Ma dòr prima anco al mio cor fece arrivo
la sua saetta, standio ferma intanto,
mirando incauta laltrui volto divo.
Quinci un lume, chal sol toglieva il vanto,
mabbagliò sí, che non fia che sappaghe
dalcun ben altro mai lanima tanto.
E percherrando l mio stil piú non vaghe,
io partí per disciôrti dal mio amore,
con le mie piante a fuggir pronte e vaghe.
So che la lontananza il suo furore
mitiga; e quando tu, del viver sazio,
pur vogli amando uscir di vita fuore,
te, con questocchi, e me insieme non strazio.



XI

DINCERTO AUTORE

Invero una tu sei, Verona bella,
poi che la mia Veronica gentile
con lunica bellezza sua tabbella.
Quella, a cui non fu mai pari o simíle
dAdria ninfa leggiadra, or col bel viso
tapporta a mezzo l verno un lieto aprile;
anzi ti fa nel mondo un paradiso
il sol del volto, e degli occhi le stelle,
e l tranquillo seren del vago riso;
ma lintelletto, che sí chiaro dièlle
il celeste Motor a sua sembianza,
unito in lei con laltre cose belle,
quegli altri pregi in modo sopravanza,
che luman veder nostro non perviene
a mirar tal virtute in tal distanza.
A pena locchio corporal sostiene
lo splendor de la fronte, in cui mirando
abbagliato e confuso ne diviene:
questa la donna mia dolce girando,
laria fa tutta sfavillar dintorno,
e pon le nubi e le tempeste in bando.
Di rose e di viole il mondo adorno
rende l lume del ciglio, con cui lieta
primavera perpetua fa soggiorno.
Oimè! qual empio influsso di pianeta,
unica di questocchi e vera luce,
subito mi tasconde e mi ti vieta?
Chi l nostro paradiso altrove adduce,
Adria, meco perciò dogliosa e trista,
ché n tenebre il dí nostro si riduce?
Ogni altro oggetto, lasso me, mattrista,
or che del vago mio splendor celeste
mi si contende la bramata vista.
Ben del pensier con legre luci e meste
scorgo Verona invidiosamente,
che de miei danni lieta si riveste
Veggo, lasso, e rivolgo con la mente
ne laltrui gioia e ne laltrui diletto
via piú grave l mio danno espressamente.
Adria, per costei fosti almo ricetto
di tutto l ben cha noi dal ciel deriva,
quantei ne suol piú dar sommo e perfetto:
or di lei tosto indegnamente priva,
per questa del tuo lido antica sponda
torbido l mar risuona in ogni riva.
Ben tanto piú si fa lieta e gioconda
Verona, e di fiorito e dolce maggio,
nel maggior nostro verno e ghiaccio, abonda.
Quivi del mio bel sol lamato raggio
spiega le tante sue bellezze eterne,
che dir al cielo insegnano il viaggio.
Per virtú di tal lume in lei si scerne
vestir le piante di novel colore,
e giunger forza a le radici interne.
Laura soave e l prezioso odore
che da le rose de la bocca spira
questa figlia di Pallade e dAmore,
nutrimento vital per tutto inspira,
sí cha quel refrigerio in un momento
tutto risorge e rinasce e respira;
e de la voce angelica il concento
i fiumi affrena, e i monti ad udir move,
e l ciel si ferma ad ascoltarla intento
il ciel, che in Adria piange e ride altrove,
là ve la dolce mia terrena dea
grazia e dolcezza dal bel ciglio piove,
e quel ricetto estremamente bea,
dovella alberga, per destin felice
dun altro amante e per mia stella rea.
Altri del mio penar buon frutto elice,
del mio bel sol la luce altri si gode,
ed io qui piango nudo ed infelice.
Ma sella l mio dolor intende ed ode,
percha levarmi laffamato verme
non vien dal cor, che sí l consuma e rode?
E se non mode, o mie speranze inferme!
poi che l ciel chiude a miei sospir la strada,
contra cui vano è quanto uom mai si scherme.
Ma tu sí aventurosa alma contrada,
cha pena un tanto ben capi e ricevi,
qual chi confuso in gran dolcezza cada,
dAdria i diletti, a fuggir pronti e lievi,
mira, e dal nostro danno accorta stima
il volar de tuoi dí fugaci e brevi.
Or ti vedi riposta ad alta cima,
né pensi forse come dalto grado
le cose eccelse la fortuna adima:
stabil non è di qua giú l bene, e rado
piú dun momento dura, e l pianto e l duolo
trova per mezzo lallegrezza il guado.
Ma pur felice aventuroso suolo,
che quel momento al goder nostro dato
possiedi un ben cosí perfetto e solo.
Pian, poggio, fonte e bosco fortunato,
cha un guardo, a un sol toccar del vago piede,
forma prendete di celeste stato,
lalto e novo miracol, che n voi siede,
a farvi basti, in tanto spazio, eterno
tutto quel ben chal suo venir vi diede:
sí che mai non voffenda o ghiaccio o verno,
ned altro influsso rio, ma sempre in voi
sia la stagion de fior lieta in eterno;
pur che tosto colei ritorni a noi,
al nido ovella nacque, che senzessa
mena tristi ed oscuri i giorni suoi.
Deh torna, luce mia, del raggio impressa
de la divinità, qui dove mai
pianger la tua partita non si cessa.
Tempo è di ritornar, madonna, omai
a consolar de la vostralma vista
di questa patria i desiosi rai,
a dar a la mia mente inferma e trisra,
col dolce oggetto del bel vostro lume,
rimedio contra l duol che sí lattrista:
e se troppo l mio cor di voi presume,
datemi in pena che del vago volto
da vicin lo splendor marda e consume;
né de begli occhi altrove sia rivolto
il doppio sol, fin che n polve minuta
non mi vediate dal mio incendio vòlto;
e per farlo, affrettate la venuta.



XII

RISPOSTA DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Oh quanto per voi meglio si faría,
se quel che l cielo ingegno alto vi diede
riconosceste con piú cortesia,
sí cha impiegarlo in quel che piú si chiede
veniste, disdegnando il mondo frale,
che quei piú inganna, che gli tien piú fede:
e se lodaste pur cosa mortale,
lasciando quel chè sol del senso oggetto,
lodar quel chal giudicio ancor poi vale,
lodar dAdria il felice almo ricetto,
che, benché sia terreno, ha forma vera
di cielo in terra a Dio caro e diletto:
questa materia del vostro ingegno era,
e non gir poetando vanamente,
obliando la via del ver primiera.
Senza discorrer poeticamente,
senza usar liperbolica figura,
chè pur troppo bugiarda apertamente,
si poteva impiegar la vostra cura
in lodando Vinegia, singolare
meraviglia e stupor de la natura.
Questa dominatrice alta del mare,
regal vergine pura, inviolata,
nel mondo senza essempio e senza pare,
questa da voi deveva esser lodata,
vostra patria gentile, in cui nasceste,
e dovanchio, la Dio mercé, son nata;
ma voi le meraviglie raccoglieste
daltro paese; e de la mia persona,
quel chAmor cieco vi dettò, diceste.
Una invero è, qual dite voi, Verona,
per le qualità proprie di se stessa,
e non per quel che da voi si ragiona;
ma tanto piú Vinegia è bella dessa,
quanto è piú bel del mondo il paradiso,
la cui beltà fu a Vinegia concessa.
In modo dal mondan tutto diviso,
fabricata è Vinegia sopra lacque,
per sopranatural celeste aviso:
in questa il Re del cielo si compiacque
di fondar il sicuro, eterno nido
de la sua fé, chaltrove oppressa giacque;
e pose a suo diletto in questo lido
tutto quel bel, tutta quella dolcezza,
che sia di maggior vanto e maggior grido.
Gioia non darsi altrove al mondo avezza
in tal copia in Vinegia il ciel ripose,
che chi non la conosce, non lapprezza.
Questo al vostro giudicio non sascose.
che de le cose piú eccellenti ha gusto;
ma poi la benda agli occhi Amor vi pose:
dal costui foco il vostro cor combusto,
vi mandò agli occhi de la mente il fumo,
che vi fece veder falso e non giusto.
Ned io di me tai menzogne presumo,
quai voi spiegaste, ben con tai maniere,
che dal modo del dir diletto assumo;
ma non perciò conosco per non vere
le trascendenti lodi che mi date,
sí che mi son con noia di piacere.
Ma se pur tal di me concetto fate,
perchal nido, ovio nacqui, non si pensa
da voi, e n ciò perchognor nol lodate?
Perchad altropra il pensier si dispensa,
se per voi deve un loco esser lodato,
che dia al mio spirto posa e ricompensa?
Ricercando del ciel per ogni lato,
se ben discorre in molte parti il sole,
però vien loriente piú stimato:
perché quasi dal fonte Febo suole
quindi spiegar il suo divino raggio,
quando aprir ai mortali il giorno vuole;
cosí anchio n questo e in ogni altro viaggio,
senza col sol però paragonarmi,
per mio oriente, alma Venezia, taggio.
Questa, se in piacer vera dilettarmi,
dovevate lodar, e con tal modo
al mio usato soggiorno richiamarmi.
Lunge da lei, di nullo altro ben godo,
se non chio spero che la lontananza
dal mio vi scioglia o leghi a laltrui nodo.
Continuando in cotal mia speranza,
prolungherò piú chio potrò l ritorno:
tal che mamiate ha lo sdegno possanza!
Cosí vuol chi nel cor mi fa soggiorno:
amor di tal, che per vostra vendetta
forse non meno il mio riceve a scorno;
ma, come sia, non ritornerò in fretta.



XIII

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Non piú parole: ai fatti, in campo, a larmi,
chio voglio, risoluta di morire,
da sí grave molestia liberarmi.
Non so se l mio «cartel» si debba dire,
in quanto do risposta provocata:
ma perché in rissa de nomi venire?
Se vuoi, da te mi chiamo disfidata;
e se non, ti disfido; o in ogni via
la prendo, ed ogni occasion mè grata.
Il campo o larmi elegger a te stia,
chio prenderò quel che tu lascerai;
anzi pur ambo nel tuo arbitrio sia.
Tosto son certa che taccorgerai
quanto ingrato e di fede mancatore
fosti, e quanto tradito a torto mhai.
E se non cede lira al troppo amore,
con queste proprie mani, arditamente
ti trarrò fuor del petto il vivo core.
La falsa lingua, chin mio danno mente,
sterperò da radice, pria ben morsa
dentro l palato dal suo proprio dente;
e se mia vita in ciò non fia soccorsa,
pur disperata prenderò in diletto
desser al sangue in vendetta ricorsa;
poi col coltel medesmo il proprio petto,
de la tua occision sazia e contenta,
forse aprirò, pentita de leffetto.
Or, mentre sono al vendicarmi intenta,
entra in steccato, amante empio e rubello,
e qualunque armi vuoi tosto appresenta.
Vuoi per campo il segreto albergo, quello
che de lamare mie dolcezze tante
mi fu ministro insidioso e fello?
Or mi si para il mio letto davante,
ovin grembo taccolsi, e chancor lorme
serba dei corpi in sen lun laltro stante.
Per me in lui non si gode e non si dorme,
ma l lagrimar de la notte e del giorno
vien che in fiume di pianto mi trasforme.
Ma pur questo medesimo soggiorno,
che fu de le mie gioie amato nido,
dovor sola in tormento e n duol soggiorno,
per campo eleggi, acciochaltrove il grido
non giunga, ma qui teco resti spento,
del tuo inganno ver me, crudele infido:
qui vieni, e pien di pessimo talento,
accomodato al tristo officio porta
ferro acuto e da man chabbia ardimento.
Quellarme, che da te mi sarà pòrta,
prenderò volontier, ma piú, se molto
tagli, e da offender sia ben salda e corta.
Dal petto ignudo ogni arnese sia tolto,
al fin chei, disarmato a le ferite,
possa l valor mostrar dentro a sé accolto.
Altri non simpedisca in questa lite,
ma da noi soli due, ad uscio chiuso,
rimosso ogni padrin, sia diffinita.
Questè darditi cavalier buon uso,
chattendon senza strepito a purgarsi,
se si senton lonor di macchie infuso:
cosí o vengon soli ad accordarsi,
o se strada non trovano di pace,
pòn del sangue a vicenda saziarsi.
Di tal modo combatter a me piace,
e dacerba vendetta al desir mio
questa maniera serve e sodisface.
Benché far del tuo sangue un largo rio
spero senzalcun dubbio, anzi son certa,
senza una stilla spargerne sol io;
ma se da te mi sia la pace offerta?
se la via prendi, larmi poste in terra,
a le risse damor del letto aperta?
Debbo continuar teco anco in guerra,
poi che chi non perdona altrui richiesto,
con nota di viltà trascorre ed erra?
Quando tu meco pur venissi a questo,
per aventura io non mi partirei
da quel chè convenevole ed onesto.
Forse nel letto ancor ti seguirei,
e quivi, teco guerreggiando stesa,
in alcun modo non ti cederei:
per soverchiar la tua sí indegna offesa
ti verrei sopra, e nel contrasto ardita,
scaldandoti ancor tu ne la difesa,
teco morrei degual colpo ferita.
O mie vane speranze, onde la sorte
crudel a pianger piú sempre minvita!
Ma pur sostienti, cor sicuro e forte,
e con lultimo strazio di quellempio
vendica mille tue con la sua morte;
poi con quel ferro ancor tronca il tuo scempio.



XIV

RISPOSTA DINCERTO AUTORE

Non piú guerra, ma pace: e gli odi, lire,
e quanto fu di disparer tra noi,
si venga in amor doppio a convertire.
La mia causa io rimetto in tutto a voi,
con patto che, per fin de le contese,
amici piú che mai restiamo poi:
non mi basta che larmi sian sospese,
ma, per stabilimento de la pace,
dogni parte si lievino loffese.
Che nascesse tra noi rissa, mi spiace;
ma se lo sdegno in amor saugumenta,
che tra noi si sdegnassimo, mi piace:
e se pur ragion vuol chio mi risenta
e vendicata sia lingiuria mia,
de la qual foste ognor ministra intenta,
voglio con larmi de la cortesia
invincibil durar tanto a la pugna,
che conosciuto alfin vincitor sia.
Né questo da lamor grande repugna,
anzi con queste e non mai con altre armi
ogni spirto magnanimo soppugna.
O se voleste incontra armata starmi,
se voleste tentar, con forza tale,
se possibil vi sia di superarmi,
fôra l mio stato a quel di Giove eguale;
forse troppo è la speranza ardita,
che studia di volar non avendo ale.
Somma felicità de la mia vita
sarebbe, in questo stato, che teneste
da nuocermi la mente disunita;
ma sa lopere mie ben attendeste,
cosí precipitosa ne lo sdegno
a ciascun passo meco non sareste.
Lira è bensí de laffezzion segno,
ma che attende a introdur nel nostro petto,
quanto può, lodio con acuto ingegno;
cosí l languir, giacendo infermo in letto,
segno è di vita, perché luom chè morto
cosa alcuna patir non può in effetto:
ben per linfermità vien altri scorto
a morir, e quantè piú l mal possente,
al fin saffretta in termine piú corto.
Del vostro sdegno súbito ed ardente,
sè in voi punto verme damore, attendo
che siano tutte le reliquie spente.
E per questo talvolta anchio maccendo,
e non per ira, ma per dolor molto,
batto le man, vocifero e contendo:
vedermi del mio amor il premio tolto,
né questo pur, ma in altretanta pena
vederlomi in su gli occhi (oimè!) rivolto,
per disperazion questo mi mena
a quel che piú mi spiace; e pur leleggo,
poi che l preciso danno assai saffrena.
Con la necessità mi volgo e reggo,
da poi che la ruina manifesta
de le speranze mie tutte preveggo;
ma non perciò nel cor sempre mi resta
di piacervi talento e di servirvi,
anzi in me piú tal brama ognor si desta.
La mia ragion verrei talvolta a dirvi,
ma perché so che romor ne sarebbe,
col silenzio mingegno dobedirvi.
Non so, ma forse cha taluno increbbe
del viver nostro insieme; che l suo tòsco,
nel nostro dolce a spargerlo, pronto ebbe.
Insomma, dal mio canto non conosco
davervi offeso, se l mio amor estremo
meritar pena non mha fatto vosco;
ma seguite, crudel: questo mai scemo
non diverrà, ma nel mio cor profondo
vivo si serberà fino a lestremo.
Vivrà di questo il mio pensier giocondo,
benché per tal cagion di pianto amaro,
di lamenti e sospiri e doglia abondo.
Ecco che nel duello mi preparo,
con larmi del mio mal, de le mie pene,
de linnocenzia mia sotto l riparo
Non so se l vostro orgoglio ne diviene
maggior, o se sappiana, mentre mira
chio verso l pianto da le luci piene
ben talor lumiltà estingue lira,
ma poi talor laccende, onde questalma
tra speranza e timor dubbia si gira.
Ma darmi tali pur sotto aspra salma,
mi rendo in campo a voi, madonna, vinto,
e nuda porgo a voi la destra palma.
Se non sè lodio nel cor vostro estinto,
mi sia da voi col preparato ferro
un mortal colpo in mezzo l petto spinto:
pur troppo armata, e so ben chio non erro,
contra me sète; ed io del seno ignudo
ladito ai vostri colpi ancor non serro.
Quel dolce sguardo umanamente crudo
son larmi ondancidete il tristo core,
in cui viva, benchempia, ognor vi chiudo;
gli strali e l foco e l laccio son dAmore
lalte vostre bellezze, a me negate,
onde cresce l desio, la spome more.
Queste in mio danno, aspra guerriera, usate,
e quanto piú di lor sète gagliarda,
tanto piú pronta a le ferite siate.
Qual cosa dal ferirmi vi ritarda?
Forse vi giova che dacerba fiamma,
senza morir, per voi languisca ed arda.
Lasso, chio mi distruggo a dramma a dramma,
né de la mia nemica il mio gran foco
punto il gelido petto accende o infiamma:
ella si prende i miei martíri in gioco,
misero me, ché pur a nòve piaghe
dentro l mio petto non si trova loco.
Di quella fronte e de le luci vaghe,
e del dolce parlar fur gli aspri colpi,
che n parte fer quellempie voglie paghe.
Volete chio non pianga e non vincolpi,
e di quanto in mio scempio avete fatto
di voi mi lodi, e non sol vi discolpi?
Larmi prendete ad impiagarmi ratto,
e l mio duol disgombrando con la morte,
fate degno di voi magnanimo atto.
A riconciliar lirata sorte,
onde l ciel mi minaccia oltraggio e scorno,
pigliate in man la spada, ardita e forte.
Ecco che disarmato a voi ritorno,
e per finir il pianto a qualche strada,
ai vostri piedi umil mi volgo intorno:
del vostro sdegno la tagliente spada,
saltro non giova, omai prendete in mano,
e sopra me ferendo altèra cada.
Ripetete pur via di mano in mano,
mentre dal segno alcun colpo non erra,
e che loggetto avete non lontano:
breve fatica queste membra atterra,
lacere e tronche damorosa doglia,
non punto accinte a contrastar in guerra;
e sancor ben potessi, non nho voglia,
ma di morirvi inanzi eleggo, pria
chalcun riparo in mia difesa toglia.
Potete, se vi piace, essermi ria;
e quando usar lasprezza non vi piaccia,
potete, se vi piace, essermi pia.
Quanto a me, pur cha voi si sodisfaccia,
vi dono sopra me podestà franca,
legato piedi e mani e gambe e braccia;
e vi mando per fede carta bianca,
chabbiate del mio cor dominio vero,
sí che veruna parte non vi manca.
Del resto assai desío piú, che non spero,
né so se in via di straziar mabbiate
fatto linvito, o se pur da dovero.
Aspetterò che voi me naccertiate.



XV

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Signor, ha molti giorni chio non fui
(come doveva) a farvi riverenza:
di che biasmata son forse daltrui;
ma se da far se nha giusta sentenza,
le mie ragioni ascoltar pria si dènno
da me scritte, o formate a la presenza:
che, quanto dritte ed accettabili ènno,
non voglio chaltri simpedisca, e solo
giudicar lascerò dal vostro senno.
Con questo in tanti mali mi consolo,
che non sète men savio che cortese,
e che pietà sentite del mio duolo:
sí che salcun di questo mi riprese,
cha voi dalquanto tempo io non sia stata,
prodotte avrete voi le mie difese.
Io so pur troppo che da la brigata
far mal giudizio de le cose susa,
senza aver la ragion prima ascoltata.
Signor, non solo io son degna di scusa,
ma che ciascun, cha gentil cor, mascolti
di tristo pianto con la faccia infusa.
Non posso non tener sempre rivolti
i sentimenti e lanimo e lingegno
ai gravosi martír dentro a me accolti,
sí chora cha scusarmi con voi vegno,
entra la lingua a dir del mio dolore,
e di lui ragionar sempre convegno;
benché questè mia scusa, che lamore
chio porto ad uom gentile a maraviglia
mi confonde la vita e toglie il core;
anzi pur dal girar de le sue ciglia
la mia vita depende e la mia morte,
e quindi gioia e duol lanima piglia.
Permesso alfine ha la mia iniqua sorte
che n preda del suo amor mabbandonassi,
di che fíen lore del mio viver corte;
ed ei, crudel, da me volgendo i passi,
quando piú bramo la sua compagnia,
fuor de la nostra comun patria vassi:
senza curar de la miseria mia,
a far linstanti ferie altrove è gito,
ma davantaggio andò sei giorni pria;
di chè rimaso in me duolo infinito,
e l core e lalma e l meglio di me tutto,
col mio amante, da me sè dipartito.
Corpo dal pianto e dal dolor distrutto,
ne lallegrezza senza sentimento,
rimasta son del languir preda in tutto:
quinci l passo impedito, e non pur lento,
ebbi a venir in quella vostra stanza,
secondo l mio devere e l mio talento,
peroché i membri avea senza possanza,
priva dalma; e se in me di lei punto era,
dietro l mio ben nandava per usanza.
Cosí passava il dí fino a la sera,
e le notti piú lunghe eran di quelle
chad Alcmena Giunone fer provar fiera:
sovra le piume al mio posar rubelle,
non ritrovando requie nel martíre,
dAmor, di lui doleami, e de le stelle.
Standomi senza lui volea morire:
spesso levai, e ricorsi agli inchiostri,
né confusa sapea che poi mi dire.
Ben prego sempre Amor che gli dimostri
le mie miserie e l suo gran fallo espresso,
oltre a tanti da me segni fuor mostri.
Certo da un canto e lungamente e spesso
egli mha scritto in questa sua partita,
ed ancor piú di quel che mha promesso:
col suo cortese scrivermi la vita
senza dubbio mha reso, ed io l ringrazio
con un pensier cha sperar ben minvita.
Da laltra parte intento a lo mio strazio,
poiché senza di sé mi lascia, io l veggo,
e chei sta senza me sí lungo spazio.
Le sue lettre mandatemi ognor leggo,
e tenendole innanzi a lor rispondo,
e parte a la mia doglia in ciò proveggo
Alti sospir dal cor mescon profondo
nel legger le sue carte e in far risposte,
piene di quel languir che in petto ascondo.
In ciò fur tutte dispensate e poste
lore; e del mio signor basciava in loco
le sue grate e dolcissime proposte.
Peggio che morta, in suon tremante e fioco
sempre chiamarlo lagrimando assente,
il mio sol rifugio era e l mio gioco:
e desiandol meco aver presente,
altrui noiosa, a me stessa molesta,
lassa languía del corpo e de la mente.
Come deveva over potea, con questa
oppressa dal martír gravosa spoglia,
venir da voi, meschina, inferma e mesta,
a crescer con la mia la vostra doglia,
e in cambio di parlar con buon discorso,
aver di pianger, piú che daltro, voglia?
In quel vostro sí celebre concorso
duomini dotti e di giudicio eletto,
da cui vien ragionato e ben discorso,
come, senza poter formar un detto,
dovevio ne la scola circostante
uom tal visitar egro infermo in letto?
Furono appresso le giornate sante,
cha questo officio mimpedir la via;
benché la cagion prima fu l mio amante,
a cui sempre pensar mi convenía,
e legger, e risponder, in ciò tutta
spendendo la già morta vita mia.
Ed ora a stato tal io son ridutta,
che sei doman non torna, comio spero,
fia la mia carne in cenere distrutta.
Di rivederlo ognor bramosa pèro,
benchei tosto verrà, comio son certa,
per quel chei sempre mha narrato il vero:
de la promessa fé di lui saccerta
con altre esperienzie la mia spene,
né qual dianzi ha da me doglia è sofferta.
Egli verrà, labbraccerò l mio bene:
stella benigna, cha me l guida, e ria
quella ondei senza me star sol sostiene.
Mi resta un poco di malinconia,
chegro è l mio colonello, ed io non posso
mancargli per amor e cortesia:
sí che, gran parte daltro affar rimosso,
attendo a governarlo in stato tale,
chei fôra senza me di vita scosso.
Per troppo amarmi ei giura di star male,
convenendo da me dipartir tosto,
e verso Creta andar quasi con lale.
Di ciò nel cor grandaffanno ei sha posto,
ed io non cesso ad ogni mio potere
di consolarlo a ciascun buon proposto.
Vorreil dal suo mal libero vedere,
perché tanto da lui mi sento amata,
e perchei langue fuor dogni dovere;
e come donna in questa patria nata,
vorrei chovha di lui bisogno andasse,
e chopra a lei prestasse utile e grata:
le virtú del suo corpo afflitte e lasse,
per chei ne gisse ovaltri in Creta il chiama,
grato mi fôra chei ricuperasse.
Del suo nobil valor la chiara fama
fa che quivi ciascun lama e l desía,
e come esperto in guerreggiar il brama.
Dategli, venti, facile la via,
e perché fuor dogni molestia ei vada,
la dea damor propizia in mar gli sia:
sí che con lonorata invitta spada
a la sua illustre immortal gloria ei faccia
con linimico sangue aperta strada.
Ciò fia chal mio voler ben sodisfaccia,
poi che, rimosso questo impedimento,
il mio amor sempre avrò ne le mie braccia.
E se costui perciò parte scontento,
chad altro ho l core e lanima donato,
rimediar non posso al suo tormento.
E che possio? Che segli è innamorato,
io similmente il mio signor dolce amo,
e l mio arbitrio di lui tuttho in man dato.
A lui servir e compiacer sol bramo,
valoroso, gentil, modesto e buono;
e fortunata del suo amor mi chiamo.
Lassa! che mentre di lui sol ragiono,
né presente lamato aspetto veggio,
da novo aspro martír oppressa sono;
e pietra morta in viva pietra seggio
sopra del mio balcone, afflitta e smorta,
poi che l mio ben lontano esser maveggio.
A questa che da me scusa vè pòrta
di non esser venuta a visitarvi,
priva di vita senza la mia scorta,
piacciavi, sella è buona, dappigliarvi,
considerando ben voi questa parte,
senza quel chaltri dice riportarvi.
E se le mie ragion confuse e sparte
senzargomenti e senza stil vho addutto,
a dir la verità non richiede arte.
Benchio non son senza un salvocondutto,
e senza da voi esserne invitata,
per tornar cosí presto a quel ridutto,
basta che quando vi sarò chiamata,
lascerò ogni altra cosa per venirvi;
né questo è poco a donna innamorata.
E stimerò che sia vero obedirvi
star pronta a quel che mi comanderete,
non venendo non chiesta ad impedirvi
Se con vostro cugin ne parlerete,
son certa chegli mi darà ragione
e voi medesmo ve naccorgerete.
Gli altri amici son poi buone persone,
e senza costo voglion de laltrui,
saltri con loro a traficar si pone.
Forse che quanto tarda a scriver fui,
tanto son lunga in questa mia scrittura,
senza pensar chi la manda ed a cui.
Ma io son cosí larga di natura,
tal che tutta ricevo entro a me stessa
la virtú vostra e la viva figura:
questa mi siede in mezzo lalma impressa,
come di mio signor effigie degna,
chonorar il cor mio giamai non cessa.
Cosí vostra mercé per sua mi tegna,
e per me inchini quella compagnia,
sin cha far questo a la presenzia io vegna;
bencho mutato in parte fantasia,
e in ciò chio mi ritoglio, o chio mi dono,
non sarà quel che tal crede che sia.
Questo dico, perché dar in man buono,
venendo, non vorrei di chi perduta
mi tenne del suo amor, che non ne sono:
cosí la sorte ora offende, ora aiuta.



XVI

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Dardito cavalier non è prodezza
(concedami che l vero a questa volta
io possa dir, la vostra gentilezza),
da cavalier non è, chabbia raccolta
ne lanimo suo invitto alta virtute,
e che a lonor la mente abbia rivolta,
con armi insidiose e non vedute,
a chi piú disarmato men sospetta
dar gravi colpi di mortal ferute.
Men chagli altri ciò far poi se gli aspetta
contra le donne, da natura fatte
per luso che piú daltro a luom diletta:
imbecilli di corpo, ed in nulla atte
non pur a offender gli altri, ma se stesse
dal difender col cor timido astratte.
Questo doveva far che sastenesse
la vostra man da quellaspre percosse,
chal mio feminil petto ignudo impresse.
Io non saprei già dir onde ciò fosse,
se non che fuor del lato mi traeste
larmi vostre del sangue asperse e rosse.
Spogliata e sola e incauta mi coglieste,
debil danimo, e in armi non esperta,
e robusto ed armato moffendeste:
tanto chio stei per lungo spazio incerta
di mia salute; e fu per me tra tanto
passion infinita al cor sofferta.
Pur finalmente sè stagnato il pianto,
e quella piaga acerba sè saldata,
che da lun mi passava a laltro canto.
Quasi da pigro sonno or poi svegliata,
dal cansato periglio animo presi,
benché femina a molli opere nata;
e in man col ferro a essercitarmi appresi,
tanto chaver le donne agil natura,
non men che luomo, in armeggiando intesi:
perché n ciò posto ogni mia industria e cura,
mercé del ciel, mi veggo giunta a tale,
che piú doffese altrui non ho paura.
E se voi dianzi mi trattaste male.
fu gran vostro diffetto, ed io dal dánno
grave nho tratto un ben che molto vale.
Cosí nei casi avversi i savi fanno,
che l lor utile espresso alfin cavare
da quel che nuoce da principio sanno;
e cosí ancor le medicine amare
rendon salute; e l ferro e l foco susa
le putrefatte piaghe a ben curare:
benché non serve a voi questa per scusa,
che moffendeste non già per giovarmi,
e l fatto stesso parla e sí vaccusa.
Ed io, poi che l ciel vòlse liberarmi
da sí mortal periglio, ho sempre atteso
a lessercizio nobile de larmi,
sí chor, animo e forze avendo preso,
di provocarvi a rissa in campo ardisco,
con cor non poco a la vendetta acceso.
Non so se voi stimiate lieve risco
entrar con una donna in campo armato;
ma io, benché ingannata, vavvertisco
che l mettersi con donne è da lun lato
biasmo ad uom forte, ma da laltro è poi
caso dalta importanza riputato.
Quando armate ed esperte ancor siam noi,
render buon conto a ciascun uom potemo,
ché mani e piedi e core avem qual voi;
e se ben molli e delicate semo,
ancor tal uom, chè delicato, è forte;
e tal, ruvido ed aspro, è dardir scemo.
Di ciò non se ne son le donne accorte;
che se si risolvessero di farlo,
con voi pugnar porían fino a la morte.
E per farvi veder che l vero parlo,
tra tante donne incominciar voglio io,
porgendo essempio a lor di seguitarlo.
A voi, che contra tutte sète rio,
con qualarmi volete in man mi volgo,
con speme datterrarvi e con desio;
e le donne a difender tutte tolgo
contra di voi, che di lor sète schivo,
sí cha ragion io sola non mi dolgo.
Certo dun gran piacer voi sète privo,
a non gustar di noi la gran dolcezza;
ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.
Data è dal ciel la feminil bellezza,
perchella sia felicitate in terra
di qualunque uom conosce gentilezza.
Ma dove l mio pensier trascorre ed erra
a ragionar de le cose damore,
or chio sono in procinto di far guerra,
Torno al mio intento, ondera uscita fuore,
e vi disfido a singolar battaglia.
Cingetevi pur darmi e di valore:
vi mostrerò quanto al vostro prevaglia
il sesso feminil; pigliate quali
volete armi, e di voi stesso vi caglia,
chio vi risponderò di colpi tali,
il campo a voi lasciando elegger anco,
cha questi forse non sentiste eguali.
Mal difender da me potrete il fianco,
e stran vi parrà forse, a offenderne uso,
da me vedervi oppresso in terra stanco:
cosí talor quelluom resta deluso,
chingiuria gli altri fuor dogni ragione,
non so se per natura, o per mal uso.
Vostra di questa rissa è la cagione,
ed a me per difesa e per vendetta
carico doppugnarvi ora simpone.
Prendete pur de larmi omai leletta,
chio non posso soffrir lunga dimora,
da lo sdegno de lanimo costretta.
La spada, che n man vostra rade e fôra,
de la lingua volgar veneziana,
sa voi piace dusar, piace a me ancora;
e se volete entrar ne la toscana,
scegliete voi la seria o la burlesca,
ché luna e laltra è a me facile e piana.
Io ho veduto in lingua selvaghesca
certa fattura vostra molto bella,
simile a la maniera pedantesca:
se voi volete usar o questa o quella,
ed aventar, come ne laltre fate,
di queste in biasmo nostro le quadrella,
qual di lor piú vi piace, e voi pigliate,
ché di tutte ad un modo io mi contento.
avendole perciò tutte imparate.
Per contrastar con voi con ardimento,
in tutte queste ho molta industria speso:
se bene o male, io stessa mi contento;
e ciò sarà dagli altri ancora inteso,
e l saperete voi, che forse vinto
cadrete, e non vorreste avermi offeso.
Ma prima che si venga in tal procinto,
quasi per far al gioco una levata,
non col ferro tagliente ancora accinto,
de la vostra canzone, a me mandata,
il principio vorrei mi dichiaraste,
poi che lopera a me vien indrizzata.
«Ver unica» e l restante mi chiamaste,
alludendo a Veronica mio nome,
ed al vostro discorso mi biasmaste;
ma al mio dizzionario io non so come
«unica» alcuna cosa propriamente
in mala parte ed in biasmar si nome.
Forse che si direbbe impropriamente,
ma lanfibologia non quadra in cosa
qual mostrar voi volete espressamente.
Quella di cui la fama è gloriosa,
e che n bellezza od in valor eccelle,
senza par di gran lunga virtuosa,
«unica» a gran ragion vien che sappelle;
e larte, a lironia non sottoposto,
scelto tra gli altri, un tal vocabol dièlle.
L«unico» in lode e in pregio vien esposto
da chi sintende; e chi parla altrimenti
dal senso del parlar sen va discosto.
Questo non è, signor, fallo daccenti,
quello, in che sinveisce, nominare
col titol de le cose piú eccellenti.
O voi non mi voleste biasimare,
o in questo dir menzogna non sapeste.
Non parlo del dir bene e del lodare,
ché questo so che far non intendeste,
ma senzesser offeso da me stato,
quel che vi corse a lanimo scriveste,
altrui volendo in ciò forse esser grato;
benché me non ingiuria, ma se stesso,
saltri mi dice mal, non provocato.
E l voler oscurar il vero espresso
con le torbide macchie degli inchiostri
in buona civiltà non è permesso;
e spesso avien che l mal talento uom mostri,
giovando in quello onde piú nuocer crede
essempi in me piú duna volta mostri,
sí come in questo caso ancor si vede,
ché voi, non vaccorgendo, mi lodate
di quel chal bene ed a la virtú chiede.
E se ben «meretrice» mi chiamate,
o volete inferir chio non vi sono,
o che ve nèn tra tali di lodate.
Quanto le meretrici hanno di buono,
quanto di grazioso e di gentile,
esprime in me del parlar vostro il suono.
Se questo intese il vostro arguto stile,
di non farne romor io son contenta,
e dinchinarmi a voi devota, umíle;
ma perchal fin de la scrittura, intenta
stando, che voi mi biasimate trovo,
e ciò si tocca e non pur sargomenta,
da questa intenzion io mi rimovo,
e in ogni modo question far voglio,
e partorir lo sdegno chentro covo.
Apparecchiate pur linchiostro e l foglio,
e fatemi saper senzaltro indugio
quali armi per combatter in man toglio.
Voi non avrete incontro a me rifugio,
cha tutte prove sono apparecchiata,
e impazientemente a lopra indugio
o la favella giornalmente usata,
o qual vi piace idioma prendete,
ché n tutti quanti sono essercitata;
e se voi poi non mi risponderete,
di me dirò che gran paura abbiate,
se ben cosí valente vi tenete.
Ma perché alquanto manco dubitiate,
son contenta di far con voi la pace,
pur chuna volta meco vi proviate:
fate voi quel che piú vi giova e piace.



XVII

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Questa la tua Veronica ti scrive,
signor ingrato e disleale amante,
di cui sempre in sospetto ella ne vive.
A te, perfido, noto è bene in quante
maniere del mio amor ti feci certo,
da me non mai espresse altrui davante.
Non niego già che n te non sia gran merto
di senno, di valor, di gentilezza,
e darti ingenue onde sei tanto esperto;
ma la mia grazia ancor, la mia bellezza,
quello che n se medesma ella si sia,
da molti spirti nobili sapprezza.
Forse chè buona in ciò la sorte mia;
e forse chio non son priva di quello
chad arder lalme volontarie invia:
almen non ho dogni pietà rubello
il rigido pensier, né, qual tu, il core
in ogni parte insidioso e fello.
E pur contra ragion ti porto amore:
quel che tu meco far devresti al dritto,
teco l fo a torto, e so chè a farlo errore.
Tu non mavresti in tanti giorni scritto,
che star tavvenne di parlarmi privo,
mostrando esser di ciò mesto ed afflitto,
comio cortesemente ora ti scrivo;
e se ben certo moffendesti troppo,
teco legata in dolce nodo vivo,
il qual mentre scior tento, e piú lingroppo,
e sí come dAmor disposto fue,
non trovo in via damarti alcun intoppo.
Ma pur furono ingrate lopre tue,
poi che pensar ad altra donna osasti,
e limar versi de le lodi sue:
farlo celatamente ti pensasti,
ma io ti sopragiunsi a limproviso,
quando manco di me tu dubitasti.
Ben ti vidi perciò turbar nel viso,
e per la forza de la conscienza
ne rimanesti timido e conquiso,
sí che gli occhi dalzar in mia presenza
non ti bastò lerrante animo allora.
Ahi teco estrema fu mia pazienza!
Chiudesti l libro tu senza dimora,
ed io gli occhi devea con mie man trarti:
misera chi di tale sinnamora!
Io non ho perdonato per amarti
ad alcuna fatica, ad alcun danno,
sperando intieramente dacquistarti:
e tu, falso, adoprando occulto inganno
per cogliermi al tuo laccio, or che mi tieni,
mi dai, damor in ricompensa, affanno.
Ben son di vezzi e di lusinghe pieni
i tuoi detti eloquenti, e con pia vista
sempre a strazio maggior, empio, mi meni.
Dodio e damor gran passion or mista
mingombra lalma, e l torbido pensiero
agitando contamina e contrista:
e n te dal ciel quella vendetta spero,
chio non vorrei; ed infelicemente
dalto sdegno e damor languisco e pèro.
Contra gli error si deve esser clemente,
che dimostrati a quel che gli commise,
sí comè ragionevole, si pente.
Quel libro daltrui lodi in sen si mise
questo importuno, acciò chio nol vedessi:
ahi contrarie in amor voglie divise!
Dira tutta infiammata allor non cessi,
fin che di sen per forza non gliel tolsi,
e quel che vera scritto entro non lessi.
Quanto l caso chiedea, teco mi dolsi,
amante ingrato; e l libro stretto in mano
altrove il piè da te fuggendo volsi,
benchir non ti potei tanto lontano,
chal lato non mi fosti, e non facesti
tue scuse, e l libro mi chiedesti invano.
Dimandereiti or ben quel che vedesti,
da farti pur alzar gli occhi a colei;
ma tu senzesser chiesto mel dicesti:
piena dentro e di fuor di vizii rei,
forse perchio di tal non sospettassi,
la ponesti davanti agli occhi miei:
agli occhi miei, che n tutto schivi e cassi
dogni altro lume, tengon te per sole,
benché spesso in gran tenebre gli lassi.
Dubito se fur vere le parole
che dicesti; né so di che, ma temo,
e dentro sospettando il cor si dole.
Di gelosia non ho l pensier mai scemo,
tal chavampando in freddo verno al ghiaccio,
nel mezzo de le fiamme aggelo e tremo;
e quanto piú di liberar procaccio
lalma dal duolo, in maggior duol la invoglio,
e l mio mal dentro l grido e teco l taccio.
Pur romper il silenzio or teco voglio;
e perché tamo e perchaltri il comanda,
teco fo quel che con altrui non soglio.
La buonasera in nome suo ti manda
per me l buono e cortese Lomellini,
e ti saluta e ti si raccomanda.
Tu hai, non so perché, buoni vicini,
che ti lodano e impètranoti il bene,
se ben per torta strada tu camini.
A questi dobedir a me conviene,
e in quel chimposto mhan significarti,
questi versi di scriverti mavviene.
Di costor gran cagion hai di lodarti,
benchio convengo ancor per viva forza,
crudel, protervo e sempre ingrato, amarti.
Contra mia voglia scriverti mi sforza
Amor, che tutto il conceputo sdegno
cangia in dolce desio, non pur lammorza:
spinta da lui, mandarti ora convegno
queste mie carte, accioché tu le legga;
anzi sempre con lalma a te ne vegno.
Ma perché in corpo ancor ti parli e vegga,
cha bocca la risposta tu mi porte
forzè che con instanzia ti richiegga,
e che tu venghi in spazio dore corte.



XVIII

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Molto illustre signor, quel che iersera
ne recai mio capitolo a mostrarvi,
scritto di mia invenzion non era;
ma non per tanto di ringraziarvi
non cesso, chavvertita voi mabbiate
che chio nol mandi a quellamico parvi;
e vi so grado che mi consigliate
di quello cho da far, quando a voi vengo
perché i miei versi voi mi correggiate
Grandobligazione al cielo tengo
chun vostro pari in protezzion mabbia,
e piú da voi di quel chio merto ottengo
La gelosia, che dentro l cor marrabbia,
mi fece scriver quello chio non dissi;
ma fu del mio signor martello e rabbia.
Egli pria mi narrò quello chio scrissi,
e molte cose mi soggiunse appresso,
perché di lui n sospetto non venissi.
Non so quel che sia in fatto, ma confesso
chio mi sento morir da passione
di non averlo a ciascunora presso:
e questi versi scritti a tal cagione,
con scusa di mandargli quei saluti
di iersera, inviarli il cor dispone.
Prego la mercé vostra che maiuti
in racconciarli, e in far cha me ne venga
il mio amante e lo sdegno in pietà muti:
gli altri versi di ieri ella si tenga,
chio farò poi di lor quel cha lei piace;
e pur chumil lamante mio divenga,
dogni altra avversità mi darò pace.



XIX

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Quel che ascoso nel cor tenni gran tempo
con doglia tal, cha la lingua contese
narrar le mie ragioni a miglior tempo;
quelle dolci damor amare offese,
che di scovrirle tanto altri val meno,
quanto ha piú di far ciò le voglie accese:
or che la piaga sè saldata al seno
col rivoltar degli anni, onde le cose
mutan di qua giú stato e vengon meno,
vengo a narrar, poi che se ben noiose
a sentir furo, ne la rimembranza
or mi si volgon liete e dilettose.
Cosí spesso di far altri ha in usanza
dopo l corso periglio, e maggiormente
se duscirne fu scarsa la speranza.
Or sicura ho l pericolo a la mente,
quando da be vostrocchi e dal bel volto
contra me spinse Amor la face ardente:
ed a piagarmi in mille guise vòlto,
dal fiume ancor de la vostra eloquenza
il foco del mio incendio avea raccolto.
Labito vago e la gentil presenza,
la grazia e le maniere al mondo sole,
e de le virtú chiare leccellenza,
fur ne la vista mia lucido sole,
che mabbagliar e marser di lontano,
sí cha tal segno andar Febo non suole.
Ben mi fecio solecchio de la mano,
ma contra sí possente e fermo oggetto
ogni riparo mio fu frale e vano;
pur rimasi ferita in mezzo l petto,
sí che, perduto poscia ogni altro schermo,
arder del vostro amor fu l cor costretto:
e con lanimo in ciò costante e fermo
vi seguitai; ma mover non potea
il piede stretto dassai nodi e infermo.
Tanta a me intorno guardia si facea,
che dassai men dal cielo a Danae Giove
in pioggia doro in grembo non cadea.
Ma lali, che l pensier dispiega e move,
chi troncar mi potéo, se mi fu chiuso
al mio arbitrio landar co piedi altrove?
Pronto lo spirto a voi venía per uso,
né tardava il suo volo, per trovarsi
del grave pianto mio bagnato e infuso.
E benchal mio bisogno aiuti scarsi
fosser questi, vivendo mi mantenni,
come in necessità spesso suol farsi;
e cosí sobria in mia fame divenni,
chassai men che dodor nel mio digiuno
sol di memoria il cor pascer convenni.
Cosí, senza trovar conforto alcuno,
la soverchia damor pena soffersi,
in stato miserabile importuno:
nel qual ciò che i tormenti miei diversi
far non poter, col tempo i miei pensieri
vari da quel chesser solean poi fersi.
Voi ve nandaste a popoli stranieri
ed io rimasi in preda di quel foco,
che senza voi miei dí fea tristi e neri;
ma procedendo lore, a poco a poco
del bisogno convenni far virtute,
e dar ad altre cure entro a me loco.
Questa fu del mio mal vera salute:
cosí divenne alfin la mente sana
da le profonde mie gravi ferute:
il vostro andar in region lontana
saldò l colpo, benché la cicatrice
render non si potesse in tutto vana.
Forse stata sarei lieta e felice
nel potervi goder a mio talento,
e forse in ciò sarei stata infelice.
La gran sovrabondanza del contento
potría la somma gioia aver cangiato
in noioso e gravissimo tormento;
e se da me n disparte foste andato,
in tempo di mio tanto e di tal bene,
infinito il mio duol sarebbe stato.
Cosí non vòlse l ciel liete e serene
far lore mie, per non ridurmi tosto
in prova di piú acerbe e dure pene.
Ondio di quanto fu da lui disposto
restar debbo contenta; e pur non posso
non desiar chavenisse lopposto.
Da quel che sia l mio desiderio mosso
in questo stato, non so farne stima,
ché sè da me quel primo amor rimosso.
Quanto cangiato in voi da quel di prima
veggo l bel volto! Oh in quanto breve corso
tutto rode qua giuso il tempo, e lima!
Di molta gente nel comun concorso
quante volte vi vidi e vascoltai,
e dal bel vostro sguardo ebbi soccorso!
E se ben il mio amor non vi mostrai,
o che l faceste a caso, o per qual sia
altra cagion, benigno vi trovai:
per chora in una ed ora in altra via
di devoto parlar, con atto umano,
volgeste a me la fronte umile e pia;
e nel contar il ben del ciel sovrano,
vaffisaste a guardarmi, e mi stendeste,
or larghe or giunte, luna e laltra mano;
ed altre cose simili faceste,
ondio tolsi a sperar che del mio amore
cautamente pietoso vaccorgeste.
Quinci saccrebbe forte il mio dolore
di non poter al gusto dambo noi
goder la vita in gioia ed in dolzore.
Mesi ed anni trascorsero da poi,
onda me variar convenne stile,
comancor forse far convenne a voi.
Or vi miro non poco dissimíle
da quel che solevate esser davante,
de letà vostra in sul fiorito aprile.
Oh che divino angelico sembiante,
quel vostro, atto a scaldar ogni cor era
dagghiacciato e durissimo diamante!
Or, dopo cosí lieta primavera,
forma dautunno, assai piú che destate,
varia vestite assai da la primiera.
E se ben in viril robusta etate,
loro de la lanugine in argento
rivolto, quasi vecchio vi mostrate;
benché punto nel viso non sè spento
quel lume di beltà chiara e serena,
chabbaglia chi mirarvi ardisce intento.
Questa con la memoria mi rimena
del vostro aspetto a la prima figura,
ondebbi già per voi sí crudel pena;
e mentre l pensier mio stima e misura,
e pareggia leffigie di quegli anni
con questa de letà dor piú matura,
di fuor sento scaldarmi il petto e i panni,
senza che però l cor dentro si mova,
per la memoria de passati affanni.
In questo lalma un certo affetto prova,
chio non so qual ei sia; se non che vosco
lesser e l ragionar mi piace e giova;
e se l giudicio non ho sordo e losco,
questè de lamicizia la presenza,
chal volto ed a la voce io la conosco.
Del mio passato amor da la potenza
queste faville in me sono rimaste.
piú temperate e di minor fervenza:
da queste accesa, le mie voglie caste
in quella guisa propria di voi formo,
che l santo amor a circonscriver baste.
In amicizia il folle amor trasformo,
e pensando a le vostre immense doti,
per imitarvi lanimo riformo;
e se n ciò i miei pensier vi fosser noti,
i moderati onesti miei desiri
non lascereste andar deffetto vuoti.
Per cui convien chognor brami e desiri
de le vostre virtú gustar il frutto,
e quando far nol posso, ne sospiri.
Ma se convien a voi cangiar ridutto,
e peregrin da noi gir in disparte,
non mi negate il favor vostro in tutto.
Basta che se ne porti una gran parte
seco la mia fortuna: in quel che resta
supplite con gli inchiostri e con le carte.
Non vi sia la fatica in ciò molesta,
poi che lalma affannata, piú chaltronde,
quinci gloriosa si può far di mesta.
Quando siate di là da le salse onde,
vi prego con scritture visitarmi
piene damor che grato corrisponde:
e volendo piú a pieno sodisfarmi,
questo potrete agevolmente farlo
con alcuna vostropera mandarmi.
E quandio non sia degna dimpetrarlo,
per alcun vanto espresso che n me sia,
da la vostra bontà voglio sperarlo;
da la vostra infinita cortesia,
benché convien a lamor chio vi porto
che da voi ricompensa mi si dia.
E facendo altrimenti, avreste il torto:
ondio, per non far debil mia ragione,
del dever vammonisco, e non vessorto
Si voglion certo amar quelle persone,
da le quai noi amati si sentimo:
cosí la buona civiltà dispone;
e tanto importa ad amar esser primo,
che se lamato a ridamar non vola,
macchia ogni sua virtú doscuro limo.
Questo è che mi confida e mi consola:
che cader non vorrete in cotal fallo,
chogni ornamento a la virtute invola.
Come bel fiore in lucido cristallo,
traspar ne le vestigie vostre esterne
lo spirto chaltrui rado il ciel tal dàllo:
lalma in voi nel sembiante si discerne,
che di vaghezza esterior contende
con le virtuti de la mente interne.
Ben chi è tal, se lo specchio inanzi prende,
dilettato dal ben che n lui fuor vede
a far simile al volto il senno attende;
e mentre move per tai scale il piede,
nel proporzionar tal di se stesso,
ogni condizion mortale eccede.
Beato voi, cui far questo è concesso
e cotanto alto già sète salito,
che nullo avete sopra, e pochi presso!
Ben quindi fate ognor cortese invito,
la man porgendo altrui, perché su monti,
di zelo pien di carità infinito;
ma tutti non han piè veloci e pronti,
sí come voi, in cosí ardua strada,
e voi l sapete, senza chio l racconti.
Ma però nulla in suo valor digrada
la vostra dignità, se in ciò sabbassa
per sostener chi vama, che non cada.
Io, sol nel primo entrar già vinta e lassa,
il vostro aiuto di lontan sospiro
con occhi lagrimosi e fronte bassa:
volgete il guardo a me con dolce giro,
ed a la mia devozione atteso,
degnatemi dalcun vostro sospiro.
Ciò ne la vostra assenza a me conteso
prego non sia, e del vostro ozio ancora
alcuno spazio a scrivermi sia speso
alcuna rara e minima dimora
in questuso per me da voi si spenda,
poi cha servirvi io son pronta ad ogni ora.
Dal mio canto, non fia mai che sospenda
il suo corso la penna, e che con lalma
a compiacervi tutta non intenda.
E se non vi sarà gravosa salma
il legger le mie lettere, vedrete
che di scrivervi spesso avrò la palma:
questa con vostra man voi mi darete,
e de lamor in amicizia vòlto,
dagli andamenti miei vaccorgerete.
Non tengo ad altro il mio pensier rivolto,
se non a farvi di mia fede certo,
e mostrarvi l mio cor simile al volto,
senza richieder da voi altro in merto,
se non che n grado il mio affetto accettiate,
a voi da me pien dosservanzia offerto;
e che innanzi al partir mi concediate
chio vi parli e vinchini; e quando poi
siate altrove, di me vi ricordiate,
perchio l farò con usura con voi.
Del visitarne scrivendo, non parlo,
scambievolemente intra di noi,
ché ben son certa che verrete a farlo,
questo officio gentil meco pigliando,
che n alcun modo io non son per lasciarlo.
Né altro: di buon cor mi raccomando.



XX

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Questa quella Veronica vi scrive,
che per voi, non qual già libera e franca,
or dinfelice amor soggetta vive;
per voi rivolta da via dritta a manca,
uom ingrato, crudel, misera corre
dove l duol cresce e la speranza manca.
Con tutto questo non si sa disciorre
dal vostro amor, né puote, né desía,
e del suo mal la medicina aborre;
disposta o di trovar mente in voi pia,
o, del servirvi nellacerba impresa,
giunger a morte intempestiva e ria.
Senza temer pericolo od offesa,
a la pioggia, al sereno, a laria oscura
vengo, da lalma Citerea difesa,
per veder e toccar almen le mura
del traviato lontan vostro albergo,
per disperazion fatta sicura.
Per strada errando, gli occhi ai balconi ergo
de la camera vostra; e fuor del petto
sospiri e pianto dambo i lumi aspergo.
Di buio ciel sotto povero tetto,
de la sorte mi lagno empia e rubella,
e del mio mal cha voi porge diletto.
Senza veder con cui dolermi stella,
ne le tenebre fisi i lumi tengo,
che fûr duci dAmor ne la via fella;
e poi chal terren vostro uscio pervengo,
porgo i miei preghi a lostinate porte,
né di basciar il limitar mastengo.
- Deh siatemi in amor benigne scorte;
apritemi l sentier del mio ben chiuso,
del notturno mio error per uso accorte.
Di letal sonno e tu, custode, infuso,
desto al latrar de tuoi vigili cani,
non far il prego mio vano e deluso:
deh, pietoso ad aprirmi usa le mani,
cosí i ceppi servili aspri dal piede
del continuo ti stian sciolti e lontani! -
Ma chè quel che da me, lassa, si chiede?
- Vattene in pace - il portinaio dice, -
ché le notti il signor qui non risiede;
ma del suo amor a far lieta e felice
unaltra donna, con lei dorme e giace,
e tu invan qui ti consumi, infelice.
Vattene, sconsolata; e saver pace
non puoi, pur con saldo animo sopporta
quel chal destino irrevocabil piace. -
Talor, per gran pietà di me, la porta
geme in suon roco, come quando è mossa,
nei cardini, a serrarsi o aprir, distorta;
ed io, quindi col piè debil rimossa,
ne le braccia di tal che maccompagna
del viver cado poco men che scossa.
Il suo pianto dal mio non discompagna
quel mio fedel chè meco, e dun tenore
meco del mio martír grida e si lagna.
Dure disagguaglianze in aspro amore,
poi cha chi modia corro dietro, e fuggo
da chi de lamor mio languisce e more!
E cosí ad un me stessa ed altrui struggo,
e l sangue de le mie e laltrui vene
col mio grave dolor consumo e suggo:
benché da laltro canto le mie pene
forse consolan altra donna, e l pianto
con piacer del mio amante al cor perviene.
Ma chi puote esser mai spietato tanto,
che sallegri, se pur non può dolersi,
lacero il sen vedermi in ogni canto?
Lassa, la notte e l dí far prose e versi
non cesso in varia forma, in vario stile,
sempre a un oggetto coi pensier conversi;
e sha questopre il mio signor a vile,
men mal è assai che se n mia onta e in strazio
leggerle con colei ha preso stile
Per me lieto non è di tempo spazio,
e di quel donda me si niega il gusto
altra si stanca, e fa l suo desir sazio.
Quantè per me difficultoso, angusto,
quel chad altri è camin facile e piano!
Colpa dAmor iniquitoso, ingiusto.
Ma da la crudeltà se l gir lontano
ad uom nobil saspetta veramente,
e laver facil alma in petto umano;
se quanto altri è piú chiaro e piú splendente
per natura, per sangue e per fortuna.
chi lama ridamar deve egualmente;
voi n cui l ciel tutte le sue grazie aduna,
dovete aver pietà di me, che vamo
sí che n questo non trovo eguale alcuna.
E quanto piú ne miei sospir vi chiamo,
desser udita (a dir il vero) io merto,
e quanto piú con voi conversar bramo.
Non è dingegno indizio oscuro e incerto,
cha gusto de le cose piú eccellenti,
conoscer e stimar il vostro merto.
Deh sentite pietà de miei tormenti,
se de le tigri non sète del sangue,
e se non vi nudrir lidre e i serpenti.
Ne la mia faccia pallida ed essangue
fede acquistate de la pena cruda,
onde l mio cor innamorato langue.
Né anchio dorsa, che n cieco antro si chiuda,
nacqui; né lerbe stesa mi nudriro,
come vil bestia, in su la terra ignuda;
ma tai del mio buon seme effetti usciro,
chalcun non ha da recarsi ad oltraggio,
se del suo amor io lagrimo e sospiro.
Ciò dir basti parlando con uom saggio,
ché far con voi per questa strada acquisto
nel mio pensiero intenzion non aggio;
ma del mio stato ingiurioso e tristo
cerco indurvi a pietà con le preghiere,
e di sospir col largo pianto misto.
Chal segno de le doti vostre altiere
alcun raro in me pregio non arrive,
questo ogni ragion porta, ogni dovere;
ma quel che dentro l petto Amor mi scrive
con lettre doro di sua man, leggete,
se l mio merto ha con voi radici vive.
Lobligo de lamante vederete
desser grato a lamor simile al mio,
se con occhio sottil vattenderete.
Ma né con questo voglio acquistarvi io:
solo a lalta pietà del mio martíre
farvi per cortesia benigno e pio.
Il mio continuo e misero languire,
lamorose querele ondio vi prego,
vi faccian del mio duol pietà sentire:
gran forza suol aver di donna prego
negli animi gentil chancor non ame;
ed io, damor accesa, a voi mi piego.
Prima che l duol di me si sazii e sbrame,
e mi riduca in cenere questossa,
date ristoro a le mie ardenti brame;
porgete alcun rimedio a la percossa,
che daspra angoscia versa un largo fonte?
e mi spolpa, e mi snerva, e mi disossa;
scemate il grave innaccessibil monte
di quei chamando voi sostengo affanni,
con voglie in tutti i casi a soffrir pronte;
movetevi a pietà de miei verdi anni,
onde, da la virtú vostra sospinta,
cado dAmor nei volontari inganni.
Ed a morir per voi sono anco accinta,
se dutile e donor esser vi puote
che per voi resti la mia vita estinta.
Grato suono a lorecchie mie percuote
che non sosterrà un uom sí valoroso
deffetto far le mie speranze vuote.
Da laspetto sí dolce ed amoroso
non debbo sospettar di morte o pena,
né daltro incontro a me grave e noioso.
Ma chi, fuor duso, a ben sperar mi mena?
Lassa, e pur so che sorge l nembo e nasce
sovente in mezzo a laria piú serena;
e cosí sotto un bel volto si pasce
spesso un cor empio degli altrui martíri,
qual che tra fior vedersi angue non lasce.
Ma se n voi non han forza i miei sospiri,
a la nobiltà vostra, a la virtute,
volgete con giudicio i lenti giri.
Non debbo disperar di mia salute,
sai costumi gentil vostri ho rispetto,
ed a le mie profonde aspre ferute;
ma poi di quel che mincontra, leffetto
di tormento maggior, di maggior doglia,
mi dà certezza ognor, non pur sospetto:
benché dumil trionfo indegna spoglia
fia la mia vita, se, per troppo amarvi,
dal vostro orgoglio avien che mi si toglia.
Ma sal mio mal non puote altro piegarvi,
lesser io tutta vostra mi conceda
chio possa almeno in tanto duol pregarvi
forse fia che lorecchie e l cor vi fieda
il mio cordoglio, assai minore espresso
di quel chal ver perfetto si richieda.
Tanto a me di vigor non è concesso,
chesprimer di quel colpo il dolor vaglia,
chio porto ne le mie viscere impresso:
in dir sí comAmor empio massaglia,
sí come oscura la mia vita ei renda,
lo stil debile a lopra non sagguaglia.
Da voi l mio mal nel mio amor si comprenda,
chè tanto quanto amabile voi sète;
e pia la vostra man verme si stenda:
quella, in aiuto, man non mi si viete,
che l nodo seppe ordire al duro laccio
de la gravosa mia tenace rete;
e l volto, onde qual neve al sol mi sfaccio,
che minvaghío di sua bella figura,
soccorra a quel dolor chamando taccio.
Dalta virtú la divina fattura,
che n voi sannida come in dolce stanza,
il cui splendor maccende oltra misura,
lanimo di piegarvi abbia possanza,
sí che in tanto penar mi concediate
alcun sostegno di gentil speranza.
Non dico che di me vinnamoriate,
né che, comio per voi son tutta fiamma,
dun amor cambievole mamiate:
del vostro foco ben picciola dramma
ristorar può quellincendio crudele,
che sio cerco ammorzarlo, e piú minfiamma.
Amor, sho con voi merto, vi rivele;
e le parti, cho in me di voi non degne,
agli occhi vostri dolce offuschi e cele,
sí che prima cha morte amando io vegne,
quella mercé da voi mi si conceda,
che sgombri l pianto ondho le luci pregne.
Lassa, che sun nemico a laltro chieda
al suo bisogno aiuto, ei gli vien dato,
ché la virtú convien che gli odii ecceda;
ed io creder devrò chaspro ed ingrato
esser mi debba il mio signor diletto,
perchei sia forse daltra innamorato?
Oimè! che, daltra standosi nel letto,
me lascia raffreddar sola e scontenta,
colma daffanni e piena di dispetto:
altra ei fa del suo amor lieta e contenta,
e del mio mal con lei forsancor ride,
che vanagloriosa ne diventa.
Quanto per me si lagrima e si stride,
dolce concento è de le loro orecchie,
da cui l mio amor negletto si deride.
Cosí convien che sempre mapparecchie
a soffrir nuovi di fortuna colpi,
e che n novello strazio alfin minvecchie.
Né però avien che del mio affanno incolpi
chi piú devrei; ned in mercé mi valse
quanto in ciò piú credei che piú l discolpi.
Oimè, che troppo duro Amor massalse,
poi che per farmi di miseria essempio,
minsidia ancor con sue speranze false.
Da un canto il certo mio danno contempio;
e perché l duol piú nuoccia meno atteso,
di speme al van desio conforme mempio.
Non fosse almen da voi medesmo offeso
laffetto uman del gentil vostro seno
ne lessermi il soccorso, oimè, conteso.
Dogni mia avversità mi duol via meno,
che di veder cha voi sascriva il fallo
di quanto in amar voi languisco e peno.
Ben sapete, crudel, che l mondo udràllo,
e con mia dolce ed amara vendetta
dognintorno la fama porteràllo.
Né cosí vola fuor darco saetta,
comal mio essempio mosse fuggiranno
damarvi a gara laltre donne in fretta;
e quanto del mio mal pietate avranno,
tanto, dal vostro orgoglio empio a schivarsi,
caute a lesperienzia mia saranno
Oh che pregiata e nobil virtú, farsi
anco amar in paese sconosciuto
col benigno e pietoso altrui mostrarsi!
E quante volte è in tal caso avenuto
che de meriti altrui senzaltro il grido
duom ignoto ave l cor arder potuto!
Ondio, che di mie doti non mi fido,
pensando che voi sète uom degno e chiaro,
da me la speme in tutto non divido;
anzi, nel colmo del mio stato amaro
lusingando me stessa, attender voglio
al mio dolor da voi schermo e riparo,
poi che di grandonor il mio cordoglio
esser vi può, se pronto a sovenirmi
sarete, mentre a voi di voi mi doglio:
se non, vedrete misera morirmi.



XXI

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Io dicea: - Mio cor, se ciò mi fanno
larmi mie proprie, quelle, onde mi punge
la fortuna crudel, che mi faranno? -
Sio stessa, col fuggir dal mio ben lunge,
sento che l duol via piú mi savvicina,
che la partenza mia mel ricongiunge;
al mio languir contraria medicina
certo avrò preso al vaneggiar del core,
che per misera strada mincamina.
Lassa, or mi pento del commesso errore,
anzi non mossi cosí tosto il passo
dal dolce loco ovabita l mio amore,
chio dissi: - Oimè! dunque è pur ver chio lasso
quella terra e quellacque, ove l mio sole
di splendor rende ogni altro lume casso? -
E se ridir potessi le parole,
che volgendomi indietro al caro suolo
dissi, qual chi lasciar ciò chama suole,
vedrei gli augelli ancor con lento volo
seguirmi ad ascoltar il mio lamento,
alternando in pia voce il mio gran duolo;
vedrei qual già fermarsi a udirmi l vento,
e quetar le procelle, e i boschi e i sassi
moversi a la pietà del mio tormento.
Ma per troppo gridar afflitti e lassi
sono i miei spirti, onde già i pesci e londe
le mie miserie a meco pianger trassi.
Tanta rena non han dAdria le sponde,
quante volte il suo nome allor chiamai,
comor qui l chiamo, ovEco sol risponde.
Co sospiri arsi e col pianto bagnai
lamate spoglie, e di lui in vece accolte
al seno me le strinsi e le basciai,
dicendo: - O spoglie, che già foste avvolte
intorno a quelle membra, che da Marte
sembrano in forma di Narciso tolte,
se l ciel mi riconduce in quella parte
onde stolta partí, non sarà mai
che quinci l fermo piè volga in disparte. -
Non fu pietra né pianta, ovio passai,
che non piangesse meco, e forse allora
non mi dicesse: - Folle! ove ne vai? -
Dal cerchio estremo, ove fan lor dimora
scintillando le stelle, certamente
meco pianger mostrar la notte ancora.
Ben vidi l sol levar chiaro e lucente;
ma perché gli occhi ad abbagliarmi e l core
un piú bel lume impresso avea la mente,
scarso del sol mi parve lo splendore;
o fu, forse, chudendo l mio gran pianto,
anchei si scolorí del mio dolore.
Oh comè privo dintelletto, e quanto
colui singanna, che nel patrio nido
viver può lieto col suo bene a canto,
e va cercando or luno or laltro lido,
pensando forse che la lontananza
ai colpi sia dAmor rifugio fido!
Fugga pur luom, se sa: la rimembranza
del caro obbietto sempre gli è dintorno,
anzi porta in cor viva la sembianza.
Sio veggo lalba a noi menar il giorno,
mirando i fiori e le vermiglie rose,
che le cingon la fronte e l crin adorno,
- Tal - dico, - è l mio bel viso, in cui ripose
tutti i suoi doni il cielo, e la natura
la sua eccellenza piú chaltrove espose. -
Poi, quando scorgo per la notte oscura
accendersi là su cotante stelle,
Amor, chè meco, sí mafferma e giura
che quelle luci in cielo eterne e belle
tante non son, quante virtú in colui
che poi crudo del sen lalma mi svelle.
E per far i miei dí piú tristi e bui,
dal mio raggio lontan, sempre al cor vivo
ho l sole ardente, onde pria accesa fui:
al qual piangendo e sospirando scrivo.



XXII

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Poi chaltrove il destino andar mi sforza
con quel duol di lasciarti, o mio bel nido,
chin me piú sempre poggia e si rinforza,
con quel duol che nel cor piangendo annido,
con la memoria sempre a te ritorno,
O mio patrio ricetto amico e fido:
e maledico linfelice giorno,
che di lasciarti avennemi; e sospiro
la lentezza del pigro mio ritorno.
Dovunque gli occhi lagrimando giro,
lunge da te, mi sembra orror di morte
qualunque oggetto ancor challegro miro.
Tutto quel che ristoro e gioia apporte,
per questi campi e per le piagge amene,
reca a me affanno e duol gravoso e forte.
Lapriche valli, daura e dodor piene,
lerbe, i rami, gli augei, le fresche fonti,
chescon da cristalline e pure vene,
lombrose selve, e i coltivati monti,
che da salir son dilettosi e piani,
e piú facili quantuom piú su monti,
e tutto quel che con industri mani
qui larte e la natura e l ciel opraro,
sono per me deserti alpestri e strani.
Non può temprar alcun dolce lamaro
chio sento de lacerba dipartita,
chio fei dal natío suolo amato e caro:
quivi lasciai nel mio partir la vita,
chai piè negletta del mio crudo amante
da me giace divisa e disunita.
E pur tra questi fiori e queste piante
la vo cercando, e di quellempio lorme.
chovunque io vada ognor mi sta davante.
E par chio l vegga, e poi chei si trasforme
or dun abete, or dun faggio, or dun pino,
or dun lauro, or dun mirto in varie forme;
parmelo aver negli occhi da vicino,
e le mani a pigliarlo avide stendo,
e la bocca a basciarlo gli avicino:
in questo lo mio error veggio e comprendo,
ché, da limaginar e da la speme
delusa, un tronco o un sasso abbraccio e prendo.
Se cantando posar gioiosi insieme
duo augelletti sopra un ramo veggo,
con quel desio chAmor dolce al cor preme,
del mio misero stato, e piú maveggo
che col rimedio de la lontananza,
dovaltri non maita, invan proveggo.
Stan pur duo uccelli in lieta dilettanza,
godendo di quel bene unitamente,
chal lor desire agguaglia la speranza;
ne le selve e nei boschi Amor si sente,
dal consorzio degli uomini sbandito,
tra i bruti, i quai pur saman parimente;
un concorde voler al dolce invito
de la gioia damor le fiere tragge,
con affetto in duo cori egual partito;
per monti e valli e selve e lidi e piagge,
quinci e quindi congiunta in modo stretto
coppia sen va di due bestie selvagge:
e luom, dal cielo a dominar eletto
tutti gli altri animali de la terra,
dotato di ragione e dintelletto;
luom che, se non vuol, rado o mai non erra,
fa, nei desir damor dolci, a se stesso
cosí continua abominosa guerra,
sí cha lui poi damar non è concesso,
senza trovar di repugnanti voglie
de la persona amata il core impresso.
In ciò contrario a le donne si voglie
piú chagli uomini l ciel; chamano senza
sentir quasi in amor altro che doglie.
Far non può de le donne resistenza
la natura sí molle ed imbecilla,
di Venere del figlio a la potenza;
picciolaura conturba la tranquilla
feminil mente, e di tepido foco
lalma semplice nostra arde e sfavilla.
E quanto avem di libertà piú poco,
tanto l cieco desir, che ne desvía,
di penetrarne al cor ritrova loco:
sí che ne muor la donna, o fuor di via
esce de la comun nostra strettezza,
e per picciolo error forte travía.
Quanto a la libertate è manco avezza,
tanto in furia maggior lavien che saglia,
sAmor quei nodi violento spezza;
né per poco vien mai che donna assaglia
per tirar il suo amante al suo desio,
ma ciascun mezzo prova quantei vaglia.
Cosí sforzata son di far anchio
damor ne la difficile mia impresa,
per ottener il ben chamo e desío;
e se ben fatta me vien grande offesa,
nullo argomento usato in espugnarti,
amante ingrato, mi rincresce o pesa.
Per darti luogo, venni in queste parti,
ed al tuo arbitrio di te cassa vivo,
sperando in tal maniera dacquistarti.
Qui, dovè l prato verde e chiaro il rivo.
venni, e de le dolci onde al roco suono,
e degli uccelli al canto, e parlo e scrivo.
In luogo ameno e dilettevol sono,
ma non è quivi lallegrezza mia,
se non quanto di te penso e ragiono;
anzi l pensar di te dagli occhi invia
lagrime amare, e de laltrui piacere
sento piú farsi la mia sorte ria.
Laltrui gioie damor tante vedere
a le fiere, agli augelli, ai pesci darsi
mi fa nel mio dolor piú doglia avere:
non può linvidia mia dentro celarsi,
ma con sospiri e pianto, e con lamenti,
vien per la bocca e gli occhi a disfogarsi.
Ben piú che degli altrui dolci contenti,
allargo l pianto e senza fin mi doglio
de lacerba cagion de miei tormenti;
ma poi dammollir tento un aspro scoglio,
che piú sindura e piú simpietra, quanto
piú mostro il sospiroso mio cordoglio,
e poi che l mio dolor ti giova tanto,
io mi vivrò, tra queste selve ombrose,
sol de la tua memoria e del mio pianto.
Qui farà lore mie liete e gioiose
veder che l prato, il poggio, il bosco e l fiume
dían ricetto a laltrui gioie amorose;
veder per natural dolce costume
gli augei, le fiere e i pesci insieme amarsi
in modo che da luom non si costume;
e senza alcun sospetto insieme andarsi
liberamente ovunque Amor gli guide,
e luno in grembo a laltro riposarsi.
Nulla il gran lor piacer toglie o divide,
ma sempre il sommo lor diletto cresce;
di che me, con duol mista, invidia uccide.
Ecco che fuor dun antro, or chio parlo, esce
coppia felice di due dame snelle,
cui sempre star in un sol luogo incresce;
e là due rondinette unirsi anchelle
veggo in un ramo verde. Ahi del mio amante
voglie contrarie al mio desir rubelle!
Dove parlan damor lerbe e le piante,
dove i desir dognun sono concordi,
in questalmo paese circostante
maddusse Amor, perchio piú mi ricordi,
ne la dolcezza de laltrui venture,
dei pensieri duom crudel dai miei discordi
Né questo accresce sol le mie sventure,
per prova intender dai boschi e dai sassi
quanto sian meco acerbe le sue cure:
ché sempre avanti a la memoria stassi
quanto, per fuggir lodio di colui,
da la patria gentil mi dilungassi;
da quellAdria tranquilla e vaga, a cui
di ciò che in terra un paradiso adorni
non si pareggi alcun diletto altrui:
da quei dintagli e marmo aurei soggiorni,
sopra de lacque edificati in guisa,
cha tal mirar beltà queto il mar torni
e perciò londa dal furor divisa
quivi manda a irrigar lalma cittade
del mar rema, in mezzo l mar assisa,
a cui piè lacqua giunta umile cade,
e per diverso e tortuoso calle
sinsinua a lei per infinite strade.
Quivi tributo il padre Ocean dàlle
dogni ricco tesoro, e l cielo amico
ciascunaltra a lei pon dopo le spalle:
sí che nel tempo novo o ne lantico
non fu mai chi tentasse violarla
chal pensar sol confuse ogni nemico.
Tutto l mondo concorre a contemplarla,
come miracol unico in natura
piú bella a chi si ferma piú a mirarla,
e senza circondata esser di mura
piú dogni forte innaccessibil parte,
senza munizion forte e sicura.
Quanto per luniverso si comparte
dutile e necessario a luman vitto,
da tutto luniverso si diparte;
ed a render recato a lei l suo dritto,
di quel che in lei non nasce, ella piú abonda
dogni loco al produr atto e prescritto,
sí cheterna abondanzia la circonda,
e di tutti i paesi fruttuosi
piú ricca è dAdria larenosa sponda.
Altro che valli amene e colli ombrosi
sembrano dAdria placida e tranquilla
i palagi ricchissimi e pomposi.
Il mar e l lito quivi arde e sfavilla
damor, che tra nereidi e semidei
quellacque salse di dolcezza instilla.
Venere in cerchio ancor degli altri dèi
scende dal ciel su questa bella riva,
con lalme Grazie in compagnia di lei.
E senza che piú avanti io la descriva,
per fortuna noiosa e violenta,
gran tempo son di lei rimasta priva:
per far la voglia altrui paga e contenta
io dipartí, sperando alfin quellira,
se non estinguer, far tepida e lenta.
Or che quanto si piange e si sospira
per me infelice è tutto sparso al vento,
ché l mio amante la vista altrove gira;
poi che l crudele ad altro oggetto è intento,
perché lontan da la mia patria amata
vo facendo piú grave il mio tormento?
Ma se tho follemente, Adria, lasciata,
del cor larsura alleviar pensando,
dal mio danno veder allontanata,
lardor piú tosto è in ciò gito avanzando,
e con la gelosia e col sospetto
sè venuto piú sempre riscaldando.
Laltrui damor goduto a pien diletto
per questi campi, e l temer che compagna
lempio, a me, non faccia altra del suo letto,
e de la patria mia celebre e magna
gli alti ornamenti e lo splendor superno,
qui l bosco odiar mi fanno e la campagna:
ad Adria col pensier devoto interno
ritorno e, lagrimando, espressamente
a prova del martír lerror mio scerno.
Ma se l suo fallo scema chi si pente,
desser da te partita mi pentisco,
o mio bel nido, e me ne sto dolente;
e da poi che non cessa il mio gran risco
per lontananza, il meglio è chio mi mora
del gran dolor che per amar soffrisco
senza miei danni aggiunger questo ancora,
di far da le mie cose a me piú care
per tanto spazio sí lunga dimora.
Perchalfin mi risolvo di tornare,
e se non mè contraria a pien la sorte,
se ben unora un secolo mi pare,
spero tornar in spazio dore corte.


XXIII

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Lungamente in gran dubbio sono stata
di quel che far a me sappartenea,
da un certo uomo indiscreto provocata.
Nel pensier vane cose rivolgea
del far e del non far la mia vendetta,
né a qual partito accostarmi sapea;
alfin, la propria mia ragion negletta,
che l buon camin non sa prender né puote,
da la soverchia passion costretta,
vengo a voi per consiglio, a cui son note
le forme del duello e de lonore,
per cui succide il mondo e si percuote.
A voi, che guerrier sète di valore,
e choltre a lesser de la guerra esperto,
vostra mercede, mi portate amore,
per consiglio ricorro; e ben maccerto
che mi sareste ancor non men daita,
per grazia vostra piú che per mio merto.
Ma io non voglio a quel dove minvita
de la vendetta il gran desio voltarmi,
benché la via mi sia piana e spedita:
voglio, prima chio giunga al trar de larmi,
il mio parer communicar con voi,
e con voi primamente consigliarmi;
e se determinato fia tra noi
che con gli effetti io debba risentirmi,
non sarò pigra a pigliar larmi poi.
Ma saría forse un espresso avvilirmi,
far soggetto capace del mio sdegno
chi non merta in pensier pur mai venirmi:
un uom da nulla, e non sol vile, e indegno
che da seder si mova a lui pensando
qualunque ancor che pigro e rozzo ingegno.
E pur dira minfiammo, rimembrando
la villania da lui fatta a se stesso,
di doverla a me far forse stimando.
Inescusabil fallo vien commesso
da chi dice dalcun mal in sua assenza,
stanco ver sia quel che vien detto espresso:
perché in ciò luom dimostra gran temenza,
e par che n quella vece non ardisca
dir il medesmo ne laltrui presenza.
Ma poi, se di menzogne si fornisca
e nel contaminar lonore altrui,
con frode e infamia contra l ver supplisca,
ben certamente merita costui
cancellarsi del libro de viventi,
sí che l suo nome ad un pèra con lui.
Oh, se le rane avesser unghia e denti,
come sarían, se drittamente addocchio,
talor piú de leon fiere e mordenti!
Ma poi, per gracidar dalcun ranocchio,
di gir non lascia a ber lasino al fosso,
anzi drizza a quel suon lorecchio e locchio.
Se un ser grillo, a dir mal per uso mosso,
de la sua buca standosi al riparo,
mha biasmato in mia assenzia, io che ne posso?
E se tratte a quel suon, quivi nandaro
molte vespe e tafani, e per tenore
di quel suon roco in compagnia ruzzaro,
non patisce alcun danno in ciò l mio onore,
e quanto aspetta a me, piú tosto rido;
ma de laltrui sciocchezza ho poi dolore.
Duna brutta cornacchia a laspro grido
trassero altri uccellacci da carogne
e di sterco lempier la strozza e l nido.
Questè proprietà de le menzogne,
che quelli ancor che son malvagi e tristi
versan sopra lautor biasmi e vergogne.
Del mio avversario fûr primieri acquisti
sparger detti, in mia assenza, di me falsi
da nulla verità coperti o misti.
Ad ira contra lui perciò non salsi,
ma mallegrai, quando contra l suo dire
tacendo col mio ver chiaro prevalsi.
Ben poi via piú insolente divenire
nel mio silenzio il vidi; e quasi chio
daverlo fatto tale posso dire.
Ma qual era in quel caso officio mio,
se non quel dirmi mal dopo le spalle
non curar punto, da un uom vile e rio?
Troppo al giudicio mio vien che savvalle
il pensier di chi segue tai diffetti,
channo precipitoso e tetro il calle.
Raffrena, uom valoroso, i ciechi affetti,
e non voler opporti a ciascunorma
de la malignitate ai falsi detti:
seguí de la virtú la dritta norma,
che, di se stessa paga, agli altrui errori
generosa non guarda, e par che dorma.
Cosí fecio, che, dogni dritto fuori
infamiata e biasmata da un uom vile,
mi confortai co miei pensier migliori:
e farei piú che mai ora il simíle,
se per la mia pazienzia quel villano
non discendesse a via peggiore stile.
Ma con armata e minacciosa mano
mimportuna, e mi sfida, e quasi sforza
il pensier di star queta a render vano.
Con lacqua alfin ogni foco si smorza;
cosí la costui rabbia e larroganza
a quel chio men vorrei mi spinge a forza.
So chegli per natura e per usanza
è pessimo e vilissimo a volere
pugnar con una donna, di possanza
E quasi che non porta anco il devere,
chal provocar de larmi io gli risponda,
non usa il ferro ignudo in man tenere.
Ma tanto piú daudacia ei soprabonda,
quanto farmi paura piú si crede,
e con nuove insolenzie mi circonda.
Non so quel che in tal caso si richiede:
il parer vostro non mi sia negato,
cha lui son per prestar assenso e fede.
Io sono stata in procinto, da un lato,
di disfidarlo a singolar battaglia,
comunque piú gli piace, in campo armato.
Ma dubitai che di piastra e di maglia
ei proponesse grave vestimento,
e ferro che non punge e che non taglia.
So chegli è un asinaccio a questo intento
dassicurarsi contra i colpi crudi,
dove vi sia di sangue spargimento:
del resto sovra l dorso se gli studi,
saltri volesse ben con un martello,
come susa di far sopra le incudi.
Questo mha messo a partito il cervello,
chio non vorrei con sferza o con bastone
prender a castigar un uom sí fello.
Non so se in ciò potessi con ragione
rifiutar armi non micidiali,
ma solamente a bastonarsi buone:
so chei diría cha lui si dènno tali,
e chio non debbo ricusarle, quando
dogni lato le cose vanno eguali.
Io sono andata a questo assai pensando,
ed ho discorso che sio l disfidassi,
da linsultar sandría forse arretrando:
forse chei volgerebbe altrove i passi,
e meco fuggiría dentrar in prova,
perchancor col baston non lamazzassi.
Ma sei temprate ha lossa a tutta prova
contra ogni copia di gran bastonate,
sí chaltri a dargli stanco alfin si trova;
senzaver le devute sue derrate,
rendermi stanca in guisa alfin potrebbe,
che larmi avessi in mio affanno pigliate
E poi di me qual cosa si direbbe?
Chio non sia buona per un uom codardo,
cui con la verga un fanciul vincerebbe:
un che fa linvincibile e l gagliardo
contra una donna che sopporta e tace,
senza pur minacciarlo con lo sguardo.
Dunque l debbo lasciar seguir in pace,
e sommettermi in guisa al suo talento,
chegli moffenda come piú gli piace?
Questè strana maniera di tormento,
e tal choffese a non sopportar usa,
a questa men chad altra atta mi sento.
Dunque sarò da sí vil uom delusa,
senza prender vendetta in parte alcuna
di quanto egli moffende e sí maccusa,
In questo punto il mio pensier saduna,
e per incaminarmi a buona strada
trovo scarsa e contraria la fortuna.
Ma sio sto queta, e, come avien chaccada
un giorno che passar quindi gli avenga,
incontra armata a ucciderlo gli vada?
Forse la sete fia che n tutto io spenga
di quel sangue maligno, e con diletto
senza contrasto alcun vittoria ottenga.
Dunque commetterò sí gran diffetto
di bruttar di quel sangue queste mani,
chè di malizia e di viltate infetto?
Cessin da me pensieri cosí strani.
Ma che farò? Sio taccio, mal; e poi
sio faccio, peggio. Oh miei discorsi vani!
Datemi, signor mio, consiglio voi.



XXIV

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

Sovente occorre chaltri il suo parere
dice, stimando fatte alcune cose,
che non successer, né fur punto vere.
Di queste, che pur son dubbie e nascose,
in noi un certo instinto la natura,
che tende al peggio ed al biasmarle, pose;
benché nullopra è di qua giú sicura,
e di quel che men par chavvenir possa
stíasi con piú sospetto e con paura.
Del mondo ingannator questè la possa,
che quel che piú contrario al ver succeda,
per cagion torta, occoltamente mossa.
La ragion vuol chogni ben di voi creda,
ma poi del verisimile leffetto
fa che quel chio credei prima discreda.
Comunque sia, egli mè stato detto:
se falso o ver, non importa chio dica
sio son risolta o se nho alcun sospetto:
basta che mi tegniate per amica,
come infatti vi son, sí che in giovarvi
non sarei scarsa dopra o di fatica.
Ed or chio mi conduco a ragionarvi
di quanto intenderete, a quel maccosto,
che dè chi fa profession damarvi.
Dunque a la mia presenza vi fu opposto
chuna donna innocente abbiate offesa
con lingua acuta e con cor mal disposto;
e che, moltiplicando ne loffesa,
quantè colei piú stata paziente,
in voi lira si sia tanto piú accesa,
sí che, spinto da sdegno, impaziente
le man posto lavreste adosso ancora,
se nol vietava alcun chera presente;
ma voi la minacciaste forte allora,
e giuraste voler tagliarle il viso,
osservando del farlo il tempo e lora.
Strano mi parve udir, dun uom diviso
dai fecciosi costumi del vil volgo,
un cotal nuovo inaspettato aviso;
e mentre col pensiero a voi mi volgo,
de la virtute amico e de lonesto,
la fede a quel che mi fu detto tolgo.
Da laltra parte so quanto è molesto
lo spron de lira, e come spesso ei mena
a quel chè vergognoso ed inonesto;
né sempre la ragion, che i sensi affrena,
a stringer pronto in man si trova il morso,
e l gran soverchio rompe ogni catena.
Se per impeto dira il fallo è occorso,
non durate nel mal, ma conoscete
quanto fuor del dever siate trascorso.
Gli occhi del vostro senno rivolgete,
e quanto ingiuriar donne vi sia
disdicevole, voi stesso vedete.
Povero sesso, con fortuna ria
sempre prodotto, perchognor soggetto
e senza libertà sempre si stia!
Né però di noi fu certo il diffetto,
che se ben come luom non sem forzate,
come luom mente avemo ed intelletto
Né in forza corporal sta la virtute,
ma nel vigor de lalma e de lingegno,
da cui tutte le cose son sapute;
e certa son che in ciò loco men degno
non han le donne, ma desser maggiori
degli uomini dato hanno piú dun segno.
Ma se di voi si reputiam minori,
forsè perché in modestia ed in sapere
di voi siamo piú facili e migliori.
E che sia l ver, voletelo vedere?
Che l piú savio ancor sia piú paziente
par cha la ragion quadri ed al devere:
del pazzo è proprio lesser insolente,
ma quel sasso del pozzo il savio tragge,
chaltri a gettarlo fu vano e imprudente
E cosí noi che siam di voi piú sagge,
per non contender vi portamo in spalla,
comanco chi ha buon piè porta chi cagge.
Ma la copia degli uomini in ciò falla;
e la donna, perché non segua il male,
saccomoda e sostien desser vassalla.
Ché se mostrar volesse quanto vale
in quanto a la ragion, de luom saría
di gran lunga maggiore, e non che eguale.
Ma lumana progenie manchería,
se la donna, ostinata in sul duello,
fossa luom, comei merta, acerba e ria.
Per non guastar il mondo, chè sí bello
per la specie di noi, la donna tace,
e si sommette a luom tiranno e fello,
che poi del regnar tanto si compiace,
sí come fanno l piú quei che non sanno
(ché l mondan peso a chi piú sa piú spiace)
che gli uomini perciò grandonor fanno
a le donne, perché cessero a loro
limperio, e sempre a lor serbato lhanno.
Quinci sete, ricami, argento ed oro,
gemme, porpora, e qual è di piú pregio
Si pon in adornarne alto tesoro;
e qual conviensi al nostro senno egregio,
non sol son ricchi i nostri adornamenti
dogni pomposo e piú prezzato fregio,
ma gli uomini a noi vengon riverenti,
e ne cedono l luogo in casa e in strada,
in ciò non punto tardi o negligenti.
Per questo anco è cha lor portar accada
berretta in testa, per trarla di noi
a qualunque dinanzi ei se ne vada;
e sancor son tra lor nimici poi,
non lascian donorar, sempre choccorre,
listesse donne de nemici suoi.
Da questo argumentando si discorre
quanto loffesa fatta al nostro sesso
la civiltà de luom gentile aborre.
Né chio parli cosí crediate adesso
con altro fin che di mostrarvi quanto
loffender donne sia peccato espresso.
Informata ancor son da laltro canto
chi sia colei di cui mi fu affermato
che ingiuriaste e minacciaste tanto:
certo questo non merita il suo stato,
e lavervi l suo amore a tanti segni
in tante occasion manifestato.
Cessin loffese omai, cessin gli sdegni,
e tanto piú che duom nato gentile
questi non sono portamenti degni;
ma è profession duom basso e vile
pugnar con chi non ha diffesa o schermo,
se non di ciance e dingegno sottile.
Perdonatemi in ciò, chio troppo affermo
le colpe vostre; poi chio non intendo
comprender voi, piú dalcun altro, al fermo.
Ma quel chadesso vado discorrendo
è quanto ad onta sua colui singanni,
che vada con le donne contendendo;
perchal sicur di lui son tutti i danni:
sei vince, mal; e peggio, se vien vinto;
il rischio è certo, e infiniti gli affanni.
Col viso di rossore infuso e tinto,
dessere stato ogni uom donor saccorge
di far ingiuria a donne unqua in procinto;
e quanto piú l valor viril risorge,
tanto piú larmi fuor da lira tratte
vergognando al suo loco altri riporge,
e si pentisce de le cose fatte
in via che se potesse frastornarle,
le ridurría da lesser primo intatte.
Ma poi che non può adietro ritornarle,
con dolci modi a loffese ripara,
e quanto può, si sforza dannullarle:
ritorna ancor lamata al doppio cara
nel rifar de la pace; e per turbarsi,
piú dogni parte lalma si rischiara.
Cosí nel ben vien a moltiplicarsi,
e cosí certa son che voi farete,
sí come suol da ogni par vostro farsi:
e colei certo offesa o non avete,
o se vinto da sdegno trascorreste,
lerror di voi non degno emenderete.
Ed io di ciò vi prego in fin di queste.


XXV

DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA

In lode di Fumane, luogo dellIllustrissimo Signor Conte MarcAntonio della Torre,
Preposto di Verona

Non vorrei da lun canto esser mai stata
a quel bel loco, per dover partire,
come fei, non ben quivi anco arrivata.
Cosí gravoso il ben suol divenire,
che quantegli è maggior, via maggior duolo
col dilungarsi in noi suol partorire:
tosto ne va l piacer trascorso a volo,
né ponendo in ragion lutil passato,
a la perdita mesti attendem solo.
E non vorrei però da laltro lato
sí vago nido non aver veduto,
a la tranquillità soave e grato.
E se pari al desio non lho goduto.
quanto gustato piú, tanto piú caro,
il lasciarlo mi fôra dispiaciuto.
E pur, formando un pensier dolce amaro,
con la memoria a quei diletti torno,
che infiniti a me quivi si mostraro:
sempre davanti gli occhi ho l bel soggiorno,
da cui lontan col corpo, con la mente,
senza da me partirlo unqua, soggiorno;
ricrear tutta in me lalma si sente,
mentre qua giú sí lieto paradiso
da dover contemplar le sta presente.
Da questo lo mio spirto non diviso
va ripetendo le bellezze eterne,
dal soverchio piacer vinto e conquiso.
E mentre le delizie avido scerne,
nel gioir di se stesso, afflige i sensi,
che non puon separati ancor goderne:
cosí, quando mavien chamando pensi
a labitazion vaga e gentile,
tra gioia e duol convien che l cor dispensi.
In questo piglio in man pronta lo stile;
e per gradir al sentimento, fingo
quel loco quanto possi al ver simíle:
e se ben so cha impresa alta maccingo,
tirata da la mia propria vaghezza,
senzarte quel chio so disegno e pingo.
Oh che fiorita e feconda bellezza
quivi mostra e dispiega la natura,
raro altrove o non mai mostrarla avezza!
Certo è questa quellunica fattura,
in cui, vinta se stessa, a tutte prove
ripose ogni sua industria, ogni sua cura.
Di tutto quel che piaccia al mondo e giove
favorevole il cielo a cotal opra,
maggior vanto eternamente piove.
Quivi l ciel manda il suo favor di sopra,
né men la terra in adornar tal parte
con gli altri, a gara, elementi sadopra.
Vince limaginar dogni umana arte
la disposizion di tutto l bene,
chunito quivi intorno si comparte:
e pur di quellaltezza, ove perviene
leccellenza de larte in cose belle,
vestigie espresse il bel luogo ritiene.
Cosí determinarono le stelle
far quivi in dolci modi altrui palese
quanto puon destinar ed influir elle.
In questo avventuroso almo paese
lornamento del ciel si mostra in terra,
cha farlo un paradiso in lui discese.
Di lieti colli adorno cerchio serra
linfinita beltà del vago piano,
dove Flora e Pomona alberga ed erra.
Quasi per gradi su di mano in mano
di fuor sascende l poggio da le spalle,
sempre al salir piú facile e piú piano;
quinci in giú per soave e destro calle
sarriva a la pianura in pochi passi,
chè posta in forma di rotonda valle:
se non che in guisa rilevata stassi,
chè quasi, entro a quei colli, un minor colle,
che ntorno a lor si dispiani e sabbassi,
sí che dentrarvi a Febo non si tolle,
poco alzatosi fuor de loriente,
nel prato derbe rugiadoso e molle.
Entra l sol quanto entrar se gli consente
da un bosco dalti pini e di cipressi,
pien dombre amiche al dí lungo e fervente;
e gode di veder quivi con essi
de la sua amata in corpo umano fronde,
già braccia e chiome, or verdi rami spessi,
tra quai quanto piú penetra e sasconde,
per la memoria, chanco entro l cor serba,
de lamorose sue piaghe profonde.
De la ninfa la sorte cosí acerba
pietoso Apollo ai grati rami tira,
ed a quivi posar vago tra lerba:
laria dintorno ancor dolce sospira
di Dafne al caso, e spirto dodor pieno,
le vaghe foglie ventilando, spira.
E l ciel, là piú chaltrove mai sereno,
fa che dogni stagion la copia vuote
in quella terra il corno suo ripieno.
Quivi con lurne non mai stanche o vuote
a portar lacque son le ninfe pronte,
tai che l cristal sí chiaro esser non puote:
queste versando van da piú dun fonte
le succinte e leggiadre abitatrici
di questo e quel vicin ben cólto monte;
ed a laltre compagne cacciatrici,
che, dietro i cervi stanche, a rinfrescarsi
vanno le fronti angeliche beatrici,
co bei liquidi argenti intorno sparsi
porgon dolce liquor da trar la sete,
e le candide membra da lavarsi.
Dai freschi rivi e da le fonti liete,
quasi scherzando, lacque in vario corso
declinan verso l pian soavi e quete;
e poi che n lenta gara alquanto han corso,
per via diversa si raggiungon tutte
verso un bel prato, a lor dinanzi occorso;
e da natural arte a far instrutte
bello quel sito a maraviglia, vanno
per canali angustissimi ridutte.
Quivi entrate, a varcar poco spazio hanno
cha un fiorito amenissimo giardino
dolce tributo di se stesse dànno:
con man distesa e passo tardo e chino
dàn di se stesse le piú dolci e chiare
al giardinier cha luscio sta vicino.
Questi, coma lui piace, le fa entrare
chobedienti a larte fan quel tanto
chaltri accorto dispon che debban fare.
Non cede larte a la natura il vanto
ne lartificio del giardin, ornato
dalberi cólti e di sempre verde manto;
sovra l qual porge, alquanto rilevato
darchitettura un bel palagio tale,
qual fu di quel del Sol già poetato:
infinito tesor ben questo vale
per ledificio proprio, e gli ornamenti,
che n ricchezza e in beltà non hanno eguale.
I fini marmi e i porfidi lucenti,
cornici, archi, colonne, intagli e fregi,
figure, prospettive, ori ed argenti,
quivi son di tal sorte e di tai pregi,
cha tal grado non giungono i palagi
che fer gli antichi imperadori e regi.
Ma le commodità di dentro e gli agi
son cosí molli, che gli altrui diletti
al par di questi sembrano disagi.
Per li celati dòr vaghi ricetti,
sul pavimento, che qual gemma splende,
stan sopra aurati piè candidi letti.
Di sopra da ciascun dintorno pende
di varia seta e dòr porpora intesta,
che l contegno de letti abbraccia e prende;
di coltre ricamata o daltra vesta
di ricca tela ognun sadorna e copre,
sí cha fornirlo ben nulla gli resta.
Di diversi disegni e diverse opre
su coverte e cortine in tutti i lati
vario e lungo artificio si discopre.
I dèi scender dal cielo innamorati
dietro le ninfe qui si veggon finti,
in diverse figure trasformati;
e damoroso affetto in vista tinti,
seguitar ansiosi il lor desio
dove dal caldo incendio son sospinti.
Qui trasformata in vacca si vede Io,
e centocchi serrar il suo custode,
al suon di quel, che poi luccise, dio.
Da laltra parte Danae in sen si gode
vedersi piover Giove in nembo doro,
dovaltri piú la chiude e la custode;
il quale altrove, trasformato in toro,
porta Europa; ed altrove, aquila, piglia
Ganimede e l rapisce al sommo coro.
Di Licaon fatta orsa ancor la figlia,
mentre ucciderla il figlio ignota tenta,
assunta in cielo ad orsa sassomiglia:
né pur orsa celeste ella diventa,
figurata di stelle in cotal segno,
ma l figlio in ciel laltrorsa rappresenta.
Quanto è possente il nostro umano ingegno,
che vive fa parer le cose finte
per forza di colori e di disegno!
Di seta e doro e varie lane tinte,
nei tapeti chadornan quelle stanze,
da limitar le cose vere èn vinte.
E perché nulla a desiar avanze,
chorni di Giove unalta regia degna,
dove, lasciato l ciel, qua giuso ei stanze,
qualunque ebbe tra noi la sacra insegna,
cha quei con le sue man Dio stesso porge,
che desser suoi vicari in terra ei degna,
qualunque di pastor al grado sorge
de la chiesa divina, in espresso atto
nobilmente dipinto ivi si scorge:
quivi ciascun pontefice ritratto
piú che dal natural vivo si vede,
di tela, di colori e dombre fatto;
e coma tanta maestà richiede,
da laltre in parte eccelsa e separata
sí reverende imagini han lor sede.
Similmente, in maniera accomodata,
di quei leffigie ancor son quivi, i quali
del ciel sostengon la felice entrata:
quanti mai fur nel mondo cardinali
quivi entro stan co papi in compagnia,
e vescovi, e prelati altri assai tali.
Perché conforme al paradiso sia
quellalbergo divino, in sé ritiene
di gente i volti cosí santa e pia.
Di quel chal sacerdozio si conviene,
da lessempio di molti espressi quivi,
in perfetta notizia si perviene:
questi, ancor morti, insegnar pònno ai vivi,
anzi in ciel vivon sí, che l loro nome
in terra sempre glorioso arrivi.
E perchalcun io non distingua o nome,
di quelli intendo che furo innocenti,
e del demonio fer le forze dome.
Le costor fronti a mirar riverenti,
cosí pinte, ne fanno, e in noi pensieri
destano de le cose piú eccellenti:
seguendo lorme lor, fan chaltri speri,
che tien lo scettro de la casa vaga,
dalzarsi al ciel per quei gradi primieri.
Questa de la sua vista ognuno appaga,
e sol de la memoria al cor mimprime
colpi che nnaspran la già fatta piaga.
Di que be colli a le frondute cime
alzo l pensier, che, dal duol vinto e stanco,
fa che gli occhi piangendo a terra adime.
Standomi sul verron del marmo bianco,
dove l palagio alzato agguaglia il monte,
ricreata posava il braccio e l fianco:
qui piagner Filomena le triste onte
con la sorella sua dolce sentía,
da lor non cosí chiare altrove cónte:
da le fontane ad ascoltar venía
questo e quel ruscelletto, e mormorando
quasi con lor piangeva in compagnia.
Ben poscia a quel tenor dolce cantando
givan gli augelli per li verdi rami,
del loro amor le passion mostrando.
Oh che liete querele, oh che richiami
formavan contra l ciel, sí come suole
chi, benché ridamato, altrui forte ami!
Con voce piú che dumane parole
par che sappian parlar quelli augelletti,
sí chad udirli ancor fermano il sole.
Talor narrano poi gli alti diletti,
che spesso dagli amati abbracciamenti
prendon, de le lor vaghe al fianco stretti.
Di gran dolcezza il cielo e gli elementi,
per tal piacere e per molti altri assai,
quivi gioiscon placidi e contenti;
e rischiarando ognor piú Febo i rai,
la fiorita stagion vago rimena
di molti, non che dun, perpetui mai.
Darabi odor la terra e laria piena,
luna piú sempre si rinverde e infiora,
laltra ognor piú si tempra e rasserena.
Oh che grata e dolcissima dimora,
dove quanto di vago ognor piú miri,
tanto piú da veder ti resta ancora!
Dovunque altri la vista a mirar giri,
ne la beltà veduta oggetto trova,
che piú intente a guardar le luci tiri;
e nondimen, perchognor cosa nova
dintorno appar, che lanimo desvía,
ad altra parte vien chindi le mova.
La bellezza del sito, alma, natía,
gli occhi fuor del palazzo a veder piega
quanto ivi ricca la natura sia;
ma poi di dentro tal lavor dispiega
larte, che la natura agguaglia e passa,
chivi locchio, a mirar vòlto, simpiega;
e mentre da un oggetto a laltro passa,
lun non gustato ben, da nòve brame
tirato, impaziente il preso lassa.
Cosí non trae, ma piú cresce la fame
dassai vivande un prodigo convito,
che de luna al pigliar laltra si brame:
cosí ne la virtú de linfinito,
senza mai saziarne, ci stanchiamo,
sal sommo bene è l pensier nostro unito.
Questa insazietà grande proviamo
espressamente, allor che lintelletto
divin, filosofando, contempliamo.
Lascia sempre di sé piú caldo affetto,
ne laffannata mente, il ver supremo,
ondha perfezzion luom da loggetto;
benché laffanno è tal, chognor piú scemo
del mortal fango il nostro spirto face,
e dir al ciel gli dà penne a lestremo.
Felice affanno, che ristora e piace
ne lunir di questanima a quel vero,
che gli umani desir pon tutti in pace:
a quel che del suo eccelso magistero
mostrò grandarte in queste alme contrade,
feconde del piacer celeste intiero.
Qui di là su tal grazia e favor cade,
chabonda al compartirsi in copia molta
la gioia in ogni parte e la beltade:
sí che mentre ad un lato ancor sol vòlta
gode la vista, in quel piú sempre scorge
nova maniera di vaghezza accolta,
né de luna ben tosto ancor saccorge,
che soffre laltra e, quasi pur mo nata,
meraviglia e diletto insieme porge.
Del giardin vago è la sembianza grata,
e mentre in lui la maniera risguardi
dogni parte ben cólta e ben piantata,
lepri e conigli andar pronti e gagliardi
nel corso vedi; e mentre che tincresce
desserti di tal vista accorto tardi,
ecco chaltronde ancor vaga schiera esce
di cervi e capri e dame e daltri tali,
onde la maraviglia e l piacer cresce
Ma poi tra quelle schiere danimali
scopri distinto del giardino il piano
dacque in angusti e limpidi canali,
e splender su per londe di lontano
vedi i pesci guizzando, che dargento
sembra che nuotin duna e daltra mano.
E mentre locchio a vagheggiar è intento
il piacer vario del fiorito suolo,
piú sempre di mirar vago e contento,
di questo ramo in quel cantando a volo
gir vede copia daugelletti snelli,
quai molti insieme, e qual vagando solo.
Quinci saccorge che di fior novelli
e frutti antichi son quei rami carchi,
non pur di nidi dinfiniti augelli.
Senza che l guardo quinci e quindi varchi,
lincontran dogni parte i piacer tutti,
in questofficio non mai stanchi o parchi.
E se nel giardin visti in un ridutti
fiere, augei, pesci, rivi, arbori e foglie,
fior sempre novi, e dogni stagion frutti,
a mirar in disparte altri saccoglie,
e come nel guardar talvolta occorre,
da la pianura a lalto a mirar toglie,
ne la beltà de vaghi colli incorre,
cha la vista, che salza, umili e piani
lietamente si vengono ad opporre.
Questi, dal bel palazzo non lontani,
sembra che per raccorlo in mezzo l seno
si stringan verso lui dambe le mani;
e ntanto spiegan tutto aperto e pieno
il grembo lor di dolcezze infinite,
che la vista bear possono a pieno.
Le pecorelle, a pascer lerbe uscite,
biancheggian per li poggi, a cansar lievi,
per poco dombra timide e smarrite;
di questi monti son queste le nevi:
ché quindi l verno standosi ognor lunge
non vien giamai che l bel terreno aggrevi.
Quindi letizia e molto utile giunge
de le gregge bianchissime ai signori,
di quel che se ne tonde, e uccide, e munge.
Sparsi per lombre, siedono i pastori,
e le canne dispari a sonar posti,
cantan de loro boscarecci amori;
e se i greggi talvolta erran discosti,
col fischio il caprar sorto gli richiama,
poi torna de la musa ai suoi proposti.
Talor la pastorella ivi, chegli ama,
de la fistola al suon mossa ne viene,
in modo che di lui cresce la brama:
fisse le luci avidamente ei tiene
ne le braccia e nel sen nudi, e nel viso,
e dabbracciarla a pena si ritiene.
Ma poi quindi a guardar locchio diviso
tira ludito suon dun corno roco,
quando piú in quei pastori egli era fiso;
ed ecco, da color lontano un poco,
cani co cacciator disposti in caccia,
ciascuno intento al suo ufficio e l suo loco.
Per folti arbusti un can quivi si caccia,
e per terra latrando un altro fiuta,
e de lorme seguendo va la traccia,
e tanto corre in fretta e l luogo muta,
che duna macchia fuor la lepre salta:
il bracco geme e in seguirla saiuta;
gridan le genti, e intorno ognun lassalta
chi le spinge da tergo il veltro in fretta,
qual corre a la via bassa, e quale a lalta.
E mentre qua e là ciascun saffretta,
il tuo sguardo, cha lor dietro saggira,
sincontra in piacer novo che l diletta:
però chaltrove dimproviso mira
gente chal visco ed a le reti stese
schiera daugelli accortamente tira.
In queste e quelle insidie non comprese
di quei chan maggior prezzo a le gran mense
vengon tutte le sorti in copia prese.
A chi stender piú franco il volo pense,
piú facilmente incontra desser còlto
ne le non viste reti, ancor che dense.
Ma l tuo sguardo, che va dintorno sciolto
da questa novità de luccellare,
vien da un altro piacer piú novo tolto:
perché dinanzi ad abbagliarlo appare
del sol un raggio, il qual mandan reflesso
lacque dun fonte cristalline e chiare.
E locchio, alquanto chiusosi in se stesso,
dopo quel vacillar sapre, e ritorna
a guardar quivi dentro lombra presso;
e di smeraldi in fresca riva adorna,
di liquido cristal sopra un ruscello,
vede chaltri a pescar lento soggiorna:
lamo innescato tien sospeso in quello,
e con la canna in man fermato attende
che l pesce cada al morso acuto e fello.
Altri con reti in varia guisa il prende,
e con piè nudi da la sponda sceso,
frugando per le buche il laccio stende:
si lancia e scuote il pesce vivo e preso,
né cessa di saltar per fin che more,
tratto del fonte in un pratel disteso.
Vince di questo il soave sapore
quel di quantaltro mai stagno o palude
alberghi, o fondo salso o dolce umore.
Nulla di quel che in sé beato chiude
un terren paradiso, un ciel terrestre,
dal paese amenissimo sesclude.
Di semicapri dèi turba silvestre
il fertile terren pianta e coltiva,
sotto influsso di stelle amiche e destre;
e quella che del capo al padre viva
uscío, de boschi e de le cacce dea,
di questi monti ha in custodia loliva.
Quel che vivo nel ventre infante avea
la madre allor che l consiglio lestinse
di Giunon fella, a lei contraria e rea,
che Giove tolto al proprio lato il cinse,
né fin che nove mesi fur finiti,
dal fianco, onde l nudriva, unqua il discinse,
qui gli olmi guarda, e le ben cólte viti;
le biade di Proserpina la madre,
Vertunno e Flora gli arbori graditi.
Mille, scese dal ciel, benigne squadre
deletti spirti infiorano il bel nido,
e l guardan da le cose infeste ed adre.
Dolce de miei pensieri albergo fido,
pien daranci e di cedri, e lieto in guisa
che vince ogni concetto, ogni uman grido,
resta la mente mia vinta e conquisa,
che l ben in te con larga mano infuso
dal celeste Motor forma e divisa;
e come tu sei bel fuor duman uso,
cosí ne lopra de limaginarti
riman lingegno inutile e confuso;
e se vaga pur vengo di lodarti,
come confusa son dentro, confondo
de le tue lodi lordine e le parti.
Ben quanto in questo assai mal corrispondo,
tanto ne la prontezza del desire
con grata rispondenza sovrabondo.
Vorrei, ma in parte non so alcuna, dire
le lodi del signor che ti possiede,
né stil uman poría tantalto gire.
Comogni loco è cielo, ove Dio siede,
ma poi nel ciel, chè adorno a maraviglia,
espressamente ferma la sua sede,
cosí gran lode ogni soggiorno piglia
da quel signor, dovunque mai perviene,
che regge l mio voler con le sue ciglia;
ma pur il seggio suo proprio ei ritiene
in voi, perciò sommamente beate,
contrade soavissime ed amene:
per lui tante beltà vi furon date,
e senza lui de vostri pregi intieri
sareste senza dubbio alcun private.
Gitene, colli, assai per questo alteri,
chavete grazia di servir a lui,
degno di mille mitre e mille imperi.
Questè il buon vostro regnator, per cui
vincon le vostre inusitate forme
tutto l diletto de paesi altrui.
Per farsi incontra a le sue gentili orme
crescon lerbette e i fior, chal suo toccarli
vien che nova beltà gli orni e riforme;
e lonorate man presta a lavarli
dentro la stanza lacqua dolce arriva,
e dietro vaga ognor par brame andarli.
Da questa una fontana si deriva
che dognintorno puro argento stilla
da vena di cristal corrente e viva.
Dentro l terren fecondo il cielo instilla
virtú che fa produr soavi frutti,
e laria salutifera e tranquilla:
il piacer sommo e l vero fin di tutti
è che l signor gli goda e gli divida,
chad arbitrio di lui furon produtti.
Qualunque in verde ramo augel sannida,
a lui canta, a lui vive, e sa lui piace,
lieto sostien ancor chaltri luccida;
qualunque in monte o in piano animal giace,
selvaggio errante, liberale dono
di se stesso a costui contento face
e le mandre, che quivi in copia sono,
e tutto quel che la terra produce,
son di lui molto piú chio non ragiono.
Qui la natura carca si riduce,
per dar del suo tesoro a lui tributo,
che da lIndo e l Sabeo quivi traduce:
non fosse questo ben da lui goduto,
certo è che in tanta copia mai dal cielo
non fôra ad alcun altro pervenuto.
A costui cede il gran signor di Delo,
piú del suo chiaro, del valor il lume
cui nube non offusca od altro velo;
e di dolce eloquenzia il puro fiume
a lui dona di Giove il fedel messo,
chal cappello ed ai piè porta le piume.
A questo, a cui comandar è concesso
agli elementi che in quel suo soggiorno
oprano quanto è piú gradito ad esso,
andai, dal gran desio tirata, un giorno:
non per error di via, né chio passassi
quindi avante daltronde al mio ritorno;
ma dAdria mossi a questeffetto i passi,
né interromper giamai vòlsi il viaggio,
percha landar via pessima trovassi.
Di questo mio signor cortese e saggio,
nel sentier aspro, mi fu grata scorta
de la virtute il sempiterno raggio:
da cosí chiaro e dolce lume scorta,
la strada, chal desio lunga sembrava,
al disagio parea commoda e corta.
La difficoltà grande superava
dogni altra cosa sol con la speranza,
che di veder uom sí gentil portava.
Alfin pur giunsi a la bramata stanza,
né potrei giamai dir sí comio fossi
raccolta con gratissima sembianza.
A sí dolce spettacolo rimossi
tutti i miei gravi e torbidi pensieri,
che venner meco, allor che dAdria mossi,
e tra mille gratissimi piaceri,
ristoro presi e mi riconfortai,
qual fa chi l suo ben gode e l meglio speri.
Ma poco al mio talento mi fermai
al loco da me dianzi raccontato,
di cui piú bello non si vide mai,
né con piú vago e splendido apparato
di vasi, e di famiglia bene instrutta,
che pronta al signor serve dogni lato,
e intorno a lui con ordine ridutta,
di varia età, di vario pelo mista,
vestita a un modo, corrisponde tutta.
Questa tra laltre è ancor nobile vista,
veder dintorno a sé ben divisata
donesta gente vaga e doppia lista.
Dunque, de le Fumane unica, amata
terra, ovalbergan le delizie, quante
ogni stanza real pòn far beata,
cedano Baie, e Pozzuol non si vante
chunite in loro han le vaghe Fumane
le grazie di là suso tutte quante.
Cose tutte eccellenti e sopraumane
dolci a la vista, al gusto, e gli altri sensi,
le piagge han grate agli occhi, al varcar piane.
E perchal loco internamente io pensi,
quanto piú di lui parlo, e manco il lodo
e i miei desir di lui si fan piú intensi.
Volando col pensier, la lingua annodo.



SONETTI


I

Come talor dal ciel sotto umil tetto
Giove tra noi qua giú benigno scende,
e perché occhio terren dallaltoggetto
non resti vinto, umana forma prende;
cosí venne al mio povero ricetto,
senza pompa real chabbaglia e splende,
dal fato Enrico a tal dominio eletto,
chun sol mondo nol cape e nol comprende.
Benché sí sconosciuto, anchal mio core
tal raggio impresse del divin suo merto,
che n me stestinse il natural vigore.
Di chei, di tantaffetto non incerto,
limagin mia di smalte di colore
prese al partir con gratanimo aperto.



II

Prendi, re per virtú sommo e perfetto,
quel che la mano a porgerti si stende:
questo scolpito e colorato aspetto,
in cui l mio vivo e natural sintende.
E sa essempio sí basso e sí imperfetto
la tua vista beata non sattende,
risguarda a la cagion, non a leffetto.
Poca favilla ancor gran fiamma accende.
E come l tuo immortal divin valore,
in armi e in pace a mille prove esperto,
mempío lalma di nobile stupore,
cosí l desio, di donna in cor sofferto,
dalzarti sopra l ciel dal mondo fore,
mira in quel mio sembiante espresso e certo.



III

A la tua ceda ogni regale insegna,
ché de le sacre leggi in man tenesti
cosí ben il governo, onde reggesti
di dotta gioventú scola sí degna.
Ad inchinarsi a te tutta ne vegna
dAntenor la città, cha tanto ergesti
col tuo valor, chin terra un ciel la festi,
dove il ben senza noia eterno regna.
Tu di religion santa e verace
sei rilucente specchio, al cui bel raggio
ogni spirto gentil si strugge e sface,
che, da te fatto antiveduto e saggio,
dritto sen vola a la divina pace,
per destro e sicurissimo viaggio.



IV

La morte, ognor ne lopre rie piú ardita,
con sanguinosa falce, in atto vile,
al fratel vostro, a voi caro e simíle,
troncò lapril de la sua età fiorita.
Empia, che con sí grave aspra ferita
spezzò l bel nodo a lanima gentile,
che da conocchia dòr puro e sottile
filava Cloto a cosí degna vita.
Benché son queste alfin gravose spoglie,
che chi prima le sgombra avvien che prima
de lumane miserie esca e si spoglie.
Ma sogni mortal ben falso si stima,
vi consoli che l ciel lo spirto accoglie,
in guisa che i suoi merti al mondo esprima.



V

Traslata lalma al suo natío terreno,
che di virtú tra noi fu sí feconda,
perché vena di lagrime profonda
sorge in voi da leffetto egro terreno?
Or nel giardin del paradiso ameno,
senza seccarsi in lei né cader fronda
daltri piú dolci pomi in copia abbonda
pregna daltraura, il sol via piú sereno.
Soave di celeste ambrosia umore
pasce lavventurosa sua radice,
non piú caduca in suo frutto, né in fiore;
ma se in sua sorte in ciel vera beatrice
lacerbo di qua giú pervien dolore,
nel vostro amaro pianto è men felice.



VI

Deh, la pietà soverchia non voffenda,
in vece del fratel pianger estinto,
dando in preda al martír voi stesso vinto
sí che dagli occhi un largo fiume scenda!
Non lasciate, signor, che l mondo intenda
che l vostro cor, di tal costanzia cinto
dal proprio danno suo sforzato e spinto,
per alcun caso al duol già mai si renda.
Benché se qui perdeste un fratel tale
che n terra di virtú somma e perfetta
o solo o nessun altro aveste eguale,
il racquistaste in ciel: quivi egli aspetta,
sazio che siate de la vita frale,
di sua man colocarvi in sedia eletta.



VII

Al nostro stato misero e dolente
lagrimar ad ognor ben si conviene
del mal sempre piú grave e piú presente
nel mondo, chè un varcar di pene in pene.
Ma sallegrar già mai si dè la mente,
cui de la vita laspro carcer tiene,
ciò guardando si faccia solamente
cha posar dai travagli un dí si viene.
Dogni travaglio il termine è la morte;
e se non vien da luom morto sofferto
cosa chaffanno o gioia al senso apporte,
giunti i suoi cari al fin del sentier erto
membri spesso, vivendo, e si conforte,
quando che sia di giungervi anchei certo.



VIII

Poiché dal mondo al ciel, suo proprio albergo,
qual lampo a lapparir tosto sparito,
è il saggio e valoroso Estor salito,
quasi lali impennando al lieve tergo,
a te l ciglio devoto e la mente ergo,
Re celeste, invisibile, infinito,
e del suo gran valor, da noi partito,
le guance smorte lagrimando aspergo.
Deh! ripara, Signor, ai nostri danni,
la vita, a lui da morte acerba tolta,
del gran Francesco concedendo agli anni;
che con laltro fratel la doglia accolta
mostra nel volto e nei lugubri panni,
e gli occhi a sé dogni uom pietosi volta.


IX

Del gran Francesco a la vita onorata
gli anni del suo fratello Estore morto
rendi, signor, per grazia e per conforto
de la famiglia sua mesta e turbata:
anzi in questo da te pur sia servata
del ciel la gloria in terra, ove mai scorto
non fu gran pregio da loccaso a lorto,
di quanto è di costui lanima ornata.
Questi, che vive e spira, e vivrà ognora
per valor darmi e somma cortesia
dopo la morte eternamente ancora,
lungo secol tra noi felice stia,
dove la sua virtute il mondo onora,
e te difende, alma Vinezia mia.



X

Se pur devea da morte essere estinto
di sí illustre famiglia un lume chiaro,
né schivato poteva esser, né vinto
de laspro influsso il grave colpo amaro,
ventura fu che n quel chè proprio instinto
di morte in torne il ben che nè piú caro,
dinfinita virtú Francesco cinto
trovasse contra lei schermo e riparo.
Morto è l grandEstor, ma di lui maggiore
vive Francesco, quel cha lempio Scita
combattendo mostrò linvitto core.
Questi con mano ti difese ardita,
Vinezia bella, e con supremo onore
lopre sue degne a favorir tinvita.



XI

Mentre dEstor vorrei pianger la morte,
ed al commun gran duol le note piglio
piú rispondenti e piú pietose e scorte,
nel suo da noi perpetuo acerbo essiglio,
vivo miro Francesco invitto e forte,
che con la spada pronto e col consiglio,
guerreggiando, sostenne da le porte
di Vinezia lontan lalto periglio.
Questi, chè ancor colonna ben fondata
contra lotoman impeto sí crudo,
di Marte con le man proprie innalzata,
nel dolor del fratel morto mè scudo
con lieta gloria illustre, onde abbagliata
la vista dogni affetto abbasso e chiudo.



XII

Deh, qual dEstor partí dal mondo tosto
lo spirto in suo valor pronto e gagliardo,
tanto piú da la morte stia discosto
il giovinetto e nobile Gherardo.
Questi trar di Francesco entro l cor posto
de laltro fratel morto il crudel dardo
può col valor, che n suo fermo proposto
segue con piede giovenil non tardo.
La sua propria virtú specchia ed ammira,
ché col suo essempio in costui si rinova
Francesco, mentre il morto Estor sospira;
e n ciò conforto a la sua doglia trova,
e con la speme di veder respira
del costui seme alta progenie nova.



XIII

Dolce del vostro amor mi è indizio stato
che vertú sí perfetta e risplendente
di raccender in ciel le qua giú spente
luci di Daria abbiate in me stimato.
Ma poi chirrevocabil siede il fato,
né, per quanto altri pianga o si lamente,
del futuro si cangia unqua niente,
non chindietro tornar possa il passato;
forse util fia che rasciugate il rio
dagli occhi manda il cor che saddolora,
o vi acquetate a quel che piace a Dio.
Certo che se celeste alma sí onora
luman lodar, tutto l mondo, non chio,
celebrería la sua memoria ognora.



XIV

Dalzarmi al ciel da questo stato indegno,
in chio mi trovo, e far formar parole
a un chiaro spirto chin su par che vole,
per farsi nido dalta gloria pregno,
in me merto non è; ma se pur regno
e vivo in qualche stima, che console
la patria mia, questo è quel che far sòle
laltrui bontà degna dimperio e regno:
laltrui bontà, che di queste ombre fore
cerca tirar me ancora in quel bel chiostro.
Dunque a voi debbo che, da voi diviso,
sendo gentil, mi fate sí donore
e millustrate col ben spesso inchiostro,
che già sa tutto e proprio è un paradiso.



XV

Ecco del tuo fallir degna mercede,
magnanima e vilissima reina:
come Fortuna ogni tua altezza inchina,
per le tue gravi colpe, or pur si vede.
Ecco dAssiria lonorata sede
di tanti regi a lultima ruina:
che l tempo faccia alfin crudel rapina
de le maggior grandezze, or pur si crede
Tu lonor, tu limpero, e tu la vita,
misera, perdi in un sol giorno, e colpa
sol di te stessa, e laltrui gloria essalti.
Muzio nha gloria, e pregi eterni ed alti;
e mentre ei te dogni bruttezza incolpa,
acquista al nome suo loda infinita.

4 comentarios:

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